Tag: renato curcio

  • 24 Dicembre 1975

    Viene arrestato nel covo di Via Scarenzio 6 a Pavia il brigatista Fabrizio Pelli.

    Alla vigilia di Natale 1975 le BR subiscono un nuovo colpo. Accade alla periferia di Pavia, ed è l’ennesimo episodio gravido di ambiguità.

    In via Scarenzio 6, nel tardo pomeriggio di mercoledì 24, il continuo fragore dello sciacquone del bagno ininterrottamente in funzione nell’appartamento attiguo induce la condomina Mariarosa Piccinini – preoccupata per un possibile malore del vicino (che non risponde al campanello), o di un guasto che provochi allagamenti – a chiamare il 113.

    I Vigili del fuoco, accompagnati da una volante della polizia, salgono sul balcone dell’appartamento, forzano la persiana chiusa, raggiungono il bagno e chiudono la maniglia dello sciacquone che effettivamente era stato lasciato aperto; ma basta un’occhiata intorno per capire che si tratta di un covo brigatista: in bella mostra ci sono armi e munizioni, targhe false, timbri per contraffare documenti, volantini BR, una radio rice-trasmittente, e banconote per 4 milioni.

    Ne viene subito informata la Questura, e sul posto arriva il dirigente dell’Ufficio politico Michele Cera, mentre da Milano arriva il responsabile dell’antiterrorismo Vito Plantone.

    L’appartamento risulta abitato da una giovane coppia, che lo ha affittato da pochi mesi, e da un terzo individuo. La polizia organizza un appostamento intorno all’edificio, e alle ore 22.30 viene tratto in arresto l’uomo della coppia, che ha una falsa patente intestata Maurizio Bianchi, ma in realtà viene subito identificato come il brigatista latitante Fabrizio Pelli.

    La sua partner, e il terzo uomo, non si fanno vivi e si sottraggono alla cattura. La donna viene identificata in Susanna Ronconi; i giornali scrivono che il terzo uomo potrebbe essere Renato Curcio, mentre la polizia accerterà che si tratta di Corrado Alunni; secondo altre fonti, il terzo uomo sarebbe stato Mario Moretti.

    Forte è il sospetto che la scoperta del covo di Pavia sia stata provocata con l’espediente dello sciacquone del bagno lasciato aperto – è la stessa tecnica che verrà utilizzata per provocare la scoperta della base BR di via Gradoli 96, a Roma, il 18 aprile 1978, durante il sequestro Moro.

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  • 10 Novembre 1975

    10 Novembre 1975

    A Torino viene arrestato Umberto Farioli.

    Farioli era stato indicato come brigatista già dal 1972. Ennesima cattura casuale, si dice. Con le manette finiscono anche i coniugi che lo ospitavano: Vittorio Ravinale, 27 anni, impiegato tecnico, e Anna Maria Pavia, ventiquattrenne, che lavora in un ufficio immobiliare. Secondo l’accusa sarebbero «irregolari», legati comunque all’organizzazione. L’arresto è fatto dagli uomini dell’antiterrorismo e dell’ufficio politico.

    Farioli era ricercato perché si era sottratto agli obblighi di soggiorno. Il suo nome compare varie volte nella “requisitoria” definitiva nei processi Feltrinelli-Brigate Rosse del pubblico ministero Viola. Nel 1972 era accusato di detenzione d’arma e di «essersi procurato pubblicazioni di carattere riservato relative all’addestramento individuale al combattimento e all’uso delle armi, pubblicazioni di cui l’autorità competente aveva vietato la vendita». La polizia lo aveva individuato in seguito alle indagini per la morte di Feltrinelli e alla scoperta dei covi milanesi.

    Dal documento del giudice:

    «Accertamenti svolti in Via Boiardo 33 facevano apprendere intanto che era stato notato più volte, nel cortile interno, un furgone Fiat 1100 di proprietà di Umberto Farioli. Dal furgoncino, testimoni avevano visto scaricare spesso il materiale. Si apprendeva inoltre che Farioli conduceva vita irregolare e che da circa tre mesi non si recava al lavoro presso la Sit-Siemens ove era impiegato come disegnatore.

    […]

    Altro materiale interessante veniva sequestrato nella scrivania in uso al Farioli allo stabilimento Sit-Siemens di piazza Zavattari, fra cui schizzi di revolver, fotografie di persone sospettate di appartenere alle Brigate Rosse, riprese individualmente o in gruppo».

    Secondo gli inquirenti, aveva trasformato in officina per la costruzione di armi e munizioni un magazzino in Via D’Adda 27. Il 2 Maggio, quando la polizia fece irruzione nella base di Via Boiardo, per un caso Farioli come altri compagni, era sfuggito alla cattura.

