Tag: brigate rosse

  • Recensione di Un atomo di Verità di Marco Damilano

    Recensione di Un atomo di Verità di Marco Damilano

    Un atomo di verità: Aldo Moro e la fine della politica in Italia è un saggio di Marco Damilano pubblicato da Feltrinelli nel 2018.

    Informazioni su ‘Un atomo di verità’
    Titolo: Un atomo di verità: Aldo Moro e la fine della politica in Italia
    Autore: Marco Damilano
    ISBN: 9788807070471
    Genere: Saggio
    Casa Editrice: Feltrinelli Fuochi
    Data di pubblicazione: 2018-03-08
    Lingua: Italiano
    Formato: Paperback
    Pagine: 272
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    Un atomo di veritàMarco Damilano è una persona che stimo molto. In quest’epoca di giornalismo servile e spesso menzognero lo trovo in possesso di un’onesta intellettuale molto rara. Inoltre scrive bene, e anche questo per il giornalismo odierno è più unico che raro.

    Quindi quando è uscito questo libro, proprio nel periodo in cui sto scrivendo un romanzo su Moro e le Brigate Rosse, ero molto curioso di sapere cosa ne pensasse lo “spiegonista” di Propaganda Live (nonché direttore de L’Espresso) del sequestro di Moro e dei poteri che si nascondevano dietro le Brigate Rosse.

    Purtroppo di questo non ho trovato nulla. Nessuno spunto di riflessione, nessuna rivelazione su uno dei momenti più bui e determinanti della politica italiana.

    Il libro parte da una breve biografia di Aldo Moro e continua fino al momento del sequestro; e le conclusioni sono un’analisi abbastanza approfondita ma anche abbastanza banale di come la situazione politica italiana cambi definitivamente dalla mattina dell’8 Maggio 1978 (“L’alba dei funerali di uno Stato”, come dicevano i Modena City Ramblers), quando il corpo senza vita di Aldo Moro viene ritrovato in Via Caetani.

    È comunque scritto in modo scorrevole e abbastanza completo per quanto riguarda riferimenti e fonti, e forse è un buon punto di partenza se siete interessati a conoscere meglio la vicenda di Moro, il suo sequestro e la sua uccisione… Ma se già ne sapete abbastanza forse è una lettura che non vi darà nulla di nuovo.

  • L’anello della Repubblica

    L’anello della Repubblica

    Il libro perfetto del complottista, ma con una particolarità: è supportato da fonti e perfettamente credibile. L’anello della Repubblica è esistito davvero? O, ancora più inquietante… Esiste ancora?

    Informazioni su ‘L’anello della Repubblica’
    Titolo: L’anello della Repubblica
    Autore: Stefania Limiti
    ISBN: 9788861900684
    Genere: Saggistica
    Casa Editrice: Chiarelettere
    Data di pubblicazione: 2009-03-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 352
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    Anobii

    l'anello della repubblicaImmaginate l’Italia dell’immediato secondo dopoguerra. Immaginate gli Stati Uniti impegnati ad accaparrarsi il nostro governo in modo da poterci usare come baluardo contro i Comunisti Sovietici e contro il mondo arabo in lotta con lo stato di Israele che sarebbe nato di li a poco. Immaginate che l’embrione di quella che sarebbe diventata la CIA venga in Italia a reclutare generali e gerarchi della polizia fascista appena uscita distrutta dalla guerra civile per fondare un servizio segreto completamente slegato dal Parlamento e da qualsiasi forma di controllo istuituzionale. Immaginate che, sebbene nessuno ne conosca la portata, gli scopi, i mezzi, questo servizio segreto (chiamato “Il noto servizio” o “Anello della Repubblica”) lotti a spada tratta contro la diffusione del Comunismo in Italia e soprattutto contro la sua presa di potere democratica.
    Immaginate che i responsabili della strage di Portella della Ginestra, della strategia della tensione (Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus, Stazione di Bologna), del rapimento Moro e della seconda gestione delle Brigate Rosse (quella di Mario Moretti, dopo l’arresto di Franceschini e Curcio), siano in realtà burattini in mano a questo fantomatico servizio segreto.

    Fantascienza?

    Immaginate che sia tutto vero. E pensate a Pasolini.

    Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero

    Io so – Pier Paolo Pasolini

  • X-Files

    X-Files

    Quest’Italia piena di casi irrisolti mi fa schifo… Qualunque politico sale al potere promette un’età dell’oro, finiamo nell’ennesima realtà di merda. Ma la cosa che più non sopporto è il silenzio sui casi irrisolti, omertà, cose mai dette… Esisterà un archivio da qualche parte con il nome dei colpevoli?!?!
    Cos’è successo realmente ad Ustica? Chi ha ucciso Moro? Le Brigate Rosse? Piazza Fontana? La stazione di Bologna? La mia Piazza Loggia? Voglio la verità su tutte le stragi di stato, rosse o nere che siano. Voglio chiarezza sui rapporti mafia-politica negli ultimi sessant’anni di “Repubblica” e “Democrazia“. Voglio i nomi dei colpevoli. Voglio vedere quei fogli. Perchè li hanno pagati i miei genitori, o i miei nonni con le loro tasse. Ho il diritto di sapere, di rompere il silenzio che circonda questi segreti di stato, questi casi irrisolti, questi X files. A meno che non ci sia una buona ragione. Non è che c’entrano gli alieni, vero?!?!?

     

    Mulder and Scully
    Catatonia

  • 23 Marzo 1978

    Il Partito Comunista Italiano rende nota la sua posizione ufficiale rispetto alla vicenda Moro.

    Lo Stato non deve intavolare alcuna trattativa con i terroristi delle Brigate Rosse.

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    Testi

  • 18 Marzo 1978

    Comunicato n°1 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro
    La polizia perquisisce lo stabile di Via Gradoli 96, dove vive Mario Moretti

    Il comunicato viene trovato a Roma verso il mezzogiorno di Sabato, due giorni dopo il rapimento, sul tetto di un apparecchio per fototessere in un sottopassaggio in Largo Argentina da un giornalista del Messaggero, che era stato avvisato telefonicamente.

    Il comunicato viene trovato in cinque copie in una busta arancione di formato commerciale, insieme ad una polaroid che ritrae Aldo Moro in maniche di camicia, seduto sotto una bandiera delle Brigate Rosse.

    L’accusa che viene rivolta a Moro è di essere responsabile «dei programmi controrivoluzionari della borghesia imperialista».

    Testo completo del Comunicato n°1 sul rapimento di Aldo Moro

    “Giovedì 16 marzo un nucleo armato delle Brigate Rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo ALDO MORO, presidente della Democrazia Cristiana.

    La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata.

    Chi è ALDO MORO è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la DC è stata artefice nel nostro paese, dalle politiche sanguinarie degli anni ’50, alla svolta del “centro-sinistra” fino ai giorni nostri con “l’accordo a sei” ha avuto in ALDO MORO il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste. È inutile elencare qui il numero infinito di volte che Moro è stato presidente del Consiglio o membro del Governo in ministeri chiave, e le innumerevoli cariche che ha ricoperto nella direzione della DC, (tutto è ampiamente documentato e sapremo valutarlo opportunamente), ci basta sottolineare come questo dimostri il ruolo di massima e diretta responsabilità da lui svolto, scopertamente o “tramando nell’ombra”, nelle scelte politiche di fondo e nell’attuazione dei programmi controrivoluzionari voluti dalla borghesia imperialista.

    Compagni, la crisi irreversibile che l’imperialismo sta attraversando mentre accelera la disgregazione del suo potere e del suo dominio, innesca nello stesso tempo i meccanismi di una profonda ristrutturazione che dovrebbe ricondurre il nostro paese sotto il controllo totale delle centrali del capitale multinazionale e soggiogare definitivamente il proletariato.

