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  • 20 Aprile 1978

    Viene ritrovato il Comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.

    Il comunicato viene ritrovato poco dopo le 12 grazie ad una telefonata a “Il Messaggero”, e viene ritrovato dietro la sede del giornale, in Via dei Maroniti; allegata anche una Polaroid con in mano una copia de “La Repubblica” del 19 Aprile, prova del fatto che il politico sia ancora in vita.

    Il comunicato viene poi diffuso anche a Milano, Genova e Torino.

    Nello stesso giorno Moro scrive ancora a Zaccagnini, rimproverandolo per la sua linea intransigente nei confronti dei propri rapitori.

    Testo completo del Comunicato n°7 delle BR sul Sequestro Moro

    “È passato più di un mese dalla cattura di Aldo Moro, un mese nel quale Aldo Moro è stato processato così come è sotto processo tutta la DC e i suoi complici; Aldo Moro è stato condannato così come è stata condannata la classe politica che ha governato per trent’anni il nostro Paese, con le infamie, con il servilismo alle centrali imperialiste, con la ferocia anti-proletaria. La condanna di Aldo Moro verrà eseguita così come il Movimento Rivoluzionario s’incaricherà di eseguire quella storica e definitiva contro questo immondo partito e la borghesia che rappresenta.

    Detto questo occorre fare chiarezza su alcuni punti.

    1. In questo mese abbiamo avuto modo di vedere una volta di più la DC e il suo vero volto. È quello cinico e orrendo dell’ottusa violenza controrivoluzionaria. Ma abbiamo visto anche fino a che punto arriva la sua viltà. Ancora una volta la DC, come ha fatto per trent’anni, ha cercato di scaricare le proprie responsabilità, di confondere con l’aiuto dei suoi complici la realtà di uno Stato Imperialista che si appresta ad annientare il movimento rivoluzionario, che si appresta al genocidio politico e fisico delle avanguardie comuniste. In Italia, come d’altronde nel resto dell’Europa “democratica” esistono dei condannati a morte: sono i militanti combattenti comunisti. Le leggi speciali, i tribunali speciali, i campi di concentramento sono la mostruosa macchina che dovrebbe stritolare nei suoi meccanismi chi combatte per il comunismo. Gli specialisti della tortura, dell’annientamento politico, psicologico e fisico, ci hanno spiegato sulle pagine dei giornali nei minimi dettagli (l’hanno detto, mentendo con la consueta spudoratezza, a proposito del “trattamento” subito da Aldo Moro, che invece è stato trattato scrupolosamente come un prigioniero politico e con i diritti che tale qualifica gli conferisce; niente di più ma anche niente di meno), quali effetti devastanti e inumani producano lo snaturare l’identità politica dell’individuo, l’isolamento prolungato, le raffinate ed incruente sevizie psicologiche, i sadici pestaggi ai quali sono sottoposti i prigionieri comunisti. E dovrebbe esserlo per secoli, tanti quanti ne distribuiscono con abbondanza i tribunali speciali. E quando questo non basta c’è sempre un medico compiacente, un sadico carceriere che si possono incaricare di saldare la partita.
      Questo è il genocidio politico che da tempo e per i prossimi anni la DC e i suoi complici si apprestano a perpetrare. Noi sapremo lottare e combattere perché tutto ciò finisca, e non rivolgiamo nessun appello che non sia quello del Movimento Rivoluzionario di combattere per la distruzione di questo Stato, per la distruzione dei campi di concentramento, per la libertà di tutti i comunisti imprigionati.
      L’appello “umanitario” lo lancia invece la DC. E qui siamo nella più grottesca spudoratezza. A quale “umanità” si possono mai appellare i vari Andreotti, Fanfani, Leone, Cossiga, Piccoli, Rumor e compari?
