“Non ci si batte, come noi abbiamo fatto, pensando di essere per forza sconfitti. Oggi direi che esisteva per me una via di mezzo. Sintetizzando le cose con una formula elementare, posso dire che quella società in cui vivevamo non mi andava assolutamente bene, non volevo a nessun costo accettarla, lottavo per cambiarla. E la parola “vittoria” significava la speranza di riuscire a modificare, almeno in parte, lo stato delle cose.”
Renato Curcio, A viso aperto
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Citazioni di Renato Curcio: “Non ci si batte…
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Citazioni di Renato Curcio: “Che la nostra generazione abbia perso…”
“Che la nostra generazione sia stata sconfitta è ormai un luogo comune. Quel che non mi è chiaro è chi, in realtà, abbia poi vinto la partita.”
Renato Curcio, A viso aperto
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A viso aperto – Recensione
A viso aperto è un libro che raccoglie le interviste del giornalista Mario Scialoja a uno dei fondatori delle Brigate Rosse, Renato Curcio, tutte realizzate in carcere e pubblicato da Mondadori nel 1993.
Informazioni su ‘A viso aperto’
Renato Curcio è un sociologo italiano, famoso non per i suoi studi (che pure ha fatto e pubblicato, soprattutto negli ultimi anni) ma per essere stato negli anni ’70 uno dei fondatori, ideatori e capi delle Brigate Rosse, una delle organizzazioni armate di estrema sinistra nate dopo la Strage di Piazza Fontana nel 1977. Qualcuno potrebbe chiamarla organizzazione terroristica. Io personalmente no.Le interviste, che si sono svolte tutte in carcere, ripercorrono i punti salienti della vita di Renato Curcio fin dalla sua infanzia, per concentrarsi in particolar modo sul periodo di Trento, dove frequenta la neonata Università di Sociologia insieme a molti ideologi di svariate organizzazioni extraparlamentari di sinistra e poi sulla nascita e lo sviluppo delle Brigate Rosse lungo gli anni di Piombo, una delle epoche storiche che hanno più segnato la storia recente italiana.
Citazioni da “A viso aperto”
“Che la nostra generazione sia stata sconfitta è ormai un luogo comune. Quel che non mi è chiaro è chi, in realtà, abbia poi vinto la partita”.
“Non ci si batte, come noi abbiamo fatto, pensando di essere per forza sconfitti. Oggi direi che esisteva per me una via di mezzo. Sintetizzando le cose con una formula elementare, posso dire che quella società in cui vivevamo non mi andava assolutamente bene, non volevo a nessun costo accettarla, lottavo per cambiarla. E la parola “vittoria” significava la speranza di riuscire a modificare, almeno in parte, lo stato delle cose”
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24 Aprile 1978
Viene trovato verso mezzogiorno il Comunicato n°8 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.
Vengono emessi i mandati di cattura dalla Procura di Roma per la strage di Via Fani. Manca il nome di Mario Moretti.I contenuti sono di nuovo contraddittori e stupefacenti. Infatti le BR ignorano il loro stesso ultimatum, rilevano che la DC non ha detto «con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta del lo scambio di prigionieri politici», e scrivono:
«Riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico, e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: dia la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” nei campi di concentramento [le carceri speciali, ndr]… Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà… Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di tutti i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportare in battaglia, Cristoforo Piancone. Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti. A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite, e solo una risposta immediata e positiva della De e del suo Governo, data senza equivoci, e concretamente attuata, potrà consentire il rilascio di Aldo Moro. E se così non sarà, trarremo immediatamente le debite conseguenze e eseguiremo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato».
Al comunicato n. 8 (nel quale è inclusa l’enigmatica frase: «Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”»), i brigatisti allegano una ultimativa lettera di Moro indirizzata al segretario democristiano Zaccagnini («Per una evidente incompatibilità», scrive il prigioniero, «chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito»), La richiesta di scarcerazione dei 13 detenuti “comunisti” (molti dei quali condannati con sentenza definitiva per gravi reati di sangue) è chiaramente pretestuosa e improponibile: l’accettazione, totale o parziale, costituirebbe un vero e proprio suicidio dello Stato di diritto. Infatti lo stesso Psi, motore politico della linea contraria alla fermezza, è costretto a definire la richiesta dei terroristi «inaccettabile».
