Categoria: Brigate Rosse

  • 16 Luglio 1975

    A Torino viene arrestata Cesarina Carletti, di 63 anni come complice delle Brigate Rosse.

    Cesarina Carletti ha 63 anni, si guadagna da vivere dietro ad un banco di chincaglierie a Porta Palazzo, dove tutti la conoscono come «Nonna Mao». Durante la Resistenza è stata staffetta partigiana. L’accusa è di «apologia dell’associazione sovversiva e partecipazione»: più volte, dicono gli inquirenti, ha avuto contatti con brigatisti rossi, soprattutto con Buonavita, e la sua bancarella è stata sovente luogo di distribuzione dei comunicati dell’organizzazione: per questi reati l’arresto è obbligatorio. Alle spalle ha un’esistenza tragica. Di famiglia antifascista, aveva intrapreso studi classici, ma superato il primo anno di liceo, rinunciò al diploma quando le fecero capire che era «opportuno procurarsi la tessera di “giovane fascista”». S’impiegò in uno studio notarile. Otto anni di tranquillo lavoro, ottenne quindi un posto in banca: vi rimase sei mesi, poi la direzione scoprì che non aveva la tessera del PNF. Licenziamento. Dall’8 Settembre 1943 fa parte delle formazioni partigiane «Giustizia e Libertà». Viene chiamata «Cesi», le affidano l’incarico di mantenere i contatti fra i gruppi che operano in città e le formazioni di montagna, nelle valli di Lanzo. Si sposta di continuo, nel manicotto di pelliccia tiene sempre la pistola. Di giorno porta ordini, la notte attacca manifesti sui muri delle case del fascio. Colloca anche cariche di esplosivo, e molti la indicano come «la dinamitarda». È arrestata il 10 Dicembre 1943, mentre accompagna in montagna alcune reclute partigiane: due sono spie. Cinque giorni di «casa littoria», centoventi ore di incubo. Interrogatori, percosse, poi il trasferimento nella caserma in via Asti. Sevizie, torture, altri interrogatori massacranti: si pretendono, da lei, nomi e indirizzi. Incapaci di strapparle la verità, le «brigate nere» la consegnano alle SS. Scomparve nell’Albergo Nazionale, quartier generale dei torturatori tedeschi: per tre giorni venne tenuta nella stanza numero 33. Altre sevizie, quindi trasferimento alle carceri «Nuove», in attesa di processo. Sette mesi, due processi, la condanna a morte, poi trasformata in deportazione in un lager tedesco. La lunga strada verso l’ignoto cominciò il 26 Giugno 1944, in un carro bestiame: destinazione Schoenfeld. Quando l’avevano catturata era 70 chili, il giorno che venne liberata dalle truppe sovietiche ne pesava meno della metà.

    Anche se il suo nome appare più volte nei fascicoli del processo numero 594/74 sulle attività delle Brigate Rosse, Cesarina Carletti ha sovente affermato di non condividere la condotta dell’organizzazione. Il giudice istruttore la interroga, due giorni dopo l’arresto la rimette in libertà provvisoria. È rinviata a giudizio

    «per avere in Torino, dal 1972 all’autunno del ’74, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in concorso con altri e in particolare con Buonavita Alfredo, fatto pubblica istigazione alla commissione del delitto di associazione sovversiva e costituzione di banda armata e apologia di delitti detti reati e di altri connessi (sequestri di persona, rapine) diffondendo al pubblico ciclostilati stampati dalle BR in occasione dei sequestri Macchiarini, Labate, Amerio, Sossi, del duplice omicidio della sede del MSI di Padova, dell’arresto di Curcio e Franceschini, nei quali, esaltando l’attività dell’associazione sovversiva delle BR e i singoli fatti criminosi da esse commessi tra l’altro, si istigava il pubblico alla lotta armata al cuore dello stato e a “trasformare la crisi di regime in lotta armata per il comunismo”».

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  • 15 Luglio 1975

    A Genova viene fatto ritrovare il Comunicato di rivendicazione delle Brigate Rosse sulla rapina a Lonigo del 14 Luglio 1975.

    Sono stati requisiti alcuni documenti sull’attività della banca e spmp stati espropriati 42 milioni di lire. Presidente della banca è tale Enrico Della Grana, vicepresidente nazionale delle Banche Popolari e tirapiedi di Rumor nella zona. Vicepresidente è tale Guglielmo Cappelletti, che presiede il centro studi vicentino «Nicolò Rezzara», cinghia di trasmissione tra il potere economico (rappresentata da questa e da altre tre banche) e la palude clientelare della DC e in particolare col gruppo mafioso raccolto intorno ai miliardi dell’autostrada di Piccoli-Rumor-Bisaglia. Chiude il cerchio del controllo mafioso che questa banca esercita in tutta la regione il possesso azionario del «Gazzettino», che ha assunto il monopolio nel Triveneto della menzogna e della provocazione antiproletaria.

    […]

    attaccare, perquisire ed espropriare queste istituzioni è compito di ogni organizzazione rivoluzionaria.

