Tag: Francesco Coco

Accusato di essere un conservatore convinto risponde:

«Me ne vanto! Me ne vanto di essere un conservatore, di fronte a tanti progressismi sbagliati e rovinosi, me ne vanto!»

Uomo mite e riservato, raramente alzava la voce divenuta ancora più flebile dopo un’operazione alla gola.

Come giudice era considerato severissimo.

Sardo, nato a Terralba in provincia di Oristano il 12 Dicembre 1908, in magistratura era entrato molto giovane dopo la laurea a Cagliari. La tesi su La figura giuridica del capo del governo venne pubblicata.

Da Cagliari viene trasferito a Roma nel 1964, dove fa parte della prima sezione penale della corte di cassazione. Un anno più tardi è a Genova come procuratore capo, carica che ricopre fino al 1972. Sono gli anni in cui più si sviluppa e nasce la contestazione studentesca, e Coco istruisce o fa istruire numerosi processi che assumono chiari connotati politici.

A chi gli obietta che è facile, per lui, al sicuro, mostrarsi inflessibile, ribatte:

«Qualcuno mi ha mai visto andare in giro con un carroarmato? Anche io sono a disposizione di chi mi voglia uccidere».

  • 10 Aprile 1978

    Viene trovato il Comunicato n°5 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro. (altro…)

  • 19 Febbraio 1977

    Viene arrestato sulla provinciale per Rho il brigatista Enzo Fontana.

    A sera sulla provinciale per Rho una pattuglia della stradale controlla lo scarso traffico. Gli agenti scorgono avvicinarsi una Simca, il fanale di posizione spento. Fermano l’auto. Sopra, un giovane biondo, capelli corti, jeans, maglione dolcevita, e una ragazza. Al brigadiere Lino Ghedini, 45 anni, e all’appuntato Adriano Comizzoli, di 41, che chiedono i documenti, il guidatore consegna la patente intestata a Enzo Fontana. Ha precedenti, «gappista» all’epoca di Feltrinelli, il suo nome figura al settimo posto nell’elenco del sostituto procuratore milanese Viola. È in attesa di giudizio. La ragazza è sconosciuta. Quando i poliziotti dicono a Fontana di seguirli in caserma, l’ex-gappista afferra dal cruscotto una rivoltella calibro 38 e spara all’impazzata. Il sottufficiale stramazza al suolo, fulminato; l’appuntato è ferito in modo serio. Il giovane tenta di fuggire a piedi, ma cade malamente e lo trovano ancora riverso a terra i carabinieri della stazione di Rho accorsi all’allarme. Sulla macchina ci sono alcuni documenti delle Brigate Rosse. Quando i polsi gli vengono stretti dalle manette, Fontana dichiara:

    «Sono un prigioniero politico, un combattente comunista e ho dovuto sparare. Umanamente mi rincresce di avere ucciso, ma ritengo di avere la coscienza a posto».

    Più tardi lo indicheranno come uno degli uccisori del procuratore Coco.

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  • 10 Novembre 1976

    A Pavia viene arrestato Antonio Savino e viene scoperto un covo brigatista. (altro…)

  • 9 Giugno 1976

    Prospero Gallinari legge in aula il comunicato sull’omicidio di Francesco Coco.
    Viene fatto pervenire ai giornali un altro Comunicato.

    Durante la settima udienza, alle 16:10 Prospero Gallinari si alza e, come ha annunciato pochi minuti prima, comincia a leggere una dichiarazione da un foglio dattiloscritto.

    Il presidente della corte Guido Barbaro cerca di interromperlo grazie all’aiuto dei carabinieri, ma Gallinari prosegue la lettura grazie all’intervento di altri compagni.

    I brigatisti vengono tutti ammanettati, e il foglio del comunicato tolto dalle mani di Gallinari. La parte non letta verrà trovata addosso agli 11 brigatisti dopo essere stati denudati e perquisiti.

    Il pubblico dell’aula viene caricato dalla polizia.

    Il proclama collega l’attentato terroristico al sequestro Sossi (solo per sancire una qualche continuità fra le “vecchie” e le “nuove” BR), ma annuncia che con il delitto Coco «si apre una nuova fase della lotta di classe che punta a disarticolare l’apparato dello Stato colpendo gli uomini che ne impersonificano e dirigono la sua iniziativa controrivoluzionaria»; né mancano precisi riferimenti alle imminenti elezioni: «Le elezioni del 20 giugno dovrann stabilire il quadro politico [e] si potrà solo scegliere chi realizzerà lo Stato delle multinazionali, chi darà l’ordine di sparare ai proletari. Chi ritiene oggi che per via elettorale si potranno determinare equilibri favorevoli al proletariato o addirittura creare una alternativa di potere… indica una linea avventuristica e suicida. L’unica alternativa di potere è: la lotta armata per il comunismo».

    Non c’è più traccia del “pericolo neogollista” denunciato dalle prime BR, e il riferimento allo “Stato delle multinazionali” è un generico richiamo all’ultima risoluzione della Direzione strategica BR dell’aprile 1975, là dove Curcio aveva sì scritto, per la prima volta, di “Stato imperialista delle multinazionali”, ma aveva poi argomentato: «Il passaggio a una fase più avanzata di disarticolazione militare dell0o Stato e del regime è prematuro e dunque sbagliato per due ordini di motivi:

    1. la crisi politica del regime è molto avanzata, ma ancora non siamo vicini al “punto di tracollo”;
    2. l’accumulazione di forze rivoluzionarie sul terreno della lotta armata, che sempre ha visto negli ultimi due anni una grande accelerazione, ancora non è tale per espansione sul territorio e per maturità politica e militare da consentire il passaggio a una nuova fase della guerra»

    Per cui l’eccidio di Genova è in aperto contrasto con la risoluzione di Curcio.