      Ma ora è arrivato il tempo in cui la DC non può più scaricare le proprie responsabilità politiche, può scegliersi i complici che vuole, ma sotto processo prima di tutto c’è questo immondo partito, questa lurida organizzazione del potere dello Stato. Per quanto riguarda Aldo Moro ripetiamo – la DC può far finta di non capire ma non riuscirà a cambiare le cose – che è un prigioniero politico condannato a morte perché responsabile in massimo grado di trent’anni di potere democristiano di gestione dello Stato e di tutto quello che ha significato per i proletari. Il problema al quale la DC deve rispondere è politico e non di umanità; umanità che non possiede e che non può costituire la facciata dietro la quale nascondersi, e che, reclamata dai suoi boss, suona come un insulto.
      Nei campi di concentramento dello Stato imperialista ci sono centinaia di prigionieri comunisti, condannati alla “morte lenta” di secoli di prigionia. Noi lottiamo per la la libertà del proletariato, e parte essenziale del nostro programma politico è la libertà per tutti i prigionieri comunisti.
      Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione della LIBERAZIONE DI PRIGIONIERI COMUNISTI.
      La DC dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili.
      La DC e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo a partire dalle ore 15 del 20 aprile; trascorso questo tempo ed in caso di un ennesima viltà della DC noi risponderemo solo al proletariato ed al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell’esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del Popolo.
    2. Il comunicato falso del 18 aprile. È incominciata con questa lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica, la preparazione del “grande spettacolo” che il regime si appresta a dare, per stravolgere le coscienze, mistificare i fatti, organizzare intorno a sé il consenso. I mass-media possono certo sbandierare, ne hanno i mezzi, ciò che in realtà non esiste; possono cioè montare a loro piacimento un sostegno ed una solidarietà alla DC, che nella coscienza popolare invece è solo avversione, ripugnanza per un partito putrido ed uno Stato che il proletario ha conosciuto in questi trent’anni e nei confronti dei quali, nonostante la mastodontica propaganda del regime, ha già emesso un verdetto che non è possibile modificare.
      C’è un altro aspetto di questa macabra messa in scena che tutti si guardano bene dal mettere in luce, ed è il calcolo politico e l’interesse personale dei vari boss DC. Come sempre è accaduto per la DC, i giochi di potere sono un elemento ineliminabile della sua corruzione, del suo modo di gestire lo Stato. Sono un elemento secondario ma molto concreto, e ci illuminano ancora di più di quale “umanità” è pervasa la cosca democristiana. Aldo Moro che rinchiuso nel carcere del popolo ormai ne è fuori, ce li indica senza reticenze, e nel caso che lo riguarda vede come in particolare il suo compare Andreotti cercherà con ogni mezzo di trasformarlo in un “buon affare” (così lo definisce Moro), come ha sempre fatto in tutta la sua carriera e che ha avuto il suo massimo fulgore con le trame iniziate con la strage di piazza Fontana, con l’uso oculato e molto personale dei servizi segreti che vi erano implicati. Andreotti ha già le mani abbondantemente sporche di sangue, e non ci sono dubbi che la sceneggiata recitata dai vari burattini di Stato ha la sua sapiente regia.
      La statura morale dei democristiani è nota a tutti, rilevarla può solo renderceli più odiosi, e rafforzare il proposito dei rivoluzionari di distruggere il loro putrido potere. Di tutto dovranno rendere conto e mentre denunciamo, come falso e provocatorio il comunicato del 18 aprile attribuito alla nostra Organizzazione, ne indichiamo gli autori: Andreotti e i suoi complici.