    Articolo de La Stampa sull’arresto di Umberto Farioli
    […] Lunedì 10 novembre gli agenti hanno arrestato un gruppo di tre giovani, Umberto Farioli, 31 anni, di Cesano Boscone, ma da tempo clandestino; Vittorio Ravinale, 27 anni, impiegato tecnico, e la moglie Anna Maria Pavia, 24 anni, impiegata in un ufficio immobiliare di via Marenco 26. I tre abitavano insieme in via Barletta 135, facevano parte di una «cellula clandestina» delle Br. Nella loro abitazione era stato trovato numeroso materiale di propaganda dell’«organizzazione» e macchine per falsificare documenti. Umberto Farioli era noto alla polizia dal 1972 quando militava nei gruppi che agivano a Milano. Già accusato di detenzione d’arma e finito in carcere il 10 maggio 1972 era stato interrogato più volte e poi messo in libertà provvisoria. Da quel momento si erano perse le tracce. Evidentemente il brigatista era in Piemonte a riorganizzare i «nuclei operativi» delle Br, ormai disastrati dai numerosi ritrovamenti importanti e forse stava per attuare nuovi clamorosi piani di sequestro per poter dare nuova linfa alla « organizzazione ». Le Br avevano subito infatti l’ultimo grosso sbandamento nel conflitto a fuoco con i carabinieri alla cascina nei pressi di Acqui (rapimento Gancia). I militi avevano allora liberato l’industriale e la moglie di Renato Curcio, Margherita Cagol, aveva perso la vita. Gli agenti dell’antiterrorismo erano da tempo sulle tracce di Umberto Farioli. Più volte ne avevano perso i contatti, ma erano sempre riusciti a riagganciarlo. Nel pomeriggio del 10 novembre il suo arresto mentre stava per salire su una «Citroen DS», davanti al numero 53 di corso Siracusa. L’uomo aveva in tasca una «Beretta» cal. 9 e un revolver a 5 colpi cal. 6,35. Al momento della cattura l’uomo non dice altro che il proprio nome: «Farioli» e chiude il pugno alzando il braccio nel solito saluto. Si cerca la sua abitazione, la base, e si riesce a rintracciarla in via Barletta 135. Nell’alloggio vi sono altri due ì brigatisti. Sono spaventati: «Non fateci del male» dicono agli agenti. La perquisizione dà frutti insperati. La base è fra quelle «importanti». Il materiale trovato fa pensare che i brigatisti stessero per attuare un nuovo rapimento. Lo confermerebbero gli oggetti ritrovati che servono per l’allestimento di una cella. Una lampada rossa e una bianca (simili a quelle delle carceri-cubo usate per i sequestri Amerio e Sossi), materassini e recipienti di plastica per la pulizia personale dei prigionieri, uno sgabello e una macchina ciclostile con tubi d’inchiostro per stampare gli eventuali messaggi. Ma il ritrovamento di un taccuino con appunti per una rapimento è fra le cose più importanti. Dentro al libretto viene trovata una piantina della tenuta «La Mandria» e di complessi percorsi per giungervi. Gli appunti sembrano i risultati di numerosi appostamenti. Fanno anche riferimento a via Marenco dove ha sede il palazzo della Sai-Ifi. Ad un capoverso: «Tenuta La Mandria», l’attento compilatore ha scritto: «Impossibile qui. Vi sono guardie armate e cani». Evidentemente sono stati fatti pedinamenti a persone che frequentano la tenuta di Venaria e che hanno frequenti contatti all’interno del palazzo Sai-Ifi di via Marenco. Il taccuino e tutto l’altro materiale è stato messo dalla polizia a disposizione del magistrato inquirente, che ieri ha interrogato in carcere i tre brigatisti. Su quanto è stato detto si mantiene il più rigoroso riserbo. L’attenzione del magistrato si è posta su un foglio che ha in testa e in calce la sigla «ST». Pare che il significato sia «operazione Stalin» e si riferisce a un preciso sequestro. Gli appunti raccontano della visita di Re Gustavo di Svezia a Torino, allora ospite dell’avvocato Giovanni Agnelli alla tenuta La Mandria. Si pensa che proprio in quell’occasione il «commando» dei brigatisti abbia pedinato l’auto del presidente della Fiat e sia giunto alla conclusione che non si poteva attuare un sequestro in quel luogo, scrivendo poi l’appunto «impossibile». La donna arrestata in via Barletta 135, Anna Maria Pavia, lavorava in un ufficio immobiliare di via Marenco 26, a pochi passi dal palazzo Sai-Ifi. Sembra che fosse possibile per la donna osservare il passaggio delle auto nella zona e fare una dettagliata descrizione delle persone che andavano e venivano nel palazzo Sai. Pare che il sequestro dovesse attuarsi verso la fine di dicembre, sotto Natale. Doveva servire per trovare nuovo denaro al fine di permettere al Curcio l’inizio di nuove «battaglie». Il giudice Caselli nella sentenza di rinvio a giudizio sui Brigatisti Rossi dice: « Commetterebbe un grave errore chi sopravvalutasse il ruolo del Curcio, quasi identificando le Br e le loro sorti con questo importante ma pur singolo militante: le Br non sono un uomo ma una organizzazione articolata e complessa, ed è questa una realtà di cui potrebbe essere rischioso non tenere conto». I nuclei indipendenti ed efficienti quali quello dei tre arrestati che si proponevano il più grosso sequestro nella lunga serie di rapimenti lo confermerebbero. In un comunicato diffuso ieri sera, le Brigate Rosse annunciano che « il compagno Umberto Farioli è gravemente ammalato ed ha un bisogno assoluto di cure ed assistenza specialistiche ». « Nel caso che al compagno Farioli non venisse garantito il rispetto del suo diritto alla vita — prosegue il foglio ciclostilato con la stella a cinque punte — riterremo diretto responsabile il g. i. Giancarlo Caselli, e la nostra organizzazione saprà agire di conseguenza». Le Brigate Rosse, inoltre, dichiarano « che i compagni Vittorio Ravinale e Anna Maria Pavia non sono assolutamente legati alla nostra organizzazione e tanto meno sono componenti delle Forze Irregolari».

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    10 Novembre 1975

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  • 29 Ottobre 1975

    Irruzione delle Brigate Rosse nella sede del “Centro Studi” di Confindustria a Milano.

    Nel tardo pomeriggio una donna e tre uomini irrompono nella sede del Centro Studi di Confindustria, al piano terra di Via Morigi, 2. Alla porta gli sconosciuti dicono di essere militi della guardia di finanza, appena all’interno estraggono le pistole. «Siamo delle Brigate Rosse e dobbiamo compiere la nostra missione». Negli uffici, cinque persone: il direttore, professor Giuseppe Longhi, Giacomo Cotto, Daniela Barbieri Fabbri, Mauro Guerrieri e Moreno Mozzi. Di fronte alla armi puntate il professor Longhi dice: «Qui non ci sono documenti importanti, il centro raccoglie solo dati di mercato e indagini economiche. Non c’è materiale di carattere politico». I guerriglieri lo ignorano, tolgono da alcune borse catene con le quali legano gli ostaggi e sigillano loro la bocca con cerotti. Poi li perquisiscono, dai portafogli prendono i documenti. Quindi inizia un accurato esame dei cassetti delle scrivanie. Ritenuti interessanti, molti documenti finiscono nella borse. Un brigatista con una bomboletta spray traccia sul muro la sigla dell’organizzazione e una frase contro il “compromesso storico”, un altro cosparge i telefoni di acido: «Chi tocca rimarrà ustionato», avverte.

    Comanda l’azione un uomo sui trentacinque anni, calmo, grassoccio, baffi orgogliosi, che dà ordini con voce tranquilla e sicura. «Poteva essere Renato Curcio», diranno le vittime. Ma non esistono indizi certi. Scritta sul muro anche la minaccia che l’attacco si concluderà soltanto dopo aver colpito il cuore dello stato, i brigatisti se ne vanno, i cinque incatenati rimangono immobili alcuni minuti. Poi Giacomo Cotto afferra un fermacarte posato sulla scrivania e lo scaglia contro una finestra. Al rumore accorre il figlio del portinaio, Alvaro Decet, finisce così quel tranquillo pomeriggio di paura. Le indagini sulle bierre riprendono, gli inquirenti ritengono verosimile l’ipotesi che il comandante del nucleo armato fosse Curcio. Le sole tracce lasciate dai brigatisti, comunque, sono le catene e alcune copie del manifesto autoadesivo inneggiante al “Comandante Mara”.

