Tag: gap

  • 22 Aprile 1976

    A Milano un commando misto di Brigate Rosse, NAP e GAP fa irruzione negli uffici dell’Ispettorato Distrettuale per gli Istituti di prevenzione e di pena per adulti in via Crivelli 20.

    Tre impiegate vengono incatenate, asportati numerosi dossiers di detenuti, sui muri sono tracciati la stella e lo slogan: «Attaccare e distruggere i centri della repressione».

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  • 18 Aprile 1974

    Sequestro di Mario Sossi (Operazione Girasole)

    Lo stesso giorno dell’insediamento di Agnelli alla presidenza di Confindustria e dell’anniversario della sconfitta del PCI alle elezioni del 1948, le BR sequestrano Mario Sossi.

    Mario Sossi è un magistrato molto mal visto dall’ambiente dell’estrema sinistra: non uno di primo piano, ma che è spesso stato celebrato dai media per la sua crociata contro l’estrema sinistra.

    Fascista (organizzazione FUAN, eletto anche nel parlamento dell’Università di Genova) e poi iscritto all’UMI, la più a destra delle associazioni dei magistrati.

    Sopranominato “Dottor Manette”, fa arrestare Lazagna (ex partigiano) e fa pervenire avvisi di procedimento a Dario Fo e Franca Rame per la loro attività di assistenza ai carcerati; aveva ordinato la cattura di Vittorio Togliatti, nipote del defunto segretario del PCI e dell’ex moglie, Marisa Calimodio, e dell’architetto Aristo Ciruzzi.
    Inoltre imbastisce il processo contro la 22 Ottobre, chiedendo quattro ergastoli e molti secoli di galera, responsabile del sequestro del giovane Sergio Gadolla e della rapina all’Istituto Case Popolari nel corso della quale viene ucciso il fattorino Alessandro Floris.

    A Genova spesso si possono trovare sui muri scritte come “SOSSI FASCISTA SEI IL PRIMO DELLA LISTA”,“SOSSI SEI NERO TI ASPETTA IL CIMITERO”, “SOSSI BOIA”. Durante il processo d’Appello alla 22 Ottobre era stato affisso per tutta Genova, e anche nei pressi della sua abitazione, un manifesto di AO-LC-manifesto che così ammoniva: “SONO I SOSSI, GLI SPAGNUOLO, I CALAMARI CHE DEVONO RISPONDERE OGGI DELLE LORO PERSECUZIONI ANTIPROLETARIE, DELLE LORO MACCHINAZIONI REAZIONARIE”.

    Nonostante sia mal visto da tutta la sinistra, le reazioni al sequestro sono tutte di condanna, dal PCI a Lotta Continua passando per Il Manifesto. Per «Lotta Continua», «questa azione ha uno squisito sapore di provocazione»; mentre Berlinguer afferma che «il Paese si interroga preoccupato e indignato» e Umberto Terracini è sicuro della matrice fascista dell’azione. Dal più alto scranno istituzionale, il presidente Leone esprime sdegno, manifestando solidarietà alla magistratura colpita in uno dei suoi uomini, mentre il radicale Pannella paventa ripercussioni negative per il prossimo referendum sul divorzio, temendo una deriva conservatrice dell’elettorato. Ma ancora una volta è «il Manifesto» a esprimere il giudizio più duro, parlando apertamente di provocatori fascisti: gli stessi della strage di Stato che ora sfruttano la tensione del referendum.

    La sera del 18 aprile, verso le ore 20, il giudice Sossi viene aggredito mentre sta rientrando a casa, trascinato in un furgone e chiuso in un sacco.

    I brigatisti che afferrano materialmente il magistrato sono due: Alfredo Bonavita e “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra, aiutati da Maurizio Ferrari a caricare l’ostaggio sul furgone. Ce ne sono anche altri (almeno sei in tutto): uno si preoccupa di tenere lontano due passanti, Renato Fabianelli, marito della portinaia della casa dove abita il magistrato, e Rosa Schiaffino.

    A Sossi viene strappata la valigetta che contiene i documenti e le fotocopie degli atti dei processi che sta seguendo.

    Dopo un viaggio in auto che Mario Sossi non riesce a riconoscere perché probabilmente drogato, quando viene slegato e gli viene tolta la benda si trova nella prigione del popolo: una camera più o meno quadrata di circa 2,5 m di lato. Le pareti, forse di polistirolo, rendono l’ambiente perfettamente insonorizzato. Su un lato si apre una porta piccola e bassa: dall’interno si scorgono le tracce di quattro serrature. Non ci sono finestre, solo un foro nel soffitto con una piccola grata e un aeratore che, di tanto in tanto, cambia l’aria. Il pavimento è coperto da una stuoia marrone. La luce proviene da una fioca lampada rossa. Attaccato alla parete un vessillo di stoffa rossa con una stella gialla dalle punte irregolari e, accanto, alcune scritte; in particolare Mario Sossi rimarrà colpito da una: «Portare l’attacco al cuore dello stato». L’arredamento è un tavolinetto a mensola, un seggiolino pieghevole tipo spiaggia e una branda.