    Testo integrale del Comunicato n°6 sull’Omicidio di Francesco Coco

    “Ieri 8 Giugno 1976 nuclei armati delle Brigate Rosse hanno giustiziato il boia di Stato Francesco Coco e i due mercenari che dovevano proteggerlo. Questa azione realizza i seguenti obiettivi:

    1. dà corpo alla linea strategica dell’attacco al cuore dello stato evidenziando al movimento rivoluzionario che la contraddizione principale di questa fase e quella che oppone il proletariato allo stato in tutte le sue articolazioni coercitive e le sue appendici politiche apparentemente in conflitto dai fascisti assassini di Saccucci ai riformisti e revisionisti. Non ci stupisce affatto perciò che peri compagni comunisti assassinati dalle bande fasciste di Milano e di Sezze e per le decine di operai assassinati sul lavoro in questi giorni non sia stato proclamato dal PCI e dal sindacato neppure un minuto di sciopero mentre per una famigerata canaglia antiproletaria quale è sempre stato Coco sia stato proclamato uno sciopero nazionale. Ciò conferma ancora una volta da che parte stanno i revisionisti e il ruolo consapevole apertamente controrivoluzionario che essi svolgono in difesa dello stato imperialista delle multinazionali.
    2. Sviluppa certamente non conclude l’operazione Sossi il cui scopo era evidenziare dietro la maschera democratica il contenuto ferocemente controrivoluzionario dello stato imperialista. A Coco in tutta la vicenda era stato assegnato, ed egli coscientemente se lo era assunto, il compito di impersonificare fino a diventarne il simbolo questo contenuto. Ma giustiziare Coco non è stata una rappresaglia “esemplare” . Con questa azione si apre una nuova fase della guerra di classe che punta a disarticolare l’apparato dello stato colpendo gli uomini che ne impersonificano e dirigono la sua iniziativa controrivoluzionaria.
      All’interno quindi di questo programma giustiziare i due mercenari guardia del corpo è stato assolutamente giusto: essi non erano due figli del popolo ma sgherri al servizio della controrivoluzione . Gli altri mercenari che non vogliono seguire la loro sorte non hanno che da cambiare mestiere.
    3. Dimostra quanto avevamo affermato nel comunicato numero uno letto in questa aula. Il processo alla rivoluzione proletaria è impossibile. Certamente esso passa anche dai nostri tribunali, ma non in veste di imputata. Oggi insieme a Coco anche voi “egregie eccellenze” siete stati giudicati. Dobbiamo precisare infine che la posizione assunta dagli avvocati di regime è di fatto la motivazione con cui loro escono da questo processo. Ne prendiamo atto e li esortiamo perciò ad andarsene. A questo punto la contraddizione ha come poli noi e voi, signori della corte. Le forze comuniste armate sapranno trarne le debite conseguenze!

    Onore alla compagna Mara Cagol!
    Onore alla compagna Anna M. Mantini!
    Onore alla compagna Ulrike Meinhof!
    Onore a tutti i compagni caduti combattendo per il comunismo!
    Portare l’attacco al cuore dello stato!

    Ventitré ore dopo la furibonda sparatoria di Salita Santa Brigida una voce di uomo chiama la redazione del “Corriere Mercantile”:

    “In Via Cantore, al numero 30 troverete un volantino delle Brigate Rosse. Cercate nella cassetta intestata a Villa.”

    Il messaggio è in una busta commerciale arancione, in cinque copie, battuto a macchina a “spazio uno” e ciclostilato sulle due facciate.

    Testo integrale del Comunicato n°6 sull’Omicidio di Francesco Coco

    Martedì 8 Giugno un nucleo armato delle Brigate Rosse ha giustiziato il procuratore generale della Repubblica di Genova Francesco Coco. La scorta armata che lo proteggeva è stata annientata. Vale la pena ricordare alcune tappe che hanno costellato la lunga carriera di questo feroce nemico del proletariato e della sua avanguardia armata.

    Settembre 1970. In Via Digione crollano gli edifici di un intero quartiere che i pescecani dell’edilizia avevano costruito con i consueti criteri criminali. Risultato 18 proletari massacrati. Per Coco “il fatto non costituisce reato”.

    Ottobre 1971. Nel carcere di Marassi vengono denunciati una serie di pestaggi, nei confronti di molti detenuti, che persino la stampa borghese definirà «di stampo nazista». Coco archivia il tutto sostenendo che il pestaggio senza alcun motivo dei detenuti costituisce «legittima difesa preventiva».

    Novembre 1972. Tramite il suo fedele scudiero Mario Sossi, costituirà quello che lo collocherà all’avanguardia dell’attacco controrivoluzionario sferrato dalla borghesia contro le avanguardie comuniste: il processo al gruppo rivoluzionario «22 Ottobre». L’obiettivo era quello di distruggere sul nascere ogni tentativo di sviluppare la lotta armata per il comunismo. A distanza di quattro anni possiamo constatare che questo obiettivo è chiaramente fallito, ma a suo tempo Coco non lasciò nulla di intentato e si adoperò con la consueta ferocia. Raggruppò attorno a sé l’intera equipe politica della questura di Genova manovrandola come un vero e proprio corpo speciale che con una serie incredibile di provocazioni «costruì» fatti e prove che utilizzati dal tribunale speciale assicurerà il risultato finale: quattro ergastoli e alcuni secoli di galera per tutti i compagni. L’uso in chiave militare di tutti gli organi dello Stato, che è oggi la linea scelta dalla borghesia per affrontare la sua crisi, trovò così in Coco un miserabile precursore.