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  • 25 Luglio 1975

    Bruno Caccia deposita la requisitoria per le attività delle Brigate Rosse.

    Bruno Caccia è il rappresentante della pubblica accusa.

    Nelle 332 pagine illustra le richieste di rinvio a giudizio per 32 imputati: Curcio, Franceschini, Ferrari, Buonavita, Bassi, Bertolazzi, Gallinari, Lazagna, Levati, Carnelutti, Micaletto, Galeotto, Leonetti, Sabatino, Muraca, Raffaele, Savino, Legoratto, Zaini, Carletti, Bolazzi, Peusch, Borgna, Caldi, Costa, Sartoretti, Rabozzi, De Ponti, Ognibene, Lintrani, Paroli, Morlacchi.

    Insieme alle certezze, il pubblico ministero esprime numerosi dubbi, considera la situazione «non matura» per altre 28 persone e, per costoro, richiede supplementi d’istruttoria. Gli interrogativi riguardano il gruppo del collettivo politico «La comune» di Lodi, tornato in evidenza, sottolineano glil inquirenti, con l’arresto di Maraschi, il gruppo redazionale di «Controinformazione»; stralciate anche le posizioni degli avvocati Di Giovanni e Stasi.

    «Dichiara non doversi procedere nei confronti di Cagol Margherita in Curcio perché i reati a lei ascritti sono estinti per la morte dell’imputata».

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  • 18 Giugno 1975

    I carabinieri del Nucleo Operativo Antiterrorismo scoprono la base delle BR di Baranzate di Bollate (Milano). (altro…)

  • 5 Giugno 1975

    Margherita Cagol muore in uno scontro a fuoco a Cascina Spiotta ad Arzello (AL).

    Il giorno dopo il sequestro dell’industriale Gancia, una pattuglia di quattro carabinieri lo sta cercando in una zona collinosa di Acqui Terme, a Arzello (Alessandria), e arriva fino alla cascina Spiotta, dove la Cagol e un secondo brigatista, probabilmente Lauro Azzolini, tengono sequestrato l’industriale.

    Renato Curcio aspettava la chiamata di Margherita Cagol sull’esito dell’operazione in un bar di Milano, lei chiama puntuale. Curcio risponde all’apparecchio pubblico nel sottoscala del locale, mentre da sopra arrivavano i rumori di tazzine e bicchieri.

    Il prologo, alle 10, quando una pattuglia lascia la caserma dei carabinieri di Acqui per battere la zona alla ricerca del rapito Vittorio Vallarino Gancia. Su una 127 blu con targa militare salgono il tenente Umberto Rocca, 36 anni, genovese, sposato con un figlio, laurea in economia e commercio, spiccate attitudini per lo sport; il maresciallo Rosario Cattafi, 50 anni, sposato con quattro figli, comandante la stazione; gli appuntati Giovanni D’Alfonso, 44 anni, sposato, tre figli, e Pietro Barberis, 50 anni. L’itinerario non è stato deciso: nella zona esistono cascine e castelli diroccati, ovunque i rapitori possono aver trovato rifugio. Cinque fattorie sono visitate prima di arrivare alla Cascina Spiotta di Arzello, una come tante. Per raggiungerla, lasciata Acqui, vi sono alcuni chilometri sulla strada per Savona, poi, al bivio per Melazzo, si piega a sinistra; ancora un lungo tratto, quindi una nuova svolta a sinistra per un viottolo tortuoso e in salita. Sulla gobba verde di un colle sorge la costruzione, composta di due blocchi, il primo con i muri in pietra grezza, l’altro di mattoni intonacato in calce bianca. La zona è isolata, l’occhio spazia su un largo tratto delle colline del Monferrato. Prima di arrivare sullo stretto spiazzo antistante la cascina dove si trovano il pozzo e il forno all’aperto, il sentiero rompe una stretta curva da cui si vedono due finestre, una ha il vetro spezzato. Sulla facciata si aprono due porte. Non sono ancora le 11:30 quando l’auto dei carabinieri si arrampica lenta per il sentiero. Forse, all’interno della casa, qualcuno sorveglia la strada. O forse no. Quando la pattuglia arriva davanti alla cascina, tutto pare deserto. Una 127 e una 128, parcheggiate sotto il portico nella parte vecchia della casa, fanno supporre che all’interno vi sia qualcuno. La ricostruzione della tragedia è fatta su testimonianze rese in corte d’assise dai carabinieri. Il tenente Rocca, il maresciallo e l’appuntato D’Alfonso scendono. Seguito dal sottufficiale, il tenente si avvicina alla porta e bussa, l’appuntato si dirige al porticato e rileva le targhe delle macchine, l’altro carabiniere si ferma dietro la curva a gomito e comincia a trasmettere i dati sulle auto: «non avevamo sospetti particolari quando giungemmo alla Spiotta. Bussammo, nessuno rispose,» racconterà il tenente Rocca. Dall’interno, però, giunge il rumore di una radio. L’ufficiale, che si è spostato verso l’angolo della costruzione, alza lo sguardo verso una finestra con le persiane accostate.
    «Intravidi una donna. Gridai: “Ma allora c’è qualcuno. Signora, vuole venire giù?”. La sconosciuta si ritirò».

    Il maresciallo intanto da un calcio alla porta, chiama il proprietario della cascina il cui nome è sulla targhetta. «Dottor Caruso». La sequenza è serrata. Nel vano appare un uomo, «sui trent’anni, alto 1,75, distinto, viso emaciato». È seccato, c’è un breve battibecco con i carabinieri: «Che cosa volete?» chiede. E quando viene invitato ad uscire, ribatte: «Venite voi, venire». Dirà il maresciallo Cataffi: «Aveva la mano destra ancora all’interno. Lo vidi strappare con i denti la sicura della bomba e lanciarla. Poi richiuse la porta».

    L’ordigno è stato scagliato verso il tenente, che, preoccupato, ha ancora gli occhi alla finestra. Racconterà l’ufficiale: «”Attento! Attento!” sentii gridare. Mi voltai e scorsi la bomba cadere dall’alto. Alzai istintivamente il braccio per ripararmi. Quello che successe dopo… Vidi rosso, crollai a terra, poi mi rialzai». I brigatisti, l’uomo e la donna, irrompono all’esterno sparando. Rocca è a terra, il braccio sinistro spappolato, il volto sanguinante; colpito dalle schegge anche il maresciallo, mentre numerosi proiettili raggiungono l’appuntato D’Alfonso. Il sottufficiale sorregge il tenente, lo trasporta fino alla provinciale dove ferma un auto di passaggio, poi torna alla cascina: ormai è tutto finito.