    Il sequestrato viene poi affidato al trio Franceschini-Cagol-Bertolazzi, che lo trasporta in una villetta (comprata da Franceschini mesi prima) alla periferia di Tortona, all’interno della quale è celata la cosiddetta “prigione del popolo”
    (una piccola cella insonorizzata con wc chimico, branda e aeratore per il ricambio dell’aria).

    I responsabili tecnico-militari dell’operazione sono Alberto Franceschini e Mara Cagol, ma in totale partecipano circa 18 brigatisti.

    Mario Moretti, per ragioni di sicurezza, è l’unico che non prende direttamente parte alla rischiosa operazione. Altre fonti invece dicono che è Moretti e non Bertolazzi a tenere in ostaggio Sossi a Tortona. Giovanni Bianconi sostiene che lui a turno con i compagni s’infila il cappuccio e si presenta al giudice per portargli da mangiare, condurre gli interrogatori, scrivere le lettere da recapitare all’esterno.

    Ma dopo quindici giorni trascorsi nel chiuso di quelle quattro mura è colto da una crisi di claustrofobia: – Se non esco da qui almeno per qualche ora va a finire che mi ammazzo. Alberto e Mara si guardano in faccia: la richiesta va contro ogni regola di comportamento brigatista e può rivelarsi pericolosa, ma non ci sono molte alternative. E così, senza che nessun altro dell’organizzazione lo sappia, il terzo carceriere del giudice Sossi per un giorno torna a essere un normale padre di famiglia che va a trovare la moglie e il figlio prima di rituffarsi nella clandestinità e nella «prigione del popolo».

    A conoscere l’ubicazione della “prigione del popolo” sono solo Franceschini, la Cagol e Piero Bertolazzi (o Mario Moretti, secondo Giovanni Bianconi).

    Per cercare il magistrato viene imbastita un’enorme operazione di polizia: seimila agenti setacciano la città, mentre la magistratura (procuratore capo Grisiola) sospende tutte le istruttorie e indagini in corso.

    L’ANSA emette numerose note. La prima alle 21:48.

    Il sostituto procuratore della Repubblica, Mario Sossi, pubblico ministero al processo contro i membri del gruppo XXII Ottobre, è stato rapito questa sera in strada da un commando di cinque o sei giovani che con la minaccia delle pistole l’hanno costretto a salire su un furgone grigio.

    La seconda nota esce nove minuti dopo, alle 21:57.

    Il rapimento è avvenuto alle 20:50 davanti all’abitazione del magistrato, in Via Forte dei Giuliani, 2, nella zona di Albaro. Mario Sossi negli anni dal 1966 al 1968 aveva lungamente indagato sulle attività delle così dette “Brigate Rosse”. È ritenuto un magistrato tradizionalista.

    E, alle 22:59:

    In seguito al rapimento del magistrato, dal Ministero dell’Interno è stato inviato a Genova l’ispettore generale della Criminalpol, dott. Vincenzo Li Donni ed è stato disposto l’afflusso nella città ligure di contingenti di rinforzo della polizia stradale e dei carabinieri per collaborare nelle ricerche.

    A Roma, la situazione è giudicata subito molto grave. Le telescriventi rilanciano la notizia che «il ministro dell’Interno, on. Taviani, ha disposto che il capo della polizia, dott. Efisio Zana Loy, raggiunga immediatamente Genova. Il capo della polizia è partito immediatamente e sarà a Genova nella prima mattinata».

    Quella sera stessa intanto, alcuni brigatisti quasi finiscono nelle mani dei carabinieri. Ecco come il pubblico ministero Caccia ricostruisce l’episodio:

    Il 18 Aprile, alle 22:30, una Fiat 128 bianca, guidata da una donna, si fermò ad un posto di blocco di carabinieri, a Ottone, in provincia di Piacenza; durante il controllo sopraggiunse un’Autobianchi A 112, color crema, tetto nero, targata Milano, con due uomini a bordo, che forzò il posto di blocco. I carabinieri, a causa del forzamento del blocco non fecero alcun controllo alla 128 e non ne registrarono la targa; l’auto A 112, per quanto subito segnalata al comando di tenenza di Bobbio, non fu più rintracciata

    La macchina, si scoprirà più tardi, era stata rubata a Lodi il 27 Settembre 1973 a Massimo Allegri, fratello di una presunta brigatista rossa.

    Ci si attende la liberazione di Sossi per questa mossa della magistratura, ma un comunicato dei GAP in cui si auspica la linea dura fa salire nuovamente la tensione.

    Il 26 Aprile 1974 un comunicato delle BR afferma che Sossi sta parlando, soprattutto sul processo alla 22 Ottobre.

    Il 28 Aprile 1974 riprendono le indagini della magistratura, ma in mancanza di indizi sembra che si proceda a caso.