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  • 14 Luglio 1975

    Un nucleo delle Brigate Rosse compie una rapina in una banca di Lonigo, in provincia di Vicenza.

    Il clamoroso fallimento del sequestro Gancia e la violenta campagna promossa dallo Stato, nel tentativo di criminalizzare l’intero movimento, convincono le BR che ormai non ci sono più motivi validi per continuare a non firmare le azioni di esproprio, e il 14 luglio a Lonigo (Vicenza) compiono un’azione di limitate dimensioni e con effetto “pedagogico” modesto. Tuttavia l’azione appare rilevante perché compiuta in un momento di crisi dell’organizzazione, e perché ne ribadisce l’esistenza e l’efficienza. In questa occasione per la prima volta le BR firmano con un comunicato un esproprio.

    Un nucleo delle Brigate Rosse, pistole alla mano, entra nell’agenzia della Banca Popolare. Bottino: oltre 40 milioni di lire e documenti.

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  • 18 Giugno 1975

    I carabinieri del Nucleo Operativo Antiterrorismo scoprono la base delle BR di Baranzate di Bollate (Milano). (altro…)

  • 6 Giugno 1975

    Le Brigate Rosse diffondono un comunicato – necrologio sulla morte di Mara Cagol. (altro…)

  • 5 Giugno 1975

    Margherita Cagol muore in uno scontro a fuoco a Cascina Spiotta ad Arzello (AL).

    Il giorno dopo il sequestro dell’industriale Gancia, una pattuglia di quattro carabinieri lo sta cercando in una zona collinosa di Acqui Terme, a Arzello (Alessandria), e arriva fino alla cascina Spiotta, dove la Cagol e un secondo brigatista, probabilmente Lauro Azzolini, tengono sequestrato l’industriale.

    Renato Curcio aspettava la chiamata di Margherita Cagol sull’esito dell’operazione in un bar di Milano, lei chiama puntuale. Curcio risponde all’apparecchio pubblico nel sottoscala del locale, mentre da sopra arrivavano i rumori di tazzine e bicchieri.

    Il prologo, alle 10, quando una pattuglia lascia la caserma dei carabinieri di Acqui per battere la zona alla ricerca del rapito Vittorio Vallarino Gancia. Su una 127 blu con targa militare salgono il tenente Umberto Rocca, 36 anni, genovese, sposato con un figlio, laurea in economia e commercio, spiccate attitudini per lo sport; il maresciallo Rosario Cattafi, 50 anni, sposato con quattro figli, comandante la stazione; gli appuntati Giovanni D’Alfonso, 44 anni, sposato, tre figli, e Pietro Barberis, 50 anni. L’itinerario non è stato deciso: nella zona esistono cascine e castelli diroccati, ovunque i rapitori possono aver trovato rifugio. Cinque fattorie sono visitate prima di arrivare alla Cascina Spiotta di Arzello, una come tante. Per raggiungerla, lasciata Acqui, vi sono alcuni chilometri sulla strada per Savona, poi, al bivio per Melazzo, si piega a sinistra; ancora un lungo tratto, quindi una nuova svolta a sinistra per un viottolo tortuoso e in salita. Sulla gobba verde di un colle sorge la costruzione, composta di due blocchi, il primo con i muri in pietra grezza, l’altro di mattoni intonacato in calce bianca. La zona è isolata, l’occhio spazia su un largo tratto delle colline del Monferrato. Prima di arrivare sullo stretto spiazzo antistante la cascina dove si trovano il pozzo e il forno all’aperto, il sentiero rompe una stretta curva da cui si vedono due finestre, una ha il vetro spezzato. Sulla facciata si aprono due porte. Non sono ancora le 11:30 quando l’auto dei carabinieri si arrampica lenta per il sentiero. Forse, all’interno della casa, qualcuno sorveglia la strada. O forse no. Quando la pattuglia arriva davanti alla cascina, tutto pare deserto. Una 127 e una 128, parcheggiate sotto il portico nella parte vecchia della casa, fanno supporre che all’interno vi sia qualcuno. La ricostruzione della tragedia è fatta su testimonianze rese in corte d’assise dai carabinieri. Il tenente Rocca, il maresciallo e l’appuntato D’Alfonso scendono. Seguito dal sottufficiale, il tenente si avvicina alla porta e bussa, l’appuntato si dirige al porticato e rileva le targhe delle macchine, l’altro carabiniere si ferma dietro la curva a gomito e comincia a trasmettere i dati sulle auto: «non avevamo sospetti particolari quando giungemmo alla Spiotta. Bussammo, nessuno rispose,» racconterà il tenente Rocca. Dall’interno, però, giunge il rumore di una radio. L’ufficiale, che si è spostato verso l’angolo della costruzione, alza lo sguardo verso una finestra con le persiane accostate.
    «Intravidi una donna. Gridai: “Ma allora c’è qualcuno. Signora, vuole venire giù?”. La sconosciuta si ritirò».

