Tag: Alberto Franceschini
«In fondo sei un brav’uomo anche tu». Il commento e una rassicurante pacca sulle spalle conclusero, dopo due settimane cariche d’angoscia, gli interrogatori al giudice Mario Sossi, processato dalle Brigate Rosse e tenuto prigioniero per oltre un mese. Fu Alberto Franceschini, ha suggerito poi il magistrato genovese agli inquirenti, a condurre il “dibattimento”, a sostenerne l’aspetto politico. All’altro carceriere incappucciato era assegnato un compito più umile.
Franceschini nasce a Reggio Emilia il 26 Ottobre 1947, «figlio di una famiglia comunista da sempre» dice una polemica biografia pubblicata su «Controinformazione».
Suo nonno nel 1921 a Livorno è uno dei fondatori del Partito Comunista, viene arrestato durante il fascismo e detenuto a Ponza insieme a Sandro Pertini e a Pietro Secchia. Esce dal carcere nel 1936 ma viene mandato al confino a Castel San Giorgio (SA). Dopo il 25 Luglio 1943 torna a Reggio a fare il partigiano.
Comincia a militare nel PCI da giovanissimo, nei Pionieri («l’alternativa comunista ai boy scout») e andava in giro a vendere un giornalino casa per casa; era talmente bravo che il partito lo manda a un campeggio premio a Yalta, dove era molto Togliatti (Artek) dove sta quindici giorni e ha occasione di visitare anche la Piazza Rossa e le salme di Lenin e di Stalin. Assiste anche ai festeggiamenti di Titov, il secondo cosmonauta.
A tredici anni artecipa alla manifestazione del 7 Luglio 1960, i Morti di Reggio Emilia.
«Entra a far parte della FGCI nel 1962, diventando subito uno dei rappresentanti di maggior spicco. Segretario del circolo “Venezia”, fa presto parte del direttivo provinciale della FGCI grazie alle proprie qualità politiche, ma soprattutto per l’onesta comunista che lo distingue». È responsabile della commissione fabbriche e come tale dirige numerose lotte negli stabilimenti reggiani e ottiene grossi risultati. Dal partito esce nel 1969 «dopo un lungo dibattito interno che ha portato in minoranza nel direttivo provinciale della FGCI, la linea ufficiale del partito». Difatti, nell’ultimo dibattito che ha preceduto la spaccatura, «il direttivo provinciale, composto da 31 persone, si è schierato con 15 voti a favore della linea ufficiale e con 16 a favore dei dissidenti rappresentati dal compagno Franceschini».
Nel gruppo dissidente della FGCI fanno parte Prospero Gallinari, Roberto Ognibene, Attilio Casaletti, Fabrizio Pelli, Tonino Paroli. Più tardi, sarebbero arrivati Lauro Azzolini e Franco Bonisoli. Provenivano quasi tutti da famiglie comuniste. Ed erano tutti critici nei confronti del Partito.
«L’università per noi rappresentava il luogo del potere, il luogo della nostra sottomissione. E invece, di colpo scoprimmo che quel potere era un bluff. Occupavamo le facoltà, facevamo quello che volevamo, leggevamo i libri che ci interessavano, bloccavamo gli esami, e il potere non era in grado di reagire, rivelava tutta la sua fragilità, soccombeva sotto la nostra forza. Ci convincemmo che, se ci fossimo ribellati, avremmo vinto. E questa convinzione la trasferimmo nella nostra esperienza reggiana, insieme con il patrimonio di relazioni che avevamo costruito nelle aule universitarie con gli altri movimenti della sinistra rivoluzionaria».
Fuori dal PCI costituisce il collettivo operai-studenti all’interno del quale «si sviluppa un grosso dibattito politico sull’onda delle lotte che si stanno generalizzando in tutta Italia e che stanno esprimendo nuovi contenuti nello scontro tra sfruttati e sfruttatori».