    LIBERTÀ PER TUTTI I COMUNISTI IMPRIGIONATI!

    CREARE ORGANIZZARE OVUNQUE IL POTERE PROLETARIO ARMATO!

    RIUNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE!

    20/4/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    Lettera di Aldo Moro a Benigno Zaccagnini

    “Caro Zaccagnini,

    mi rivolgo a te ed intendo con ciò rivolgermi nel modo più formale e, in certo modo, solenne all’intera Democrazia Cristiana, alla quale mi permetto di indirizzarmi ancora nella mia qualità di Presidente del Partito. È un’ora drammatica. Vi sono certamente problemi per il Paese che io non voglio disconoscere, ma che possono trovare una soluzione equilibrata anche in termini di sicurezza, rispettando però quella ispirazione umanitaria, cristiana e democratica, alla quale si sono dimostrati sensibili Stati civilissimi in circostanze analoghe, di fronte al problema della salvaguardia della vita umana innocente. Ed infatti, di fronte a quelli del Paese, ci sono i problemi che riguardano la mia persona e la mia famiglia.

    Di questi problemi, terribili ed angosciosi, non credo vi possiate liberare, con il cinismo che avete manifestato sinora nel corso di questi quaranta giorni di mie terribili sofferenze. Con profonda amarezza e stupore ho visto in pochi minuti, senza nessuna seria valutazione umana e politica, assumere un atteggiamento di rigida chiusura. L’ho visto assumere dai dirigenti, senza che risulti dove e come un tema tremendo come questo sia stato discusso. Voci di dissenso, inevitabili in un partito democratico come il nostro, non sono artificiosamente emerse. La mia stessa disgraziata famiglia è stata, in certo modo, soffocata, senza che potesse disperatamente gridare il suo dolore e il suo bisogno di me. Possibile che siate tutti d’accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese? Altro che soluzione dei problemi. Se questo crimine fosse perpetrato, si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti. Si aprirebbe una spaccatura con le forze umanitarie che ancora esistono in questo Paese. Si aprirebbe, insanabile, malgrado le prime apparenze, una frattura nel partito che non potreste dominare. Penso ai tanti e tanti democristiani che si sono abituati per anni ad identificare il partito con la mia persona. Penso ai miei amici della base e dei gruppi parlamentari. Penso anche ai moltissimi amici personali ai quali non potreste far accettare questa tragedia. Possibile che tutti questi rinuncino in quest’ora drammatica a far sentire la loro voce, a contare nel partito come in altre circostanze di minore rilievo? Io lo dico chiaro: per parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno. Attendo tutto il partito ad una prova di profonda serietà e umanità e con esso forze di libertà e di spirito umanitario che emergono con facilità e concordia di ogni dibattito parlamentare su temi di questo genere. Non voglio indicare nessuno in particolare, ma rivolgermi a tutti. Ma è soprattutto alla Dc che si rivolge il Paese per la sua responsabilità, per il modo come ha sempre saputo contemperare sempre sapientemente ragioni di Stato e ragioni umane e morali. Se fallisse ora, sarebbe per la prima volta. Essa sarebbe travolta dal vortice e sarebbe la sua fine. Che non avvenga, ve ne scongiuro, il fatto terribile di una decisione di morte presa su direttiva di qualche dirigente ossessionato da problemi di sicurezza, come se non vi fosse l’esilio a soddisfarli, senza che ciascuno abbia valutato tutto fino in fondo, abbia interrogato veramente e fatto veramente parlare la sua coscienza. Qualsiasi apertura, qualsiasi posizione problematica, qualsiasi segno di consapevolezza immediata della grandezza del problema, con le ore che corrono veloci, sarebbero estremamente importanti. Dite subito che non accettate di dare una risposta immediata e semplice, una risposta di morte. Dissipate subito l’impressione di un partito unito per una decisione di morte. Ricordate, e lo ricordino tutte le forze politiche, che la Costituzione Repubblicana, come primo segno di novità, ha cancellato la pena di morte. Così, cari amici, si verrebbe a reintrodurre, non facendo nulla per impedirla, facendo con la propria inerzia, insensibilità e rispetto cieco della ragion di Stato che essa sia di nuovo, di fatto, nel nostro ordinamento. Ecco nell’Italia democratica del 1978, nell’Italia del Beccaria, come nei secoli passati, io sono condannato a morte. Che la condanna sia eseguita, dipende da voi. A voi chiedo almeno che la grazia mi sia concessa; mi sia concessa almeno, come tu Zaccagnini sai, per essenziali ragioni di essere curata, assistita, guidata che ha la mia famiglia. La mia angoscia in questo momento sarebbe di lasciarla sola – e non può essere sola – per la incapacità del mio partito ad assumere le sue responsabilità, a fare un atto di coraggio e responsabilità insieme. Mi rivolgo individualmente a ciascuno degli amici che sono al vertice del partito e con i quali si è lavorato insieme per anni nell’interesse della Dc. Pensa ai sessanta giorni cruciali di crisi, vissuti insieme con Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari sotto la tua guida e con il continuo consiglio di Andreotti. Dio sa come mi sono dato da fare, per venirne fuori bene. Non ho pensato no, come del resto mai ho fatto, né alla mia sicurezza né al mio riposo. Il Governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene tributata per questa come per tante altre imprese. In allontanamento dai familiari senza addio, la fine solitaria, senza la consolazione di una carezza, del prigioniero politico condannato a morte. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante della storia d’Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese.

    Pensateci bene, cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopodomani.

    Pensaci soprattutto tu, Zaccagnini, massimo responsabile. Ricorda in questo momento – dev’essere un motivo pungente di riflessione per te – la tua straordinaria insistenza e quella degli amici che avevi a tal fine incaricato la tua insistenza per avermi Presidente del Consiglio Nazionale, per avermi partecipe e corresponsabile nella fase nuova che si apriva e che si profilava difficilissima. Ricordi la mia fortissima resistenza soprattutto per le ragioni di famiglia a tutti note. Poi mi piegai, come sempre, alla volontà del Partito. Ed eccomi qui, sul punto di morire, per averti detto di sì ed aver detto di sì alla Dc. Tu hai dunque una responsabilità personalissima. Il tuo sì o il tuo no sono decisivi. Ma sai pure che, se mi togli alla famiglia, l’hai voluto due volte. Questo peso non te lo scrollerai di dosso più.