    Il maresciallo intanto da un calcio alla porta, chiama il proprietario della cascina il cui nome è sulla targhetta. «Dottor Caruso». La sequenza è serrata. Nel vano appare un uomo, «sui trent’anni, alto 1,75, distinto, viso emaciato». È seccato, c’è un breve battibecco con i carabinieri: «Che cosa volete?» chiede. E quando viene invitato ad uscire, ribatte: «Venite voi, venire». Dirà il maresciallo Cataffi: «Aveva la mano destra ancora all’interno. Lo vidi strappare con i denti la sicura della bomba e lanciarla. Poi richiuse la porta».

    L’ordigno è stato scagliato verso il tenente, che, preoccupato, ha ancora gli occhi alla finestra. Racconterà l’ufficiale: «”Attento! Attento!” sentii gridare. Mi voltai e scorsi la bomba cadere dall’alto. Alzai istintivamente il braccio per ripararmi. Quello che successe dopo… Vidi rosso, crollai a terra, poi mi rialzai». I brigatisti, l’uomo e la donna, irrompono all’esterno sparando. Rocca è a terra, il braccio sinistro spappolato, il volto sanguinante; colpito dalle schegge anche il maresciallo, mentre numerosi proiettili raggiungono l’appuntato D’Alfonso. Il sottufficiale sorregge il tenente, lo trasporta fino alla provinciale dove ferma un auto di passaggio, poi torna alla cascina: ormai è tutto finito.

    A fronteggiare i guerriglieri è rimasto l’appuntato Barberis, che ricevuto l’ordine di chiamare i rinforzi per radio, in attesa di risposta non si è mosso dalla 127 neppure agli spari e alle esplosioni. «Volevo tornare sull’aia, ma aspettavo la conferma. Ancora colpi di pistola, poi sento il rumore di due motori, esco e vedo venire avanti una 127 rossa e una 128. Sulla prima auto al volante un uomo. Come mi ha visto ha cominciato a sparare attraverso il vetro. Anche la donna sparava».

    Le auto fanno un largo giro, per evitare la macchina dei carabinieri messa di traverso sulla stradicciola. La corsa si interrompe, la 127 finisce contro un salice e l’altra macchina le piomba addosso. Ancora Barberis: «Si è spalancata la portiera, sono usciti sparando. Poi, lei credo, grida: “Basta, basta, non sparate. Siamo feriti”». Due colpi avevano già raggiunto la giovane: al braccio destro e alla schiena. La brigatista getta a terra la pistola, anche il suo compagno sembra disarmato. L’appuntato guarda in volto lo sconosciuto: «Lo fisso negli occhi, vedo che non è tranquillo. Ordino di spostarsi, e quello, appena arrivato dietro alla donna, tira fuori una bomba dalla tasca della camicia. La riconosco subito: ne ho lanciate a centinaia. Mi getto in avanti, per evitarla, e faccio fuoco tre volte, il primo proiettile colpisce la giovane». Il brigatista scappa verso la boscaglia, Barberis lo insegue. «L’ho sentito muoversi tra gli arbusti. Non avevo più colpi e sono tornato indietro». Soltanto in quel momento scorge l’appuntato D’Alfonso riverso al suolo, il sangue, le armi abbandonate. Pochi minuti dopo arrivano le gazzelle, ma i rinforzi ormai sono inutili. Per i feriti i medici possono fare poco: l’appuntato D’Alfonso è condannato; al tenente Rocca si deve amputare il braccio e l’occhio destro è perduto; soltanto le condizioni del maresciallo Cattafi non sono preoccupanti.

    In mezzo al prato la giovane donna muore. È stata colpita ad un braccio e alla schiena, poi al torace, sotto l’ascella sinistra. Nelle conclusioni dell’autopsia dirà il professor Athos La Cavera, dell’università di Genova (lo stesso che visitò Mario Sossi dopo la liberazione):

    «Il colpo mortale fu quello inferto al torace che ha prodotto la morte pressoché istantanea del soggetto, mentre le precedenti ferite sono state inferte, con ogni verosimiglianza, qualche minuto prima».

    La giovane indossa jeans e un pesante golf bianco, a tracolla ha una borsa, il volto è coperto di sangue, sembra alta poco più di un metro e sessanta, infilato all’anulare della mano sinistra ha un anellino: un cerchio d’oro bianco e tre piccole pietre. «È Margherita Cagol» dicono sicuri gli uomini del nucleo speciale giunti meno di mezz’ora dopo lo scontro. Della “battaglia di Arzello” le bierre faranno una ricostruzione diversa e discutibile, soprattutto perché sembra basarsi solo sul racconto del brigatista fuggito.

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello dal giornale interno ‘Lotta armata per il comunismo’

    Entrato in contatto con i carabinieri, il nucleo doveva combattere e affrontare lo scontro con l’obiettivo esplicito di “annientare i CC”. Purtroppo i compagni hanno affrontato lo scontro in chiave difensiva, con l’illusione di potersi defilare senza annientare il nemico; e ciò ha portato ad un risultato parziale. Mara è rimasta ferita nello scontro. Essa, ormai disarmata, ha combattuto la sua ultima battaglia con le parole. Ma il nemico non si è accontentato di averla prigioniera. Dopo almeno cinque minuti dalla cattura una mano assassina l’ha abbattuta a freddo, in esecuzione di un ordine preciso. Un ordine che, in quelle circostanze è stato facile eseguire, ma sarà il tempo a dimostrare quale prezzo costerà a chi l’ha impartito.