Importantissimo per il “gruppo dell’appartamento” è Corrado Corghi: tra i fondatori di Azione Cattolica, nei primi anni Sessanta era stato il segretario regionale della DC. Poi aveva rotto con il suo partito ed era uno degli animatori dei cattolici del dissenso. Era stato amico personale di Che Guevara, Fidel Castro e Carlos Marighella. Corghi sposta i riferimenti del gruppo dell’appartamento dalla Russia al Sudamerica, e dice che la lotta armata non può essere una cosa troppo politica o ideologica, deve legarsi ai problemi della gente e concepita come una serie di atti di giustizia.
Franceschini è uno dei primi a capire che la strategia del PCI nei confronti del nemico di classe è perdente. Capisce che è necessario che la sinistra faccia un salto qualitativo, che cominci ad analizzare il potere e si ponga il problema della sua conquista.
È questa l’analisi che gli fa scegliere Milano, uno dei «poli industriali del nord» dove le contraddizioni raggiungono livelli esasperati. Collabora a “Sinistra Proletaria”, poco dopo sceglie la clandestinità. È indicato fra i protagonisti delle maggiori imprese compiute dalle bierre; l’8 Settembre 1974 cade nella trappola tesa dall’ex-frate Silvano Girotto. In carcere, a Saluzzo, tenta di accapigliarsi col giudice che lo interroga, ne chiede la ricusazione indicando una serie di motivi che non verranno ritenuti validi dalla sezione istruttoria. Per l’episodio sarà processato per calunnia e oltraggio: assolto dalla prima accusa verrà condannato per l’altra. Non si presenta in aula ma invia una lettera nella quale, fra l’altro, dichiara: «L’”illegalità” diventa progressivamente la nuova “legalità”. Non c’è bisogno di ricorrere a leggi speciali, è sufficiente la collaborazione attiva e la copertura dei riformisti e l’”illegalità” più palese diventa metodo per procedere tranquillamente senza che i vari democratici siano costretti a versare una sola lacrima sulla democrazia calpestata». L’obiettivo è il partito comunista, colpevole di assecondare un «progetto controrivoluzionario della borghesia», l’accusa diventa precisa. «In questa fase la necessaria collaborazione dei riformisti del PCI deve essere ancora molto discreta, non apparire troppo chiaramente, altrimenti il PCI perderebbe definitivamente la faccia davanti al proletariato e verrebbero così meno la sua funzione di travolgimento, ingabbiandolo, all’interno del programma riformista, delle spinte rivoluzionarie». Dell’uomo che lo ha fatto catturare dice: «Girotto, uomo del PCI divenuto spia e provocatore perché paladino della democrazia, una volta smascherato viene immediatamente scaricato dal PCI».
Ancora dal carcere, una lettera inedita: «Se la legalità è il modo dei borghesi per misurare con il loro metro una realtà che fa loro paura e per tentare di coinvolgere i comunisti nel loro sistema di misura, ogni giorno però appare sempre più chiaro che il potere è solo un rapporto di forza e non di giustizia». Ancora: «Se ci uccidono, se ci mettono in galera, e anche in galera ci massacrano, come stanno facendo con i compagni Zicchitella, Panizzari, Sanzone e tutti gli altri, vuole dire che hanno sempre più paura, perché sono coscienti della loro debolezza e dell’importanza di arrestare la loro fine. Non ci lamentiamo come vittime, né proclamiamo piagnucolose innocenze, perché siamo fra quelli che li getteranno nella fossa che hanno scavato. Ancora una volta “uno spettro si aggira per il mondo”. E ancora una volta è uno spettro armato».
Ha lasciato il carcere il 30 Giugno 1992. Lavora a Roma all’ARCI nazionale, progettazione fondi sociali europei.
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21 Settembre 1974
Mario Sossi riconosce la voce di Alberto Franceschini tra alcune altre.
Nella caserma dei carabinieri di Moncalieri, a Sossi verranno fatte ascoltare alcune voci. Fra esse quella di Alberto Franceschini, sospettato di essere l’inquisitore “più colto, il laureato”. Il sostituto procuratore dirà di riconoscerla, ma con lieve approssimazione.