    Nonostante la polizia blocchi le conferenze stampa e l’afflusso di notizie ai media, tutti i quotidiani continuano a parlare del sequestro, tanto da far conquistare a Mario Sossi la prima posizione (che manterrà per oltre un mese) della speciale classifica di Panorama “VIP PARADE – Termometro della Popolarità”, compilata sul numero di citazioni sui principali quotidiani italiani.
    Sossi in un mese ne raccoglierà 2137, surclassando Eddy Merckx (509) e Kissinger (505).
    Al quarto posto Francesco Coco con 486.

    Alberto Franceschini sul sequestro Sossi

    “Avevamo cominciato a preparare il rapimento del sostituto procuratore della Repubblica di Genova Mario Sossi un anno prima, nella primavera del 1973, quando i compagni di Torino avevano appena sequestrato Bruno Labate e stavano progettando l’azione Amerio. Milano era la città dove eravamo nati e sarebbe bastato uno di noi a tenere le fila dell’organizzazione, della colonna. Restò Mario. Io mi trasferii a Genova e nel “lavoro” mi aiutarono via via altri compagni: Mara, Renato, Fabrizio, Maurizio, Roberto, Alfredo, il Nero.”

    Mario Moretti sul sequestro Sossi

    “È la prima grande azione armata contro lo Stato e ha un grandissimo effetto. È uno scontro reale, vissuto, visibile, piccolo ma emblematico, con lo Stato vero, con la magistratura, con la polizia, con i carabinieri. Affascina molti, ha un’eco straordinaria nella stampa. È con Sossi che conquistiamo il terreno dei media.”

    Renato Curcio sul sequestro Sossi

    “Il magistrato genovese era una buona incarnazione della giustizia asservita al potere politico democristiano e il suo sequestro ci sembrò la mossa giusta per alzare il tiro senza affrontare rischi eccessivi. Poi avevamo un obiettivo interno: quello di creare un nostro fronte di intervento anche a Genova, conquistandoci sul posto una certa area di consensi.”

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  • 29 Settembre 1972

    Marco Pisetta scrive il memoriale sulle Brigate Rosse.

    (altro…)

  • 7 Maggio 1972

    Si svolgono le Elezioni Politiche anticipate. (altro…)

  • 15 Marzo 1972

    Il corpo di Giangiacomo Feltrinelli viene trovato a Segrate (MI).

    Mentre a Milano è in corso il XIII Congresso del PCI, viene trovato il corpo di Giangiacomo Feltrinelli dilaniato dal tritolo ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate (Milano). L’editore milanese, fondatore e capo dei GAP (Gruppi di azione partigiana), era in rapporti sia con le BR sia col Superclan. Secondo la polizia, Feltrinelli è morto in modo accidentale, mentre collocava un ordigno sul traliccio per un attentato che avrebbe provocato un black out elettrico su Milano; secondo la sinistra extraparlamentare, l’editore rivoluzionario sarebbe stato assassinato.

    Il corpo non viene riconosciuto subito, nella tasca della giubba di foggia militare viene ritrovato un documento di identità a nome di Vincenzo Maggioni, 46 anni, di Novi Ligure. All’anagrafe della cittadina piemontese però non risulta alcun cittadino con questo nome.

    Soltanto in serata si comincerà ad associare il corpo a Giangiacomo Feltrinelli, alla caserma dei carabinieri di Via Boscova. La conferma arriverà però solo il giorno dopo, quando si scopre che all’ufficio carte d’identità della questura era stata depositata a nome dell’editore una fotografia uguale a quella sul documento.

    Dopo un mese di indagini condotte dal capo dell’Ufficio politico della Questura Allegra, la polizia arriva a identificare alcuni collaboratori di Feltrinelli, e a scoprire un covo in via Subiaco, dove vengono arrestati Giuseppe Saba e Augusto Viel del gruppo genovese “XXII Ottobre”. L’intestataria dell’appartamento-covo è Bruna Anselmi, falsa identità della brigatista Paola Besuschio: dipendente della Sit-Siemens iscritta alla Uil, nonché nuova partner del clandestino Mario Moretti.

    Il timer difettoso che ne causa la morte è identico a quello utilizzato per l’attentato all’ambasciata di Atene del 2 Settembre 1970.

    Le Brigate Rosse emetteranno un comunicato sulla morte di Feltrinelli il 30 Marzo 1972.

    Antonio Bellavita, succeduto ad Emilio Vesce nella direzione del periodico «Controinformazione» ricostruirà su nastri la sua ricostruzione della morte di Feltrinelli.

    Il materiale verrà ritrovato in un covo delle Brigate Rosse a Robbiano di Mediglia il 15 Ottobre 1974.