    La trasformazione nell area europea dei superati Stati-nazione di stampo liberale in Stati lmperialisti delle Multinazionali (SIM) è un processo in pieno svolgimento anche nel nostro paese. Il SIM, ristrutturandosi, si predispone a svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione degli interessi economici-strategici globali dell’imperialismo, e nello stesso tempo ad essere organizzazione della controrívoluzione preventiva rivolta ad annichilire ogni “velleità” rivoluzionaria del proletariato.

    Questo ambizioso progetto per potersi affermare necessita di una condizione pregiudiziale: la creazione di un personale politico-economico-militare che lo realizzi. Negli ultimi anni questo personale politico strettamente legato ai circoli imperialisti e’ emerso in modo egemone in tutti i partiti del cosiddetto “arco costituzionale”, ma ha la sua massima concentrazione e il suo punto di riferimento principale nella Democrazia Cristiana. La DC è così la forza centrale e strategica della gestione imperialista dello Stato. Nel quadro dell’unita’ strategica degli Stati Imperialisti, le maggiori potenze che stanno alla testa della catena gerarchica, richiedono alla DC di funzionare da polo politico nazionale della controrivoluzione. E’ sulla macchina del potere democristiano, trasformata e “rinnovata”, e’ sul nuovo regime da essa imposto che dovrà marciare la riconversione dello Stato-nazione in anello efficiente della catena imperialista e potranno essere imposte le feroci politiche economiche e le profonde trasformazioni istituzionali in funzione apertamente repressiva richieste dai partner forti della catena: Usa, RFT.

    Questo regime, questo partito sono oggi la filiale nazionale, lugubremente efficiente, della piu’ grande multinazionale del crimine che l’ umanita’ abbia mai conosciuto.

    Da tempo le avanguardie comuniste hanno individuato nella DC il nemico più feroce del proletariato, la congrega più bieca di ogni manovra reazionaria. Questo oggi non basta.

    Bisogna stanare dai covi democristiani, variamente mascherati, gli agenti controrivoluzionari che nella ” nuova ” DC rappresentano il fulcro della ristrutturazione dello SIM, braccarli ovunque, non concedere loro tregua. Bisogna estendere e approfondire il processo al regime che in ogni parte le avanguardie combattenti hanno già saputo indicare con la loro pratica di combattimento. E questa una delle direttrici su cui è possibile far marciare il Movimento di Resistenza Proletario Offensivo, su cui sferrare l’attacco e disarticolare il progetto imperialista. Sia chiaro quindi che con la cattura di ALDO MORO, ed il processo al quale verrà sottoposto da un Tribunale del Popolo, non intendiamo “chiudere la partita” né tantomeno sbandierare un “simbolo”, ma sviluppare una parola d’ordine su cui tutto il Movimento di Resistenza Offensivo si sta già misurando, renderlo più forte, più maturo, più incisivo e organizzato. Intendiamo mobilitare la più vasta e unitaria iniziativa armata per l’ulteriore crescita della GUERRA DI CLASSE PER IL COMUNISMO.

    PORTARE L’ATTACCO ALLO STATO IMPERIALISTA DELLE MULTINAZIONALI.

    DISARTICOLARE LE STRUTTURE, I PROGETTI DELLA BORGHESIA IMPERIALISTA ATTACCANDO IL PERSONALE POLITICO-ECONOMICO-MILITARE CHE NE E’ L’ ESPRESSIONE.

    UNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE.

    16/3/78

    Per il comunismo
    Brigate rosse

    Lo stesso sabato 18 marzo, di primo mattino, gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo si recano in via Gradoli 96 per perquisire l’edificio: ispezionano tutti gli appartamenti, salvo l’interno 11, quello abitato dal capo brigatista Moretti (sotto la falsa identità di Mario Borghi) perché nessuno risponde al campanello.

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  • 9 Giugno 1976

    Prospero Gallinari legge in aula il comunicato sull’omicidio di Francesco Coco.
    Viene fatto pervenire ai giornali un altro Comunicato.

    Durante la settima udienza, alle 16:10 Prospero Gallinari si alza e, come ha annunciato pochi minuti prima, comincia a leggere una dichiarazione da un foglio dattiloscritto.

    Il presidente della corte Guido Barbaro cerca di interromperlo grazie all’aiuto dei carabinieri, ma Gallinari prosegue la lettura grazie all’intervento di altri compagni.

    I brigatisti vengono tutti ammanettati, e il foglio del comunicato tolto dalle mani di Gallinari. La parte non letta verrà trovata addosso agli 11 brigatisti dopo essere stati denudati e perquisiti.

    Il pubblico dell’aula viene caricato dalla polizia.

    Il proclama collega l’attentato terroristico al sequestro Sossi (solo per sancire una qualche continuità fra le “vecchie” e le “nuove” BR), ma annuncia che con il delitto Coco «si apre una nuova fase della lotta di classe che punta a disarticolare l’apparato dello Stato colpendo gli uomini che ne impersonificano e dirigono la sua iniziativa controrivoluzionaria»; né mancano precisi riferimenti alle imminenti elezioni: «Le elezioni del 20 giugno dovrann stabilire il quadro politico [e] si potrà solo scegliere chi realizzerà lo Stato delle multinazionali, chi darà l’ordine di sparare ai proletari. Chi ritiene oggi che per via elettorale si potranno determinare equilibri favorevoli al proletariato o addirittura creare una alternativa di potere… indica una linea avventuristica e suicida. L’unica alternativa di potere è: la lotta armata per il comunismo».

    Non c’è più traccia del “pericolo neogollista” denunciato dalle prime BR, e il riferimento allo “Stato delle multinazionali” è un generico richiamo all’ultima risoluzione della Direzione strategica BR dell’aprile 1975, là dove Curcio aveva sì scritto, per la prima volta, di “Stato imperialista delle multinazionali”, ma aveva poi argomentato: «Il passaggio a una fase più avanzata di disarticolazione militare dell0o Stato e del regime è prematuro e dunque sbagliato per due ordini di motivi:

    1. la crisi politica del regime è molto avanzata, ma ancora non siamo vicini al “punto di tracollo”;
    2. l’accumulazione di forze rivoluzionarie sul terreno della lotta armata, che sempre ha visto negli ultimi due anni una grande accelerazione, ancora non è tale per espansione sul territorio e per maturità politica e militare da consentire il passaggio a una nuova fase della guerra»

    Per cui l’eccidio di Genova è in aperto contrasto con la risoluzione di Curcio.

    Testo integrale del Comunicato n°6 sull’Omicidio di Francesco Coco

    “Ieri 8 Giugno 1976 nuclei armati delle Brigate Rosse hanno giustiziato il boia di Stato Francesco Coco e i due mercenari che dovevano proteggerlo. Questa azione realizza i seguenti obiettivi:

    1. dà corpo alla linea strategica dell’attacco al cuore dello stato evidenziando al movimento rivoluzionario che la contraddizione principale di questa fase e quella che oppone il proletariato allo stato in tutte le sue articolazioni coercitive e le sue appendici politiche apparentemente in conflitto dai fascisti assassini di Saccucci ai riformisti e revisionisti. Non ci stupisce affatto perciò che peri compagni comunisti assassinati dalle bande fasciste di Milano e di Sezze e per le decine di operai assassinati sul lavoro in questi giorni non sia stato proclamato dal PCI e dal sindacato neppure un minuto di sciopero mentre per una famigerata canaglia antiproletaria quale è sempre stato Coco sia stato proclamato uno sciopero nazionale. Ciò conferma ancora una volta da che parte stanno i revisionisti e il ruolo consapevole apertamente controrivoluzionario che essi svolgono in difesa dello stato imperialista delle multinazionali.
    2. Sviluppa certamente non conclude l’operazione Sossi il cui scopo era evidenziare dietro la maschera democratica il contenuto ferocemente controrivoluzionario dello stato imperialista. A Coco in tutta la vicenda era stato assegnato, ed egli coscientemente se lo era assunto, il compito di impersonificare fino a diventarne il simbolo questo contenuto. Ma giustiziare Coco non è stata una rappresaglia “esemplare” . Con questa azione si apre una nuova fase della guerra di classe che punta a disarticolare l’apparato dello stato colpendo gli uomini che ne impersonificano e dirigono la sua iniziativa controrivoluzionaria.
      All’interno quindi di questo programma giustiziare i due mercenari guardia del corpo è stato assolutamente giusto: essi non erano due figli del popolo ma sgherri al servizio della controrivoluzione . Gli altri mercenari che non vogliono seguire la loro sorte non hanno che da cambiare mestiere.
    3. Dimostra quanto avevamo affermato nel comunicato numero uno letto in questa aula. Il processo alla rivoluzione proletaria è impossibile. Certamente esso passa anche dai nostri tribunali, ma non in veste di imputata. Oggi insieme a Coco anche voi “egregie eccellenze” siete stati giudicati. Dobbiamo precisare infine che la posizione assunta dagli avvocati di regime è di fatto la motivazione con cui loro escono da questo processo. Ne prendiamo atto e li esortiamo perciò ad andarsene. A questo punto la contraddizione ha come poli noi e voi, signori della corte. Le forze comuniste armate sapranno trarne le debite conseguenze!