    A fronteggiare i guerriglieri è rimasto l’appuntato Barberis, che ricevuto l’ordine di chiamare i rinforzi per radio, in attesa di risposta non si è mosso dalla 127 neppure agli spari e alle esplosioni. «Volevo tornare sull’aia, ma aspettavo la conferma. Ancora colpi di pistola, poi sento il rumore di due motori, esco e vedo venire avanti una 127 rossa e una 128. Sulla prima auto al volante un uomo. Come mi ha visto ha cominciato a sparare attraverso il vetro. Anche la donna sparava».

    Le auto fanno un largo giro, per evitare la macchina dei carabinieri messa di traverso sulla stradicciola. La corsa si interrompe, la 127 finisce contro un salice e l’altra macchina le piomba addosso. Ancora Barberis: «Si è spalancata la portiera, sono usciti sparando. Poi, lei credo, grida: “Basta, basta, non sparate. Siamo feriti”». Due colpi avevano già raggiunto la giovane: al braccio destro e alla schiena. La brigatista getta a terra la pistola, anche il suo compagno sembra disarmato. L’appuntato guarda in volto lo sconosciuto: «Lo fisso negli occhi, vedo che non è tranquillo. Ordino di spostarsi, e quello, appena arrivato dietro alla donna, tira fuori una bomba dalla tasca della camicia. La riconosco subito: ne ho lanciate a centinaia. Mi getto in avanti, per evitarla, e faccio fuoco tre volte, il primo proiettile colpisce la giovane». Il brigatista scappa verso la boscaglia, Barberis lo insegue. «L’ho sentito muoversi tra gli arbusti. Non avevo più colpi e sono tornato indietro». Soltanto in quel momento scorge l’appuntato D’Alfonso riverso al suolo, il sangue, le armi abbandonate. Pochi minuti dopo arrivano le gazzelle, ma i rinforzi ormai sono inutili. Per i feriti i medici possono fare poco: l’appuntato D’Alfonso è condannato; al tenente Rocca si deve amputare il braccio e l’occhio destro è perduto; soltanto le condizioni del maresciallo Cattafi non sono preoccupanti.

    In mezzo al prato la giovane donna muore. È stata colpita ad un braccio e alla schiena, poi al torace, sotto l’ascella sinistra. Nelle conclusioni dell’autopsia dirà il professor Athos La Cavera, dell’università di Genova (lo stesso che visitò Mario Sossi dopo la liberazione):

    «Il colpo mortale fu quello inferto al torace che ha prodotto la morte pressoché istantanea del soggetto, mentre le precedenti ferite sono state inferte, con ogni verosimiglianza, qualche minuto prima».

    La giovane indossa jeans e un pesante golf bianco, a tracolla ha una borsa, il volto è coperto di sangue, sembra alta poco più di un metro e sessanta, infilato all’anulare della mano sinistra ha un anellino: un cerchio d’oro bianco e tre piccole pietre. «È Margherita Cagol» dicono sicuri gli uomini del nucleo speciale giunti meno di mezz’ora dopo lo scontro. Della “battaglia di Arzello” le bierre faranno una ricostruzione diversa e discutibile, soprattutto perché sembra basarsi solo sul racconto del brigatista fuggito.

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello dal giornale interno ‘Lotta armata per il comunismo’

    Entrato in contatto con i carabinieri, il nucleo doveva combattere e affrontare lo scontro con l’obiettivo esplicito di “annientare i CC”. Purtroppo i compagni hanno affrontato lo scontro in chiave difensiva, con l’illusione di potersi defilare senza annientare il nemico; e ciò ha portato ad un risultato parziale. Mara è rimasta ferita nello scontro. Essa, ormai disarmata, ha combattuto la sua ultima battaglia con le parole. Ma il nemico non si è accontentato di averla prigioniera. Dopo almeno cinque minuti dalla cattura una mano assassina l’ha abbattuta a freddo, in esecuzione di un ordine preciso. Un ordine che, in quelle circostanze è stato facile eseguire, ma sarà il tempo a dimostrare quale prezzo costerà a chi l’ha impartito.

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello dall’opuscolo ‘Mai più senza fucile’

    «Margherita Cagol uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Questi i titoli dei giornali. Telegrammi di felicitazione, medaglia al valore. Ma c’è un testimone, il compagno che si è sottratto alla cattura, che ha visto: Mara giaceva ferita ma viva e rantolante nell’erba, dopo la sparatoria. Un carabiniere ha chiesto per radio istruzioni poi si è avvicinato e le ha sparato a freddo. Uccidere i rivoluzionari non è reato. L’ordine del ministero degli interni è di fare il minor numero possibile di prigionieri».

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello resa da Lauro Azzolini

    Copia trovata nella base occupata da Curcio, in Via Maderno a Milano

    «Arrivati alla “B” (la cascina Spiotta, n.d.r.) trovammo la “M” (Mara, n.d.r.) in ansia, in quanto, secondo le sue previsioni, eravamo in ritardo di 20 minuti e perché aveva sentito dalla radio del CC dell’auto 124.

    Scaricato “A” (Gancia, n.d.r.) e dato che altri lo avevano già messo nella “G” (cella, n.d.r.) andai subito al primo piano a sinistra, nel posto di osservazione; si vedevano bene i movimenti all’incrocio di Terzo e pezzi di altre strade che portavano sia a Savona che da noi. Sul tavolo di fianco alla finestra c’era una radio che faceva un casino del diavolo: era quella dei CC, mentre l’altra, quella dei PS, era spenta in quanto inservibile. Andai nell’altra stanza, aprii i vetri, tenendo chiusa la tapparella e guardai sotto. Mi prese un colpo nel vedere vicino alla porta un CC. Egli guardò su urlando chi ci fosse nella casa, mentre io per un attimo incredulo restai immobile. Corsi dalla “M” che era seduta a fianco della finestra e l’avvertii che c’erano i CC. La “M” urlando che era impossibile corse alla finestra, l’aprì tutta, si ritirò immediatamente dicendomi che erano in tre. Mi chiese da dove potevano essere venuti perché non li aveva visti: forse erano venuti dai campi o da Ovada.