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello dall’opuscolo ‘Mai più senza fucile’

    «Margherita Cagol uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Questi i titoli dei giornali. Telegrammi di felicitazione, medaglia al valore. Ma c’è un testimone, il compagno che si è sottratto alla cattura, che ha visto: Mara giaceva ferita ma viva e rantolante nell’erba, dopo la sparatoria. Un carabiniere ha chiesto per radio istruzioni poi si è avvicinato e le ha sparato a freddo. Uccidere i rivoluzionari non è reato. L’ordine del ministero degli interni è di fare il minor numero possibile di prigionieri».

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello resa da Lauro Azzolini

    Copia trovata nella base occupata da Curcio, in Via Maderno a Milano

    «Arrivati alla “B” (la cascina Spiotta, n.d.r.) trovammo la “M” (Mara, n.d.r.) in ansia, in quanto, secondo le sue previsioni, eravamo in ritardo di 20 minuti e perché aveva sentito dalla radio del CC dell’auto 124.

    Scaricato “A” (Gancia, n.d.r.) e dato che altri lo avevano già messo nella “G” (cella, n.d.r.) andai subito al primo piano a sinistra, nel posto di osservazione; si vedevano bene i movimenti all’incrocio di Terzo e pezzi di altre strade che portavano sia a Savona che da noi. Sul tavolo di fianco alla finestra c’era una radio che faceva un casino del diavolo: era quella dei CC, mentre l’altra, quella dei PS, era spenta in quanto inservibile. Andai nell’altra stanza, aprii i vetri, tenendo chiusa la tapparella e guardai sotto. Mi prese un colpo nel vedere vicino alla porta un CC. Egli guardò su urlando chi ci fosse nella casa, mentre io per un attimo incredulo restai immobile. Corsi dalla “M” che era seduta a fianco della finestra e l’avvertii che c’erano i CC. La “M” urlando che era impossibile corse alla finestra, l’aprì tutta, si ritirò immediatamente dicendomi che erano in tre. Mi chiese da dove potevano essere venuti perché non li aveva visti: forse erano venuti dai campi o da Ovada.

    In quei minuti ci fu un trambusto indescrivibile. Io che caricavo le armi e mi riempivo le tasche di colpi e di bombe, la “M” che imprecando correva a prendere scartoffie e ventiquattrore. Andammo giù per le scale. Davanti alla porta chiusa armati (io di M1, pistola e 4 SRCM, da notare che le bombe svizzere le lasciammo su perché non ci sentivamo sicuri di adoperarle; la “M” borsetta e mitra a tracolla e, in mano, valigetta e pistola). Restammo qualche minuto dietro alla porta: la “M” insisteva che bisognava prendere le auto e scappare, io che volevo prendere l’”A”. Accortomi del casino che mi circondava decisi di verificare  aprendo la porta dove e come fossero disposti i carabinieri. Tolsi la sicura all’SRCM e mi affacciai. Messa fuori la testa vidi sulla mia sinistra all’angolo della casa un CC. Mi invitò ad uscire e cercai di prendere tempo per vedere dove fossero gli altri. Il mio temporeggiare fece siì che altri due CC uscissero dall’angolo e si mettessero allo scoperto. Dissi a “M” che avrei tirato le bombe e ci saremmo coperti la fuga con M1 e l’altro mitra, che tutti e tre si trovavano allo scoperto: infatti noi credevamo che fossero soltanto in tre. Ad un ennesimo invito ad uscire e a un altro mio che venissero loro, tirai la SRCM: sentii un gran botto, vidi un fuggi fuggi dei CC, tra urla e pianti. Uscii di corsa seguito dalla “M”, tirai un’altra SRCM a caso; mentre stavamo per entrare nel primo porticato sentimmo colpi alle spalle e urla. Mi voltai e vidi un CC che correva, la “M” urlò di sparare. Tirai il primo colpi con M1 ma non uscì il bossolo e l’arma si inceppò. Tirammo tutti e due con le pistole e ancora quando lo vedemmo disteso la “M” gli tirò ancora. La “M” mi urlò di prendere la macchina e scappare.