    Onore alla compagna Mara Cagol!
    Onore alla compagna Anna M. Mantini!
    Onore alla compagna Ulrike Meinhof!
    Onore a tutti i compagni caduti combattendo per il comunismo!
    Portare l’attacco al cuore dello stato!

    Ventitré ore dopo la furibonda sparatoria di Salita Santa Brigida una voce di uomo chiama la redazione del “Corriere Mercantile”:

    “In Via Cantore, al numero 30 troverete un volantino delle Brigate Rosse. Cercate nella cassetta intestata a Villa.”

    Il messaggio è in una busta commerciale arancione, in cinque copie, battuto a macchina a “spazio uno” e ciclostilato sulle due facciate.

    Testo integrale del Comunicato n°6 sull’Omicidio di Francesco Coco

    Martedì 8 Giugno un nucleo armato delle Brigate Rosse ha giustiziato il procuratore generale della Repubblica di Genova Francesco Coco. La scorta armata che lo proteggeva è stata annientata. Vale la pena ricordare alcune tappe che hanno costellato la lunga carriera di questo feroce nemico del proletariato e della sua avanguardia armata.

    Settembre 1970. In Via Digione crollano gli edifici di un intero quartiere che i pescecani dell’edilizia avevano costruito con i consueti criteri criminali. Risultato 18 proletari massacrati. Per Coco “il fatto non costituisce reato”.

    Ottobre 1971. Nel carcere di Marassi vengono denunciati una serie di pestaggi, nei confronti di molti detenuti, che persino la stampa borghese definirà «di stampo nazista». Coco archivia il tutto sostenendo che il pestaggio senza alcun motivo dei detenuti costituisce «legittima difesa preventiva».

    Novembre 1972. Tramite il suo fedele scudiero Mario Sossi, costituirà quello che lo collocherà all’avanguardia dell’attacco controrivoluzionario sferrato dalla borghesia contro le avanguardie comuniste: il processo al gruppo rivoluzionario «22 Ottobre». L’obiettivo era quello di distruggere sul nascere ogni tentativo di sviluppare la lotta armata per il comunismo. A distanza di quattro anni possiamo constatare che questo obiettivo è chiaramente fallito, ma a suo tempo Coco non lasciò nulla di intentato e si adoperò con la consueta ferocia. Raggruppò attorno a sé l’intera equipe politica della questura di Genova manovrandola come un vero e proprio corpo speciale che con una serie incredibile di provocazioni «costruì» fatti e prove che utilizzati dal tribunale speciale assicurerà il risultato finale: quattro ergastoli e alcuni secoli di galera per tutti i compagni. L’uso in chiave militare di tutti gli organi dello Stato, che è oggi la linea scelta dalla borghesia per affrontare la sua crisi, trovò così in Coco un miserabile precursore.

    Maggio 1974. Le BR catturano e processano il manutengolo di Stato Mario Sossi. Lo Stato deve fornire una nuova prova di forza. Se ne incarica il generale Dalla Chiesa effettuando un massacro di detenuti e ostaggi al carcere di Alessandria. Coco un anno dopo cancellerà l’episodio archiviando tutto. Concluso il processo a Sossi le BR riescono ad imporre lo scambio con i detenuti  compagni della «22 Ottobre». Rispettando la parola data le BR liberano Sossi, ma Coco, dando prova di infinita viltà, nega la libertà ai compagni. A questo punto il tribunale del popolo decide di porre fine al suo bieco operato e lo condanna a morte. Ora questa sentenza è stata eseguita, e gli aguzzini del popolo possono stare sicuri che se il proletariato ha una pazienza infinita, ha anche una memoria prodigiosa e che alla fine niente resterà impunito.

    Compagni, nel tentativo di arginare la sua crisi la borghesia ha scelto la linea della crescente militarizzazione dello Stato. Incapace di controllare il movimento proletario e la sua avanguardia comunista con strumenti esclusivamente politici ha accelerato l’uso delle strutture dello Stato in chiave militare. Da tempo è così iniziato un rapido rafforzamento di tutto l’apparato coercitivo, con la creazione dei corpi speciali dei CC e della PS, che, coperti dalla famigerata legge Reale, scorrazzano come bande di assassini. Senza alcun clamore né atto formale la magistratura in blocco si è mobilitata istituendo veri e propri tribunali speciali che negli ultimi tempi hanno distribuito senza parsimonia secoli di galera alle avanguardie proletarie. Il tentativo di distruggere la resistenza proletaria viene completato dagli aguzzini che nelle carceri nulla tralasciano per arrivare alla distruzione fisica dei proletari detenuti. Magistratura, polizia e carabinieri, carceri, costituiscono ormai un blocco unico, sono le articolazioni cardine di uno stesso fronte militare che lo stato delle multinazionali schiera contro il proletario. Questo è il progetto della borghesia che, caduta ogni possibilità di uscire dalla crisi in maniera indolore, vuole imporre il suo ordine nell’unica maniera che gli è possibile: con le armi, le rifondazioni dello Stato delle multinazionali dovrà venire su queste direttrici, dovrà essere imposta con la distruzione di ogni movimento proletario autonomo.

    In questa situazione, cadono le elezioni del 20 giugno, che dovranno stabilire il quadro politico, le alleanze politiche, che si faranno gestori della realizzazione di questo progetto. Il 20 Giugno si potrà solo scegliere chi realizzerà lo stato delle multinazionali, chi darà l’ordine di sparare ai proletari. Chi ritiene oggi che per via elettorale si potranno determinare equilibri favorevoli al proletariato o addirittura creare un’alternativa di potere, non solo opera una meschina mistificazione, ma indica una linea avventuristica e suicida. L’unica alternativa di potere è: la lotta armata per il comunismo. Occorre acuire la crisi di regime puntando l’attacco al cuore dello stato. Occorre rafforzare il potere proletario armato costruendo il partito combattente.

    In merito al processo di Torino, ripetiamo che tutti i militanti detenuti della nostra organizzazione sono prigionieri politici. Ad essi va riservato il trattamento dei prigionieri di guerra stabilito dalla Convenzione di Ginevra. Il non rispetto di queste norme, sia per quanto riguarda la detenzione, sia per quanto riguarda l’andamento processuale, verrà giudicato per quello che è: crimini di guerra. Ad essi risponderemo con la giustizia proletaria e la rappresaglia.

    Ricordiamo, ad un anno dalla sua uccisione la compagna Mara, caduta in combattimento nella battaglia di Arzello. Il suo sacrificio non è stato vano. Altri hanno raccolto il suo esempio di militanza comunista e lo porteranno avanti fino alla vittoria.

    Genova, 8 giugno 1976.
    Brigate rosse.

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  • 5 Giugno 1975

    Margherita Cagol muore in uno scontro a fuoco a Cascina Spiotta ad Arzello (AL).

    Il giorno dopo il sequestro dell’industriale Gancia, una pattuglia di quattro carabinieri lo sta cercando in una zona collinosa di Acqui Terme, a Arzello (Alessandria), e arriva fino alla cascina Spiotta, dove la Cagol e un secondo brigatista, probabilmente Lauro Azzolini, tengono sequestrato l’industriale.