    In quei minuti ci fu un trambusto indescrivibile. Io che caricavo le armi e mi riempivo le tasche di colpi e di bombe, la “M” che imprecando correva a prendere scartoffie e ventiquattrore. Andammo giù per le scale. Davanti alla porta chiusa armati (io di M1, pistola e 4 SRCM, da notare che le bombe svizzere le lasciammo su perché non ci sentivamo sicuri di adoperarle; la “M” borsetta e mitra a tracolla e, in mano, valigetta e pistola). Restammo qualche minuto dietro alla porta: la “M” insisteva che bisognava prendere le auto e scappare, io che volevo prendere l’”A”. Accortomi del casino che mi circondava decisi di verificare  aprendo la porta dove e come fossero disposti i carabinieri. Tolsi la sicura all’SRCM e mi affacciai. Messa fuori la testa vidi sulla mia sinistra all’angolo della casa un CC. Mi invitò ad uscire e cercai di prendere tempo per vedere dove fossero gli altri. Il mio temporeggiare fece siì che altri due CC uscissero dall’angolo e si mettessero allo scoperto. Dissi a “M” che avrei tirato le bombe e ci saremmo coperti la fuga con M1 e l’altro mitra, che tutti e tre si trovavano allo scoperto: infatti noi credevamo che fossero soltanto in tre. Ad un ennesimo invito ad uscire e a un altro mio che venissero loro, tirai la SRCM: sentii un gran botto, vidi un fuggi fuggi dei CC, tra urla e pianti. Uscii di corsa seguito dalla “M”, tirai un’altra SRCM a caso; mentre stavamo per entrare nel primo porticato sentimmo colpi alle spalle e urla. Mi voltai e vidi un CC che correva, la “M” urlò di sparare. Tirai il primo colpi con M1 ma non uscì il bossolo e l’arma si inceppò. Tirammo tutti e due con le pistole e ancora quando lo vedemmo disteso la “M” gli tirò ancora. La “M” mi urlò di prendere la macchina e scappare.

    Il CC urlava. Per primo gli dissi di non sparare, che ci arrendevamo, subito dopo anche la “M” urlava che ci arrendevamo. Sotto tiro ci ordinò di alzare le braccia sul capo. Feci presente alla “M” che mi restavano in tasca due SRCM e che appena il CC si fosse distratto lo avrei centrato, dissi che dopo ci sganciavamo subito e che se andava male correvamo nel bosco sottostante. Mi rispose affermativamente dicendomi che dovevamo pensare a scappare. Presi dalla tasca una SRCM e tolsi la sicura. Mentre il CC, chiamando gli altri, si avvicinava a quello disteso voltandoci le spalle, decisi di tirarla. Mentre la tiravo, vidi che si voltava, si accorse del pericolo e non so se si buttò a terra, si sentì un botto e il CC tutto pallido ancora in piedi. Era andata male. Urlai a “M” di svignare e di correre verso il bosco. Mentre correvo zigzagando nel campo sentii tre colpi intorno a me. Riuscii ad arrivare al bosco e con un tuffo mi buttai nella macchia piena di spini. Non riuscendo a districarmi, temetti il peggio. Da sopra sentivo la “M” che urlava imprecando verso il CC. Presi l’altra SRCM dalla tasca e pensai di cercare di centrare il CC. Mi affacciai alla buca e vidi la “M” seduta con le braccia alzate che imprecava verso il CC. Nel vedere la “M” ancora seduta e la mia impossibilità di arrivare a tiro decisi di sganciarmi velocemente, pensando che i rinforzi sarebbero arrivati a minuti. Corsi giù per il pendio e quando stavo per arrivare dall’altra parte della collina vicino a un bosco sotto il castello (saranno passati cinque minuti dal momento della mia fuga), ho sentito uno, forse due, colpi secchi, poi due raffiche di mitra. Per un attimo ho pensato che fosse stata la “M” ad adoperare il suo mitra, poi ebbi un brutto presentimento confermato dal modo in cui sparavano nei campi durante le ricerche».

    Prima di entrare nella cascina, i carabinieri per alcuni minuti sparano e gettano all’interno bombe lacrimogene. Nella cucina c’è una branda disfatta, gettate in un angolo, due magliette, una bombola a gas; nella stanza accanto si apre la finestra dalla quale si vede la vallata; su un lato della parete una porta alta non più di un metro e venti: la cella dell’industriale Gancia. Quando il battente viene spalancato, lui è in piedi, tremante, il volto pallido e disfatto per l’emozione, i polsi legati dietro la schiena. Ha udito la sparatoria, ha pensato a uno scontro fra bande rivali, e soltanto quando ha sentito i carabinieri chiamarsi con il grado ha capito che era tutto finito.

    Quanto accaduto alla cascina Spiotta di Arzello il 5 giugno lascerà senza risposta molti interrogativi. Secondo la versione ufficiale dei carabinieri, si trattava di un controllo casuale, al quale i brigatisti hanno risposto con raffiche di mitra e col lancio di bombe a mano; la morte della Cagol sarebbe stata incidentale, e nella cascina «quasi certamente» c’era anche Renato Curcio.

    Ma è più probabile che la pattuglia dei carabinieri sia stata indirizzata nella zona della cascina Spiotta da una “soffiata” (c’è chi sospetta di Maraschi), ed è molto dubbio che nel casolare ci fosse anche Curcio.

    Infatti Curcio è a Milano, dove alle 14:00 un compagno con il quale aveva appuntamento in strada lo avvisa che a Cascina Spiotta c’è stato un conflitto a fuoco.

    Inoltre ci sono i segni dei proiettili sull’auto guidata dalla donna. Un colpo è finito contro la portiera, in corrispondenza della ferita al braccio, l’altro ha mandato in frantumi il lunotto. Sembra accertato che Margherita Cagol sia stata raggiunta dai proiettili quando era al volante e rimane incomprensibile la logica che fa negare la circostanza agli ufficiali dei carabinieri.

  • 4 Giugno 1975

    Un commando brigatista rapisce l’industriale Vittorio Vallarino Gancia.
    Viene arrestato Massimo Maraschi.

    A Canelli (Asti), alle ore 15.30, un commando di cinque brigatisti (comprendente Mario Moretti) rapisce l’industriale Vittorio Vallarino Gancia. Poco dopo, nella zona, i carabinieri fermano un giovane il quale prima tenta di fuggire, poi si dichiara prigioniero politico: è Massimo Maraschi, che vari indizi inducono a ritenere legato alle BR.

    L’industriale lascia la casa verso le 15, saluta la cameriera e il giardiniere, Giuseppe Medina, sale sull’Alfetta. Per raggiungere la sede della ditta, in corso Libertà, deve percorrere poco più di un chilometro. Il giardiniere vede la prima parte del sequestro, ma subito non si rende conto di quanto accade.

    «Fermi, a un centinaio di metri dalla villa c’erano auto, mi è parsa una 124 verde pisello, e un furgone. Ho creduto che ci fosse stato un incidente, un tamponamento. Quando la macchina del dott. Vallarino Gancia li ha superati, i quattro uomini che discutevano attorno alle vetture, sono risaliti e le macchine sono partite ad andatura moderata».