    Che Dio ti illumini, caro Zaccagnini, ed illumini gli amici ai quali rivolgo un disperato messaggio. Non pensare ai pochi casi nei quali si è andati avanti diritti, ma ai molti risolti secondo le regole dell’umanità e perciò, pur nelle difficoltà della situazione, in modo costruttivo. Se la pietà prevale, il Paese non è finito.

    Grazie e cordialmente
    tuo Aldo Moro”

    Lettera di Aldo Moro a S.S. Papa Paolo VI

    Alla stampa da parte di Aldo Moro, con preghiera di cortese urgente trasmissione all’augusto Destinatario e molte grazie

    A S.S. Paolo VI
    Città del Vaticano

    In quest’ora tanto difficile mi permetto di rivolgermi con vivo rispetto e profonda speranza alla Santità Vostra, affinché con altissima autorità morale e cristiano spirito umanitario voglia intercedere presso le competenti autorità governative italiane per un’equa soluzione del problema dello scambio dei prigionieri politici e la mia restituzione alla mia famiglia, per le cui necessità assai gravi sono indispensabili la mia presenza ed assistenza. Solo la Santità Vostra può porre di fronte alle esigenze dello Stato, comprensibili nel loro ordine le ragioni morali e il diritto alla vita.

    Con profonda gratitudine, speranza e devoto ossequio

    dev.mo
    Aldo Moro”

    Lettera di Aldo Moro a Eleonora Moro

    Carissima e amata,

    siamo al momento decisivo estremamente rischioso. Vi sono vicino e vi amo con tutto il cuore. Baci a tutti a Luca in particolare. Ora occorre trasmettere di urgenza queste lettere, determinanti, per cui devi convocare le squadre di Giovanni e Agnese o altri che creda idonei, al più presto. Tutto urge, urge. Due sono le più importanti: lettera mia al Papa. Non so se già hai predisposto qualcosa. Occorre inviare mani sicure e rapide es: Poletti, Pignedoli, se c’è Pompei (improbabile è a Parigi), Bottai, che dovresti fare venire a casa, senza mai nulla dire al telefono. Infine, ma potrebbe essere la soluzione più facile, chiamare Antonello Mennini, Vice Parroco di S. Lucia che puoi fare venire a casa. Infine vedi tu. Presto e bene per quel poco che può valere. Lettera a Zaccagnini. È la più importante. Occorre arrivi integra. Vedi di mandarla per il migliore tramite a lui e avverti i giornalisti circostanti che la rendano pubblica. Mi raccomando.

    Ti abbraccio tanto con tutti.

    Il testo del comunicato è contraddittorio e venato di doppiezza. Le Br definiscono il falso comunicato «lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica», «macabra messa in scena», una provocazione di «Andreotti e dei suoi complici»; accusano la De di essere «un partito putrido», corrotto e pervaso di «putrido potere», un «immondo partito, lurida organizzazione del potere dello Stato [dedita] al genocidio politico e fisico delle avanguardie comuniste [mediante] le leggi speciali, i tribunali speciali, i campi di concentramento»; e come logica conseguenza, confermano che «la condanna di Aldo Moro verrà eseguita».

    Ma subito dopo avere chiuso la porta, con uno scarto improvviso la riaprono scrivendo: «Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti. La De dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili. La De e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo, a partire dalle ore 15 del 20 aprile; trascorso questo tempo e in caso di un’ennesima viltà della DC, noi risponderemo solo al proletariato e al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell’esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del Popolo».

    L’improvvisa proposta di trattativa comprensiva di ultimatum tradisce la doppiezza della “operazione Moro”, e conferma perché il presidente della De non sia stato ucciso in via Fani insieme alla scorta. L’obiettivo tattico del sequestro Moro è certo l’eliminazione fisica dell’architetto dell’intesa governativa DC-PCI; ma l’obiettivo strategico – non meno importante – è quello di avvelenare la “solidarietà nazionale”, di logorarla e di frantumarla (l’uccisione di Moro in via Fani avrebbe potuto sortire l’effetto opposto, quello di “cementarla”, almeno per un certo periodo).