    Renato Curcio aspettava la chiamata di Margherita Cagol sull’esito dell’operazione in un bar di Milano, lei chiama puntuale. Curcio risponde all’apparecchio pubblico nel sottoscala del locale, mentre da sopra arrivavano i rumori di tazzine e bicchieri.

    Il prologo, alle 10, quando una pattuglia lascia la caserma dei carabinieri di Acqui per battere la zona alla ricerca del rapito Vittorio Vallarino Gancia. Su una 127 blu con targa militare salgono il tenente Umberto Rocca, 36 anni, genovese, sposato con un figlio, laurea in economia e commercio, spiccate attitudini per lo sport; il maresciallo Rosario Cattafi, 50 anni, sposato con quattro figli, comandante la stazione; gli appuntati Giovanni D’Alfonso, 44 anni, sposato, tre figli, e Pietro Barberis, 50 anni. L’itinerario non è stato deciso: nella zona esistono cascine e castelli diroccati, ovunque i rapitori possono aver trovato rifugio. Cinque fattorie sono visitate prima di arrivare alla Cascina Spiotta di Arzello, una come tante. Per raggiungerla, lasciata Acqui, vi sono alcuni chilometri sulla strada per Savona, poi, al bivio per Melazzo, si piega a sinistra; ancora un lungo tratto, quindi una nuova svolta a sinistra per un viottolo tortuoso e in salita. Sulla gobba verde di un colle sorge la costruzione, composta di due blocchi, il primo con i muri in pietra grezza, l’altro di mattoni intonacato in calce bianca. La zona è isolata, l’occhio spazia su un largo tratto delle colline del Monferrato. Prima di arrivare sullo stretto spiazzo antistante la cascina dove si trovano il pozzo e il forno all’aperto, il sentiero rompe una stretta curva da cui si vedono due finestre, una ha il vetro spezzato. Sulla facciata si aprono due porte. Non sono ancora le 11:30 quando l’auto dei carabinieri si arrampica lenta per il sentiero. Forse, all’interno della casa, qualcuno sorveglia la strada. O forse no. Quando la pattuglia arriva davanti alla cascina, tutto pare deserto. Una 127 e una 128, parcheggiate sotto il portico nella parte vecchia della casa, fanno supporre che all’interno vi sia qualcuno. La ricostruzione della tragedia è fatta su testimonianze rese in corte d’assise dai carabinieri. Il tenente Rocca, il maresciallo e l’appuntato D’Alfonso scendono. Seguito dal sottufficiale, il tenente si avvicina alla porta e bussa, l’appuntato si dirige al porticato e rileva le targhe delle macchine, l’altro carabiniere si ferma dietro la curva a gomito e comincia a trasmettere i dati sulle auto: «non avevamo sospetti particolari quando giungemmo alla Spiotta. Bussammo, nessuno rispose,» racconterà il tenente Rocca. Dall’interno, però, giunge il rumore di una radio. L’ufficiale, che si è spostato verso l’angolo della costruzione, alza lo sguardo verso una finestra con le persiane accostate.
    «Intravidi una donna. Gridai: “Ma allora c’è qualcuno. Signora, vuole venire giù?”. La sconosciuta si ritirò».

    Il maresciallo intanto da un calcio alla porta, chiama il proprietario della cascina il cui nome è sulla targhetta. «Dottor Caruso». La sequenza è serrata. Nel vano appare un uomo, «sui trent’anni, alto 1,75, distinto, viso emaciato». È seccato, c’è un breve battibecco con i carabinieri: «Che cosa volete?» chiede. E quando viene invitato ad uscire, ribatte: «Venite voi, venire». Dirà il maresciallo Cataffi: «Aveva la mano destra ancora all’interno. Lo vidi strappare con i denti la sicura della bomba e lanciarla. Poi richiuse la porta».

    L’ordigno è stato scagliato verso il tenente, che, preoccupato, ha ancora gli occhi alla finestra. Racconterà l’ufficiale: «”Attento! Attento!” sentii gridare. Mi voltai e scorsi la bomba cadere dall’alto. Alzai istintivamente il braccio per ripararmi. Quello che successe dopo… Vidi rosso, crollai a terra, poi mi rialzai». I brigatisti, l’uomo e la donna, irrompono all’esterno sparando. Rocca è a terra, il braccio sinistro spappolato, il volto sanguinante; colpito dalle schegge anche il maresciallo, mentre numerosi proiettili raggiungono l’appuntato D’Alfonso. Il sottufficiale sorregge il tenente, lo trasporta fino alla provinciale dove ferma un auto di passaggio, poi torna alla cascina: ormai è tutto finito.

    A fronteggiare i guerriglieri è rimasto l’appuntato Barberis, che ricevuto l’ordine di chiamare i rinforzi per radio, in attesa di risposta non si è mosso dalla 127 neppure agli spari e alle esplosioni. «Volevo tornare sull’aia, ma aspettavo la conferma. Ancora colpi di pistola, poi sento il rumore di due motori, esco e vedo venire avanti una 127 rossa e una 128. Sulla prima auto al volante un uomo. Come mi ha visto ha cominciato a sparare attraverso il vetro. Anche la donna sparava».

    Le auto fanno un largo giro, per evitare la macchina dei carabinieri messa di traverso sulla stradicciola. La corsa si interrompe, la 127 finisce contro un salice e l’altra macchina le piomba addosso. Ancora Barberis: «Si è spalancata la portiera, sono usciti sparando. Poi, lei credo, grida: “Basta, basta, non sparate. Siamo feriti”». Due colpi avevano già raggiunto la giovane: al braccio destro e alla schiena. La brigatista getta a terra la pistola, anche il suo compagno sembra disarmato. L’appuntato guarda in volto lo sconosciuto: «Lo fisso negli occhi, vedo che non è tranquillo. Ordino di spostarsi, e quello, appena arrivato dietro alla donna, tira fuori una bomba dalla tasca della camicia. La riconosco subito: ne ho lanciate a centinaia. Mi getto in avanti, per evitarla, e faccio fuoco tre volte, il primo proiettile colpisce la giovane». Il brigatista scappa verso la boscaglia, Barberis lo insegue. «L’ho sentito muoversi tra gli arbusti. Non avevo più colpi e sono tornato indietro». Soltanto in quel momento scorge l’appuntato D’Alfonso riverso al suolo, il sangue, le armi abbandonate. Pochi minuti dopo arrivano le gazzelle, ma i rinforzi ormai sono inutili. Per i feriti i medici possono fare poco: l’appuntato D’Alfonso è condannato; al tenente Rocca si deve amputare il braccio e l’occhio destro è perduto; soltanto le condizioni del maresciallo Cattafi non sono preoccupanti.

    In mezzo al prato la giovane donna muore. È stata colpita ad un braccio e alla schiena, poi al torace, sotto l’ascella sinistra. Nelle conclusioni dell’autopsia dirà il professor Athos La Cavera, dell’università di Genova (lo stesso che visitò Mario Sossi dopo la liberazione):

    «Il colpo mortale fu quello inferto al torace che ha prodotto la morte pressoché istantanea del soggetto, mentre le precedenti ferite sono state inferte, con ogni verosimiglianza, qualche minuto prima».

    La giovane indossa jeans e un pesante golf bianco, a tracolla ha una borsa, il volto è coperto di sangue, sembra alta poco più di un metro e sessanta, infilato all’anulare della mano sinistra ha un anellino: un cerchio d’oro bianco e tre piccole pietre. «È Margherita Cagol» dicono sicuri gli uomini del nucleo speciale giunti meno di mezz’ora dopo lo scontro. Della “battaglia di Arzello” le bierre faranno una ricostruzione diversa e discutibile, soprattutto perché sembra basarsi solo sul racconto del brigatista fuggito.