    Ancora pochi metri, poi incontro all’auto si fa un operaio con una bandiera rossa in mano che fa cenno di fermare. Più avanti la strada è bloccata da una transenna e da un furgone. L’industriale si ferma, incerto sulle intenzioni del camioncino che ha preso ad arretrare. Subito dopo il furgone tampona a ritroso l’Alfetta, mentre il lunotto posteriore è frantumato a colpi di martello da uno degli uomini in tuta, la portiera è spalancata e Gancia si trova al fianco un giovane incappucciato che gli punta la pistola. Il prigioniero viene trascinato fuori, gli coprono la testa con un cappuccio ed è caricato sul furgone. Alla guida della macchina si mette uno del gruppo, i tre automezzi partono di scatto. L’auto di Gancia è ritrovata a Calamandrana, tra Nizza Monferrato e Canelli e, poco dopo, è rintracciato anche il furgone. Decine di pattuglie dei carabinieri e della Criminalpol battono le strade della campagna in una caccia serrata e difficile: i rapitori possono aver trovato rifugio in uno dei mille rustici, o, cambiate le auto, raggiunto l’autostrada. L’indomani giungerà la richiesta di riscatto: un miliardo, subito; cinquecento milioni in più se il pagamento dovesse tardare.

    Ricorderà Curcio:

    «Con l’andare del tempo, l’organizzazione era diventata sempre più grossa e le esigenze della clandestinità ancora più complesse e onerose. Il denaro delle rapine non bastava più…

    Nell’Aprile 1975 ci riunimmo, Margherita, Moretti e io, in una casa nel piacentino per discutere il da farsi: pensammo che era venuto il momento di seguire l’esempio dei guerriglieri latino-americani che già da tempo sequestravano degli industriali per finanziarsi. Esaminammo una rosa di nomi presentata dalla colonna torinese.

    Puntammo su Vallarino Gancia perché con lui potevamo agire in una zona che conoscevamo bene, perché l’operazione non comportava troppe difficoltà, perché era molto ricco… Volevamo chiedere un riscatto di circa un miliardo, ma, soprattutto, miravamo a un sequestro rapido, semplice e il meno rischioso possibile.

    Io non facevo parte del gruppo operativo perché ero super ricercato, la polizia aveva le mie foto, non mi potevo spostare con facilità»

    Un singolare episodio, accaduto nella zona durante il pomeriggio, viene posto in relazione con il sequestro. Due ore prima dell’aggressione, una 124 guidata da un giovane si scontra con una 500: solo carrozzerie ammaccate. Il guidatore della 124 si assume subito la responsabilità e offre un indennizzo di 75 mila lire. Poi firma una dichiarazione:

    «Io sottoscritto, Dalmasso Pietro di anni 22, residente a Torino in Via Tassoni, 57 riconosco di avere torto nell’incidente avvenuto Mercoledì 4-6-’75 in località regione Bassi Cassinasco. Dalmasso Pietro.

    Ma l’altro automobilista, Cesarino Tarditi, 18 anni, si insospettisce, avverte lo zio Oreste, idraulico, sono chiamati anche i carabinieri. Nel frattempo la 124 se n’è andata. La rintracciano, casualmente, alla periferia di Canelli, alcune ore più tardi. Il guidatore tenta la fuga a piedi, è inseguito, attraversa una roggia, vi cade, perde le lenti, quando si rialza i carabinieri gli sono addosso. In caserma dice: «Mi considero prigioniero di guerra, mi chiamo Massimo Maraschi».

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  • 18 Febbraio 1975

    Renato Curcio viene fatto evadere dal carcere di Casale Monferrato.

    Nel pomeriggio un commando di cinque brigatisti, armati di mitra e guidati da Mara Cagol, fa irruzione e libera Curcio con estrema facilità, senza dover sparare una sola pallottola. Alla preparazione del piano ha partecipato il brigatista-informatore “Rocco” (Francesco Marra), e del commando che libera Curcio fa parte anche Moretti.

    La giornata nel carcere di Casale scorre tranquilla fino a pochi minuti dopo le 16, quando due auto, una Fiat 124 gialla e una 128 blu, arrivano nei pressi del carcere. Scendono un uomo e una donna dai capelli biondi che suona al portone del penitenziario. Una guardia apre lo spioncino, la ragazza sorride.
    «Devo consegnare un pacco a un detenuto» dice.
    È giorno di visite e tutto sembra normale, la guardia richiude lo spioncino e apre il portone, ma non fa in tempo ad allungare le mani per prendere il pacco che la canna di un mitra gli si pianta contro il petto:
    «Non ti muovere o sparo».
    Alle spalle della ragazza spuntano alcune persone vestite con le tute blu da operai, che si precipitano all’interno del carcere e tagliano i fili del telefono. Sempre sotto la minaccia del mitra, la donna costringe l’agente che le aveva aperto a chiamare il maresciallo che comanda le guardie. Il maresciallo sopraggiunge dall’interno del carcere, mentre al piano superiore Curcio vede arrivare di corsa un detenuto che lancia l’allarme:
    «Giù nella rotonda ci sono degli uomini armati».
    La sua cella è ancora aperta perché la conta non è terminata, e il capo brigatista capisce che l’ora tanto attesa è arrivata. Davanti alle guardie impietrite e impreparate comincia a correre lungo il corridoio e giù per le scale, finché si trova davanti a un cancello chiuso.

    Attraverso le sbarre vede sua moglie Mara camuffata con una parrucca bionda e i compagni travestiti da operai. Uno si avvicina e gli passa una pistola. Mara, col mitra spianato, ordina a una delle guardie di aprire il cancello, l’uomo ci mette un po’ a individuare la chiave giusta e quando la trova fa fatica a infilarla nella toppa. Alla fine ci riesce, le sbarre si aprono e Curcio si precipita fuori.

    Prima di andarsene i brigatisti chiudono il maresciallo e le altre guardie nell’ufficio matricola. Un detenuto comune che stava pulendo il corridoio chiede di poter uscire anche lui, ma gli uomini del commando gli intimano di non muoversi. Il pacco portato da Mara rimane sul pavimento della rotonda. Più tardi arriveranno gli artificieri nel timore che contenga una bomba, ma quando l’apriranno scopriranno che ci sono solo cartacce.

    Sul piazzale del carcere Curcio trova tre macchine e altri compagni ad attenderlo. Sale a bordo della prima, che parte a razzo seguita dalle altre due. Il capo delle Brigate rosse, prigioniero da cinque mesi, è stato liberato con un’azione durata meno di cinque minuti che non ha richiesto un solo sparo.