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- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
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17 Settembre 1974
Le Brigate Rosse smascherano con un comunicato l’infiltrato Silvano “Frate Mitra” Girotti.
Con un comunicato scritto da Mara Cagol e diffuso a Milano, le BR smascherano Silvano Girotto come responsabile dell’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini:
«Domenica 8 settembre i compagni Renato Curcio e Alberto Franceschini sono caduti nelle mani del Sid… La loro cattura non è avvenuta, nel modo più assoluto, in seguito alla delazione o defezione di membri della nostra organizzazione, tanto meno per opera di infiltrati.
Essa non è da attribuire alle tanto sbandierate virtù investigative dei poliziotti torinesi, [ma] è avvenuta in seguito a una imboscata tesagli attraverso Silvano Girotto, più noto come “padre Leone”, il quale, sfruttando la fama di rivoluzionario costruita ad arte in America latina, presta l’infame opera di provocazione al soldo dei servizi antiguerriglia dell’imperialismo».
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7 Settembre 1974
Si riunisce il direttivo delle Brigate Rosse in un appartamento di Parma.
Sabato 7 settembre nella base parmense Alberto Franceschini e Renato Curcio vengono raggiunti da Moretti (assente la Cagol, rimasta a Torino), e il vertice diventa una resa dei conti dello scontro interno divampato durante il sequestro Sossi: il “politico” Franceschini vuole che il “militarista” Moretti esca dall’esecutivo BR per il bene dell’organizzazione; a sorpresa, un autocritico e remissivo Moretti si dice d’accordo.
Al termine della riunione, Curcio informa Franceschini del suo appuntamento con Girotto, l’indomani a Pinerolo, e gli chiede di accompagnarlo.
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- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Giovanni Fasanella e Alberto Franceschini, Che cosa sono le BR
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6 Settembre 1974
Una telefonata anonima a Enrico Levati invita Renato Curcio a non incontrare l’8 Settembre Frate Mitra.
Il pomeriggio di venerdì 6 settembre nell’abitazione di Enrico Levati arriva una telefonata anonima: «Dica a Curcio di non andare domenica a Pinerolo, perché sarà arrestato, c’è una trappola».
Dei confusi e ambigui avvenimenti successivi, la sola cosa certa è che la “soffiata” viene riferita a Moretti, ma Curcio ne rimane all’oscuro.
Dai primi di settembre Curcio e Franceschini sono chiusi in una base di Parma, impegnati in un lavoro importante: esaminare il ricco materiale documentale sottratto dall’archivio della sede milanese dei CRD il 2 maggio, per ricavarne un opuscolo che denunci il progetto autoritario neogollista di Edgardo Sogno.
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31 Agosto 1974
Renato Curcio e Mario Moretti incontrano Silvano Girotto, detto “Frate Mitra”. (altro…)
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23 Maggio 1974
Viene diffuso il Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi, dopo la sua liberazione a Milano.
Il generale Dalla Chiesa comincia a preparare un Nucleo Antiterrorismo dei Carabinieri.Invece della solita colazione, caffè e fette biscottate, a Sossi viene dato un sedativo. Poi gli bendano gli occhi con un cerotto, gli infilano grossi occhiali scuri, in capo gli calcano un berretto a visiera; gli restituiscono gli oggetti tolti al momento della cattura, tranne la “ventiquattrore” e le due agende. Prima di spingerlo sul sedile posteriore di un auto gli consegnano un foglio, il comunicato n. 8, intimandogli di farlo giungere al “Corriere della Sera” pena rappresaglie contro il p.g. Coco e il ministro Taviani. Il prigioniero viene avvisato che sarà rilasciato a Milano, ma che la cosa migliore, per lui, è tornare a Genova col primo treno. Ogni sua mossa, lo avvertono, sarà controllata.
