Tag: Giovanni D’Urso

  • 15 Gennaio 1981

    Viene rilasciato dalle Brigate Rosse il giudice Giovanni D’Urso.

    Alle ore 8 del 15 gennaio il giudice D’Urso viene trovato, vivo e incolume, incatenato all’intemo di una 128 parcheggiata a Portico d’Ottavia (nel Ghetto ebraico di Roma), a poca distanza dal ministero della Giustizia.

    Il sequestro D’Urso è stato concepito, organizzato e diretto da Mario Moretti. Nell’occasione il capo delle Br ha avuto come braccio destro il brigatista Giovanni Senzani (criminologo, e in quanto tale esperto di problemi carcerari).

    Lo confermerà alla magistratura il brigatista Roberto Buzzati, il quale ricostruirà i vari retroscena dell’operazione.

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  • 14 Gennaio 1981

    Viene diffuso il comunicato n°10 delle Brigate Rosse sul sequestro D’Urso.

    I terroristi affermano che «gli obiettivi politici e materiali che la campagna di attacco iniziata con D’Urso si prefiggeva sono stati ampiamente conseguiti… Le Br hanno conseguito una grande vittoria», per cui «la giustizia proletaria acconsente a un atto di magnanimità. La sentenza viene sospesa e il prigioniero D’Urso viene rimesso in libertà».

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  • 13 Gennaio 1981

    Le Brigate Rosse fanno pervenire all’”Avanti!” una lettera di Giovanni D’Urso.

    L’apprezzamento dei terroristi per la posizione del PSI si concretizza nel recapitare al direttore dell’“Avanti!”, Ugo Intini, una lettera di D’Urso; nello scritto, il prigioniero plaude alla decisione del quotidiano socialista di pubblicare i comunicati voluti dalle Br, e conclude la missiva con queste parole: «Qualora non dovessi più vedere mia moglie, voglia essere lei, direttore, a dirle della mia gratitudine per quello che ha fatto, su nient’altro poter contare che non fosse la forza del suo amore per me e per le nostre figlie».

    I quotidiani “Il Messaggero”, “Il Lavoro”, “La Nazione” e “il manifesto”, come “l’Avanti!”, pubblicano i testi voluti dai terroristi. Radio radicale fa altrettanto. E dagli schermi della Rai-Tv, nello spazio di una “Tribuna politica flash” riservata al Partito radicale, la figlia del magistrato, Lorena D’Urso, legge una parte dei comunicati, compresa quella che definisce «boia» suo padre.

    I maggiori quotidiani mantengono il black-out, ma le Br morettiane, in una inedita versione “umanitaria”, sono indulgenti e si accontentano.

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  • 10 Gennaio 1981

    Le Brigate Rosse divulgano il comunicato n. 9 sul sequestro D’Urso.

    Contiene uno sprezzante attacco alla “linea della fermezza” (cioè al PCI), e un ultimatum: «Noi non abbiamo alcuna intenzione di prolungare la prigionia di D’Urso oltre il necessario, e se entro 48 ore dalla pubblicazione di questo comunicato non leggeremo integralmente sui maggiori quotidiani italiani i comunicati degli organismi di massa di Trani e Palmi che sono stati emessi, daremo senz’altro corso all’esecuzione della sentenza a cui D’Urso è stato condannato».

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  • 6 Gennaio 1981

    Una delegazione di parlamentari del Partito radicale si reca in visita alle supercarceri di Palmi e Trani.

    Dalla direzione del penitenziario pugliese il deputato radicale Franco De Cataldo ha contatti telefonici con il ministro della Giustizia Adolfo Sarti (il quale di lì a poco verrà coinvolto nello scandalo P2).

    Intanto i direttori dei maggiori quotidiani italiani respingono il ricatto brigatista decretando «il completo silenzio stampa sulle richieste dei terroristi rapitori di D’Urso»; altre testate minori mostrano invece disponibilità. La situazione si fa drammatica, la classe politica è spaccata.

    I parlamentari radicali rendono noto il comunicato firmato dal “Comitato unitario di campo” del carcere di Palmi, alla cui pubblicazione i terroristi subordinano «la sospensione della condanna a morte» del giudice D’Urso. Il documento è un farneticante proclama che attacca la «suburra criminale democristiana» e le «stupide iene revisioniste» del PCI, approva la condanna a morte del «boia D’Urso» decisa dalle Br, ma infine precisa: «Tuttavia, poiché la forza del movimento rivoluzionario è tale da consentire atti di magnanimità, noi acconsentiamo alla decisione presa dalle Brigate rosse di rilasciare il boia D’Urso alla condizione che questo comunicato, come quello dei compagni di Trani espressione del più generale movimento dei proletari prigionieri organizzati nei vari Organismi di Massa Rivoluzionari, vengano resi pubblici sui canali della comunicazione sociale».

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  • 4 Gennaio 1981

    Le Brigate Rosse diffondo il comunicato n°8 sul sequestro D’Urso.