    Maggio 1974. Le BR catturano e processano il manutengolo di Stato Mario Sossi. Lo Stato deve fornire una nuova prova di forza. Se ne incarica il generale Dalla Chiesa effettuando un massacro di detenuti e ostaggi al carcere di Alessandria. Coco un anno dopo cancellerà l’episodio archiviando tutto. Concluso il processo a Sossi le BR riescono ad imporre lo scambio con i detenuti  compagni della «22 Ottobre». Rispettando la parola data le BR liberano Sossi, ma Coco, dando prova di infinita viltà, nega la libertà ai compagni. A questo punto il tribunale del popolo decide di porre fine al suo bieco operato e lo condanna a morte. Ora questa sentenza è stata eseguita, e gli aguzzini del popolo possono stare sicuri che se il proletariato ha una pazienza infinita, ha anche una memoria prodigiosa e che alla fine niente resterà impunito.

    Compagni, nel tentativo di arginare la sua crisi la borghesia ha scelto la linea della crescente militarizzazione dello Stato. Incapace di controllare il movimento proletario e la sua avanguardia comunista con strumenti esclusivamente politici ha accelerato l’uso delle strutture dello Stato in chiave militare. Da tempo è così iniziato un rapido rafforzamento di tutto l’apparato coercitivo, con la creazione dei corpi speciali dei CC e della PS, che, coperti dalla famigerata legge Reale, scorrazzano come bande di assassini. Senza alcun clamore né atto formale la magistratura in blocco si è mobilitata istituendo veri e propri tribunali speciali che negli ultimi tempi hanno distribuito senza parsimonia secoli di galera alle avanguardie proletarie. Il tentativo di distruggere la resistenza proletaria viene completato dagli aguzzini che nelle carceri nulla tralasciano per arrivare alla distruzione fisica dei proletari detenuti. Magistratura, polizia e carabinieri, carceri, costituiscono ormai un blocco unico, sono le articolazioni cardine di uno stesso fronte militare che lo stato delle multinazionali schiera contro il proletario. Questo è il progetto della borghesia che, caduta ogni possibilità di uscire dalla crisi in maniera indolore, vuole imporre il suo ordine nell’unica maniera che gli è possibile: con le armi, le rifondazioni dello Stato delle multinazionali dovrà venire su queste direttrici, dovrà essere imposta con la distruzione di ogni movimento proletario autonomo.

    In questa situazione, cadono le elezioni del 20 giugno, che dovranno stabilire il quadro politico, le alleanze politiche, che si faranno gestori della realizzazione di questo progetto. Il 20 Giugno si potrà solo scegliere chi realizzerà lo stato delle multinazionali, chi darà l’ordine di sparare ai proletari. Chi ritiene oggi che per via elettorale si potranno determinare equilibri favorevoli al proletariato o addirittura creare un’alternativa di potere, non solo opera una meschina mistificazione, ma indica una linea avventuristica e suicida. L’unica alternativa di potere è: la lotta armata per il comunismo. Occorre acuire la crisi di regime puntando l’attacco al cuore dello stato. Occorre rafforzare il potere proletario armato costruendo il partito combattente.

    In merito al processo di Torino, ripetiamo che tutti i militanti detenuti della nostra organizzazione sono prigionieri politici. Ad essi va riservato il trattamento dei prigionieri di guerra stabilito dalla Convenzione di Ginevra. Il non rispetto di queste norme, sia per quanto riguarda la detenzione, sia per quanto riguarda l’andamento processuale, verrà giudicato per quello che è: crimini di guerra. Ad essi risponderemo con la giustizia proletaria e la rappresaglia.

    Ricordiamo, ad un anno dalla sua uccisione la compagna Mara, caduta in combattimento nella battaglia di Arzello. Il suo sacrificio non è stato vano. Altri hanno raccolto il suo esempio di militanza comunista e lo porteranno avanti fino alla vittoria.

    Genova, 8 giugno 1976.
    Brigate rosse.

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  • 8 Giugno 1976

    Le Brigate Rosse uccidono il magistrato Francesco Coco.

    Dopo essere partita dal palazzo di Giustizia di Genova, in via Pammatone, una FIAT 132 blu del servizio di Stato si ferma all’altezza della salita Santa Brigida, un ripido e stretto pendio con gradoni in selciato, grossi ciottoli rotondi ai lati e mattonata al centro. Un tipico carruggio genovese che si sviluppa da via Balbi, tra il caffè dell’università e la farmacia Contardi. Per strada, pochi passanti, i negozi sono chiusi. La città è avvolta in un torpore dal quale si rianimerà solo dopo un paio d’ore. Dalla 132 scendono il procuratore Francesco Coco e la sua guardia del corpo, il brigadiere Giovanni Saponara.

    Antonio Decana, l’autista, rimane in macchina, a sudare e aspettare. L’altra vettura di scorta, una Giulia con tre agenti a bordo, come sempre, dopo aver accompagnato l’auto del procuratore fino a quel punto, prosegue. Una prassi quotidiana, collaudata e monotona. Francesco Coco e Giovanni Saponara salgono ventiquattro gradoni: ancora una quarantina di passi e l’abitazione del giudice sarà raggiunta. Hanno superato da poco lo slargo di vico Tana, dove ha sede la Camera del Lavoro e l’archivolto con la statua di santa Brigida, quando sentono lo scalpiccìo di altri passi. Il tempo di voltarsi ed essere investiti da una serie di colpi esplosi con pistole silenziate. L’agente di scorta non riesce neppure a mettere mano alla sua arma: cade con le braccia allargate e il viso rivolto in alto. Coco cade invece in avanti, prono. Li troveranno così, uno a fianco all’altro, centrati alla schiena e alla testa: dei tanti proiettili sparati, uno solo andrà fuori bersaglio, conficcandosi nel muro. È finito tutto in un attimo, in un silenzio irreale. Ma non basta: l’autista ha parcheggiato la 132 blu a cento metri dalla salita, occupando un posto per lo scarico merci nello slargo di via Balbi, all’altezza del civico 139, un negozio di abbigliamento. Antonio Decana è un appuntato dei carabinieri, e quello non è il suo lavoro. È la prima volta che funge da autista a un magistrato, perché per quel giorno Stefano Agnesetta, la guardia carceraria preposta a quel compito, ha chiesto un permesso, ignaro che quell’impegno familiare improvviso gli avrebbe salvato la vita. Così come Decana ignorava che per quella sostituzione l’avrebbe persa senza rendersene nemmeno conto, seduto al volante, in attesa del rientro del brigadiere Saponara, sotto un sole che picchia in modo anomalo per quei primi giorni di giugno. Non ha dato peso a quelle due persone ferme a parlottare vicino all’hotel Milano-Terminus, che poi sono improvvisamente scattate verso di lui e, una volta giunti a due passi dalla 132, gli hanno sparato. Antonio Decana muore quasi senza accorgersene. Non sono ancora scoccate le due del pomeriggio quando chi ha sparato si dilegua nei carruggi.