    Il CC urlava. Per primo gli dissi di non sparare, che ci arrendevamo, subito dopo anche la “M” urlava che ci arrendevamo. Sotto tiro ci ordinò di alzare le braccia sul capo. Feci presente alla “M” che mi restavano in tasca due SRCM e che appena il CC si fosse distratto lo avrei centrato, dissi che dopo ci sganciavamo subito e che se andava male correvamo nel bosco sottostante. Mi rispose affermativamente dicendomi che dovevamo pensare a scappare. Presi dalla tasca una SRCM e tolsi la sicura. Mentre il CC, chiamando gli altri, si avvicinava a quello disteso voltandoci le spalle, decisi di tirarla. Mentre la tiravo, vidi che si voltava, si accorse del pericolo e non so se si buttò a terra, si sentì un botto e il CC tutto pallido ancora in piedi. Era andata male. Urlai a “M” di svignare e di correre verso il bosco. Mentre correvo zigzagando nel campo sentii tre colpi intorno a me. Riuscii ad arrivare al bosco e con un tuffo mi buttai nella macchia piena di spini. Non riuscendo a districarmi, temetti il peggio. Da sopra sentivo la “M” che urlava imprecando verso il CC. Presi l’altra SRCM dalla tasca e pensai di cercare di centrare il CC. Mi affacciai alla buca e vidi la “M” seduta con le braccia alzate che imprecava verso il CC. Nel vedere la “M” ancora seduta e la mia impossibilità di arrivare a tiro decisi di sganciarmi velocemente, pensando che i rinforzi sarebbero arrivati a minuti. Corsi giù per il pendio e quando stavo per arrivare dall’altra parte della collina vicino a un bosco sotto il castello (saranno passati cinque minuti dal momento della mia fuga), ho sentito uno, forse due, colpi secchi, poi due raffiche di mitra. Per un attimo ho pensato che fosse stata la “M” ad adoperare il suo mitra, poi ebbi un brutto presentimento confermato dal modo in cui sparavano nei campi durante le ricerche».

    Prima di entrare nella cascina, i carabinieri per alcuni minuti sparano e gettano all’interno bombe lacrimogene. Nella cucina c’è una branda disfatta, gettate in un angolo, due magliette, una bombola a gas; nella stanza accanto si apre la finestra dalla quale si vede la vallata; su un lato della parete una porta alta non più di un metro e venti: la cella dell’industriale Gancia. Quando il battente viene spalancato, lui è in piedi, tremante, il volto pallido e disfatto per l’emozione, i polsi legati dietro la schiena. Ha udito la sparatoria, ha pensato a uno scontro fra bande rivali, e soltanto quando ha sentito i carabinieri chiamarsi con il grado ha capito che era tutto finito.

    Quanto accaduto alla cascina Spiotta di Arzello il 5 giugno lascerà senza risposta molti interrogativi. Secondo la versione ufficiale dei carabinieri, si trattava di un controllo casuale, al quale i brigatisti hanno risposto con raffiche di mitra e col lancio di bombe a mano; la morte della Cagol sarebbe stata incidentale, e nella cascina «quasi certamente» c’era anche Renato Curcio.

    Ma è più probabile che la pattuglia dei carabinieri sia stata indirizzata nella zona della cascina Spiotta da una “soffiata” (c’è chi sospetta di Maraschi), ed è molto dubbio che nel casolare ci fosse anche Curcio.

    Infatti Curcio è a Milano, dove alle 14:00 un compagno con il quale aveva appuntamento in strada lo avvisa che a Cascina Spiotta c’è stato un conflitto a fuoco.

    Inoltre ci sono i segni dei proiettili sull’auto guidata dalla donna. Un colpo è finito contro la portiera, in corrispondenza della ferita al braccio, l’altro ha mandato in frantumi il lunotto. Sembra accertato che Margherita Cagol sia stata raggiunta dai proiettili quando era al volante e rimane incomprensibile la logica che fa negare la circostanza agli ufficiali dei carabinieri.

  • 4 Giugno 1975

    Un commando brigatista rapisce l’industriale Vittorio Vallarino Gancia.
    Viene arrestato Massimo Maraschi.

    A Canelli (Asti), alle ore 15.30, un commando di cinque brigatisti (comprendente Mario Moretti) rapisce l’industriale Vittorio Vallarino Gancia. Poco dopo, nella zona, i carabinieri fermano un giovane il quale prima tenta di fuggire, poi si dichiara prigioniero politico: è Massimo Maraschi, che vari indizi inducono a ritenere legato alle BR.

    L’industriale lascia la casa verso le 15, saluta la cameriera e il giardiniere, Giuseppe Medina, sale sull’Alfetta. Per raggiungere la sede della ditta, in corso Libertà, deve percorrere poco più di un chilometro. Il giardiniere vede la prima parte del sequestro, ma subito non si rende conto di quanto accade.

    «Fermi, a un centinaio di metri dalla villa c’erano auto, mi è parsa una 124 verde pisello, e un furgone. Ho creduto che ci fosse stato un incidente, un tamponamento. Quando la macchina del dott. Vallarino Gancia li ha superati, i quattro uomini che discutevano attorno alle vetture, sono risaliti e le macchine sono partite ad andatura moderata».