Durante il suo ritorno a casa Sossi ha un comportamento assai strano. Durante il viaggio Milano-Genova si nasconde a tutti. Solo poco prima dell’arrivo si rivela a un compagno di viaggio e lo prega di accompagnarlo, avendo paura di rimanere solo. Giunto a Genova, anziché telefonare alla famiglia o alla polizia, telefona a un suo amico medico legale e si fa rilasciare un certificato che attesta la sua sanità mentale. Più tardi dichiarerà: «Non ho telefonato a mia moglie perché il mio telefono è controllato. Non volevo arrivare a casa da solo e per giunta preannunciandomi col risultato di far correre polizia e carabinieri». Per non tornare a casa solo infatti, il giudice si procura la scorta di due amici avvocati, uno dei quali più tardi dirà: «Che forse dovevo servire a parargli una pallottola l’ho pensato più tardi, e mi tremano ancora le gambe». In una conferenza stampa, alla domanda: «Lei ha paura dottor Sossi, lo dice e si vede anche, ma di che ha paura?», così risponde: «Delle BR no». «E allora di chi?» «È una cosa vaga, non posso dire di chi… Forse voi lo capite». Riferisce inoltre «Panorama» che Sossi
rifiuta la scorta della polizia e esce soltanto se lo accompagnano quattro guardie di finanza che conosce da tempo. Evita di parlare al telefono perché è controllato. Si sposta su un’alfetta blu della Finanza che appena possibile semina le giulie della questura incaricate di pedinarlo.
Quando dovrà fugare alcuni sospetti sorti sul suo viaggio Milano-Genova e sullo strano comportamento da lui tenuto, fornirà dei testimoni solo in un secondo tempo, chiedendo interrogatori immediati, quasi temesse che chi era in grado di confermare il suo racconto potesse essere fatto sparire. Le sue prime dichiarazioni sono di rispetto per le BR:
Nessuno mi ha imposto di scrivere messaggi, sono io che ho chiesto di farlo. Non sono mai stato costretto con la violenza a dire cose importanti alle BR. Non ho subito cioè maltrattamenti o torture… Alla fine i rapporti tra me e i due brigatisti erano, se non cordiali, almeno civili.
Pone anche l’accento sul carattere pedagogico della sua detenzione: per dura che sia stata la drammatica esperienza, è pur sempre un’esperienza, aggiungendo che in una cosa erano assolutamente d’accordo lui e le BR: «Che l’indipendenza della magistratura è un’utopia… questo le BR lo sapevano già. Io l’ho capito in quei trentacinque giorni».
Sossi arriva in incognito alla stazione di Genova, telefona a un amico, e si fa portare a casa, da dove chiama il collega pretore Gianfranco Amendola. Poi si consegna alla Guardia di finanza, di cui si fida. «Per amore di verità debbo dire che durante la detenzione mi è stato usato un trattamento umano», dichiara. «Non sono mai stato costretto con la violenza a dire alle BR cose importanti, cioè non ho subito maltrattamenti né torture». E dei brigatisti dice: «Li rispetto come nemici di una certa lealtà. Sono però fuori dalla realtà, sono a sinistra di qualunque sinistra. Sostanzialmente sono anticomuniste, nel senso che sono contro il Partito comunista».
Il procuratore generale Coco afferma che «l’ordinanza di scarcerazione è ineseguibile perché non sono state rispettate le modalità del lo scambio: Sossi è libero fisicamente ma non spiritualmente… Il trauma psichico perdura per un tempo variabile anche dopo la liberazione». Sossi gli replica: «Il dottor Coco è più stanco di me, è anziano, per lui è stato un brutto periodo». Secondo il “Corriere della Sera”, «questi dubbi sull’equilibrio psico-fisico di Sossi sono soltanto l’inizio di una manovra per dichiararlo folle o non sano di mente, e invalidare tutto ciò che egli può aver detto o fatto durante i giorni della prigionia». Il settimanale “L’Espresso” commenta: «L’ultima mossa dei brigatisti, quella di fare arrivare il giudice Sossi sano e salvo a casa, si sta rivelando la più scaltra del loro lungo duello con lo Stato italiano… Se lo avessero ucciso, si sarebbero isolati totalmente… Essi volevano porre l’opinione pubblica di fronte a una nuova drammatica domanda: è giusto reagire alla illegalità e alla violenza fisica di un sequestro con l’illegalità e la violenza della menzogna di Stato? Ci sono riusciti».