Il capo delle BR, intanto, continua a essere un terrorista straordinariamente fortunato. Se ne ha una riprova alla fine di Aprile, quando la Procura della Repubblica di Roma spicca mandato di cattura a carico di 9 brigatisti: due, Corrado Alunni e Prospero Gallinari, accusati della strage di via Fani e del sequestro Moro; gli altri sette – Adriana Faranda, Patrizio Peci, Enrico Bianco, Franco Pinna, Oriana Marchionni, Susanna Ronconi, Valerio Morucci – di costituzione di banda armata; manca solo il nome del capo delle BR, del regista della strage di via Fani, del domìnus del sequestro Moro.
«Il nome di Mario Moretti non c’era, il nome del capo brigatista non compariva tra i catturandi per l’eccidio di via Fani, e neppure per la costituzione della banda armata “Brigate rosse”. Dopo essere sfuggito all’arresto per ben tre volte, Moretti risultava assurdamente escluso dai mandati di cattura emessi dall’autorità giudiziaria romana il 24 aprile 1978 – era l’ennesima, incredibile “coincidenza”».
Dunque, benché a carico di Moretti già ci siano ben tre mandati di cattura emessi dalla Procura di Milano, benché sia notoriamente latitante dal 1972, benché la sua foto sia stata inclusa tra quelle diffuse dal Viminale il 16 marzo, benché sia ben noto al Sismi e all’Ucigos come «elemento pericolosissimo, uno dei maggiori esponenti della organizzazione terroristica», nei mandati di cattura emessi dalla Procura romana a fine aprile – cioè in pieno sequestro Moro – il nome di Moretti non c’è.
Una omissione così assurda da legittimare qualunque tipo di sospetto.
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Testi
- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Gianluca Garelli e Augusto Cherchi, 55 Giorni Aldo Moro – Voci e carte dalla prigione
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20 Marzo 1978
Nel corso del processo al brigatista Renato Curcio, celebrato a Torino, le Brigate Rosse rivendicano esplicitamente la responsabilità politica del sequestro del presidente della DC.
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- Gianluca Garelli e Augusto Cherchi, 55 Giorni Aldo Moro – Voci e carte dalla prigione
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28 Aprile 1977
A Torino le Brigate Rosse uccidono Fulvio Croce, presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati.
Le BR tornano a uccidere: la vittima è un avvocato. Un avvocato particolare: si chiama Fulvio Croce e ha cominciato a morire quasi un anno prima, quando il 17 Maggio 1976 era iniziato a Torino il processo contro la «banda armata denominata Brigate Rosse».
Tra gli imputati, alcuni nomi eccellenti dell’organizzazione, quali Pietro Bassi, Pietro Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Valerio De Ponti, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Tonino Paroli.
Il rifiuto dei brigatisti imputati di accettare la difesa d’ufficio minacciando vendette aveva fatto rinviare il processo al 3 maggio 1977.
Pochi giorni prima di quella data quindi, le BR colpiscono il presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino. Croce ha settantasei anni e vive sulle colline torinesi. Il suo ruolo gli impone di risolvere la più grossa grana che gli sia capitata in cinquant’anni di professione: quella di nominare i difensori d’ufficio per i cinquanta brigatisti (di cui una trentina in carcere e una ventina a piede libero) nel “processone” contro le BR. I militanti della stella a cinque punte l’hanno detto chiaramente: nessuno assuma la nostra difesa, pena la morte, perché la rivoluzione non si processa. «Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati», aveva detto in aula Maurizio Ferrari, «ci professiamo combattenti, e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo, viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Considereremo gli avvocati che accetteranno il mandato d’ufficio collaborazionisti e complici del tribunale di regime. Essi si assumeranno tutte le responsabilità che ciò comporta di fronte al movimento rivoluzionario».
Nessun difensore quindi. Né di fiducia né d’ufficio. E senza difensori, niente processo. Chiaro. Inoltre, non si trovano giudici popolari. Chi riceve la comunicazione del Tribunale risponde con un certificato medico.
Nel suo studio in via Perrone, Fulvio Croce deve risolvere la grana degli avvocati: i dieci difensori d’ufficio che ha nominato hanno rifiutato in massa. Così manda nuove nomine e al primo posto della nuova lista scrive il suo nome.