    Trascrizione dei nastri di ‘Controinformazione’ sulla morte di Feltrinelli

    Vanno… Salgono sulla loro macchina… vanno verso il luogo fissato dell’appuntamento. Lì parcheggiano l’automobile, scendono e si mettono a passeggiare; poco dopo sul luogo fissato dell’appuntamento, che era vicino al cinema «Vox» poco dopo vedono il pullmino parcheggiato più in là e Osvaldo che aspetta. Salgono sul pullmino con Osvaldo e si dirigono verso Segrate. Il luogo dove si dirigevano non era loro noto, ma era noto sin dal Sabato precedente l’obiettivo. Cioè l’obiettivo della serata. Infatti ne discussero con lui Sabato stesso in presenza di altri compagni. A loro quindi era noto cosa andavano a fare, ma non dove andavano a farlo. Nella serata di Sabato avevano espresso, insieme agli altri, la propria opinione circa il tipo di obiettivo che dovevano mettere in atto, ma Osvaldo era stato in grado di imporre lo stesso, comunque, la cosa. Quella sera si trattava di una opposizione di tipo psicologico, ed in parte anche politico; infatti accusa i due di mancanza di coraggio e di cattiva volontà. Il giorno precedente il 13, li mando infatti in giro intorno a Milano, verso, dalle parti, in direzione di Bergamo per ricercare dei tralicci, con il compito di localizzarli, misurarli, calcolarne le dimensioni, e per metterli insieme alla lista di possibili obiettivi della giornata. I due infatti fecero tutto questo, andarono verso Bergamo, e individuarono un grossissimo traliccio di cui presero le misure. Si infangarono anche, solo che… Osvaldo poi disse che il traliccio era troppo distante da Milano, troppo lontano e che lui aveva già provveduto a questo. Sembra che volesse semplicemente mettere alla prova la… Volontà di collaborare dei due amici. Loro di questo in fondo ne erano da un lato coscienti e dall’altro tendevano a dimostrare la loro volontà. Il rapporto tra i tre è abbastanza strano, Osvaldo era una persona che faceva di tutto per dimostrare agli altri di essere più proletario di loro, o almeno quanto loro. Sembra che non si lavasse per intere settimane, ma loro dicono addirittura mesi, questo per annerire le mani, renderle callose, per ridurre il suo volto e le sue mani stesse così a livello degli operai che lavorano nelle fabbriche. Anche il suo modo di vestire, di atteggiarsi, di comportarsi in pubblico era un modo di… era un modo che… esprimeva questa… queste forti volontà di assomigliare alla classe… di rendersi il più possibile simile… confondibile con la classe operaia. I due amici erano da un lato meravigliati , dall’altro certamente affascinati da questo personaggio che loro sapevano chi fosse, ma di cui dovevano… con il quale dovevano fingere di non sapere chi fosse. Indubbiamente li affascinava, era un uomo importante, un personaggio sulla bocca di tutti, ricchissimo, il suo comportamento da padrone, il suo continuo attaccarsi a loro, costringerli all’azione, indubbiamente esercitava su di loro un… rapporto antitetico, ma è indubbio il fascino che ha esercitato non solo sui due amici, ma anche sugli altri. Ma torniamo al traliccio, verso le 7,30 circa, grosso modo, si incontrano con Osvaldo e salgono sul pullmino e partono.

    Osvaldo è teso, molto nervoso, sembra che durante la strada avessero anche rischiato… di fare un paio di incidenti stradali, tanto che uno dei due gli disse di fermarsi. Parlava a scatti, poi Osvaldo e il secondo si misero a scherzare a dire battute spiritose, e poi cominciarono a parlare di quello che avrebbero fatto dopo, l’indomani. Tutta l’attenzione del momento veniva proiettata a… a quello che sarebbe successo dopo il fatto, più tardi, dopo l’azione della sera. L’indomani, disse Osvaldo, i due avrebbero dovuto andare in giro a cercarsi un appartamento, localizzarlo e individuare una base dove avrebbero dovuto incominciare a costruire la loro base operativa. Poi parlarono delle azioni da fare, di come organizzarsi, di tutto quello che era… era già in atto, della sua organizzazione. Bisogna ricordare però, che Osvaldo sembra fosse uno che guidava sempre molto male, così non stupisce che anche questa sera fosse così maldestro nella guida. Ma indubbiamente questa sera qui si andava… andava all’appuntamento con un azione… ad un appuntamento da solo, con due inesperti, andava ad una verifica con sé stesso, di fatto… Gli altri, i compagni più esperti coloro che potevano dargli una mano, erano altrove. Osvaldo era vestito con un cappotto elegante, non fecero caso al pantalone e alle scarpe che indossava, ma finché era un viaggio, nel pullmino, sembrava vestire in maniera normale, come gli altri.