    L’eccidio di Genova rappresenta una svolta nella pratica terroristica delle BR: è una vera e propria azione di guerra, in un Paese che abiura la guerra per principio costituzionale. «È un passaggio importantissimo per quel che diventeremo» dirà Moretti.

    Di fatto, la feroce uccisione di un magistrato, di un poliziotto e di un carabiniere sembra avere un solo obiettivo pratico: insanguinare la campagna elettorale con un delitto “rosso” e “comunista”. Più in generale, la strage è l’adesione pratica delle BR morettiane alla proposta del Mossad di assumere un ruolo nell’ambito del terrorismo internazionale, proposta che le vecchie BR avevano invece rifiutato.

    Francesco Coco, procuratore di Genova, aveva sessantacinque anni, era sposato, aveva tre figli. E aveva cominciato a morire due anni prima: nel maggio del ’74, quando era venuto meno alla parola data alle Brigate Rosse, bloccando la liberazione degli otto appartenenti alla 22 Ottobre dopo il rilascio del giudice Sossi. Quella di Coco è la cronaca di una morte annunciata. Su un muro del palazzo di Giustizia di Genova, pochi giorni prima di quell’8 giugno, si leggeva: «Uccidendo Coco uccideremo gran parte dello stato borghese». Sei ore dopo l’agguato arriva una telefonata alla redazione del «Secolo XIX», il quotidiano genovese:

    «Siamo le Brigate Rosse. L’attentato a Coco è stato fatto da noi. Vi manderemo un comunicato».

    Che arriva puntuale. Ci sarà anche una seconda rivendicazione, all’interno di un’aula di tribunale: quella del primo processo alle Brigate Rosse apertosi davanti alla Corte d’Assise di Torino, nel quale erano implicati Alberto Franceschini, Renato Curcio, ed altri nove del nucleo storico. Uno di loro, Prospero Gallinari, cercherà di leggere
    un comunicato:

    «Ieri i nuclei armati delle Brigate Rosse hanno assassinato il boia Francesco Coco e i due mercenari che dovevano proteggerlo…».

    Il magistrato lo interromperà subito, i carabinieri sottrarranno a Gallinari il foglio del comunicato, che però arriverà comunque nelle mani dei giornalisti. Che leggeranno così anche l’inquietante minaccia rivolta alla corte: «Giustiziare Coco non è stata una rappresaglia esemplare, con questa azione si apre una nuova fase della guerra di classe, oggi insieme a Coco siete stati giudicati anche voi, egregia eccellenza».

    La “propaganda armata” delle prime BR (Curcio – Franceschini – Cagol) non c’è più, sostituita dal terrorismo militare e sanguinario delle nuove BR di Moretti.

    Il quale è arrivato a cancellare il “Fronte di massa”, cioè l’organismo che nelle prime BR si occupava delle problematiche di fabbrica: a conferma che la classe operaia non è al centro dell’azione delle BR morettiane.

    Il giorno dopo, il 9 Giugno 1976, le Brigate Rosse faranno pervenire il Comunicato sull’omicidio.

  • 23 Maggio 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi, dopo la sua liberazione a Milano.
    Il generale Dalla Chiesa comincia a preparare un Nucleo Antiterrorismo dei Carabinieri.

    Invece della solita colazione, caffè e fette biscottate, a Sossi viene dato un sedativo. Poi gli bendano gli occhi con un cerotto, gli infilano grossi occhiali scuri, in capo gli calcano un berretto a visiera; gli restituiscono gli oggetti tolti al momento della cattura, tranne la “ventiquattrore” e le due agende. Prima di spingerlo sul sedile posteriore di un auto gli consegnano un foglio, il comunicato n. 8, intimandogli di farlo giungere al “Corriere della Sera” pena rappresaglie contro il p.g. Coco e il ministro Taviani. Il prigioniero viene avvisato che sarà rilasciato a Milano, ma che la cosa migliore, per lui, è tornare a Genova col primo treno. Ogni sua mossa, lo avvertono, sarà controllata.

    Testo integrale del Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi

    “Perché rilasciamo Mario Sossi

    Primo: la Corte d’Assise d’Appello di Genova ha concesso la libertà provvisoria agli 8 compagni comunisti del 22 Ottobre subordinandola a garanzie sulla incolumità e la liberazione del prigioniero; queste garanzie sono state volutamente ignorate da Coco, servo fedele di Taviani e del governo. Coco vorrebbe così costringerci ad un braccio di ferro che si protragga nel tempo, in modo da poter invalidare il preciso significato politico della ordinanza della Corte d’Assise d’Appello. Non intendiamo fornire nessun pretesto a questo gioco. Liberando Sossi mettiamo Coco e chi lo copre di fronte a precise responsabilità: o liberare immediatamente i compagni, o non rispettare le loro stesse leggi.