    «L’interrogatorio del boia D’Urso è giunto a conclusione e ha confermato in pieno il suo ruolo infame di massacratore di proletari», scrivono i terroristi. «Questo “tecnico” chiamato a Roma e istruito dai maiali del ministero di Grazia e giustizia ha saputo svolgere fino in fondo la parte che la borghesia imperialista gli ha affidato… D’Urso è stato il più vile e feroce dei servi della banda imperialista al governo!».

    Scontata la “sentenza”: «Per noi e per il movimento rivoluzionario il processo D’Urso si chiude qui. Di fronte alla morte fisica e politica di centinaia di proletari prigionieri che D’Urso ha cinicamente perseguitato in questi anni, e alla piena consapevolezza che aveva del suo ruolo, la sentenza non può che essere di condanna a morte».

    Ma in chiusura di comunicato, ecco il colpo di scena: «La condanna a morte di D’Urso è sicuramente giusta, ma l’opportunità di eseguirla o di sospenderla deve essere valutata politicamente…». In sostanza, il ricatto brigatista è il seguente: in cambio della vita di D’Urso, i comunicati dei “Comitati di lotta” di Trani e Palmi dovranno essere pubblicati integralmente «sui maggiori quotidiani italiani, così come avevano chiesto i proletari di Trani in lotta».

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  • 1 Gennaio 1981

    Viene emesso il comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul sequestro D’Urso, in merito all’omicidio Galvaligi del giorno prima.
    La magistratura romana dispone l’arresto di Mario Scialoja, giornalista dell’Espresso.

    «La lotta dei proletari prigionieri continua. Il giorno 31-12-1980, alle ore 19.15, un nucleo armato della nostra Organizzazione ha giustiziato il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi… Era il braccio destro di Dalla Chiesa da tempi molto lontani. Insieme al suo degno compare aveva organizzato l’Ufficio di coordinamento per i servizi di sicurezza nelle carceri e, in concreto, aveva realizzato e pianificato le modalità della strategia di guerra nel carcerario… Galvaligi rappresentava la continuità della linea dell’intervento dei carabinieri dentro il ministero di Grazia e giustizia e, proprio per questo, il boia D’Urso lo conosceva bene. Erano due facce della stessa medaglia. La battaglia iniziata con la cattura del boia D’Urso continua, e nel proseguimento di essa le Brigate rosse sono incondizionatamente al fianco dei Proletari in lotta».

    Lo stesso 31 dicembre la magistratura romana dispone l’arresto del giornalista de “L’Espresso” Mario Scialoja. Il provvedimento è originato da un clamoroso scoop, firmato appunto da Scialoja, che il settimanale si appresta a pubblicare: alcuni brani degli interrogatori di D’Urso, una foto a colori del magistrato prigioniero, e il testo di un’autointervista curata dalle stesse Br. Tutto materiale che Scialoja sostiene essergli stato consegnato da un anonimo brigatista attraverso il collega giornalista Giampaolo Bultrini (il provvedimento di arresto colpirà anche quest’ultimo). La magistratura accusa i due giornalisti di favoreggiamento personale e falsa testimonianza, poiché non crede alla loro versione dei fatti (il brigatista anonimo verrà poi identificato in Giovanni Senzani).

    Il brigatista Buzzati ricorda:

    «Ricordo che il Senzani fu contento quando arrestarono [i giornalisti de “L’Espresso”] Scialoja e Bultrini, in particolare per lo Scialoja… Le Br ce l’avevano con Scialoja, e spesso si erano chieste chi mai fornisse allo Scialoja stesso le numerose, particolareggiate e esatte notizie che, in tema di Br, egli andava pubblicando… [Senzani] conosceva da tempo il Bultrini, e fu questi a metterlo in contatto con Scialoja… Comunque, Senzani era risentito con Moretti perché lo aveva esposto al rischio di questi incontri con Bultrini e Scialoja, facendolo scoprire. A proposito dei rapporti Moretti-Senzani, devo dire che il primo aveva notevole autorità sul secondo: Moretti era l’unico di fronte al quale il Senzani, riconoscendone l’autorità [dì capo delle Br, ndr], si piegava – con gli altri, o aveva ragione lui, o litigava. Il questionario dell’intervista fu compilato da Scialoja, ad alcune domande non fu data risposta perché ritenute inutili; altre furono poste in ordine diverso da quel lo originario. Le risposte furono date, ufficialmente, dall’esecutivo, ma in talune è riconoscibile lo stile un po’ retorico e per metafore di Moretti»

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  • 29 Dicembre 1980

    I reparti speciali dei carabinieri penetrano nel supercarcere di Trani.
    Viene diffuso dalle Brigate Rosse il comunicato n°6 sul sequestro D’Urso.

    Con un blitz cruento, ma senza provocare vittime (il bilancio sarà di varie decine di feriti), riescono a domare la rivolta e a liberare gli ostaggi.