    Arrivano sul posto e portano il pullmino vicino al campo distante dal traliccio circa qualche centinaio dicono 500 metri; lì lo fermarono, scendono dal pullmino e Osvaldo entra nel pullmino dalla parte posteriore, cioè all’interno, e dice agli altri di aspettare. Sta dentro un 10 minuti circa. Grosso modo sono arrivati sul posto attorno alle otto e venti, più o meno. Quando esce dal pulmino, gli altri lo guardano stupiti perché, tolto il cappotto ha indossato una casacca di tipo militare, dicono che è vestito come un «castrista», non dicono nulla ma notano i pantaloni con le sacche, la giacca con molte tasche, come un castrista dicono. La cosa li stupisce un poco, però è nello spirito… nella psicologia del personaggio anche questo atteggiarsi. Scaricano tutti gli oggetti dal pulmino e vanno verso il traliccio, il tempo è umido, pioviggina un poco o è umido. È quasi buio, si vedono delle luci in lontananza, i due non riescono a comprendere o a localizzare bene la natura delle luci. Ci sono delle case in fondo. Il tragitto dal pullmino al traliccio avviene con difficoltà, perché le scarpe sprofondano nel terreno molle. Giunti sul posto portano a quanto pare, il materiale del… di entrambi… o del primo o di entrambi tralicci, questo non è chiaro. Comunque, giunti sul posto, iniziano il lavoro. I due si occupano dell’ agganciamento dei candelotti di dinamite a pacchetti di otto – sembra – attorno al primo pilastro. Questi candelotti vengono schiacciati all’interno del pilastro, compressi con delle tavole di legno e legati con del filo di ferro. Da questo pacchetto di candelotti, esce un filo già preparato, che viene appeso ad uno dei tiranti del traliccio. A questo punto sembra che Osvaldo si renda conto che i fili di collegamento ai cavi elettrici sono troppo corti, si incazza, bestemmia, decide di usare tutto il materiale dei due tralicci programmati per farne uno solo, e di fare una cosa in grande. Va quindi verso il pullmino, porta tutto il materiale del traliccio… del secondo traliccio. Il programma è quello di mettere cariche ovunque; in pratica le tre o le quattro – non è chiaro – cariche del primo traliccio dovrebbero venire… dovrebbero essere applicate alle zampe del traliccio stesso. Le altre tre o quattro cariche del secondo traliccio progettano, su consiglio del primo dei due accompagnatori, di attaccarla i tiranti superiori, cioè alla… alla… ai longheroni della piattaforma orizzontale che dista da terra circa due metri e mezzo.

    Si accingono a questo lavoro, Osvaldo, sempre su consiglio del primo decide che la cosa migliore da fare è quella di andare in alto e applicare lì, subito, tutti i congegni. Va quindi verso l’alto, il lavoro è difficoltoso, bisogna scalare il traliccio. Osvaldo quindi sale sul traliccio e si mette al centro della… del longherone orizzontale, per passare il materiale. Il primo consiglia di fare una scala, una catena cioè per passare il materiale. Osvaldo si trova in alto appollaiato con le gambe all’interno, che penzolano all’interno del traliccio, la schiena all’esterno, seduto. Il primo resta per terra quasi sotto Osvaldo, a distanza di tre metri circa, tutti i sacchetti sono disposti per terra, il secondo si mette a metà strada dai due sul traliccio, cioè un braccio, il braccio destro, è attorno al… al… al pilastro portante destro. I piedi sono sul… sul… ai longheroni e sui tiranti inferiori, l’altro braccio è libero gli serve per prendere il materiale e passarlo a Osvaldo. Il… Il pilastro già minato è quello di sinistra, quindi Osvaldo si trova in alto con le gambe all’interno, penzoloni, seduto; il secondo si trova in terra, il terzo… il primo cioè, si trova a metà strada tra Osvaldo ed il secondo, in piedi sul traliccio con il braccio destro attorno al… al… pilastro portante destro, saldamente agganciato a questo pilastro. Passano allora per primo i candelotti, poi la pila, poi l’orologio; ricevuto il primo orologio sentono Osvaldo imprecare, l’orologio è rotto, non è funzionante. Sembra che si sia staccato… staccata la saldatura posteriore, quella sulla cassa o qualcosa del genere. Comunque l’orologio non è in buone condizioni, Osvaldo impreca, getta a terra sotto di sé l’orologio dove verrà probabilmente trovato. Si fa passare il secondo orologio, il secondo compagno cerca il secondo orologio nel cassetto dove erano contenuti, lo passa al primo che lo passa ad Osvaldo. Poi il secondo compagno volta le spalle ad Osvaldo si mette cioè di spalle al traliccio, e, accucciato per terra sulla punta dei piedi, guarda in lontananza le luci, in fondo, per vedere se qualcuno si avvicina, se qualcosa si muove.