Prima di liberarlo Alberto Franceschini gli dice:
“Vai Mario, metti giudizio”.
In effetti, l’operazione Girasole è un clamoroso successo per le BR. Nella città più operaia e antifascista d’Italia, i brigatisti hanno sequestrato, senza spargimento di sangue, un giudice-simbolo della destra reazionaria come Mario Sossi, e minacciando di ucciderlo hanno chiesto e ottenuto dalla magistratura una sentenza di scarcerazione per 8 “detenuti politici”.
Durante il lungo sequestro (protrattosi per più di un mese senza che le forze dell’ordine siano riuscite a interromperlo), l’ostaggio ha rivelato torbidi retroscena dei vari apparati dello Stato, e i brigatisti li hanno puntualmente divulgati. Infine, mantenendo gli impegni assunti (disattesi invece dallo Stato), hanno liberato il prigioniero incolume, e il ritorno di Sossi sta provocando altre imbarazzanti situazioni.
Ciò spiega il favore di cui cominciano a godere le BR presso consistenti settori della sinistra operaia, studentesca e intellettuale. Un risultato sociopolitico che sarebbe stato ben diverso se il magistrato prigioniero fosse stato assassinato come pretendeva Mario Moretti.
Benché sia stato chiaro nella dinamica dei fatti, limpido nella gestione e conseguente nella conclusione, il sequestro Sossi successivamente farà emergere zone d’ombra e gravi ambiguità. Emergerà per esempio che il capo del Sid generale Vito Miceli, in pieno sequestro, ha organizzato una riunione con alcuni suoi stretti collaboratori illustrando un piano per intervenire, piano che presupponeva la conoscenza del luogo dove Sossi era tenuto prigioniero.
Secondo la testimonianza di un ufficiale del servizio segreto militare presente a quella riunione, il generale Miceli avrebbe voluto «attivare il Sid non per contrastare l’azione dei sequestratori, ma per affiancarla e portarla a un tragico compimento».
Il generale Miceli voleva attivare il Sid perché il sequestro Sossi avesse un tragico epilogo così concepito: rapire e uccidere l’avvocato Giovambattista Lazagna (ex partigiano genovese, militante dell’estrema sinistra, già implicato nell’inchiesta sui Gap di Feltrinelli); poi, il luogo dove Sossi era detenuto – «“scoperto” da qualcuno che già lo conosceva», cioè la polizia – sarebbe stato «accerchiato e si sarebbe sparato. E dentro avrebbero trovato i cadaveri dei brigatisti, il cadavere di Sossi, e il cadavere di Lazagna».
Il piano non era stato attuato per le forti perplessità di alcuni degli ufficiali del servizio segreto militare presenti alla riunione. Ma testimonia di come settori di apparati dello Stato fossero impegnati a alimentare il terrorismo e a “pilotarlo”, anziché combatterlo, così da accrescere l’allarme sociale e i conseguenti riflessi politici; per questo
erano più opportune BR “sanguinarie”, e non solo “dimostrative” e propagandistiche.Nel 1981 il brigatista pentito Alfredo Bonavita, impegnato a raccontare ai magistrati la dinamica del sequestro Sossi, elencherà i nomi dei 18 brigatisti che avevano attivamente partecipato all’operazione, ma avrà cura di non citare “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra.
Invece di fare il nome di Marra (che insieme a lui aveva materialmente afferrato Sossi al momento del rapimento), Bonavita tirerà in ballo Mario Moretti (che al sequestro non ha affatto partecipato).
Un espediente per tenere nascosta l’identità dell’informatore, che infatti resterà “coperto” per molti anni.
Lo stesso giorno in cui le Br rilasciano Sossi, il 23 maggio 1974, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa incomincia a preparare un Nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri.