Il 28 aprile, Croce esce con la sua FIAT 125 dalla sua abitazione in via Val Pattonera, raggiunge via Perrone, parcheggia come sempre dentro il cortile del palazzo, scende dall’auto e viene raggiunto dalle sue segretarie Gabriella e Tiziana, arrivate anch’esse in quel momento. Insieme si avviano verso le scale, quando dal cortile giungono tre persone: una si ferma sul portone d’ingresso, le altre due avanzano verso Croce. «Avvocato!». Il tempo di girarsi, e l’avvocato Croce riceve due pallottole. Gabriella si volta, sta per ridiscendere gli scalini che intanto ha salito: «Ferma o sparo», le intima una donna che le punta una pistola. Intanto Croce viene raggiunto da altri tre proiettili: alla fine se ne conteranno due alla testa e tre al torace. È tutto finito: le segretarie possono raggiungere il corpo dell’avvocato mentre il commando si dilegua.
«Qui Brigate Rosse, siamo stati noi a sopprimere il servo del potere capitalista Fulvio Croce, segue comunicato».
La telefonata arriva a «La Stampa» e all’ANSA, il processo alle BR salta e viene rinviato a data da destinarsi. I brigatisti in carcere firmano un documento che porta i nomi di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Tonino Paroli, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli:
Il primo degli avvocati di regime che si era assunto questo compito infame, Fulvio Croce, è stato giustiziato. Ribadiamo ancora una volta che chiunque accetta coscientemente il ruolo di agente attivo della controrivoluzione imperialista deve essere anche disposto ad assumersi sin da ora le sue responsabilità.
Fanno parte del commando che uccide l’avvocato Croce Angela Vai, Rocco Micaletto, Lorenzo Betassa e Raffaele Fiore.
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- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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16 Giugno 1976
Francesco Cossiga in un’intervista, fa il punto sul terrorismo italiano. (altro…)
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8 Giugno 1976
Le Brigate Rosse uccidono il magistrato Francesco Coco.
Dopo essere partita dal palazzo di Giustizia di Genova, in via Pammatone, una FIAT 132 blu del servizio di Stato si ferma all’altezza della salita Santa Brigida, un ripido e stretto pendio con gradoni in selciato, grossi ciottoli rotondi ai lati e mattonata al centro. Un tipico carruggio genovese che si sviluppa da via Balbi, tra il caffè dell’università e la farmacia Contardi. Per strada, pochi passanti, i negozi sono chiusi. La città è avvolta in un torpore dal quale si rianimerà solo dopo un paio d’ore. Dalla 132 scendono il procuratore Francesco Coco e la sua guardia del corpo, il brigadiere Giovanni Saponara.
Antonio Decana, l’autista, rimane in macchina, a sudare e aspettare. L’altra vettura di scorta, una Giulia con tre agenti a bordo, come sempre, dopo aver accompagnato l’auto del procuratore fino a quel punto, prosegue. Una prassi quotidiana, collaudata e monotona. Francesco Coco e Giovanni Saponara salgono ventiquattro gradoni: ancora una quarantina di passi e l’abitazione del giudice sarà raggiunta. Hanno superato da poco lo slargo di vico Tana, dove ha sede la Camera del Lavoro e l’archivolto con la statua di santa Brigida, quando sentono lo scalpiccìo di altri passi. Il tempo di voltarsi ed essere investiti da una serie di colpi esplosi con pistole silenziate. L’agente di scorta non riesce neppure a mettere mano alla sua arma: cade con le braccia allargate e il viso rivolto in alto. Coco cade invece in avanti, prono. Li troveranno così, uno a fianco all’altro, centrati alla schiena e alla testa: dei tanti proiettili sparati, uno solo andrà fuori bersaglio, conficcandosi nel muro. È finito tutto in un attimo, in un silenzio irreale. Ma non basta: l’autista ha parcheggiato la 132 blu a cento metri dalla salita, occupando un posto per lo scarico merci nello slargo di via Balbi, all’altezza del civico 139, un negozio di abbigliamento. Antonio Decana è un appuntato dei carabinieri, e quello non è il suo lavoro. È la prima volta che funge da autista a un magistrato, perché per quel giorno Stefano Agnesetta, la guardia carceraria preposta a quel compito, ha chiesto un permesso, ignaro che quell’impegno familiare improvviso gli avrebbe salvato la vita. Così come Decana ignorava che per quella sostituzione l’avrebbe persa senza rendersene nemmeno conto, seduto al volante, in attesa del rientro del brigadiere Saponara, sotto un sole che picchia in modo anomalo per quei primi giorni di giugno. Non ha dato peso a quelle due persone ferme a parlottare vicino all’hotel Milano-Terminus, che poi sono improvvisamente scattate verso di lui e, una volta giunti a due passi dalla 132, gli hanno sparato. Antonio Decana muore quasi senza accorgersene. Non sono ancora scoccate le due del pomeriggio quando chi ha sparato si dilegua nei carruggi.