    Il primo passa l’orologio ad Osvaldo; all’inizio il… Osvaldo aveva il… candelotti di dinamite, della carica che serviva a far saltare il longherone centrale; in mezzo alle gambe, tra le due gambe strette. Poi la posizione scomoda lo fa muovere, si trova impacciato nella posizione, impreca, allora si muove, sposta i candelotti all’esterno non più fra le due gambe. Si suppone probabilmente sotto la prima gamba, cioè la gamba sinistra. È in questa posizione seduto con i candelotti sotto la gamba in modo che li tiene fermi che dovrebbe… che sembra che prepari l’innesco, cioè il congegno di scoppio. Tutto il progetto era quello di preparare il congegno, sistemarli, poi agganciare i candelotti al tutto, far pendere i fili e agganciare alla fine il tutto assieme agli altri posti sui piloni. Il… è in questo momento che il primo, quello a mezz’aria sul traliccio, sente uno scoppio fortissimo, uno scoppio secco, viene investito dall’esplosione, ma si aggrappa fortemente con il braccio al pilastro, il braccio destro, sente un dolore sulla… nell’orecchio sinistro, cade per terra, o almeno si cala per terra, guarda verso l’alto ma non vede nulla, guarda verso il basso e vede Osvaldo a terra, rantolante, la sua impressione immediata è che abbia perso entrambe le gambe. Si scuote, va dall’altro. L’altro si sente investire da un forte colpo, ha un dolore forte alla gamba, più che un dolore un colpo caldo, alla coscia destra, viene buttato in terra dal colpo. L’altro va da lui immediatamente e gli dice: «Osvaldo… Osvaldo non c’è, è scoppiato», l’altro guarda in alto, e non vede nulla, allora guarda per terra, e vede Osvaldo. Il problema delle gambe, uno dice: «ha perso entrambe le gambe», poi gli sembra di ricordare che una delle gambe, la gamba destra, si è rovesciata sotto il corpo cioè in posizione che vedrà dopo. La gamba sinistra non c’è, è troncata; il secondo ricorda il particolare del braccio, il braccio destro di Osvaldo rattrappito sul petto con la mano rivolta all’esterno. Non riescono a capire esattamente cosa è successo e come, i due terrorizzati scappano, il primo… il secondo cioè urla il primo lo richiama, sente un forte dolore all’orecchio, non sente più nulla, ha l’occhio gonfio, investito dall’onda dell’esplosione. Poi lo richiama, fanno pochi metri, circa 10-15 metri, poi ritornano indietro, Osvaldo sta rantolando, ancora per pochi minuti, poi ha un ultimo rantolo forte e non sente più nulla.

    Sono terrorizzati, non sanno che cosa fare, il pullmino, poi non ci pensano, scappano attraverso i campi aiutandosi l’un l’altro, arrivano sulla strada, non si sa quanto tempo ci mettano ad attraversare il campo. L’esplosione avviene verso le nove meno dieci, nove meno cinque circa, più tardi che prima. Questo particolare viene notato dal primo che ricorda di aver guardato l’orologio perché aveva promesso di tornare verso le otto e mezza a casa, si accorge che le otto e mezza erano già passate e in quell’attimo, quando vede l’orologio che segnava circa le nove, che sente l’esplosione. I due arrivano vicino al ciglio della strada, salgono e piano piano si avvicinano… si avviano sulla strada. In quel mentre passano delle persone, allora cercano di darsi un’aria così… normale, si mettono a parlare di sport. Sono molto nervosi, stanchi, spaventati stranamente, anche a quel modo, il ferito non perde molto sangue. Il colpo, un taglio grosso circa cinque, sette o otto centimetri per quattro, lo colpisce sulla parte estera della coscia destra… della coscia destra. Non colpisce delle vene grosse, perde poco sangue, però il dolore incomincia a farsi sentire. Zoppicando arrivano vicino alla stazione degli autobus che li porta verso Milano, e lì salgono sull’autobus e si mettono nei sedili dietro. Il primo si mette alla destra del secondo in modo da nascondere la ferita, come prima facevano quando camminavano. Quando scendono dall’autobus, arrivati alla stazione, ripuliscono con il fazzoletto il sedile, un poco sporco di sangue, lì scendono, e vicino alla stazione li mette… lì lascia il primo ai giardini per andare a cercare la sua macchina, per aiutarlo. Il primo, nella tragedia è ancora abbastanza fiducioso, ricorda che Osvaldo gli aveva parlato di Ospedale, di una organizzazione complessa ed attrezzata, che era in grado di affrontare questo genere di problemi, rincuora il secondo dicendogli: «Coraggio, vedrai che sistemeremo tutto, adesso ci pensiamo noi, andiamo dall’amico… e ci pensiamo noi a sistemarci, mettiamo a posto tutto». La tragedia e lo sconforto era troppo, quando si accorgeranno che non c’è nulla, che nessuno è in grado di aiutarli, che gli avevano… che dovranno con pochi compagni, provvedere da soli a sistemare tutto. Quella sera Osvaldo non portava la rivoltella che era… che portava abitualmente, quasi sempre. Infatti, era il tipo di obiettivo ove andavano, sembra che avessero deciso di non portarsi… non portare con sé armi, questo parrebbe sotto il consiglio…. con il consiglio… o grazie al consiglio del primo dei due compagni. Il particolare della gamba rivoltata sotto il corpo, non è molto chiaro, lui dice di non aver visto più la gamba e di essersi accorto solo in un secondo momento che la gamba destra era sotto il corpo, rovesciata all’indietro, però dato il particolare stato di tensione nervosa, non è assolutamente attendibile, o almeno questo fatto può essere semplicemente un errore del compagno stesso. Tutto il fatto, si è svolto dal momento dell’arrivo al momento dello scoppio, nell’arco di circa 40 minuti, il tempo è stato necessario… tutto questo tempo è stato necessario, per fare tutto quello che… che è successo, in quanto ci sono voluti vari minuti per andare e venire dal pullmino un paio di volte, in particolare nella seconda fase, quando Osvaldo ha dovuto tornare al pullmino a prendere il materiale restante.