    Tonino Loris Paroli, nome di battaglia “Pippo” è a bordo di una delle auto usate nella fuga, poi abbandonate. Quando vede il suo amico Renato al cambio macchina organizzato al di là del passaggio a livello, tensione e paura finalmente si sciolgono. Ma non c’è nemmeno il tempo per un abbraccio, bisogna correre per allontanarsi il più possibile.

    Giungono alla cascina Spiotta che ormai si sta facendo buio. A Curcio vengono tinti i capelli, poi il viaggio ricomincia alla volta della Liguria, fino a una casa sul mare ad Alassio, dove Renato si ricongiunge a Mara. «Allora, finalmente, potei dare libero sfogo alla mia gioia, e anche alla commozione», racconterà.

    Al di là dell’aspetto romantico di una moglie che guida l’assalto a un carcere per liberare il marito, l’evasione di Curcio è un successo delle Br che riempie di entusiasmo e soddisfazione anche un militante posato e razionale come Pippo, che festeggia a modo suo: in silenzio, riflettendo su un’azione andata a buon fine e su come si può continuare la lotta armata contro lo Stato borghese, anche dopo il «tradimento» di Frate Mitra, la scoperta di alcune «basi» e gli arresti di diversi compagni, proseguiti fino alla vigilia della liberazione di Renato.

    Articolo da ‘La Stampa’ del 19 Febbraio 1975

    Il capo presunto delle «Brigate rosse», Renato Curcio, è fuggito questo pomeriggio dal carcere di Casale Monferrato dove era detenuto da circa tre mesi. Un «nucleo armato delle Brigate rosse» ha dato l’assalto al vecchio stabile di via Leardi, angolo viale Piave: lo componevano tre uomini e una donna, forse la moglie di Curcio, Margherita Cagol. Mitra spianato, i brigatisti sono penetrati nell’interno, il «capo» era in un corridoio, come in attesa. «Renato, vieni qua», ha detto la giovane; «Eccomi», ha risposto Curcio. Poi se ne sono andati. L’azione è stata rapida, efficace, studiata in ogni dettaglio. Per oltre due anni Renato Curcio era stato l’inafferrabile guerrigliero braccato in tutta Italia. Protagonista, secondo gli inquirenti, delle azioni più clamorose dell’organizzazione clandestina. Sulle sue spalle erano via via caduti ordini e mandati di cattura per rapine in provincia di Reggio Emilia, poi per i sequestri Amerio e Sossi. Le lontane origini politiche di Curcio sono «nere», ma da anni in lui si era registrato un cambiamento radicale che, secondo i brigatisti, è schietto. Curcio aveva scelto la clandestinità dopo il fastoso matrimonio in una abbazia in provincia di Trento, ultima concessione all’«educazione borghese». Durante la lunga detenzione di Mario Sossi, i carabinieri raccolsero la sfida alle istituzioni lanciata dalle «Brigate rosse»: «Colpire il cuore dello Stato». Attorno ai brigatisti cominciò ad essere tessuta una fitta tela di ragno, per la prima volta un «agente provocatore», fra’ Silvano Girotto, ex guerrigliero in America Latina, si inserì nel gruppo. Ebbe tre contatti con Curcio che definì il «grassottello» e al termine dell’ultimo incontro, la mattina di domenica 8 settembre, nella tela del ragno finirono il capo presunto delle «Brigate» con il suo compagno e braccio destro, Alberto Franceschini. Le «Br» reagirono all’arresto con uno stizzoso comunicato nel quale denunciavano l’azione di Silvano Girotto: «I compagni Renato Curcio e Alberto Franceschini sono caduti nelle mani del Sid», dissero nel loro volantino. Per Franceschini venne scelto il carcere di Cuneo, dal quale sembra abbia tentato di fuggire circa due mesi orsono. Curcio finì a Novara, dove fu sottoposto ai primi interrogatori dal giudice istruttore Giancarlo Caselli che conduce l’inchiesta sulle imprese dei brigatisti, dal sequestro Labate in poi. «Non rispondo alle vostre domande; non riconosco la vostra autorità. Mi considero un prigioniero politico », ha ribattuto Curcio alle domande del magistrato. Poi il trasferimento al carcere di via Leardi, a Casale, sembra per ragioni di sicurezza. L’«Antiterrorismo», sembra, ha avvertito, giorni orsono, la magistratura di un piano in atto per far fuggire dal carcere Curcio e Paolo Maurizio Ferrari, detenuto a Genova. La magistratura aveva ordinato per Curcio sorveglianza a vista. La piccola prigione, comunque, sembrava offrire maggiori garanzie di sicurezza che non il moderno carcere di Novara: non ci sono mai molti detenuti, non è considerato difficile tenerli d’occhio anche se si tratta di un «carcere aperto», cioè i reclusi hanno la possibilità di muoversi all’interno in assoluta libertà. Oggi nello stabilimento c’erano 45 detenuti e prestavano servizio 17 delle 19 guardie di custodia. Ore 16,13: due auto, una «124» giallina e un’altra blu, forse una «128» o una vettura straniera, si fermano nei pressi del carcere. Scendono una donna sui trent’anni, carina, bionda, volto affilato, statura media, e un uomo, volto anonimo, baffi folti. La giovane suona. La feritoia viene aperta e al piantone, Pompeo Carelli, mostra un fagotto. È giorno di visita, tutto sembra normale. «Devo consegnare questo pacco ad un detenuto. Mi apra». Sorride, è tranquilla. La guardia chiude lo spioncino, apre il portone. Però nel momento in cui la feritoia viene sbarrata, la donna estrae da sotto il cappotto un mitra dal calcio mozzo. La guardia si trova la canna dell’arma puntata allo stomaco: «Stai buono o sei un uomo morto». Nello stesso istante alle sue spalle arrivano tre uomini. Due indossano tute blu e portano una scala «all’italiana» di alluminio. Montano i due elementi della scala, poi li appoggiano al muro di cinta, all’interno a sinistra del portone; salgono, e ad un’altezza di circa tre metri tranciano i fili del telefono. Intanto la giovane e il compagno costringono l’agente a chiamare il maresciallo Barbato, che si trova oltre il secondo cancello, proprio nel cuore del carcere. Si muovono nervosamente, ma appaiono decisi, attenti. Al sottufficiale intimano di aprire e per persuaderlo battono la canna del mitra contro la schiena dell’ostaggio. Aperta la strada, si trovano direttamente nel corridoio lungo il quale si affacciano alcune celle del pianterreno. «Non muovetevi o facciamo una strage», minacciano facendo mettere faccia al muro il piantone, il maresciallo, gli appuntati Baricelli e Rossi. «Dov’è Renato?» grida la donna. Le risponde Curcio, tranquillo. Un ultimo dialogo: «Sei il dottore?» chiedono i brigatisti rivolti al maresciallo. «No, sono il comandante». «Bene, state buoni e non muovetevi». Se ne vanno, il pacco rimane nel carcere, si attende l’artificiere per aprirlo, e si scoprirà che conteneva della cartaccia. Scatta l’allarme. Ricerche tempestive e inutili. Posti di blocco vengono istituiti, una cintura di uomini armati è stesa intorno alla città. Una 124 rubata ad Alessandria viene trovata, poco dopo, alla periferia, in Via Buozzi. Potrebbe essere una delle auto usate dal nucleo armato. Al carcere accorrono il questore di Alessandria, dottor De Stasio, il comandante del gruppo carabinieri, colonnello Musti, il capo del nucleo antiterrorismo per il Piemonte, dottor Criscuolo, il capitano Seno del nucleo speciale dei carabinieri. Il telefono squilla alle 16:50 nella stanza numero 11, al quarto piano dell’ufficio istruzione di Torino. Al dott. Caselli un ufficiale dei carabinieri del nucleo speciale comunica: «È fuggito Curcio, c’è stato un assalto al carcere di Casale Monferrato». Il magistrato accoglie con calma la notizia. Dice soltanto: «Abbiamo lavorato tanto, dovremo ricominciare».