L’eccidio di Genova rappresenta una svolta nella pratica terroristica delle BR: è una vera e propria azione di guerra, in un Paese che abiura la guerra per principio costituzionale. «È un passaggio importantissimo per quel che diventeremo» dirà Moretti.
Di fatto, la feroce uccisione di un magistrato, di un poliziotto e di un carabiniere sembra avere un solo obiettivo pratico: insanguinare la campagna elettorale con un delitto “rosso” e “comunista”. Più in generale, la strage è l’adesione pratica delle BR morettiane alla proposta del Mossad di assumere un ruolo nell’ambito del terrorismo internazionale, proposta che le vecchie BR avevano invece rifiutato.
Francesco Coco, procuratore di Genova, aveva sessantacinque anni, era sposato, aveva tre figli. E aveva cominciato a morire due anni prima: nel maggio del ’74, quando era venuto meno alla parola data alle Brigate Rosse, bloccando la liberazione degli otto appartenenti alla 22 Ottobre dopo il rilascio del giudice Sossi. Quella di Coco è la cronaca di una morte annunciata. Su un muro del palazzo di Giustizia di Genova, pochi giorni prima di quell’8 giugno, si leggeva: «Uccidendo Coco uccideremo gran parte dello stato borghese». Sei ore dopo l’agguato arriva una telefonata alla redazione del «Secolo XIX», il quotidiano genovese:
«Siamo le Brigate Rosse. L’attentato a Coco è stato fatto da noi. Vi manderemo un comunicato».
Che arriva puntuale. Ci sarà anche una seconda rivendicazione, all’interno di un’aula di tribunale: quella del primo processo alle Brigate Rosse apertosi davanti alla Corte d’Assise di Torino, nel quale erano implicati Alberto Franceschini, Renato Curcio, ed altri nove del nucleo storico. Uno di loro, Prospero Gallinari, cercherà di leggere
un comunicato:«Ieri i nuclei armati delle Brigate Rosse hanno assassinato il boia Francesco Coco e i due mercenari che dovevano proteggerlo…».
Il magistrato lo interromperà subito, i carabinieri sottrarranno a Gallinari il foglio del comunicato, che però arriverà comunque nelle mani dei giornalisti. Che leggeranno così anche l’inquietante minaccia rivolta alla corte: «Giustiziare Coco non è stata una rappresaglia esemplare, con questa azione si apre una nuova fase della guerra di classe, oggi insieme a Coco siete stati giudicati anche voi, egregia eccellenza».
La “propaganda armata” delle prime BR (Curcio – Franceschini – Cagol) non c’è più, sostituita dal terrorismo militare e sanguinario delle nuove BR di Moretti.
Il quale è arrivato a cancellare il “Fronte di massa”, cioè l’organismo che nelle prime BR si occupava delle problematiche di fabbrica: a conferma che la classe operaia non è al centro dell’azione delle BR morettiane.
Il giorno dopo, il 9 Giugno 1976, le Brigate Rosse faranno pervenire il Comunicato sull’omicidio.
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- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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17 Maggio 1976
Comincia a Torino il processo alla “banda armata denominata Brigate Rosse”.
Il processo avviene in un clima socio-politico di estrema tensione, per i fatti che vanno dal febbraio 1973 (sequestro Labate) alla fine del 1975 (compreso il sequestro Sossi).
Dei 46 imputati, 12 detenuti presenti in aula appartengono al nucleo originario delle BR: Pietro Bassi, Piero Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Umberto Farioli, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Arialdo Lintrami, Piero Morlacchi, Roberto Ognibene, Tonino Parali, Giorgio Semeria; in più, c’è il morettiano ex Superclan Prospero Gallinari.