    Ancora pochi metri, poi incontro all’auto si fa un operaio con una bandiera rossa in mano che fa cenno di fermare. Più avanti la strada è bloccata da una transenna e da un furgone. L’industriale si ferma, incerto sulle intenzioni del camioncino che ha preso ad arretrare. Subito dopo il furgone tampona a ritroso l’Alfetta, mentre il lunotto posteriore è frantumato a colpi di martello da uno degli uomini in tuta, la portiera è spalancata e Gancia si trova al fianco un giovane incappucciato che gli punta la pistola. Il prigioniero viene trascinato fuori, gli coprono la testa con un cappuccio ed è caricato sul furgone. Alla guida della macchina si mette uno del gruppo, i tre automezzi partono di scatto. L’auto di Gancia è ritrovata a Calamandrana, tra Nizza Monferrato e Canelli e, poco dopo, è rintracciato anche il furgone. Decine di pattuglie dei carabinieri e della Criminalpol battono le strade della campagna in una caccia serrata e difficile: i rapitori possono aver trovato rifugio in uno dei mille rustici, o, cambiate le auto, raggiunto l’autostrada. L’indomani giungerà la richiesta di riscatto: un miliardo, subito; cinquecento milioni in più se il pagamento dovesse tardare.

    Ricorderà Curcio:

    «Con l’andare del tempo, l’organizzazione era diventata sempre più grossa e le esigenze della clandestinità ancora più complesse e onerose. Il denaro delle rapine non bastava più…

    Nell’Aprile 1975 ci riunimmo, Margherita, Moretti e io, in una casa nel piacentino per discutere il da farsi: pensammo che era venuto il momento di seguire l’esempio dei guerriglieri latino-americani che già da tempo sequestravano degli industriali per finanziarsi. Esaminammo una rosa di nomi presentata dalla colonna torinese.

    Puntammo su Vallarino Gancia perché con lui potevamo agire in una zona che conoscevamo bene, perché l’operazione non comportava troppe difficoltà, perché era molto ricco… Volevamo chiedere un riscatto di circa un miliardo, ma, soprattutto, miravamo a un sequestro rapido, semplice e il meno rischioso possibile.

    Io non facevo parte del gruppo operativo perché ero super ricercato, la polizia aveva le mie foto, non mi potevo spostare con facilità»

    Un singolare episodio, accaduto nella zona durante il pomeriggio, viene posto in relazione con il sequestro. Due ore prima dell’aggressione, una 124 guidata da un giovane si scontra con una 500: solo carrozzerie ammaccate. Il guidatore della 124 si assume subito la responsabilità e offre un indennizzo di 75 mila lire. Poi firma una dichiarazione:

    «Io sottoscritto, Dalmasso Pietro di anni 22, residente a Torino in Via Tassoni, 57 riconosco di avere torto nell’incidente avvenuto Mercoledì 4-6-’75 in località regione Bassi Cassinasco. Dalmasso Pietro.

    Ma l’altro automobilista, Cesarino Tarditi, 18 anni, si insospettisce, avverte lo zio Oreste, idraulico, sono chiamati anche i carabinieri. Nel frattempo la 124 se n’è andata. La rintracciano, casualmente, alla periferia di Canelli, alcune ore più tardi. Il guidatore tenta la fuga a piedi, è inseguito, attraversa una roggia, vi cade, perde le lenti, quando si rialza i carabinieri gli sono addosso. In caserma dice: «Mi considero prigioniero di guerra, mi chiamo Massimo Maraschi».

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  • 15 Maggio 1975

    A Milano un commando brigatista fa irruzione nello studio di Massimo De Carolis.
    A Mestre viene perquisita una sede democristiana.
    A Torino vengono incendiate nove auto di “sindacalisti gialli” (di destra).

    Massimo De Carolis è capogruppo DC al Comune di Milano, esponente della destra democristiana, leader della reazionaria “Maggioranza silenziosa” e grande estimatore di Sogno; l’uomo politico viene “gambizzato”, cioè ferito a una gamba con un colpo di pistola.

    «Il proiettile estratto dalla gamba dell’avvocato è sottoposto a esame balistico, [e l’esame avrà] conclusioni clamorose: la pistola che ha sparato contro De Carolis è la stessa che, nel giugno 1974, uccise i due missini a Padova».

    Il volantino BR di rivendicazione dell’attentato a De Carolis è caratterizzato da un linguaggio inusuale, del tutto diverso dai precedenti proclami. Molto singolare anche il contenuto: un attacco alla sola Democrazia cristiana, comprensivo di analisi sulla «DC cittadina e regionale» e sul ruolo della corrente di De Carolis “Iniziativa democratica” all’interno del partito.

    Il volantino cita Edgardo Sogno, e contiene «alcune notizie già pubblicate nell’ottobre del 1973 dalla “Agenzia A diretta dal provocatore torinese Luigi Cavallo»

    Testo integrale del Comunicato delle BR dell’assalto alla sede di Iniziativa Democratica

    “Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha perquisito e distrutto il covo democristiano di via Monte di Pietà, 15, sede di Iniziativa Democratica, gruppo di provocazione anticomunista, più noto come “banda De Carolis.”

    La Democrazia cristiana è il vettore politico principale del progetto di ristrutturazione imperialista dello stato. È il punto di unificazione del fascio di forze reazionarie e controrivoluzionarie che unisce Fanfani a Tanassi, a Sogno, a Pacciardi, ad Almirante ed ai gruppi terroristici.