    Secondo: in ogni battaglia bisogna “combattere fino in fondo.” Combattere fino in fondo in questo momento significa sviluppare al massimo le contraddizioni che in questi 35 giorni si sono manifestate all’interno e fra i vari organi dello stato, e non fornire pretesti per una loro sicura ricomposizione. Questa battaglia ci ha fatto conoscere più a fondo il nostro nemico: la sua forza tattica e la sua debolezza strategica: la sua maschera democratica e il volto sanguinario e fascista. Questa battaglia ha riconfermato che tutte le contraddizioni in questa società si risolvono solo sulla base di precisi rapporti di forza. Mai come ora dunque diventa chiaro il senso strategico della nostra scelta: la classe operaia prenderà il potere solo con la lotta armata. Riconfermiamo che punto irrinunciabile del nostro programma politico è la liberazione di tutti i compagni detenuti politici.”

    Durante il suo ritorno a casa Sossi ha un comportamento assai strano. Durante il viaggio Milano-Genova si nasconde a tutti. Solo poco prima dell’arrivo si rivela a un compagno di viaggio e lo prega di accompagnarlo, avendo paura di rimanere solo. Giunto a Genova, anziché telefonare alla famiglia o alla polizia, telefona a un suo amico medico legale e si fa rilasciare un certificato che attesta la sua sanità mentale. Più tardi dichiarerà: «Non ho telefonato a mia moglie perché il mio telefono è controllato. Non volevo arrivare a casa da solo e per giunta preannunciandomi col risultato di far correre polizia e carabinieri». Per non tornare a casa solo infatti, il giudice si procura la scorta di due amici avvocati, uno dei quali più tardi dirà: «Che forse dovevo servire a parargli una pallottola l’ho pensato più tardi, e mi tremano ancora le gambe». In una conferenza stampa, alla domanda: «Lei ha paura dottor Sossi, lo dice e si vede anche, ma di che ha paura?», così risponde: «Delle BR no». «E allora di chi?» «È una cosa vaga, non posso dire di chi… Forse voi lo capite». Riferisce inoltre «Panorama» che Sossi

    rifiuta la scorta della polizia e esce soltanto se lo accompagnano quattro guardie di finanza che conosce da tempo. Evita di parlare al telefono perché è controllato. Si sposta su un’alfetta blu della Finanza che appena possibile semina le giulie della questura incaricate di pedinarlo.

    Quando dovrà fugare alcuni sospetti sorti sul suo viaggio Milano-Genova e sullo strano comportamento da lui tenuto, fornirà dei testimoni solo in un secondo tempo, chiedendo interrogatori immediati, quasi temesse che chi era in grado di confermare il suo racconto potesse essere fatto sparire. Le sue prime dichiarazioni sono di rispetto per le BR:

    Nessuno mi ha imposto di scrivere messaggi, sono io che ho chiesto di farlo. Non sono mai stato costretto con la violenza a dire cose importanti alle BR. Non ho subito cioè maltrattamenti o torture… Alla fine i rapporti tra me e i due brigatisti erano, se non cordiali, almeno civili.

    Pone anche l’accento sul carattere pedagogico della sua detenzione: per dura che sia stata la drammatica esperienza, è pur sempre un’esperienza, aggiungendo che in una cosa erano assolutamente d’accordo lui e le BR: «Che l’indipendenza della magistratura è un’utopia… questo le BR lo sapevano già. Io l’ho capito in quei trentacinque giorni».

    Sossi arriva in incognito alla stazione di Genova, telefona a un amico, e si fa portare a casa, da dove chiama il collega pretore Gianfranco Amendola. Poi si consegna alla Guardia di finanza, di cui si fida. «Per amore di verità debbo dire che durante la detenzione mi è stato usato un trattamento umano», dichiara. «Non sono mai stato costretto con la violenza a dire alle BR cose importanti, cioè non ho subito maltrattamenti né torture». E dei brigatisti dice: «Li rispetto come nemici di una certa lealtà. Sono però fuori dalla realtà, sono a sinistra di qualunque sinistra. Sostanzialmente sono anticomuniste, nel senso che sono contro il Partito comunista».

    Il procuratore generale Coco afferma che «l’ordinanza di scarcerazione è ineseguibile perché non sono state rispettate le modalità del lo scambio: Sossi è libero fisicamente ma non spiritualmente… Il trauma psichico perdura per un tempo variabile anche dopo la liberazione». Sossi gli replica: «Il dottor Coco è più stanco di me, è anziano, per lui è stato un brutto periodo». Secondo il “Corriere della Sera”, «questi dubbi sull’equilibrio psico-fisico di Sossi sono soltanto l’inizio di una manovra per dichiararlo folle o non sano di mente, e invalidare tutto ciò che egli può aver detto o fatto durante i giorni della prigionia». Il settimanale “L’Espresso” commenta: «L’ultima mossa dei brigatisti, quella di fare arrivare il giudice Sossi sano e salvo a casa, si sta rivelando la più scaltra del loro lungo duello con lo Stato italiano… Se lo avessero ucciso, si sarebbero isolati totalmente… Essi volevano porre l’opinione pubblica di fronte a una nuova drammatica domanda: è giusto reagire alla illegalità e alla violenza fisica di un sequestro con l’illegalità e la violenza della menzogna di Stato? Ci sono riusciti».

    Prima di liberarlo Alberto Franceschini gli dice:

    “Vai Mario, metti giudizio”.

    In effetti, l’operazione Girasole è un clamoroso successo per le BR. Nella città più operaia e antifascista d’Italia, i brigatisti hanno sequestrato, senza spargimento di sangue, un giudice-simbolo della destra reazionaria come Mario Sossi, e minacciando di ucciderlo hanno chiesto e ottenuto dalla magistratura una sentenza di scarcerazione per 8 “detenuti politici”.

    Durante il lungo sequestro (protrattosi per più di un mese senza che le forze dell’ordine siano riuscite a interromperlo), l’ostaggio ha rivelato torbidi retroscena dei vari apparati dello Stato, e i brigatisti li hanno puntualmente divulgati. Infine, mantenendo gli impegni assunti (disattesi invece dallo Stato), hanno liberato il prigioniero incolume, e il ritorno di Sossi sta provocando altre imbarazzanti situazioni.