    La clamorosa evasione del capo delle BR scatena una tempesta politica. Le polemiche, roventi, investono il governo Moro, il Viminale, il ministero della Giustizia, la magistratura di Torino, la Questura di Alessandria.

    Il procuratore generale di Torino Carlo Reviglio della Veneria ammette che la Procura aveva ricevuto segnalazioni sulla possibile evasione di Curcio, ma afferma che erano «generiche», e precisa: «D’altra parte è la prima volta che viene fatta un’azione del genere, dall’esterno».

    Il giornalista Giorgio Bocca non crede a quella che definisce «favola delle Brigate rosse», e scrive:

    «La storia vera di queste BR non la sapremo mai, come tante altre storie di questa nostra mediocre stagione politica; non sapremo in che parte fanno da loro e in che parte vengono strumentalizzate, quanti vi sono entrati e vi rimangono in buona fede, e quanti vi sono stati infiltrati o corrotti… Questa storia è penosa al punto da dimostrare il falso, il marcio che ci sta dietro: perché nessun militante di sinistra si comporterebbe, per libera scelta, in modo da rovesciare tanto ridicolo sulla sinistra».

    L’evasione di Curcio è una nuova conferma che gli apparati dello Stato, pur disponendo di infiltrati e informatori all’interno delle BR, non hanno l’univoca volontà di combattere l’eversione terroristica: c’è chi opera per tenere viva l’insidia brigatista, e c’è chi è attivo per spingere le BR verso il militarismo sanguinario. Infatti, benché abbia riacquistato la libertà, Curcio è il latitante più ricercato d’Italia, e in quanto tale è un leader precario e dimezzato; degli altri due “politici” del vertice brigatista, Alberto Franceschini è in carcere, mentre la latitante Mara Cagol ha le settimane contate.

    Quanto a Moretti, è impegnato a Genova nell’organizzare la colonna genovese delle BR che presto insanguinerà il capoluogo ligure.

    Testo integrale del comunicato delle BR sulla liberazione di Renato Curcio

    “Il 18 Febbraio un nucleo armato delle BR ha assaltato e occupato il carcere di Casale Monferrato liberando il compagno Renato Curcio. Questa operazione si inquadra nella guerra di resistenza al fascio di forze della controrivoluzione che oggi nel nostro paese sta attuando un vero e proprio “golpe bianco” seguendo le istruzioni dei superpadroni imperialisti Ford e Kissinger. Queste forze usando il paravento dell’antifascismo democratico tentano di far credere che il grosso pericolo al quale si va incontro sia la ricaduta nel fascismo tradizionale. Per questa via esse ricattano le sinistre mentre attuano il vero fascismo imperialista. Siamo giunti cioè al punto in cui la drammatica crisi di egemonia della borghesia sul proletariato sfocia nell’uso terroristico dell’intero apparato di coercizione dello stato.

    La campagna costruita ad arte e scatenata negli ultimi mesi in principal modo dalla DC sull’ordine pubblico lo dimostra. Le caratteristiche fondamentali di questo attacco controrivoluzionario sono due:

    1. la volontà di ridurre ad una funzione neocorporativa il movimento sindacale e la sinistra;
    2. la pratica di annientamento per via militare di ogni focolaio di resistenza.

    La crisi di regime non evolve dunque verso la catastrofica dissoluzione delle istituzioni,ma al contrario gli elementi di dissoluzione sono gli anticorpi di una ristrutturazione efficentistica e militare dell’intero apparato statale. Il terreno di resistenza alla controrivoluzione si pone così come terreno principale per lo sviluppo della lotta operaia.

    Il movimento operaio ha infatti di fronte a sé il problema di trasformare l’egemonia politica che già oggi esercita in tutti i campi,in un’effettiva pratica di potere e cioè deve porre all’ordine del giorno la necessità della rottura storica con la DC e della sconfitta della strategia del compromesso storico. Deve porre un primo piano la questione del potere,della dittatura del proletariato.

    Compito dell’avanguardia rivoluzionaria oggi e quello di combattere a partire dalle fabbriche,il golpismo bianco in tutte le sue manifestazioni,battere nello stesso tempo la repressione armata dello stato e il neocorporativismo dell’accordo sindacale.

    La liberazione dei detenuti politici fa parte di questo programma. Liberiamo e organizziamo tutte le forze rivoluzionarie per la resistenza al golpe bianco.

    Lotta armata per il comunismo
    Brigate Rosse

  • 17 Febbraio 1975

    Mara Cagol e Tonino Loris Paroli fanno gli ultimi sopralluoghi per l’evasione di Renato Curcio.

    I preparativi riguardano soprattutto il controllo degli orari di apertura e chiusura di un passaggio a livello che si dovrà attraversare durante la fuga. Sono rimasti in macchina per un’ora, parcheggiati lungo un viottolo di campagna, senza parlare, in sottofondo le canzoni di Bob Dylan suonate da un registratore portatile, mentre i pensieri di Pippo scorrazzavano dai compagni in galera alla famiglia abbandonata, fino alla paura di non rivedere più nessuno.

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  • 15 Ottobre 1974

    I carabinieri irrompono nel covo brigatista di Robbiano di Mediglia (MI) e arrestano Pietro Bassi e Piero Bertolazzi. (altro…)