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello dal giornale interno ‘Lotta armata per il comunismo’

    Entrato in contatto con i carabinieri, il nucleo doveva combattere e affrontare lo scontro con l’obiettivo esplicito di “annientare i CC”. Purtroppo i compagni hanno affrontato lo scontro in chiave difensiva, con l’illusione di potersi defilare senza annientare il nemico; e ciò ha portato ad un risultato parziale. Mara è rimasta ferita nello scontro. Essa, ormai disarmata, ha combattuto la sua ultima battaglia con le parole. Ma il nemico non si è accontentato di averla prigioniera. Dopo almeno cinque minuti dalla cattura una mano assassina l’ha abbattuta a freddo, in esecuzione di un ordine preciso. Un ordine che, in quelle circostanze è stato facile eseguire, ma sarà il tempo a dimostrare quale prezzo costerà a chi l’ha impartito.

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello dall’opuscolo ‘Mai più senza fucile’

    «Margherita Cagol uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Questi i titoli dei giornali. Telegrammi di felicitazione, medaglia al valore. Ma c’è un testimone, il compagno che si è sottratto alla cattura, che ha visto: Mara giaceva ferita ma viva e rantolante nell’erba, dopo la sparatoria. Un carabiniere ha chiesto per radio istruzioni poi si è avvicinato e le ha sparato a freddo. Uccidere i rivoluzionari non è reato. L’ordine del ministero degli interni è di fare il minor numero possibile di prigionieri».

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello resa da Lauro Azzolini

    Copia trovata nella base occupata da Curcio, in Via Maderno a Milano

    «Arrivati alla “B” (la cascina Spiotta, n.d.r.) trovammo la “M” (Mara, n.d.r.) in ansia, in quanto, secondo le sue previsioni, eravamo in ritardo di 20 minuti e perché aveva sentito dalla radio del CC dell’auto 124.

    Scaricato “A” (Gancia, n.d.r.) e dato che altri lo avevano già messo nella “G” (cella, n.d.r.) andai subito al primo piano a sinistra, nel posto di osservazione; si vedevano bene i movimenti all’incrocio di Terzo e pezzi di altre strade che portavano sia a Savona che da noi. Sul tavolo di fianco alla finestra c’era una radio che faceva un casino del diavolo: era quella dei CC, mentre l’altra, quella dei PS, era spenta in quanto inservibile. Andai nell’altra stanza, aprii i vetri, tenendo chiusa la tapparella e guardai sotto. Mi prese un colpo nel vedere vicino alla porta un CC. Egli guardò su urlando chi ci fosse nella casa, mentre io per un attimo incredulo restai immobile. Corsi dalla “M” che era seduta a fianco della finestra e l’avvertii che c’erano i CC. La “M” urlando che era impossibile corse alla finestra, l’aprì tutta, si ritirò immediatamente dicendomi che erano in tre. Mi chiese da dove potevano essere venuti perché non li aveva visti: forse erano venuti dai campi o da Ovada.

    In quei minuti ci fu un trambusto indescrivibile. Io che caricavo le armi e mi riempivo le tasche di colpi e di bombe, la “M” che imprecando correva a prendere scartoffie e ventiquattrore. Andammo giù per le scale. Davanti alla porta chiusa armati (io di M1, pistola e 4 SRCM, da notare che le bombe svizzere le lasciammo su perché non ci sentivamo sicuri di adoperarle; la “M” borsetta e mitra a tracolla e, in mano, valigetta e pistola). Restammo qualche minuto dietro alla porta: la “M” insisteva che bisognava prendere le auto e scappare, io che volevo prendere l’”A”. Accortomi del casino che mi circondava decisi di verificare  aprendo la porta dove e come fossero disposti i carabinieri. Tolsi la sicura all’SRCM e mi affacciai. Messa fuori la testa vidi sulla mia sinistra all’angolo della casa un CC. Mi invitò ad uscire e cercai di prendere tempo per vedere dove fossero gli altri. Il mio temporeggiare fece siì che altri due CC uscissero dall’angolo e si mettessero allo scoperto. Dissi a “M” che avrei tirato le bombe e ci saremmo coperti la fuga con M1 e l’altro mitra, che tutti e tre si trovavano allo scoperto: infatti noi credevamo che fossero soltanto in tre. Ad un ennesimo invito ad uscire e a un altro mio che venissero loro, tirai la SRCM: sentii un gran botto, vidi un fuggi fuggi dei CC, tra urla e pianti. Uscii di corsa seguito dalla “M”, tirai un’altra SRCM a caso; mentre stavamo per entrare nel primo porticato sentimmo colpi alle spalle e urla. Mi voltai e vidi un CC che correva, la “M” urlò di sparare. Tirai il primo colpi con M1 ma non uscì il bossolo e l’arma si inceppò. Tirammo tutti e due con le pistole e ancora quando lo vedemmo disteso la “M” gli tirò ancora. La “M” mi urlò di prendere la macchina e scappare.

    Il CC urlava. Per primo gli dissi di non sparare, che ci arrendevamo, subito dopo anche la “M” urlava che ci arrendevamo. Sotto tiro ci ordinò di alzare le braccia sul capo. Feci presente alla “M” che mi restavano in tasca due SRCM e che appena il CC si fosse distratto lo avrei centrato, dissi che dopo ci sganciavamo subito e che se andava male correvamo nel bosco sottostante. Mi rispose affermativamente dicendomi che dovevamo pensare a scappare. Presi dalla tasca una SRCM e tolsi la sicura. Mentre il CC, chiamando gli altri, si avvicinava a quello disteso voltandoci le spalle, decisi di tirarla. Mentre la tiravo, vidi che si voltava, si accorse del pericolo e non so se si buttò a terra, si sentì un botto e il CC tutto pallido ancora in piedi. Era andata male. Urlai a “M” di svignare e di correre verso il bosco. Mentre correvo zigzagando nel campo sentii tre colpi intorno a me. Riuscii ad arrivare al bosco e con un tuffo mi buttai nella macchia piena di spini. Non riuscendo a districarmi, temetti il peggio. Da sopra sentivo la “M” che urlava imprecando verso il CC. Presi l’altra SRCM dalla tasca e pensai di cercare di centrare il CC. Mi affacciai alla buca e vidi la “M” seduta con le braccia alzate che imprecava verso il CC. Nel vedere la “M” ancora seduta e la mia impossibilità di arrivare a tiro decisi di sganciarmi velocemente, pensando che i rinforzi sarebbero arrivati a minuti. Corsi giù per il pendio e quando stavo per arrivare dall’altra parte della collina vicino a un bosco sotto il castello (saranno passati cinque minuti dal momento della mia fuga), ho sentito uno, forse due, colpi secchi, poi due raffiche di mitra. Per un attimo ho pensato che fosse stata la “M” ad adoperare il suo mitra, poi ebbi un brutto presentimento confermato dal modo in cui sparavano nei campi durante le ricerche».

    Prima di entrare nella cascina, i carabinieri per alcuni minuti sparano e gettano all’interno bombe lacrimogene. Nella cucina c’è una branda disfatta, gettate in un angolo, due magliette, una bombola a gas; nella stanza accanto si apre la finestra dalla quale si vede la vallata; su un lato della parete una porta alta non più di un metro e venti: la cella dell’industriale Gancia. Quando il battente viene spalancato, lui è in piedi, tremante, il volto pallido e disfatto per l’emozione, i polsi legati dietro la schiena. Ha udito la sparatoria, ha pensato a uno scontro fra bande rivali, e soltanto quando ha sentito i carabinieri chiamarsi con il grado ha capito che era tutto finito.

    Quanto accaduto alla cascina Spiotta di Arzello il 5 giugno lascerà senza risposta molti interrogativi. Secondo la versione ufficiale dei carabinieri, si trattava di un controllo casuale, al quale i brigatisti hanno risposto con raffiche di mitra e col lancio di bombe a mano; la morte della Cagol sarebbe stata incidentale, e nella cascina «quasi certamente» c’era anche Renato Curcio.

    Ma è più probabile che la pattuglia dei carabinieri sia stata indirizzata nella zona della cascina Spiotta da una “soffiata” (c’è chi sospetta di Maraschi), ed è molto dubbio che nel casolare ci fosse anche Curcio.