    LA DC È IL NEMICO PRINCIPALE DEL MOMENTO: è il partito organico della borghesia, delle classi dominanti e dell’imperialismo. È il centro politico ed organizzativo della reazione e del terrorismo. È il motore della controrivoluzione globale e la forza portante del fascismo moderno: il fascismo imperialista. Non ci si deve lasciare ingannare dalle “professioni di fede democratica ed antifascista” che talvolta vengono da taluni dirigenti di questo partito, perché esse rispondono al bisogno tattico di mantenere aperta la finta dialettica tra “fascismo” e “antifascismo” che consente alla DC di rastrellare voti, facendo credere che contro il pericolo “fascista” sia meglio la “democrazia riformata” e cioè lo stato imperialista. Il problema delle avanguardie rivoluzionarie è quello di fare chiarezza sull’intero gioco, colpendo covi, collegamenti, connivenze e progetti. La DC non è solo un partito, ma l’anima nera di un regime che da 30 anni opprime le masse popolari ed operaie del paese. Non ha senso comune dichiarare a parole la necessità di battere il regime e proporre nei fatti un compromesso storico con la DC. Ne ha ancora meno chiacchierare su come riformarla.

    LA DC VA LIQUIDATA, BATTUTA E DISPERSA. La disfatta del regime deve trascinare con sé anche questo immondo partito e l’insieme dei suoi dirigenti; come è avvenuto nel ’45 per il regime fascista e per il partito di Mussolini. Liquidare la DC e il suo regime è la premessa indispensabile per giungere ad un’effettiva “svolta storica” nel nostro paese. Questo è il compito principale del momento. Iniziativa Democratica è una centrale reazionaria e controrivoluzionaria molto articolata nelle strutture politiche ed economiche della metropoli milanese. Gli uomini di questa centrale che, secondo il suo leader Massimo De Carolis, rappresenta oggi “la forza più importante nella DC cittadina e regionale, ed il gruppo numericamente più forte nel consiglio comunale,” sono tutti apertamente e scopertamente compromessi con la reazione più bieca:..

    In questi giorni la banda De Carolis si prepara nel suo covo ad una campagna elettorale indirizzata “a far convergere i voti milanesi verso la DC e nella DC verso i candidati più sicuri.” Con questa azione gli abbiamo anticipato il giudizio che i proletari danno di lui, dei suoi compari e del suo immondo partito. Ma è solo un anticipo. Il resto lo potrà riscuotere direttamente sulle piazze proletarie se proverà a metterci anche un solo piede. Le leggi speciali sull’ordine pubblico volute dalla Democrazia cristiana incitano all’uso delle armi contro la “criminalità politica.” Abbiamo raccolto, per una volta, il suggerimento, colpendo alle gambe uno dei più convinti sostenitori di queste leggi liberticide.

    Certo meritava di più, ma in queste cose non c’è fretta. Ad alzare il tiro si fa presto e ad individuare i veri “criminali” pure! PORTARE L’ATTACCO AI COVI DEMOCRISTIANI, CENTRI DI DELINQUENZA POLITICA E COMUNE, DI REAZIONE, DI CONTRORIVOLUZIONE. BRIGATE ROSSE.

    15 maggio 1975

    Precisiamo che non esiste alcun legame operativo né organizzativa tra Nuclei Armati Proletari (NAP) e le Brigate Rosse. Viva la lotta dei Nuclei Armati Proletari!

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  • 3 Maggio 1975

    Arialdo Lintrami e Tonino Paroli vengono arrestati a Torino.

    Il 2 Maggio i carabinieri continuano a controllare gli acquirenti-ombra di case, box e rustici e trovano un appartamento di due stanze e servizi al quarto piano di Via Pianezza 90, nel quartiere popolare di Madonna di Campagna. Il proprietario è indicato come Romano Chiesi, ma il nome all’anagrafe non risulta.

    Il 3 Maggio un cospicuo gruppo di agenti guidati dal dott. Criscuolo si avvicina allo stabile. Due agenti salgono le scale, si presentano alla porta di Romano Chiesi e bussano. Di fronte al battente ci sono il maresciallo Rosario Berardi e il brigadiere Fernando D’Aiuto. «Chi è?» domanda dall’interno una voce assonnata. «Dobbiamo controllare i contatori della luce». L’altro borbotta qualcosa, poi apre. La canna di una pistola all’altezza del viso è la prima cosa che intravede nell’incerta luce. Anche il suo compagno, che sta arrivando nell’ingresso, è colto di sorpresa. Inevitabile la resa. «Ci consideriamo prigionieri di guerra», dichiarano. E aggiungono: «Siamo delle Brigate Rosse». I soldati catturati sono Arialdo Lintrami, 28 anni, di Milano, studente, sposato con due figli; Tonino Paroli, 31 anni, meccanico, originario di Cascina nell’Emilia, abitante a Reggio. Personaggi nuovi o quasi, dicono gli inquirenti. Il nome di Lintrami appare nella requisitoria di Viola sulle attività delle Brigate Rosse nell’«elenco delle persone perquisite e non imputate»; su Paroli i sospetti della polizia risalivano ad alcuni mesi prima.