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    15 Marzo 1972

    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 16 Aprile 1970

    Prima interferenza dei G.A.P.

    Alle 20.33 del 16 aprile 1970 per la prima volta una voce si inserisce nel telegiornale, proprio mentre Tito Stagno illustra il rientro della sfortunata missione degli astronauti dell’Apollo 13 e l’interferenza viene chiaramente ascoltata in alcun zone di Genova, particolarmente a Marassi, Sampierdarena e Cornigliano.

    Gli autori dell’operazione si presentano con un testo trasmesso che ha la caratteristica dello slogan:

    “Questa e’ radio Gap, del gruppo XXII Ottobre. Qui Gap. Il fascismo e’ risorto. Ricordiamo i fatti del luglio 1960 (Tambroni). Prepariamoci a scendere in lotta. Morte ai fascisti e ai padroni”.

    Il messaggio ha come sottofondo le note di “Bandiera rossa”, mentre la voce clandestina invita ad impedire che il sabato successivo si svolga una manifestazione a Genova del segretario del Movimento sociale italiano, Giorgio Almirante.

    I disturbatori avevano raggiunto i ripetitori del Monte Fasce, alle spalle di Genova. Verranno chiamati “Tupamaros della Val Bisagno“, ma in realtà erano i precursori delle BR guidati dall’ “ideologo” Mario Rossi: qualche mese più tardi si renderanno responsabili del rapimento di Sergio Gadolla, primogenito della famiglia allora più ricca di Genova, e dell’ omicidio del fattorino Alessandro Floris.

    Parlavano a nome di “Radio Gap“, Gruppi di azione partigiana, la stessa sigla dell’ organizzazione terroristica di Giangiacomo Feltrinelli, che in quei giorni mise a segno altre interferenze nei Tg1.

    Il telegiornale della sera del 16 aprile 1970 viene aperto con la notizia che a Strasburgo il Consiglio d’Europa, con quindici voti (compreso quello italiano) su diciassette, ha invitato il regime di Atene a ristabilire immediatamente i diritti dell’uomo e a ripristinare le libertà costituzionali, oltre a desistere immediatamente da ogni pratica di tortura. Passando alle notizie dall’interno, informa della querela presentata dal commissario Luigi Calabresi contro Pio Baldelli, direttore responsabile di «Lotta Continua», che aveva pubblicato un articolo in cui si accusava il commissario della questura milanese della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli.

    Inoltre, in Calabria si svolge lo sciopero regionale per le riforme, mentre a Roma gli studenti hanno violentemente contestato la presenza all’università La Sapienza di Melvin Calvin, noto per aver perfezionato il napalm utilizzato in Vietnam. Poi, mentre s’informa la nazione dell’elezione dell’industriale tessile Renato Lombardi alla presidenza della Confindustria in sostituzione di Angelo Costa, una voce s’inserisce nel telegiornale: «Attenzione: qui Radio GAP, Gruppi di azione partigiana…».

    Panico in RAI, sconcerto nelle case di milioni di italiani, la maggior parte dei quali non capisce bene cosa stia accadendo: prove tecniche di trasmissione per un nuovo canale? Ma quali prove tecniche, quelli parlano di comunismo!

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  • Dicembre 1969

    Riunione tra Curcio, Feltrinelli, Simioni e Lazagna

    Alla fine del 1969, a Rocchetta Ligure (Alessandria), nell’abitazione dell’avvocato Giovanbattista Lazagna (ex partigiano, medaglia d’oro della Resistenza, militante di estrema sinistra), si riuniscono Feltrinelli, Curcio, Simioni e lo stesso Lazagna, per discutere di lotta armata e «della unificazione dei vari gruppi rivoluzionari operanti nel Paese sotto un’unica direzione militare».

    Ma «le divergenze sulla valutazione politica del momento e la tattica da adottare per il conseguimento dello scopo che tutti certamente accomuna» impediscono un accordo, anche se non ostacolano un certo grado di collaborazione. Curcio e Simioni partecipano all’incontro in rappresentanza del Cpm, e sostengono che si può sfruttare la legalità ancora per qualche anno, sia per continuare a politicizzare le masse, sia per costruire, dietro la copertura del gruppo legale, una organizzazione logistica clandestina in modo da essere poi adeguatamente preparati a condurre la guerriglia.