    Ciò spiega il favore di cui cominciano a godere le BR presso consistenti settori della sinistra operaia, studentesca e intellettuale. Un risultato sociopolitico che sarebbe stato ben diverso se il magistrato prigioniero fosse stato assassinato come pretendeva Mario Moretti.

    Benché sia stato chiaro nella dinamica dei fatti, limpido nella gestione e conseguente nella conclusione, il sequestro Sossi successivamente farà emergere zone d’ombra e gravi ambiguità. Emergerà per esempio che il capo del Sid generale Vito Miceli, in pieno sequestro, ha organizzato una riunione con alcuni suoi stretti collaboratori illustrando un piano per intervenire, piano che presupponeva la conoscenza del luogo dove Sossi era tenuto prigioniero.

    Secondo la testimonianza di un ufficiale del servizio segreto militare presente a quella riunione, il generale Miceli avrebbe voluto «attivare il Sid non per contrastare l’azione dei sequestratori, ma per affiancarla e portarla a un tragico compimento».

    Il generale Miceli voleva attivare il Sid perché il sequestro Sossi avesse un tragico epilogo così concepito: rapire e uccidere l’avvocato Giovambattista Lazagna (ex partigiano genovese, militante dell’estrema sinistra, già implicato nell’inchiesta sui Gap di Feltrinelli); poi, il luogo dove Sossi era detenuto – «“scoperto” da qualcuno che già lo conosceva», cioè la polizia – sarebbe stato «accerchiato e si sarebbe sparato. E dentro avrebbero trovato i cadaveri dei brigatisti, il cadavere di Sossi, e il cadavere di Lazagna».

    Il piano non era stato attuato per le forti perplessità di alcuni degli ufficiali del servizio segreto militare presenti alla riunione. Ma testimonia di come settori di apparati dello Stato fossero impegnati a alimentare il terrorismo e a “pilotarlo”, anziché combatterlo, così da accrescere l’allarme sociale e i conseguenti riflessi politici; per questo
    erano più opportune BR “sanguinarie”, e non solo “dimostrative” e propagandistiche.

    Nel 1981 il brigatista pentito Alfredo Bonavita, impegnato a raccontare ai magistrati la dinamica del sequestro Sossi, elencherà i nomi dei 18 brigatisti che avevano attivamente partecipato all’operazione, ma avrà cura di non citare “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra.

    Invece di fare il nome di Marra (che insieme a lui aveva materialmente afferrato Sossi al momento del rapimento), Bonavita tirerà in ballo Mario Moretti (che al sequestro non ha affatto partecipato).

    Un espediente per tenere nascosta l’identità dell’informatore, che infatti resterà “coperto” per molti anni.

    Lo stesso giorno in cui le Br rilasciano Sossi, il 23 maggio 1974, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa incomincia a preparare un Nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri.

    Alcuni giuristi, confrontando la parola delle BR e quella dello Stato, giungono ad amare conclusioni. È il caso di Conso e dell’ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca; quest’ultimo dichiara che, mancando alla parola data, quello Stato cui si chiede di essere autorevole finisce col perdere ogni credibilità. Lo Stato non deve attaccarsi a cavilli e usare il potere dei propri organi costituzionali per tenere in galera coloro ai quali, attraverso il potere di altri organi altrettanto costituzionali, ha in precedenza garantito la libertà, concludendo con una domanda allarmante: chi ci garantisce che uno Stato incapace di mantenere oggi la parola data ai delinquenti saprà mantenerla domani ai cittadini onesti?

    Con queste ultime lacerazioni all’interno dello Stato e dell’establishment, le BR ottengono il risultato di prolungare l’effetto della loro azione: giornali, periodici, radio e televisioni fanno a gara a commentare l’onestà delle BR e la disonestà dello Stato. La stella a cinque punte brilla più che mai.

  • 21 Maggio 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°7 sul Sequestro Sossi.

    Allo scopo di vanificare le difficoltà frapposte dal governo per la concessione del passaporto, viene fissato come luogo di asilo per i detenuti liberati l’ambasciata cubana presso la Santa Sede.

    Insieme al comunicato viene consegnato un messaggio autografo in cui Sossi assicura di stare bene mettendo così fine a certe voci circa il suo stato di salute:

    “Avuta notizia dell’avvenuta concessione della libertà provvisoria agli imputati del gruppo 22 Ottobre ed avuta notizia della condizione consistente nella garanzia della mia incolumità attuale, confermo di essere in buona salute.”

    Mario Sossi

    Ma il procuratore generale Coco rifiuta di dare esecuzione alla sentenza della Corte di assise d’appello («Prima venga restituito Sossi vivo, poi attueremo l’ordinanza di libertà provvisoria degli otto detenuti»), e Cuba non è disponibile ad accogliere nella propria ambasciata in Vaticano i detenuti scarcerati. La situazione è di fatto paralizzata.

    Ricorderà Franceschini:

    «Ci riuniamo io, Curcio e Moretti, per decidere cosa fare. La situazione è complicata dal fatto che sulla villetta dove teniamo Sossi ogni tanto passa a volo radente un elicottero; poi in quel posto isolato di campagna, sempre deserto, da qualche giorno si vedono spesso degli strani ciclisti, oppure ci arrivano delle coppiette… Ho l’impressione che ci abbiano scoperti, e che ci stiano tenendo d’occhio. Se è così, è probabile che stiano preparando un blitz, e in quel caso ci ammazzeranno tutti – compreso Sossi – come è successo nel carcere di Alessandria.