    Nell’appartamento arredato con tre brande, un tavolo di formica marrone e uno scaffale di faesite, vengono ritrovati libri sulla guerriglia in Cile, su Mussolini, su Hegel; cinque pistole calibro 22 e 7,65; un mitra MAS, anno di fabbricazione 1938; tramila colpi di vario calibro; uno schedario con 5 mila nomi; nell’elenco dirigenti di PS, il capitano dei carabinieri Gustavo Pignero, magistrati, industriali; volantini con la stella asimmetrica; numerose copie di un documento ad uso interno sulle norme di sicurezza, ciclostilati sulle imprese delle bierre soprattutto a Torino; foto inedite di Amerio nei giorni della prigionia e di Bruno Labate; appunti sul sequestro Sossi; una radio ricevente sintonizzata sulla lunghezza d’onda dell’ufficio politico della questura; un registratore; un milione e mezzo in contanti; due macchine per scrivere. Sotto casa è parcheggiata una 126 con targa falsa.

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  • 30 Aprile 1975

    30 Aprile 1975

    A Torino viene arrestato Tonino Loris Paroli.

    Poco dopo l’alba, gli uomini dell’Ispettorato antiterrorismo e della polizia politica bussarono alla porta di un appartamento al quarto piano di via Pianezza 90, vicino al carcere delle Vallette. Dall’interno una voce chiese chi fosse, e quelli risposero che erano i tecnici della luce. “È da un po’, in effetti, che non arrivano le bollette”, pensò l’inquilino ancora assonnato. Aprì, e si ritrovò una pistola puntata alla tempia.
    «Non ti muovere o sparo. Dove sono le bombe?» domandò il poliziotto che gli era saltato addosso.
    «Non ci sono bombe e io non mi muovo, ma tu stai calmo sennò ti parte un colpo» ribatté l’uomo, più impaurito che deciso a resistere.

    Tonino Loris Paroli, aveva trentuno anni e veniva da Reggio Emilia. Abitava lì da qualche mese insieme ad Arialdo Lintrami, un milanese di ventotto anni, anche lui bloccato a terra sotto il tiro delle armi.

    Dalla perquisizione saltarono fuori molti libri di storia, filosofia e teoria politica, diverse cassette musicali soprattutto con le canzoni di Fabrizio De André, cinque pistole calibro 22 e 7,65, un mitra Mas del 1938 e tremila proiettili di vario calibro, uno schedario con migliaia di nomi tra i quali quelli di poliziotti, carabinieri, magistrati e dirigenti industriali, volantini, opuscoli e una radio ricevente sintonizzata sul canale della polizia, un milione e mezzo di lire in contanti e due macchine da scrivere.

    Gli arrestati furono portati via con le manette ai polsi e davanti ai fotografi Paroli alzò il pugno chiuso. Poco prima aveva detto ai poliziotti:

    «Mi dichiaro prigioniero politico, sono un militante delle Brigate rosse».

    Tonino Loris Paroli viene arrestato per una perdita d’acqua. Sembra una costante questa dei problemi idraulici nella storia delle Brigate Rosse: la base di Via Gradoli a Roma sarà scoperta per una perdita d’acqua. Tonino, il suo problema di rubinetteria lo spiega così:

    Mi arrestarono di mattina. Una donna del piano di sotto lamentava da qualche giorno un’infiltrazione d’acqua originata dal mio appartamento e io avevo chiamato immediatamente l’idraulico, così, quando avevano suonato il campanello ero convinto che fosse lui, ma nell’aprire la porta mi sono trovato davanti i poliziotti dell’antiterrorismo. Uno mi ha puntato la pistola in faccia. Ho alzato subito le mani e gli ho detto: «Guarda che io non faccio resistenza, abbassa per favore quell’arma e stai calmo». Era un pischello, un giovane senza esperienza. Un altro urlava come un ossesso «dove sono le bombe? Dove sono le bombe?». Io, mantenendo sempre la calma, risposi che se cercavano le bombe, lì non ne avrebbero trovate. Mi portarono in questura, dove rimasi per tre giorni prima di essere trasferito nel terzo braccio delle Nuove di Torino, dove incontrai Ermanno Gallo di “Controinformazione”, arrestato da poco. Fui interrogato dal giudice Caselli solo diversi giorni dopo. Caselli si dimostrò un democratico e spiegò a uno come me che non era mai stato arrestato come funzionassero certe cose. Per prima cosa mi avvertì che potevo rispondere o meno alle sue domande, perché era un mio diritto. Durante l’interrogatorio mi informò sui diritti che avevo. La mia vita da carcerato inizia quel giorno di Maggio, con Caselli che mi interroga. Finisce la mia attività di brigatista fuori dal carcere e inizia quella dentro, con De André a farmi da colonna sonora con un verso illuminante: «Adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali, tranne qual’è il crimine giusto per non passare da criminali».

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