La lista dei capi di imputazione è copiosa, fra le accuse rapina, sequestro di persona, furto, lesioni gravissime, cospirazione politica mediante associazione, sostituzione di persona, associazione sovversiva costituita in banda armata.
I brigatisti colgono l’occasione per trasformare l’aula in una specie di campo di battaglia, per gestire il dibattimento e condurre un «processo di guerriglia». Contestano clamorosamente i propri difensori.
In un documento redatto durante la notte sostengono:
Se difensori devono esservi, questi servono a voi, egregie «eccellenze»! Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai vostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso che fossero nominati d’ufficio a rifiutare ogni collaborazione col potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello stato!
È una mossa a sorpresa alla quale segue il rifiuto dei difensori designati dalla corte. In un silenzio assoluto, con voce ferma, Paolo Maurizio Ferrari, legge il lungo documento:
La nostra decisione di presentarci in aula non modifica le valutazioni che già in altre sedi abbiamo espresso rispetto al ruolo e alla funzione della legalità borghese, ma tende al contrario a denunciare l’uso politico che la borghesia, nelle sue diverse componenti (dai reazionari ai democratici ai revisionisti), intende farne in questa particolare congiuntura politica.
Il processo, aggiunge il brigatista,
tende a colpire una tendenza storica, un programma strategico: la lotta armata per il comunismo! Ma volendo essere il processo alla rivoluzione proletaria, esso sancisce per ciò stesso la sua impossibilità. S’illude infatti questa corte di poter esorcizzare la lotta armata per il comunismo con il terrore delle condanne, perché è nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle galere, ovunque vi sia un proletario, che essa vive e si sviluppa. Cero la rivoluzione comunista passa anche dai vostri tribunali, ma non in veste di imputata: Sossi, Di Gennaro, Margariti, Paolino Dell’Anno hanno tracciato la strada e per tutti quelli della loro risma è solo questione di tempo!
Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermato questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo: gli «imputati» non hanno niente da cui difendersi, mentre, al contrario, gli «accusatori» hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano.
La dichiarazione pone tuttavia in evidenza lo stato di isolamento politico in cui le bierre sembrano trovarsi. È il «compromesso storico», l’idea di una collaborazione fra comunisti e cattolici, che viene posta sotto accusa:
Gli agenti riformisti operano per modificare la struttura della coscienza di classe del proletariato. La manipolazione consiste nel dirottare il potenziale di violenza accumulato in ogni proletario verso falsi obiettivi non pericolosi per la sopravvivenza del sistema.
Ancora:
Il «compromesso storico», al di là delle sue velleità e dei fronzoli ideologici di cui si ammanta, non può che rappresentare una soluzione tutta interna alla controrivoluzione imperialista. Nel migliore dei casi sarà un proiettile di gomma nel fucile degli sbirri.
Inutili, anzi dannose, quindi, le elezioni politiche:
Mai come in questo momento diventa chiaro che partecipare alla farsa elettorale significa eleggere i propri carnefici! Mai come in questo momento diventa chiaro che l’interesse proletario è quello di acutizzare la guerra civile in atto e trasformarla in lotta armata per il comunismo!
Indispensabile, dunque
portare l’attacco al cuore dello stato; costruire l’unità del movimento rivoluzionario nel partito combattente! Se lo stato è lo strumento della controrivoluzione, compito delle forze rivoluzionarie è disarticolarlo nei suoi centri vitali, portando l’attacco a tutte le sue articolazioni a partire dai suoi apparati direttamente coercitivi.
Il dibattimento, conclude la lunga dichiarazione, dovrà diventare
una occasione di confronto politico militare e di unità nella prospettiva del partito combattente per tutte le organizzazioni comuniste.
Il processo è rinviato. Nodo centrale e complesso è la difesa d’ufficio, che lo stato al tempo stesso offre e impone all’imputato: i brigatisti la rifiutano, non vogliono mediatori, spiegano, fra sé e la corte. È finito il tempo dei «processi di connivenza», sostengono. Gli avvocati di fiducia hanno anticipato che non sosterranno difese d’ufficio e le bierre nel «Diario al processo» commentano:
Accogliendo l’invito a rifiutare la difesa anche d’ufficio gli avvocati si allontanano non solo dal processo ma chiudono un’epoca: quella dei processi politici. Da questo momento in avanti questo processo assume i connotati di un’azione di guerriglia (Processo di guerriglia!)