    E il vero comunicato Br n. 7 è appunto l’affondo strategico: infatti, subito dopo l’ultimatum brigatista, il Psi craxiano si pronuncia apertamente contro la linea della fermezza e si muove alacremente per la trattativa con le Br. Arrivato al 35° giorno, scandito dalle disperate lettere di Moro e dalla totale mancanza di qualunque risultato investigativo, il drammatico sequestro sta effettivamente logorando l’intesa fra i partiti della “solidarietà nazionale”; il comunicato Br n. 7 con l’ultimatum la incrina, e gli sviluppi successivi ne provocheranno l’irreversibile rottura. Il cardine dell’operazione continua a essere Mario Moretti, con tutti gli altri brigatisti – uno sparuto gruppo di modesti esecutori intossicati di fanatismo – a fare da inconsapevoli comparse.

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    20 Aprile 1978
    La polaroid di Moro con in mano “La Repubblica” del 19 Aprile 1978 allegata al Comunicato n°7
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  • 19 Aprile 1978

    A Roma le Brigate Rosse assaltano la caserma Talamo dei carabinieri.

    L’agguato prevedeva il lancio di tre bombe artigianali sul muro dei locali adibiti al parcheggio dei mezzi pesanti dei carabinieri. Contemporaneamente i brigatisti avrebbero colpito l’edificio a colpi di mitra.

    Ricorda Adriana Faranda:

    «Oltre a me, nel commando c’erano Valerio, Franco Piccioni, Varo Loiacono e Renato Arreni. Ci incontrammo in una piazzetta dell’incrocio tra la Via Olimpica e la Via Salaria. Uno snodo delicato, con una strada di defilamento non molto trafficata, ma parecchio pericolosa. Cominciò male: qualcuno arrivò in ritardo, qualcun’altro aveva dimenticato i guanti, un altro ancora non aveva indossi i baffi che avrebbe dovuto avere. Insomma la tensione si tagliava a fette. […] A Piccioni era stato affidato il compito di lanciare le tre bombe. Lo fece, ma una non esplose. Io avrei dovuto sparare sull’edificio subito dopo Valerio. Ma il suo via non arrivava. Mi girai verso di lui, interdetta. Compresi che il suo mitra non funzionava, poiché cercava di sbloccarlo sbattendone il calcio contro il muro. Allora decisi di anticiparlo e di aprire io il fuoco di copertura, finché anche lui non riuscì a sparare. […] Fuggimmo. In ordine sparso arrivammo alla macchina che ci aspettava, senza rispettare le posizioni previste. Infine riuscimmo comunque a montare su tutti. Avevamo progettato di coprirci la fuga spargendo sul terreno olio e chiodi a quattro punte per evitare che qualcuno ci potesse inseguire. L’incarico lo aveva Piccioni, ma se ne dimenticò. E pensò bene di rimediare quando eravamo già tutti a bordo. Lanciò i chiodi dal finestrino, proprio sotto le nostre ruote. E naturalmente… fummo noi i primi a bucare. Arreni, che era al volante, cominciò a sbraitare. Allora Piccioni, per riuscire a gettare la bottiglia d’olio e gli ultimi chiodi senza provocare ulteriori disastri, aprì lo sportello anteriore di destra, proprio mentre  a tutta velocità percorrevamo una curva, e gli cadde fuori la pistola. Arreni non si fermò e Piccioni perse la sua arma. La scampammo per puro miracolo. […] Il giorno successivo, non ci eravamo ancora ripresi da quella disfatta, leggiamo sui giornali che alla caserma Talamo dormiva spesso in tutta segretezza il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Grossi titoloni inneggiavano alla nostra potenza militare e ipotizzavano la presenza della solita “talpa” per spiegare come potevamo essere entrati in possesso della riservatissima informazione. Trasecoliamo, soprattutto ripensando a com’era andata nella realtà. Noi quella caserma l’avevamo scelta solo perché custodiva i mezzi pesanti dei carabinieri. E perché era considerata un simbolo rappresentativo delle forze dell’ordine. […] Ricordo perfettamente come andò: eravamo in Ufficio e avevamo già preparato il volantino con la rivendicazione. Ovviamente lo buttammo nel cestino e ne preparammo un altro. Aggiornato con le rivelazioni dei giornali. Non potevamo certo perdere l’occasione di valorizzare la nostra azione. Sebbene per caso, anche la nostra immagine – quanto a potere di informazione e di penetrazione – aveva guadagnato parecchio terreno».