Alcuni giuristi, confrontando la parola delle BR e quella dello Stato, giungono ad amare conclusioni. È il caso di Conso e dell’ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca; quest’ultimo dichiara che, mancando alla parola data, quello Stato cui si chiede di essere autorevole finisce col perdere ogni credibilità. Lo Stato non deve attaccarsi a cavilli e usare il potere dei propri organi costituzionali per tenere in galera coloro ai quali, attraverso il potere di altri organi altrettanto costituzionali, ha in precedenza garantito la libertà, concludendo con una domanda allarmante: chi ci garantisce che uno Stato incapace di mantenere oggi la parola data ai delinquenti saprà mantenerla domani ai cittadini onesti?
Con queste ultime lacerazioni all’interno dello Stato e dell’establishment, le BR ottengono il risultato di prolungare l’effetto della loro azione: giornali, periodici, radio e televisioni fanno a gara a commentare l’onestà delle BR e la disonestà dello Stato. La stella a cinque punte brilla più che mai.
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Testi
- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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21 Maggio 1974
Viene diffuso il Comunicato n°7 sul Sequestro Sossi.
Allo scopo di vanificare le difficoltà frapposte dal governo per la concessione del passaporto, viene fissato come luogo di asilo per i detenuti liberati l’ambasciata cubana presso la Santa Sede.
Insieme al comunicato viene consegnato un messaggio autografo in cui Sossi assicura di stare bene mettendo così fine a certe voci circa il suo stato di salute:
“Avuta notizia dell’avvenuta concessione della libertà provvisoria agli imputati del gruppo 22 Ottobre ed avuta notizia della condizione consistente nella garanzia della mia incolumità attuale, confermo di essere in buona salute.”
Mario Sossi
Ma il procuratore generale Coco rifiuta di dare esecuzione alla sentenza della Corte di assise d’appello («Prima venga restituito Sossi vivo, poi attueremo l’ordinanza di libertà provvisoria degli otto detenuti»), e Cuba non è disponibile ad accogliere nella propria ambasciata in Vaticano i detenuti scarcerati. La situazione è di fatto paralizzata.
Ricorderà Franceschini:
«Ci riuniamo io, Curcio e Moretti, per decidere cosa fare. La situazione è complicata dal fatto che sulla villetta dove teniamo Sossi ogni tanto passa a volo radente un elicottero; poi in quel posto isolato di campagna, sempre deserto, da qualche giorno si vedono spesso degli strani ciclisti, oppure ci arrivano delle coppiette… Ho l’impressione che ci abbiano scoperti, e che ci stiano tenendo d’occhio. Se è così, è probabile che stiano preparando un blitz, e in quel caso ci ammazzeranno tutti – compreso Sossi – come è successo nel carcere di Alessandria.
Io voglio liberare il prigioniero, perché comunque, politicamente, abbiamo già vinto su tutta la linea; oltretutto, Sossi è così incazzato che diventerà una mina vagante per lo Stato… Invece Moretti vuole che ammazziamo l’ostaggio, subito. Non capisco perché, mi sembra un’assurdità, ma lui insiste, non sente ragioni, così ci scontriamo con durezza. Curcio fa da mediatore, e propone di consultare i responsabili delle varie brigate per conoscere il loro parere.
Torno alla villetta, e senza perdere un minuto, insieme a Mara e Bertolazzi che la pensano come me, prepariamo il rilascio di Sossi. Lui ci chiede di “truccarlo” perché nessuno lo riconosca, di dargli un documento falso, e di rilasciarlo lontano da Genova: ha il terrore di finire in mano alla polizia o ai carabinieri e di fare una brutta fine… Così lo “trucchiamo”, gli diamo documenti falsi, lo portiamo in macchina a Milano; là gli diamo un biglietto del treno per Genova, una copia del comunicato numero 8, e lo liberiamo. È il 23 maggio»
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- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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14 Maggio 1974
Mario Sossi manda un messaggio al Presidente Leone (altro…)