    Io voglio liberare il prigioniero, perché comunque, politicamente, abbiamo già vinto su tutta la linea; oltretutto, Sossi è così incazzato che diventerà una mina vagante per lo Stato… Invece Moretti vuole che ammazziamo l’ostaggio, subito. Non capisco perché, mi sembra un’assurdità, ma lui insiste, non sente ragioni, così ci scontriamo con durezza. Curcio fa da mediatore, e propone di consultare i responsabili delle varie brigate per conoscere il loro parere.

    Torno alla villetta, e senza perdere un minuto, insieme a Mara e Bertolazzi che la pensano come me, prepariamo il rilascio di Sossi. Lui ci chiede di “truccarlo” perché nessuno lo riconosca, di dargli un documento falso, e di rilasciarlo lontano da Genova: ha il terrore di finire in mano alla polizia o ai carabinieri e di fare una brutta fine… Così lo “trucchiamo”, gli diamo documenti falsi, lo portiamo in macchina a Milano; là gli diamo un biglietto del treno per Genova, una copia del comunicato numero 8, e lo liberiamo. È il 23 maggio»

    Testo integrale del Comunicato n°7 sul Sequestro Sossi

    Comunicato n°7

    Ci vengono chieste garanzie sulla incolumità e sulla liberazione del prigioniero MARIO SOSSI. Rispondiamo che la sua incolumità e la sua liberazione sono garantite innanzitutto dall’esecuzione dell’ordinanza di libertà provvisoria, nonché dal fatto che gli 8 compagni del 22 Ottobre trovino asilo nell’ambasciata cubana presso lo stato della città del Vaticano. Questo affinché sia garantita la loro incolumità, data la posizione assunta dal governo italiano. Riconfermiamo che nelle 24 ore successive alla liberazione dei compagni secondo le modalità indicate, il prigioniero Mario Sossi verrà senz’altro posto in libertà. Questa è la nostra parola.

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  • 14 Maggio 1974

    Mario Sossi manda un messaggio al Presidente Leone (altro…)

  • 5 Maggio 1974

    Le Brigate Rosse diffondono un comunicato in cui chiedono il rilascio dei detenuti della 22 Ottobre per liberare Mario Sossi.

    Al comunicato brigatista contenente «l’infame ricatto» (come lo definisce la stampa) risponde il ministro dell’Interno Taviani con una dichiarazione lapidaria: «Non si tratta con i criminali».

    La classe politica è unanime nel respingere il ricatto brigatista. Il quotidiano “La Stampa” commenta: «È la prima volta che in Italia un gruppo di terroristi sfida lo Stato… Il ricatto è di una crudeltà sconfinata», e cedere significherebbe scardinare «i princìpi su cui si fonda lo Stato».

    L’UMI (la corrente di destra della magistratura alla quale aderisce Sossi, e il cui presidente è Carlo Reviglio della Veneria) si schiera con la linea della fermezza: no a qualunque cedimento al ricatto brigatista. Il procuratore generale Coco dichiara: «La vittima può essere uccisa anche se si cede al ricatto, e il cedimento incoraggerebbe altre imprese criminali».

    Testo integrale del Comunicato n°4 sul Sequestro Sossi

    “Gli interrogatori del prigioniero Mario Sossi sono terminati. Abbiamo sentito la sua versione dei fatti, la sua autodifesa, la sua autocritica. Ora è il momento delle decisioni.

    In breve, tre sono i punti fondamentali:

    1. egli ha ammesso che il processo al gruppo 22 Ottobre è stato il frutto, velenoso, di una serie di macchinazioni controrivoluzionarie tendenti a liquidare sul nascere la lotta armata del nostro paese. Queste macchinazioni sono state progettate e messe in atto dalla polizia (Catalano – Nicoliello), dal nucleo investigativo dei carabinieri (Pensa), dai responsabili del SID (Dallaglio, Saracino) e coperte da una parte della magistratura (Coco-Castellano).
    2. Egli ha convenuto di essere ricorso ad un metodo vigliacco per incastrare senza prove molti compagni del 22 Ottobre. La costruzione del suo castello di accuse, infatti, poggiava non su prove ma su voci raccolte da piccoli artigiani della provocazione (Mezzani, La Valle, Astara, Vandelli, Rinaldi) e su deboli di carattere cinicamente ricattati (Sanguineti).
    3. Dopo aver ricostruito macchinazioni, modi di agire, tecniche e scopi della infiltrazione e riconosciuto le sue specifiche responsabilità nel processo di regime contro il 22 Ottobre, Mario Sossi ha puntato il dito contro chi, protetto dalla grande ombra del potere, lo ha pilotato in questa miserabile avventura: Francesco Coco, procuratore generale della repubblica.

    La borghesia, dopo aver lanciato un’offensiva repressiva senza precedenti e senza risultati contro la nostra organizzazione e contro il popolo, è costretta oggi ad ammettere di aver perso la partita tanto sul terreno politico che su quello militare. Il ricorso alle taglie è un anacronismo quasi ridicolo che denuncia la totale sconfitta degli uomini più abili di cui dispongono le forze di polizia. E sinceramente ci risulta difficile capire come qualcuno possa ragionevolmente credere di potersi godere, dopo un’eventuale delazione, quegli sporchi denari.

    Mario Sossi è un prigioniero politico. Come tale è stato trattato senza violenze né sadismi. Sono stati rispettati i principi della convenzione di Ginevra, come egli ha chiesto. Gli interrogatori sono stati da lui liberamente accettati e per questo sono stati effettuati.

    Rispetto al popolo, alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare, rispetto alla sinistra rivoluzionaria egli si è macchiato di gravi crimini, peraltro ammessi, per scontare i quali non basterebbero 4 ergastoli e qualche centinaio di anni di galera, tanti quanti lui ne ha chiesti per i compagni comunisti del 22 Ottobre.