  • 10 Aprile 1978

    Viene trovato il Comunicato n°5 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro. (altro…)

  • 11 Marzo 1978

    Andreotti sale al Quirinale con la lista dei Ministri

    (altro…)

  • 14 Febbraio 1978

    Il magistrato Riccardo Palma viene ucciso a Roma dalle Brigate Rosse.

    Un testimone che allora era in contatto con Simioni, ascoltato da Mastelloni, riferisce al magistrato un episodio inquietante.

    Subito dopo l’agguato al giudice Palma, questo signore, commentando la notizia con Simioni, dice: «Cavolo, noi stiamo sempre a parlare di rivoluzione e di lotta armata e poi non facciamo mai nulla. Le Brigate Rosse, invece, loro le cose le fanno». E Simioni gli risponde: «Non ti preoccupare, perché noi siamo la testa delle BR».

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    Testi

  • 2 Novembre 1977

    A Roma Publio Fiori, capogruppo del Consiglio Regionale DC del Lazio, viene ferito dalle Brigate Rosse.

    La vittima racconta l’agguato a Sergio Zavoli, per “La notte della Repubblica”:

    «Quella mattina, quando uscii di casa, stavano giù ad aspettarmi. Erano loro, i terroristi. Sedevano su una panchina di un giardinetto. Come fossero una coppietta che flirtava. Mi diressi verso di loro, capii chi erano, misi mano alla pistola che da qualche giorno portavo all’interno della giacca, alzai il cane della mia Smith and Wesson 38. Mi vennero incontro: ci incrociammo, non successe niente. Pensai per un attimo che ero stato vittima della psicosi del terrore che si stava diffondendo in tutto il paese. Non feci in tempo a finire questo pensiero, che sentii un ordine secco, la ragazza si voltò e mi sparò una raffica alle gambe. Anch’io mi girai estraendo la pistola e cominciai a sparare. Uno, due, tre colpi. Non mi accorsi che alle mie spalle un altro terrorista mi sparava a sua volta, mirando al bersaglio grosso. Fui colpito da quattro colpi al torace, caddi. Mia moglie aveva assistito a tutta la scena, con in braccio la bambina, la nostra figlia di due mesi…».

    L’anno successivo Fiori riconoscerà Adriana Faranda come la donna che gli aveva sparato da una foto segnaletica. Invece la ragazza del commando è Barbara Balzerani.

    Publio Fiori era un personaggio di spicco della destra democristiana.

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  • 11 Luglio 1977

    A Roma viene gambizzato Mario Perlini, segretario regionale del Lazio di Comunione e Liberazione.

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    Testi

  • Marzo 1977

    Mario Moretti organizza una tipografia a Roma: il mistero della macchina da stampa modello Ab-Dik 360.

    La tipografia viene organizzata in via Pio Foà.

    E in quella tipografia Mario Moretti trasporta personalmente una macchina da stampa, modello Ab-Dik 360, proveniente dal RUS, il Raggruppamento unità speciali del Sid, e una fotocopiatrice proveniente dal ministero dei
    Trasporti.

    Lo testimonierà Enrico Triaca, il brigatista preposto alla tipografia:

    «Nell’estate del 1976 [nel corso di una delle assemblee del movimento studentesco di Roma che si tenevano presso l’Università] ebbi modo di conoscere un giovane di circa trent’anni che si presentò come Maurizio [Mario Moretti, ndr]. Da quell’epoca, io e Maurizio cominciammo a frequentarci con una certa assiduità incontrandoci sia all’Università, più spesso a piazza Navona e a piazza Venezia, e comunque nella zona del centro [di Roma, ndr]…