Con lo smantellamento del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, e dopo gli arresti di Curcio e Semeria, lo Stato sembra pago, e l’azione anti-BR delle forze dell’ordine sta segnando il passo.
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- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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18 Gennaio 1976
Viene arrestato a Milano Renato Curcio.
Curcio viene di nuovo arrestato, e di nuovo in circostanze dense di ambiguità e sospetti.
Il capo-fondatore delle Br – che secondo gli inquirenti «non è più il leader della organizzazione, è oramai emarginato, forse superato politicamente» – sarebbe stato individuato fin dall’Agosto 1975 dai carabinieri, mediante il pedinamento della brigatista Nadia Mantovani, ma «il contatto» si era perso ed era «ripreso almeno mezza dozzina di volte.
Infine, ai primi di Gennaio 1976, [viene] individuato l’appartamento che Curcio e la giovane abitano: una stanza, servizi e ampio terrazzo al quarto piano in via Maderno 5. Lo hanno affittato da Adriano Colombo, operaio dell’Alfa di Arese. Di fronte alla casa sorge la chiesa di Santa Maria di Caravaggio.
Dal parroco, don Luigi Lattuada, i carabinieri ottengono il permesso di appostarsi sul campanile: con teleobiettivi e macchine a raggi infrarossi fotografano ripetutamente Curcio e la Mantovani.
Da Nadia Mantovani i carabinieri sono risaliti anche a un altro gruppo: due uomini e una donna, che per i loro spostamenti usano spesso una 127 con targa uguale a quella di un mezzo pubblico. L’operazione è decisa per la terza domenica del mese. Nella rete cadono prima i tre sconosciuti che vengono arrestati mentre camminano per strada intorno alle 9:00, prima la donna poi i suoi compagni. Si dichiarano “prigionieri politici”. I loro nomi, che vengono tenuti segreti per ventiquattr’ore, non dicono troppo: Vincenzo Guagliardo, un tunisino da anni in Italia, e sua moglie Silvia Rossi Marchesa di Cavour, entrambi di ventisette anni, oltre a Dario Lo Cascio, ventotto anni, di Catania. Soltanto tre giorni dopo quest’ultimo, davanti al magistrato, dirà di chiamarsi in realtà Angelo Basone.
Secondo la versione ufficiale, dunque, l’individuazione della base di via Maderno sarebbe stata una pura casualità. Fatto sta che nel tardo pomeriggio di domenica 18 gennaio, appena Curcio e la Mantovani rientrano nell’appartamento-base, i carabinieri procedono all’arresto dei due brigatisti, che avviene dopo una furiosa sparatoria col ferimento di un brigadiere e dello stesso Curcio.
Ricorderà Franceschini:
«Quando tornò in carcere (eravamo alle Nuove di Torino, al VI braccio, nel 1976) Curcio disse di avere raggiunto la certezza che Moretti fosse una spia. Raccontò che Mario stava a Genova, e venerdì 16 era venuto a Milano per partecipare alla riunione del Comitato esecutivo in programma quel giorno.
Dopo la riunione, a sera, Moretti aveva detto di essere troppo stanco per tornarsene subito a Genova, e aveva insistito per passare la notte nell’appartamento-base dove stava Curcio insieme a Nadia Mantovani (era in via Maderno 5, ma per la compartimentazione nessun altro brigatista lo sapeva).
Così Renato l’aveva ospitato per la notte nella base e l’indomani, Sabato, Mario se n’era tornato a Genova. La domenica, la polizia aveva fatto irruzione e aveva arrestato sia Curcio sia Nadia Mantovani… Renato diceva che se i carabinieri avessero fatto l’irruzione il venerdì sera o il sabato mattina, avrebbero arrestato pure Mario, ma invece l’avevano fatta di domenica, a colpo sicuro».
È sera quando viene tentata l’irruzione nella casa di via Maderno. Curcio e la sua compagna sono rientrati da poco, gli uomini dei nuclei speciali salgono con cautela le scale fino al quarto piano. La casa è circondata da decine di uomini, tutti armati. I carabinieri suonano il campanello. Quanto segue è incerto. Da una cronaca:
«Curcio, siete circondati, vi dovete arrendere», gridano i carabinieri. E subito dopo un ufficiale ha aggiunto: «Nadia vieni fuori».