    «Feltrinelli invece proponeva il passaggio alla completa clandestinità, nel senso che i componenti dei gruppi clandestini dovevano rompere ogni contatto con la famiglia e i movimenti ufficiali»

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  • 12 Dicembre 1969

    Strage di Piazza Fontana

    Alle ore 16:37 una bomba scoppia nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone (quattordici sul colpo) e ferendone altre ottantotto.

    È l’inizio di quella che verrà definita “strategia della tensione”: suscitare e fomentare – mediante stragi, delitti, provocazioni, scontri fra “opposti estremismi” (extrasinistra sovversiva, e ultradestra eversiva) – allarme e paura sociale, in modo da fermare le lotte sindacali e l’avanzata elettorale del Partito comunista riportando al centro gli equilibri politici. È la tecnica della “guerra psicologica”, sintetizzata nell’assunto «Destabilizzare per stabilizzare».

    La regia della strategia della tensione è di matrice atlantica, la gestione è affidata alle forze anticomuniste, e l’attuazione si avvale di precisi segmenti degli apparati di sicurezza.

    Nove anni dopo, dalla prigione brigatista, Aldo Moro scriverà:

    “La cosiddetta strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi d’informazioni”.

    Nei primi attimi dopo l’attentato non ci si rende conto della reale natura della deflagrazione, tant’è che si diffonde la notizia non dello scoppio di una bomba, bensì quella dell’esplosione della caldaia della banca stessa.

    Le successive esplosioni e i segni evidenti dello scoppio di un ordigno tuttavia smentiscono quasi subito le prime voci circolate e mettono i milanesi e il resto del Paese davanti alla tragica realtà dei fatti.

    L’ordigno era stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo degli sportelli. La potenza dell’esplosione è testimoniata dagli effetti distruttivi sui locali devastati.

    I nomi delle vittime della strage sono:

    • Giovanni Arnoldi
    • Giulio China
    • Eugenio Corsini
    • Pietro Dendena
    • Carlo Gaiani
    • Calogero Galatioto
    • Carlo Garavaglia
    • Paolo Gerli
    • Luigi Meloni
    • Vittorio Mocchi
    • Gerolamo Papetti
    • Mario Pasi
    • Carlo Perego
    • Oreste Sangalli
    • Angelo Scaglia
    • Carlo Silva
    • Attilio Valè

    Alla proditoria strage fascista di piazza Fontana fanno seguito pressioni americane sui vertici istituzionali per il ricorso a misure eccezionali; ma la mobilitazione unitaria dei lavoratori impedisce la proclamazione dello stato d’assedio.

    La strage milanese sembra finalizzata anche a provocare il ricorso alla lotta armata da parte dell’ultrasinistra per innescare una reazione a catena. La manovra ha un parziale successo: l’editore milanese di estrema sinistra Giangiacomo Feltrinelli, convinto che le forze reazionarie stiano preparando un colpo di Stato, si dà alla clandestinità munito di un passaporto falso, e nella primavera del 1970 forma i primi nuclei armati, i Gap (Gruppi di azione partigiana), a Milano, Genova, Torino e Trento.

    Nel CPM si intensificano le riunioni ristrette per decidere tempi e modi del passaggio alla clandestinità e alla lotta armata. E i servizi d’ordine delle organizzazioni extraparlamentari accentuano le loro caratteristiche paramilitari.

    Renato Curcio ricorda così la strage:

    «Nel Collettivo, con sede in un vecchio teatro in disuso in via Curtatone, si cantava, si faceva teatro, si tenevano mostre di grafica. Era una continua esplosione di giocosità e invenzione. Con la strage il clima improvvisamente cambiò. […]

    Quel pomeriggio stavo andando a piedi nella sede, quando mi trovai circondato da poliziotti col mitra puntato: «Fermo, arrenditi». Mi portarono in questura dove mi tennero chiuso in una stanza con altri malcapitati. Avevo orecchiato vagamente dell’esplosione e dei morti.

    Dopo cinque o sei ore, un funzionario mi chiamò: mi chiese se ero Curcio Renato e, senza interrogarmi, disse che potevo andare… Siamo arrivati a un livello di scontro molto aspro, ci dicemmo. Si tratta di una svolta che ci lascia aperte solo due strade: mollare tutto, oppure andare avanti, ma attrezzandoci in modo del tutto nuovo…

    Verso la fine di dicembre, con una sessantina di delegati del Collettivo, ci riunimmo nella pensione Stella Maris di Chiavari. Dopo due giorni di dibattito decidemmo di trasformarci in un gruppo più centralizzato, che chiamammo “Sinistra proletaria”. E nel documento elaborato, il cosiddetto “Libretto giallo”, introducemmo per la prima volta una riflessione sull’ipotesi della lotta armata».

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