    Verso la fine del 1976 il Maurizio mi disse che faceva parte delle Brigate rosse. Mi invitò a fare parte della organizzazione, spiegandomi che avrei dovuto avere contatti soltanto con lui ed eventualmente col nucleo che egli avrebbe costituito. Il Maurizio mi propose di aprire una tipografia a Roma in un luogo che avrei dovuto scegliere io stesso; egli avrebbe finanziato l’acquisto di tutta la attrezzatura necessaria, mi avrebbe dato tutto il denaro occorrente per svolgere la nostra attività; mi disse, anche, che la tipografia avrebbe svolto attività apparentemente regolare, mentre in realtà doveva servire a stampare materiale per conto delle BR. Per circa un mese cercai un locale adatto alla tipografia, e finalmente, nel marzo 1977, trovai il locale in via Pio Foà 31. Presi contatti con il proprietario, tale Carpi Pierluigi, con il quale fu convenuto un canone mensile di 150 mila lire; versai tre mensilità anticipate in denaro contante che mi era stato dato dal Maurizio. Diedi incarico a una ditta di eseguire lavori di ristrutturazione del locale, e pagai 600 mila lire; anche questa somma mi venne data dal Maurizio. Siccome io ero inesperto in tipografia, chiesi al Maurizio di indicarmi il materiale che dovevo acquistare: egli mi suggerì di acquistare una macchina “Rotaprint” e mi consegnò lire 5 milioni in contanti che io versai alla ditta venditrice… Il prezzo complessivo era di lire 14 milioni: firmai cambiali per la rimanente parte… con scadenze bimestrali. Tutte le cambiali sono state pagate regolarmente alla scadenza con denaro datomi dal Maurizio. Fu lo stesso tecnico della “Rotaprint” a insegnarmi l’uso delle macchine.

    Il Maurizio portò nella tipografia due macchine Ab-Dik di cui una serviva per le fotocopie e l’altra per la stampa. Il Maurizio portò le due macchine con un furgone bianco da lui stesso condotto. Fu quella l’unica volta che vidi il Maurizio con una macchina. Con lo stesso furgone il Maurizio portò anche un bromografo per lo sviluppo delle matrici e un ingranditore per lo sviluppo delle fotografie»

    La spiegazione che Moretti tenterà di dare della vicenda della macchina da stampa proveniente dal Rus del Sid, e da lui personalmente portata nella tipografia brigatista di via Foà, sarà menzognera:

    «Ci imbattiamo nella maledetta macchina da stampa [Ab-Dik 360, ndr] che ci attirerà a distanza di anni le petulanti attenzioni dei dietrologi. Pare accertato che originariamente appartenesse a non so quale ufficio dei servizi segreti militari di Forte Braschi. L’avevano comprata in un magazzino dell’usato dalle parti di Porta Portese un gruppo di compagni che all’epoca lavoravano all’Eni per stampare il materiale del loro comitato, compreso un giornale. E probabile che fosse finita da quel rigattiere per una di quelle magie che permettono a un sacco di piccoli funzionari statali di farsi la barca e la villa al mare con uno stipendio ufficiale di due milioni al mese. Insomma, nell’impiantare la colonna [romana delle Br, ndr] non solo cooptiamo i compagni ma ne “ereditiamo” il materiale compresi i rottami, che non si buttano perché, si sa, tutto può servire. In realtà la stampatrice è tanto vecchia che non sarà mai adoperata. A immaginare come ne sarebbe stata strumentalizzata la presenza fra le nostre cose, avremmo fatto meglio a mangiarcela bullone per bullone».

    Anche il capo del Sismi, il generale Giuseppe Santovito, fornirà delle spiegazioni menzognere. Alla Commissione parlamentare Moro, interessata a conoscere la provenienza della stampatrice e i reali compiti del Rus (Raggruppamento unità speciali), il generale Santovito risponderà:

    «Non c’è niente di speciale. Si tratta del sostegno del personale di leva in servizio: gli autisti, i marconisti, si chiamano unità speciali. Anzi adesso non si chiamano più così, si chiamano unità di difesa… Quella macchina [da stampa] è stata messa fuori uso e venduta come rottame insieme ad altro rottame. È stato ricostruito tutto l’iter di quella macchina: chi l’ha comprata, chi l’ha rimessa in ordine, chi l’ha rivenduta. Sappiamo tutto su questa macchina».

    Ma i commissari appureranno poi, attraverso i documenti esaminati, come fosse falso che il Rus non avesse «niente di speciale», poiché era parte dei servizi segreti, e come fosse menzognero il racconto del generale Santovito in merito alla stampatrice del Rus.

    È falso che la stampatrice Ab-Dik fosse stata venduta come «rottame insieme ad altro rottame»: infatti, la macchina è stata installata nella tipografia da Moretti verso la metà di marzo 1977, mentre tale Franco Bentivoglio aveva ritirato il rottame dal Genio militare nell’ottobre 1977 (infatti fra il materiale pagato dal Bentivoglio non c’è la stampatrice, come risulta dall’elenco del materiale ritirato).