Dall’interno dell’appartamento, Curcio: «So che volete ucciderci». Poi il finimondo.
Racconta il capitano Giovanni Digati, del nucleo investigativo:
«Sono stati venticinque minuti d’inferno, con pallottole che fischiavano da tutte le parti, noi lo costringevamo a non affacciarsi, avevamo paura delle bombe a mano. Gli uomini sparavano raffiche di mitra a intervalli regolari: lui è uno che se ne intende, ha capito che in quella situazione non avrebbe potuta cavarsela. Nello scontro Curcio è ferito alla spalla sinistra, colpito anche il brigadiere Lucio Prati, al braccio e al calcagno. Ancora pochi minuti di sparatoria, poi dall’interno della casa, Curcio grida: «Se non mi sparate esco». Gli viene data assicurazione e Curcio esce camminando all’indietro, con le mani alzate.»
Renato Curcio viene medicato al Fatebenefratelli e trasferito alla caserma dei carabinieri in via Moscova. Parla a lungo con i carabinieri e dice: «Io non ce l’ho con voi personalmente, ma con le istituzioni, con il sistema». Qualcuno gli obietta che anche l’Arma ha fatto la Resistenza. «Non l’Arma», ribatte il brigatista, «ma solo alcuni comportamenti individuali, tutti apprezzabili». Poi contesta aspramente l’uccisione di Mara:
Voi carabinieri avete giustiziato Mara finendola con un colpo al cuore quando era già gravemente ferita al torace, il colpo mortale fu esploso a bruciapelo. Non avete atteso che morisse magari in ospedale, l’avete finita, insomma l’avete giustiziata.
Curcio continua a parlare, e fra le altre cose dice:
Con il mio arresto le BR hanno perduto semplicemente un uomo, anzi alcuni uomini, ma siamo in molti, tanti, quanti nemmeno potete immaginare. Siamo cresciuti subito e continueremo a crescere, ora più rapidamente di prima. Non sappiamo con esattezza quanti siamo: i rivoluzionari riescono a contarsi soltanto a rivoluzione finita.
Il generale Giovanni Romeo, capo dell’Ufficio D del Sid, molti anni dopo attribuirà i meriti del secondo arresto di Curcio alla «attività preparatoria» effettuata dal suo reparto, così come l’Ufficio D del servizio segreto aveva propiziato il primo arresto di Curcio e Franceschini nel settembre 1974:
«Quando tutti parlavano di dover affrontare il terrorismo mediante infiltrazioni, il reparto D del Sid lo aveva già fatto».
Subito dopo la seconda e definitiva cattura di Curcio, viene diffusa la voce (ripresa da alcuni giornali) che il suo successore alla guida delle Br sarebbe Corrado Alunni.
Per due anni, cioè fino al delitto Moro, il nome di Alunni nuovo leader delle BR viene citato al posto di quello del vero nuovo capo brigatista, Mario Moretti, favorendo di fatto la clandestinità dell’ex pupillo dei Casati Stampa.
Nell’appartamento dove sono stati arrestati Curcio e la Mantovani le forze dell’ordine hanno trovato le matrici del ciclostile predisposte per la pubblicazione di un numero di “Lotta armata per il comunismo” (bollettino ufficiale delle Br), e nella rubrica “Diario di lotta” c’è scritto: «Pavia: viene scoperta la base di un nucleo clandestino rivoluzionario. La stampa e le autorità di polizia attribuiranno erroneamente alle Br l’appartenenza politica di quel nucleo».
È evidente che Curcio intendeva “scaricare” Pelli, Alunni e Susanna Ronconi, terroristi della fazione militarista delle Br e in quanto tali brigatisti “dissidenti”: fra l’altro, Pelli aveva capeggiato il commando responsabile del duplice delitto nella sede missina di Padova.
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- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse

Renato Curcio è un sociologo italiano, famoso non per i suoi studi (che pure ha fatto e pubblicato, soprattutto negli ultimi anni) ma per essere stato negli anni ’70 uno dei fondatori, ideatori e capi delle Brigate Rosse, una delle organizzazioni armate di estrema sinistra nate dopo la Strage di Piazza Fontana nel 1977. Qualcuno potrebbe chiamarla organizzazione terroristica. Io personalmente no.