    Tuttavia a chi ha potere e tiene per la sua libertà lasciamo una via di uscita: lo scambio di prigionieri politici. Contro Mario Sossi vogliamo libertà per: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino, Gino Piccardo, Aldo De Scisciolo. Nulla deve essere nascosto al popolo. Dunque non ci saranno trattative segrete.

    Ecco le modalità dello scambio. Gli 8 compagni dovranno essere liberati insieme in uno dei seguenti paesi: Cuba, Corea del Nord, Algeria. Essi dovranno essere accompagnati da persone di loro fiducia. Mario Rossi dovrà confermare la avvenuta liberazione. Entro le 24 ore successive alla conferma dell’avvenuta liberazione degli 8 compagni – 24 ore che dovranno essere di tregua generale e reale – avverrà la liberazione anche di Mario Sossi. Questa è la nostra parola.

    Garantiamo la incolumità del prigioniero solo fino alla risposta. In una guerra bisogna saper perdere qualche battaglia. E voi, questa battaglia l’avete persa. Accettare questo dato di fatto può evitare ciò che nessuno vuole ma che nessuno può escludere.”

    Il comunicato viene sequestrato al “Corriere Mercantile” da Catalano, che lo trattiene per un giorno prima di mostrarlo a Grisolia e alla stampa.

    La famiglia Sossi, vista la mancata risposta dello Stato al ricatto, comincia ad avere paura.

    Grazia Sossi invia telegrammi al papa Paolo VI e al presidente Leone, col quale tenta invano più volte di mettersi in contatto.

    Al capo dello stato e presidente del consiglio superiore della magistratura On. Giovanni Leone. Invoco urgente et immediato intervento vostra massima autorità a favore di mio marito in gravissimo pericolo soltanto per avere compiuto scrupolosamente proprio dovere di magistrato della Repubblica stop Mie figlie supplicano et confidano vostra sensibilità uomo padre e magistrato affinché loro papà possa tornare a casa Grazia Sossi.

    Imploro alto intervento Santità vostra per vita mio marito stop Confido vostra illuminata parola possa salvare un innocente stop In preghiera assieme at mie bambine attendiamo con fede.

    Nel frattempo la polizia segue la “pista del mare”. A Genova la polizia trova una grotta con un letto all’interno, e circolano voci di alcuni uomini che se ne allontanano in barca.

    Qualche giornale coglie l’occasione per collegare le Brigate Rosse al mondo del contrabbando, con la malavita internazionale pronta a finanziarle.

    L’indagine del sequestro di Sossi viene trasferita a Torino al dottor Silvestro, che già si era occupato del sequestro Amerio.

    Lotta Continua ne dà un ritratto inquietante per quanto è ridicolo: viene definita persona esemplare un uomo che ha militato in organizzazioni fasciste, era entrato in magistratura negli anni Trenta restando fedelissimo del regime.

    La questura mette una taglia di venti milioni sui rapitori.

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  • 30 Aprile 1974

    Arriva il secondo messaggio di Sossi alla moglie:

    “Cara Grazia, cari tutti curatevi state bene sto bene. Grazia prosegui la tua lotta affinché ognuno assuma le sue responsabilità. Non sono soltanto io responsabile dei miei errori. Ogni indagine e ricerca è dannosa. Aspettate. Baci – Mario. [Il sottolineato è nell’originale di Sossi, n.d.a.]”

    Pare evidente la volontà di Sossi di coinvolgere nell’opinione pubblica le responsabilità di Francesco Coco, procuratore della Giustizia della Repubblica di Genova.

    La moglie di Sossi, infatti, aveva più volte ribadito che le inchieste venivano affidate a Sossi dall’alto.

    Grazia Sossi in un’intervista ribadisce:

    “Mio marito è un semplice sostituto. Propone dei provvedimenti che altri hanno il potere di decidere”

    La situazione si fa tesa al Palazzo di Giustizia di Genova. Ne è la prova lo scatto di nervi con il quale il PG della Repubblica Francesco Coco respinge malamente i giornalisti in attesa di notizie sulle indagini. Intervistato sulle inquietanti sottolineature del messaggio Sossi, Grisolia, successore di Coco, risponde polemicamente: «Non mi fate parlare. Io sono l’ultimo arrivato. Sono problemi che riguardano la vecchia gestione».

    Sullo sfondo della vicenda aleggia l’ombra del servizio segreto militare: il capo dell’Ufficio politico della Questura genovese Umberto Catalano conferma di essere in costante contatto con il Sid, mentre il procuratore capo Grisolìa dichiara che «se il Sid volesse intervenire dovrebbe chiederci l’autorizzazione» – l’enigmatica dichiarazione dell’alto magistrato troverà una spiegazione solo molti anni dopo, quando emergerà che al vertice del Sid c’era chi progettava un sanguinoso blitz nella prigione brigatista.

    Il secondo messaggio di Sossi provoca il blocco delle informazioni. Lo decide il questore Sciaraffa che annulla la quotidiana conferenza stampa. Televisione e radio, fino a ora prodighi di particolari, diventano stringatissimi. Secondo Lotta Continua l’ordine del silenzio è stato impartito da Taviani in persona. Un ordine che però dimostrerà solo l’impotenza delle autorità che avevano promosso tale iniziativa: tutti i quotidiani continueranno a parlare di Sossi in prima pagina, e con gran rilievo, dando modo al magistrato genovese di guadagnarsi addirittura la prima posizione nella speciale classifica VIP PARADE – Termometro della popolarità, curata da «Panorama» e compilata sulla base delle citazioni nei principali quotidiani italiani. Mario Sossi si assesta per oltre un mese nella prima posizione, battendo addirittura il record (con 1250 citazioni nella stessa settimana) ritenuto invalicabile, stabilito da Solgenitsin. Dopo circa un mese raccoglierà 2137 citazioni, grazie alle quali surclasserà Eddy Merckx (giunto una volta tanto secondo con 509 citazioni). Terzo: Kissinger (505). Quarto: Coco (486).

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