    Il colonnello del servizio segreto militare Federico Appel racconterà di aver consegnato la stampatrice a suo cognato Renato Bruni dietro versamento, senza quietanza, di 30 mila lire «agli affari burocratici del magazzino della Magliana» (in Corte di assise, Bruni correggerà la somma: non 30, bensì 60 mila lire). Ma quel tipo di macchina aveva una durata media di oltre dieci anni, ed era del tutto inverosimile che l’amministrazione militare la dichiarasse fuori uso a soli tre anni dall’acquisto, e che la rivendesse a 30 (o 60) mila lire avendola pagata 10 milioni e mezzo…

    Secondo la menzognera ricostruzione del colonnello Appel, dopo altri due passaggi la stampatrice sarebbe finita alle Br morettiane come per un caso di ordinario peculato. I passaggi che la stampatrice Ab-Dik ha compiuto prima di arrivare alle Br verranno coperti da una catena di mendaci. Compreso Stefano Noto (addetto alla manutenzione della macchina presso il Rus), il quale sosterrà di avere prima riparato e poi venduto la stampatrice a Stefano Ceriani Sebregondi (fiancheggiatore delle Br) e a Enrico Triaca per 3 milioni in contanti, e di averla consegnata nell’agosto
    1977 presso i locali della tipografia in via Fucini a Monte Sacro, dove aveva spiegato loro il funzionamento. Anche qui falsità: in agosto i locali di via Fucini non erano più a disposizione della tipografia Br (trasferitasi dalla fine di febbraio), e inoltre la stampatrice dei servizi segreti si trovava in via Foà dal marzo 1977, portatavi da Moretti, e in aprile aveva già stampato un opuscolo e altri documenti delle Br.

    La gravissima vicenda della macchina tipografica verrà elusa anche nell’ambito del IV processo Moro: la sentenza si limiterà infatti ad attribuire al colonnello Appel il semplice reato di peculato, «reato estinto per morte del reo»; alla risibile conclusione processuale seguirà una tardiva dichiarazione del generale Ambrogio Viviani (invitato ad affiliarsi alla P2 dal vicecapo della Cia a Roma Mike Sednaoui), secondo il quale «nel 1974 il colonnello Appel era caduto nell’attenzione del controspionaggio per le sue relazioni con l’ambasciata di Albania» – insomma, era un “traditore”…

    A dispetto di tutti i depistaggi tentati e attuati dal Sismi, e della passività della magistratura, rimane un fatto certo, chiaro, inoppugnabile: una stampatrice appartenente a un ufficio del controspionaggio militare (il Raggruppamento unità speciali), nel marzo 1977 viene portata da Moretti nella tipografia romana delle Br, e verrà utilizzata per stampare materiale della propaganda brigatista. Per giunta, il Rus non è un ufficio militare qualsiasi: tra le unità speciali, gestisce anche quelle dell’organizzazione paramilitare della Nato “Gladio”. Infatti il Rus è l’ufficio dove si osservano le regole della compartimentazione nel modo più rigoroso, e che provvede alle chiamate per l’addestramento dei “gladiatori”: lo rivelerà il generale Serravalle, già capo di “Gladio”, alla Commissione parlamentare stragi.

    È dunque uscita da quell’ufficio, adibito ai compiti più occulti del servizio segreto militare, la stampatrice utilizzata dalle BR morettiane prima e durante il delitto Moro.

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  • 13 Febbraio 1977

    A Roma Valerio Traversi, dirigente del Ministero di Grazia e Giustizia, viene ferito alle gambe dalle Brigate Rosse.

    È indicato dai brigatisti come il regista delle ristrutturazione dei penitenziari in chiave antievasioni.

    Alle ore 8,50, Valerio Traversi, dirigente superiore del Ministero di GG. GG., veniva avvicinato all’incrocio tra via Giulia e vicolo della Moretta, da una donna e un giovane. Quest’ultimo lo feriva alle gambe con numerosi colpi sparati con una pistola munita di silenziatore. Il Traversi aveva curato una inchiesta presso le carceri di Firenze e un’altra presso il carcere di Treviso, ove c’era stata un’evasione.

    Il ferimento fu deciso e attuato dal Fronte delle carceri (v. dichiarazioni Morucci); ad esso parteciparono 4 persone (2 regolari e 2 irregolari), tra cui il Bonisoli e la Brioschi;

    Adriana Faranda fa parte del gruppo operativo che realizza l’azione.

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  • 19 Giugno 1976

    Edgardo Sogno e Luigi Cavallo vengono scarcerati dal carcere di Regina Coeli. (altro…)