    Le Br, lo stesso giorno, diffondono il comunicato n. 6 contenente un minaccioso ultimatum: «Gli organi di stampa e i vostri mezzi radiotelevisivi devono smetterla di essere solo gli strumenti della contro-guerriglia psicologica, e essere una volta tanto mezzi di informazione: i comunicati emessi da Trani e da Palmi devono essere pubblicati immediatamente e integralmente».

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  • 28 Dicembre 1980

    Un’improvvisa perquisizione delle celle vanifica l’imminente evasione dei brigatisti dal supercarcere di Trani.
    Viene diffuso dalle Brigate Rosse il comunicato n°5 sul sequestro D’Urso.

    Una improvvisa perquisizione delle celle -probabilmente originata da una “soffiata” – vanifica l’imminente evasione dei terroristi del supercarcere di Trani. I brigatisti detenuti sono costretti a ripiegare su una frettolosa rivolta, durante la quale prendono in ostaggio 19 guardie carcerarie.

    Poi diffondono un lungo comunicato nel quale dettano «le condizioni che poniamo per liberare D’Urso e gli agenti di custodia che sono nostri prigionieri»: l’immediata chiusura dell’Asinara, la fine del circuito carcerario “speciale”, modifiche ai rigori del regolamento carcerario, e infine «la pubblicazione integrale di questo comunicato sui seguenti quotidiani: “La Stampa”, “La Repubblica”, “Corriere della Sera”, “Il Messaggero”, “La Nuova Sardegna”, “Il
    Tempo”, “Lotta continua”».

    Il comunicato dei terroristi detenuti si chiude con un monito: «Ribadiamo che le sorti di D’Urso e degli agenti di custodia che sono nostri prigionieri sono strettamente vincolati all’accoglimento di queste richieste… Ogni vostra mossa avventata pregiudicherebbe ogni possibilità di trattativa e metterebbe a repentaglio la stessa vita dei prigionieri».

    Le Br diffondono il comunicato n. 5, dal contenuto interlocutorio e tutto incentrato sulla chiusura del carcere dell’Asinara. I terroristi si dicono diffidenti («Le ipocrisie e le ridicole mistificazioni con cui si vuole inzuccherare il rospo che la lotta delle forze rivoluzionarie costringe la borghesia a ingoiare non ci riguardano»), e vogliono che all’annuncio del governo seguano i fatti concreti: «Siamo inguaribilmente materialisti e ci interessano solo le cose concrete; e l’unica cosa concreta che riguarda l’Asinara è: la sua chiusura immediata e definitiva».

    Il brigatista Buzzati commenta così:

    «Apprendemmo dalla televisione della rivolta di Trani. Eravamo io e i due fratelli Petrella. Io e Marina ne fummo contenti. Stefano invece andò in bestia, affermando che avrebbe dovuto essere un’evasione. A mia richiesta di spiegazioni, mi chiarì che l’organizzazione aveva fatto entrare nel carcere esplosivo, e aveva predisposto poi dei depositi di armi e delle macchine nelle vicinanze. Gli stessi detenuti avevano preso contatti, all’interno del carcere, con malavitosi del posto, che li avrebbero ospitati nell’immediatezza dell’evasione. L’operazione di Trani era prospettata in concomitanza con quella di D’Urso. La stessa sera, o l’indomani, arrivò a casa Senzani, e Petrella gli chiese come mai l’evasione si era trasformata in rivolta. Senzani rispose: “Domenica mattina gli hanno fatto una perquisizione e gli stavano per trovare la roba [gli esplosivi, ndr]. Sicché erano stati costretti ad anticipare i tempi, limitandosi a una rivolta”… Ho saputo dopo da Di Rocco che egli era stato mandato a Trani per noleggiare, con un documento falso, delle autovetture che sarebbero servite alla evasione e forse anche per il trasporto delle armi. Ci fu in seguito la repressione di questa rivolta. Io commentai questa rivolta come un errore tattico, cioè sul piano militare e anche strategico, perché non aveva alcuna incidenza sul carcerario. Petrella e Senzani asserivano che essa comunque rappresentava una vittoria per l’effetto di mobilitazione che essa aveva avuto sul proletariato prigioniero. Aggiungevano che se noi non avessimo avuto nelle mani D’Urso, la repressione si sarebbe trasformata in una strage […]».

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  • 25 Dicembre 1980

    La direzione del PSI, riunita dal segretario del partito Craxi, con un comunicato ufficiale chiede al governo di procedere all’immediata chiusura dell’Asinara.

    «Nelle circostanze attuali», precisa il documento socialista, «può apparire una concessione fatta al ricatto terrorista in cambio della liberazione del giudice D’Urso», e tuttavia «essa coincide con un adempimento assolutamente giustificato e da più parti», e comunque è «necessario offrire subito ai rapitori del giudice D’Urso l’occasione di evitare un ennesimo barbaro crimine».

    Senza infingimenti, dunque, i socialisti dicono sì al ricatto brigatista, e in caso contrario fanno balenare la possibilità di una crisi di governo.

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