    Infatti Curcio è a Milano, dove alle 14:00 un compagno con il quale aveva appuntamento in strada lo avvisa che a Cascina Spiotta c’è stato un conflitto a fuoco.

    Inoltre ci sono i segni dei proiettili sull’auto guidata dalla donna. Un colpo è finito contro la portiera, in corrispondenza della ferita al braccio, l’altro ha mandato in frantumi il lunotto. Sembra accertato che Margherita Cagol sia stata raggiunta dai proiettili quando era al volante e rimane incomprensibile la logica che fa negare la circostanza agli ufficiali dei carabinieri.

  • 15 Maggio 1975

    A Milano un commando brigatista fa irruzione nello studio di Massimo De Carolis.
    A Mestre viene perquisita una sede democristiana.
    A Torino vengono incendiate nove auto di “sindacalisti gialli” (di destra).

    Massimo De Carolis è capogruppo DC al Comune di Milano, esponente della destra democristiana, leader della reazionaria “Maggioranza silenziosa” e grande estimatore di Sogno; l’uomo politico viene “gambizzato”, cioè ferito a una gamba con un colpo di pistola.

    «Il proiettile estratto dalla gamba dell’avvocato è sottoposto a esame balistico, [e l’esame avrà] conclusioni clamorose: la pistola che ha sparato contro De Carolis è la stessa che, nel giugno 1974, uccise i due missini a Padova».

    Il volantino BR di rivendicazione dell’attentato a De Carolis è caratterizzato da un linguaggio inusuale, del tutto diverso dai precedenti proclami. Molto singolare anche il contenuto: un attacco alla sola Democrazia cristiana, comprensivo di analisi sulla «DC cittadina e regionale» e sul ruolo della corrente di De Carolis “Iniziativa democratica” all’interno del partito.

    Il volantino cita Edgardo Sogno, e contiene «alcune notizie già pubblicate nell’ottobre del 1973 dalla “Agenzia A diretta dal provocatore torinese Luigi Cavallo»

    Testo integrale del Comunicato delle BR dell’assalto alla sede di Iniziativa Democratica

    “Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha perquisito e distrutto il covo democristiano di via Monte di Pietà, 15, sede di Iniziativa Democratica, gruppo di provocazione anticomunista, più noto come “banda De Carolis.”

    La Democrazia cristiana è il vettore politico principale del progetto di ristrutturazione imperialista dello stato. È il punto di unificazione del fascio di forze reazionarie e controrivoluzionarie che unisce Fanfani a Tanassi, a Sogno, a Pacciardi, ad Almirante ed ai gruppi terroristici.

    LA DC È IL NEMICO PRINCIPALE DEL MOMENTO: è il partito organico della borghesia, delle classi dominanti e dell’imperialismo. È il centro politico ed organizzativo della reazione e del terrorismo. È il motore della controrivoluzione globale e la forza portante del fascismo moderno: il fascismo imperialista. Non ci si deve lasciare ingannare dalle “professioni di fede democratica ed antifascista” che talvolta vengono da taluni dirigenti di questo partito, perché esse rispondono al bisogno tattico di mantenere aperta la finta dialettica tra “fascismo” e “antifascismo” che consente alla DC di rastrellare voti, facendo credere che contro il pericolo “fascista” sia meglio la “democrazia riformata” e cioè lo stato imperialista. Il problema delle avanguardie rivoluzionarie è quello di fare chiarezza sull’intero gioco, colpendo covi, collegamenti, connivenze e progetti. La DC non è solo un partito, ma l’anima nera di un regime che da 30 anni opprime le masse popolari ed operaie del paese. Non ha senso comune dichiarare a parole la necessità di battere il regime e proporre nei fatti un compromesso storico con la DC. Ne ha ancora meno chiacchierare su come riformarla.

    LA DC VA LIQUIDATA, BATTUTA E DISPERSA. La disfatta del regime deve trascinare con sé anche questo immondo partito e l’insieme dei suoi dirigenti; come è avvenuto nel ’45 per il regime fascista e per il partito di Mussolini. Liquidare la DC e il suo regime è la premessa indispensabile per giungere ad un’effettiva “svolta storica” nel nostro paese. Questo è il compito principale del momento. Iniziativa Democratica è una centrale reazionaria e controrivoluzionaria molto articolata nelle strutture politiche ed economiche della metropoli milanese. Gli uomini di questa centrale che, secondo il suo leader Massimo De Carolis, rappresenta oggi “la forza più importante nella DC cittadina e regionale, ed il gruppo numericamente più forte nel consiglio comunale,” sono tutti apertamente e scopertamente compromessi con la reazione più bieca:..

    In questi giorni la banda De Carolis si prepara nel suo covo ad una campagna elettorale indirizzata “a far convergere i voti milanesi verso la DC e nella DC verso i candidati più sicuri.” Con questa azione gli abbiamo anticipato il giudizio che i proletari danno di lui, dei suoi compari e del suo immondo partito. Ma è solo un anticipo. Il resto lo potrà riscuotere direttamente sulle piazze proletarie se proverà a metterci anche un solo piede. Le leggi speciali sull’ordine pubblico volute dalla Democrazia cristiana incitano all’uso delle armi contro la “criminalità politica.” Abbiamo raccolto, per una volta, il suggerimento, colpendo alle gambe uno dei più convinti sostenitori di queste leggi liberticide.

    Certo meritava di più, ma in queste cose non c’è fretta. Ad alzare il tiro si fa presto e ad individuare i veri “criminali” pure! PORTARE L’ATTACCO AI COVI DEMOCRISTIANI, CENTRI DI DELINQUENZA POLITICA E COMUNE, DI REAZIONE, DI CONTRORIVOLUZIONE. BRIGATE ROSSE.

    15 maggio 1975

    Precisiamo che non esiste alcun legame operativo né organizzativa tra Nuclei Armati Proletari (NAP) e le Brigate Rosse. Viva la lotta dei Nuclei Armati Proletari!

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  • 5 Maggio 1974

    Le Brigate Rosse diffondono un comunicato in cui chiedono il rilascio dei detenuti della 22 Ottobre per liberare Mario Sossi.

    Al comunicato brigatista contenente «l’infame ricatto» (come lo definisce la stampa) risponde il ministro dell’Interno Taviani con una dichiarazione lapidaria: «Non si tratta con i criminali».

    La classe politica è unanime nel respingere il ricatto brigatista. Il quotidiano “La Stampa” commenta: «È la prima volta che in Italia un gruppo di terroristi sfida lo Stato… Il ricatto è di una crudeltà sconfinata», e cedere significherebbe scardinare «i princìpi su cui si fonda lo Stato».

    L’UMI (la corrente di destra della magistratura alla quale aderisce Sossi, e il cui presidente è Carlo Reviglio della Veneria) si schiera con la linea della fermezza: no a qualunque cedimento al ricatto brigatista. Il procuratore generale Coco dichiara: «La vittima può essere uccisa anche se si cede al ricatto, e il cedimento incoraggerebbe altre imprese criminali».

    Testo integrale del Comunicato n°4 sul Sequestro Sossi

    “Gli interrogatori del prigioniero Mario Sossi sono terminati. Abbiamo sentito la sua versione dei fatti, la sua autodifesa, la sua autocritica. Ora è il momento delle decisioni.

    In breve, tre sono i punti fondamentali:

    1. egli ha ammesso che il processo al gruppo 22 Ottobre è stato il frutto, velenoso, di una serie di macchinazioni controrivoluzionarie tendenti a liquidare sul nascere la lotta armata del nostro paese. Queste macchinazioni sono state progettate e messe in atto dalla polizia (Catalano – Nicoliello), dal nucleo investigativo dei carabinieri (Pensa), dai responsabili del SID (Dallaglio, Saracino) e coperte da una parte della magistratura (Coco-Castellano).
    2. Egli ha convenuto di essere ricorso ad un metodo vigliacco per incastrare senza prove molti compagni del 22 Ottobre. La costruzione del suo castello di accuse, infatti, poggiava non su prove ma su voci raccolte da piccoli artigiani della provocazione (Mezzani, La Valle, Astara, Vandelli, Rinaldi) e su deboli di carattere cinicamente ricattati (Sanguineti).
    3. Dopo aver ricostruito macchinazioni, modi di agire, tecniche e scopi della infiltrazione e riconosciuto le sue specifiche responsabilità nel processo di regime contro il 22 Ottobre, Mario Sossi ha puntato il dito contro chi, protetto dalla grande ombra del potere, lo ha pilotato in questa miserabile avventura: Francesco Coco, procuratore generale della repubblica.

    La borghesia, dopo aver lanciato un’offensiva repressiva senza precedenti e senza risultati contro la nostra organizzazione e contro il popolo, è costretta oggi ad ammettere di aver perso la partita tanto sul terreno politico che su quello militare. Il ricorso alle taglie è un anacronismo quasi ridicolo che denuncia la totale sconfitta degli uomini più abili di cui dispongono le forze di polizia. E sinceramente ci risulta difficile capire come qualcuno possa ragionevolmente credere di potersi godere, dopo un’eventuale delazione, quegli sporchi denari.

    Mario Sossi è un prigioniero politico. Come tale è stato trattato senza violenze né sadismi. Sono stati rispettati i principi della convenzione di Ginevra, come egli ha chiesto. Gli interrogatori sono stati da lui liberamente accettati e per questo sono stati effettuati.

    Rispetto al popolo, alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare, rispetto alla sinistra rivoluzionaria egli si è macchiato di gravi crimini, peraltro ammessi, per scontare i quali non basterebbero 4 ergastoli e qualche centinaio di anni di galera, tanti quanti lui ne ha chiesti per i compagni comunisti del 22 Ottobre.

    Tuttavia a chi ha potere e tiene per la sua libertà lasciamo una via di uscita: lo scambio di prigionieri politici. Contro Mario Sossi vogliamo libertà per: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino, Gino Piccardo, Aldo De Scisciolo. Nulla deve essere nascosto al popolo. Dunque non ci saranno trattative segrete.

    Ecco le modalità dello scambio. Gli 8 compagni dovranno essere liberati insieme in uno dei seguenti paesi: Cuba, Corea del Nord, Algeria. Essi dovranno essere accompagnati da persone di loro fiducia. Mario Rossi dovrà confermare la avvenuta liberazione. Entro le 24 ore successive alla conferma dell’avvenuta liberazione degli 8 compagni – 24 ore che dovranno essere di tregua generale e reale – avverrà la liberazione anche di Mario Sossi. Questa è la nostra parola.

    Garantiamo la incolumità del prigioniero solo fino alla risposta. In una guerra bisogna saper perdere qualche battaglia. E voi, questa battaglia l’avete persa. Accettare questo dato di fatto può evitare ciò che nessuno vuole ma che nessuno può escludere.”

    Il comunicato viene sequestrato al “Corriere Mercantile” da Catalano, che lo trattiene per un giorno prima di mostrarlo a Grisolia e alla stampa.

    La famiglia Sossi, vista la mancata risposta dello Stato al ricatto, comincia ad avere paura.

    Grazia Sossi invia telegrammi al papa Paolo VI e al presidente Leone, col quale tenta invano più volte di mettersi in contatto.

    Al capo dello stato e presidente del consiglio superiore della magistratura On. Giovanni Leone. Invoco urgente et immediato intervento vostra massima autorità a favore di mio marito in gravissimo pericolo soltanto per avere compiuto scrupolosamente proprio dovere di magistrato della Repubblica stop Mie figlie supplicano et confidano vostra sensibilità uomo padre e magistrato affinché loro papà possa tornare a casa Grazia Sossi.

    Imploro alto intervento Santità vostra per vita mio marito stop Confido vostra illuminata parola possa salvare un innocente stop In preghiera assieme at mie bambine attendiamo con fede.

    Nel frattempo la polizia segue la “pista del mare”. A Genova la polizia trova una grotta con un letto all’interno, e circolano voci di alcuni uomini che se ne allontanano in barca.

    Qualche giornale coglie l’occasione per collegare le Brigate Rosse al mondo del contrabbando, con la malavita internazionale pronta a finanziarle.

    L’indagine del sequestro di Sossi viene trasferita a Torino al dottor Silvestro, che già si era occupato del sequestro Amerio.

    Lotta Continua ne dà un ritratto inquietante per quanto è ridicolo: viene definita persona esemplare un uomo che ha militato in organizzazioni fasciste, era entrato in magistratura negli anni Trenta restando fedelissimo del regime.

    La questura mette una taglia di venti milioni sui rapitori.

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  • 18 Dicembre 1973

    Il dirigente della FIAT Amerio viene liberato dalle BR, dopo essere stato rapito 8 giorni prima.

    Alle 5:55 di mattina, mentre Amerio dorme profondamente sulla branda da carcerato nella prigione del popolo, viene scosso a una spalla: «Sveglia. Si vesta, presto». Obbedisce, si infila giacca e pantaloni, poi guarda incerto le pantofole che i rapitori gli hanno dato. «Tienile pure». Poco dopo lo bendano e gli fanno mettere un paio di occhiali da sole. «Non si preoccupi: è finita. Fra poco sarà libero». Lo guidano, a piedi, per alcuni metri. Poi un viaggio in auto di 30-40 minuti, con molte curve che gli fanno pensare a giri viziosi. Indicare anche solo con grande approssimazione dove si trovi il «carcere del popolo» ad Amerio sarà impossibile.

    Alle 6:10 la macchina si arresta, i brigatisti fanno scendere Amerio  e lo accompagnano fino ad una panchina.
    «Stia qui. Aspetti qualche minuto e poi torni a casa. È libero».

    Pochi momenti di attesa, poi il dirigente FIAT si toglie la benda e si guarda attorno. È in Piazza Zara, di fronte, sull’altra riva del Po, c’è l’ospedale maggiore delle Molinette, poco oltre un parcheggio di Taxi.

    Alle 6:30 il taxi si ferma sotto casa di Amerio. La corsa costa mille lire, Amerio ne dà diecimila all’autista e non aspetta il resto. Suona al campanello, gli risponde la moglie.

    Amerio è libero.

    Dichiarerà alla stampa:

    “Mi sento bene, benissimo […] Sono stati gentili […] mi hanno fornito pantofole di stoffa […] mi hanno anche dato un paio di mutande lunghe di lana […] fin dal primo giorno i rapitori mi hanno detto quando sarei stato liberato […]. Questa esperienza mi aiuterà a meditare e a lavorare per un futuro migliore.

     

    Alle 11:00 il questore Massagrande tiene una conferenza stampa:

    Dal momento del rilascio del cavalier Amerio sono scattati tutti i dispositivi predisposti in questi giorni. Dalle prime ore di stamani cerchiamo di raccogliere il frutto del lavoro fatto i giorni scorsi. Quelli che erano sospetti, indagini, identificazioni, cerchiamo ora di renderli concreti per inviare così un rapporto alla magistratura che, comunque, di ora in ora è tenuta al corrente della situazione.

    Nonostante queste premesse, alle 12:45 squilla il telefono dell’ANSA. Una giovane voce, in falsetto, con leggero accento piemontese dice:

    Nella cabina di Corso Vinzaglio angolo Corso Vittorio ci sono dei volantini.

    Considerato che la polizia ha deciso di non perdere d’occhio la cabina telefonica di Piazza Statuto, i brigatisti hanno deciso di cambiare e hanno infilato il comunicato in una cabina a 200 metri dalla questura.

    Comunicato ‘Non siamo noi che dobbiamo avere paura!’

    «Non siamo noi che dobbiamo avere paura!»

    Sequestro Amerio, comunicato rilasciato in occasione della liberazione del dirigente FIAT

    Oggi, Martedì 18 Dicembre, nelle prime ore del mattino è stato rimesso in libertà il capo del personale FIAT auto Ettore Amerio.

    Negli otto giorni di detenzione egli è stato sottoposto a precisi interrogatori sulle questioni dello spionaggio FIAT, dei licenziamenti, del controllo delle assunzioni, delle assunzioni selezionate di fascisti e più in generale sull’organizzazione e la storia della controrivoluzione all’interno della FIAT.

    Egli ha “collaborato” in modo soddisfacente.

    Durante la sua detenzione la FIAT ha ritirato ogni minaccia di messa in cassa integrazione.

    Negli stessi otto giorni:

    • Le forze di polizia, nonostante le false dichiarazioni e il terrorismo usato contro militanti di sinistra e in particolare contro alcune avanguardie operaie, sono state seccamente sconfitte;
    • I giornali di Agnelli non sono riusciti a nascondere la qualità politica della nostra azione e contemporaneamente hanno messo sotto gli occhi di tutti le loro disinvolte manipolazioni, le loro “audaci” interpretazioni, riconfermando un’antica convinzione proletaria: la «Stampa» È BUGIARDA;
    • I giornali riformisti sono andati oltre la manipolazione. Essi hanno inventato di sana pianta storie infami, storie che – sia chiaro –  mai uscirebbero dalla testa di un comunista, soprattutto perché discreditano più il movimento operaio che la nostra organizzazione.

    Gli uni e gli altri hanno operato una significativa “censura” sui problemi di fondo che abbiamo agitato: il FASCISMO FIAT e la QUESTIONE DEI LICENZIAMENTI. Sono questi i primi frutti del compromesso storico?

    Compagni, otto giorni fa imprigionando Amerio sottolineavamo una cosa soprattutto: NON SIAMO NOI CHE DOBBIAMO AVERE PAURA. Al contrario dobbiamo armarci e accettare la guerra perché vincere è possibile.

    Oggi rilasciandolo vogliamo cancellare un’illusione: che portando all’estremo una battaglia si possa vincere una guerra. Non siamo che all’inizio.

    Siamo nella fase di apertura di una profonda crisi di regime, che soprattutto è crisi politica dello Stato e che tira verso una “rottura istituzionale”, verso un mutamento in senso reazionario dell’intero quadro politico.

    Nostro compito in questa crisi, compagni, è quello di costruire nelle grandi fabbriche e nei rioni popolari i primi centri del POTERE OPERAIO PROLETARIO ARMATO! CREARE COSTRUIRE ORGANIZZARE IL POTERE PROLETARIO ARMATO! NESSUN COMPROMESSO COL FASCISMO FIAT! I LICENZIAMENTI NON RESTERANNO IMPUNITI! LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO

    18 Dicembre 1973
    BRIGATE ROSSE

    Per la prima volta i comunicati sono scritti con una macchina IBM e il ciclostile, con ogni probabilità, è un Gestetner.

    Il sottosegretario agli Interni Pucci commenta così il sequestro:

    “L’episodio rappresenta una manifestazione dello espandersi di un certo tipo di criminalità, che impone la mobilitazione di tutte le energie dello Stato”

    E coglie l’occasione per tracciare un bilancio dell’azione preventiva della polizia del 1972:

    • 1.200.000 persone identificate
    • 4252 arresti
    • 11.575 denunce a piede libero

    E aggiunge che si può fare di più e meglio.

    I giornali scrivono che per gli inquirenti il “carcere del popolo” dove Amerio è stato tenuto prigioniero otto giorni sarebbe nascosto in collina, e che come autori del sequestro si sospettano i brigatisti Curcio, Franceschini, Cagol, Bonavita, Ferrari, Bertolazzi, Bassi.

    Nessun giornale fa il nome di Mario Moretti.

    Nel 1975 gli inquirenti sospetteranno che a far parte del gruppo erano:

    • Alfredo Buonavita
    • Renato Curcio
    • Margherita Cagol
    • Paolo Maurizio Ferrari
    • Alberto Franceschini
    • Pietro Bertolazzi
    • Pietro Bassi

    Ad interrogare il “testimone” pare essere stato proprio Renato Curcio.

    Renato Curcio commenta il sequestro Amerio

    “Scegliemmo il cavalier Ettore Amerio perché, come capo del personale della FIAT Auto e vecchio dirigente presente in fabbrica fin dai tempi di Valletta, rappresentava un simbolo del padrone, ed era al corrente di tutti i segreti del reclutamento di quel serbatoio di spioni e di provocatori che avevamo eletto nostri avversari diretti […]. Il sequestro fu preparato da me, con Margherita [Cagol, n.d.a.], Ferrari e Bonavita, ma vennero ad aiutarci anche dei compagni della colonna milanese. Prendemmo Amerio la mattina, sotto casa sua, in pieno centro di Torino. Il solito “ci segua”, “salga su quella macchina”, poi i batuffoli di ovatta sugli occhi e tutto come da copione, senza problemi.
    Lo portammo in un appartamento dove avevamo preparato una piccola stanza insonorizzata. Non gli venne fatta nessuna violenza, anzi, poiché faceva freddo gli comprammo degli abiti adatti. Con un cappuccio in testa, fui io a interrogare il sequestrato. In realtà si trattò di lunghe chiacchierate. Gli chiedevo di raccontarmi la strategia aziendale, la tecnica dei controlli, i criteri di selezione nelle assunzioni. Lui cominciò a discutere anche di politica. «Ma come», esclamava sinceramente sbalordito, «la FIAT sta cercando di aprire delle fabbriche in URSS, lì le cose per noi vanno benissimo, non c’è mai uno sciopero, gli operai lavorano senza protestare. E voi mi dite che volete la rivoluzione per creare una società sul tipo di quella sovietica!». In certi momenti mi sembrava più perplesso e stupito che non amareggiato per la sua sorte. Io gli spiegavo che noi volevamo un sistema sociale capace di far vivere i principi ideali del comunismo e non una società sul modello Sovietico. Ma in fondo il povero cavalier Amerio non aveva tutti i torti quando mi ripeteva: «Proprio non vi capisco». […] La sua liberazione era prevista. All’epoca l’eliminazione di un sequestrato non ci passava per la testa. Non ponemmo nessuna esplicita condizione al suo rilascio perché non volevamo esporci a un braccio di ferro che avrebbe potuto risultare perdente”

    Moretti sul sequestro di Amerio

    “È ancora un conflitto in fabbrica, non è ancora quel che chiameremo l’attacco al cuore dello Stato, ma è una enorme insubordinazione. Gli operai non ci sono abituati, e tantomeno i sindacati e i partiti. La conseguenza è che la pressione poliziesca si fa molto meno approssimativa. Ma anche una risposta entusiasmante dalla base operaia, ci cercano, affluiscono. Ma sarebbe sbagliato dilatare l’organizzazione clandestina. A Milano quell’anno avevamo cercato di promuovere forme di organizzazione non clandestine, i NORA, Nuclei operai di resistenza armata. Se ne sono formati molti nelle fabbriche, ma anche nei quartieri e in zone come il Lodigiano, da sempre attive nella militanza antifascista. Ma non funzionerà, i NORA avranno vita effimera […] presso i compagni: o se ne andarono o diventarono militanti delle BR.”

    Franceschini sul sequestro Amerio

    “Fu portato nel solito furgone e chiuso nella prigione che era stata preparata. Sarebbe stato il nostro primo sequestro “lungo” e avevamo scelto con cura dove custodire il prigioniero. A Milano, quando volevamo rapire De Carolis, stavamo preparando la prigione, poi scoperta, nella cantina di un negozio. Per Amerio stemmo attenti a non ripeterci. Utilizzammo un magazzino diviso in due con un muro: davanti scatoloni e materiali vari, proprio come fosse un deposito, dietro, impossibile da scorgersi, il locale rivestito di polistirolo e catrame dove avremmo rinchiuso il dirigente FIAT. Fu una buona precauzione perché polizia e carabinieri setacciarono tutti i negozi sospetti della città: saremmo stati senz’altro scoperti. L’azione fu realizzata senza intralci.”

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