Tag: mario moretti

  • 15 Gennaio 1981

    Viene rilasciato dalle Brigate Rosse il giudice Giovanni D’Urso.

    Alle ore 8 del 15 gennaio il giudice D’Urso viene trovato, vivo e incolume, incatenato all’intemo di una 128 parcheggiata a Portico d’Ottavia (nel Ghetto ebraico di Roma), a poca distanza dal ministero della Giustizia.

    Il sequestro D’Urso è stato concepito, organizzato e diretto da Mario Moretti. Nell’occasione il capo delle Br ha avuto come braccio destro il brigatista Giovanni Senzani (criminologo, e in quanto tale esperto di problemi carcerari).

    Lo confermerà alla magistratura il brigatista Roberto Buzzati, il quale ricostruirà i vari retroscena dell’operazione.

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  • 12 Dicembre 1980

    12 Dicembre 1980

    A Roma un commando delle Br capeggiato da Moretti sequestra Giovanni D’Urso.

    Giovanni D’Urso è il direttore della Divisione generale degli istituti di prevenzione e pena del ministero della Giustizia (la struttura che si occupa della destinazione carceraria dei detenuti).

    Il brigatista Roberto Buzzati ricostruisce così il sequestro:

    «Mi hanno raccontato i fatti in questi termini: gli autori materiali hanno atteso D’Urso vicino a casa sua, in una strada di cui non ricordo il nome, che sfocia nell’Olimpica e dove D’Urso era solito posteggiare la propria auto. Sulla destra di tale strada vi era fermo un furgone con alla guida Ennio Di Rocco (nome di battaglia “Riccardo”), alla sua destra Senzani, dietro Moretti, “Rolando” e “Daniele”. Più indietro, sulla sinistra della strada, c’era una macchina con funzione di copertura con alla guida una persona che non so, e alla sua destra Stefano Petrella. Quando D’Urso è arrivato con la sua auto e l’ha parcheggiata, avvicinandosi quindi a piedi verso la sua abitazione come era solito fare, sono scesi dal furgone Moretti, Rolando e Daniele; questi ultimi due hanno materialmente “catturato” D’Urso e lo hanno portato dentro il furgone, dove il D’Urso venne messo all’interno di una cassa di legno… L’azione è stata diretta da Moretti.

    Durante l’operazione, Marina Petrella stava nell’appartamento in attesa. Io stavo in attesa a una falsa uscita del raccordo vicino a San Basilio a bordo dell’auto di mia madre con funzioni di staffetta. Moretti aveva predisposto un ingresso nel raccordo, dalle parti dell’Aurelia, sulla via di fuga preventivata dalla casa di D’Urso. Mentre sto in attesa vedo arrivare Moretti, Stefano Petrella e Senzani a bordo di una 128 familiare verde, auto diversa da quella che aveva svolto funzioni di copertura durante il sequestro.

    […]

    In effetti non incontrammo alcun ostacolo, e arrivammo tranquillamente a via della Stazione di Tor Sapienza. Moretti e Senzani portarono su la cassa con D’Urso, mentre Stefano Petrella si allontanava per abbandonare l’auto lontano da casa e per fare la telefonata di rivendicazione… Ricordo anche che era stato dimenticato un mitra, e che Moretti e Senzani si accusavano reciprocamente della dimenticanza. Poi, la mattina dopo, arrivò Stefano Petrella il quale disse che aveva visto il mitra sul sedile posteriore e che l’aveva preso lui.

    Arrivammo a via Stazione di Tor Sapienza verso le ore 22.30. A casa trovammo Virginia in attesa. D’Urso venne tolto dalla cassa, perquisito, svestito; gli fu data una tuta da ginnastica, fu posto nella “prigione” e gli fu legato un polso con una catena abbastanza lunga, che gli consentisse di muoversi, [fissata] alla brandina. D’Urso era già da prima bendato, mentre al momento in cui lo tolsero dalla cassa spensero prima tutte le luci. Moretti e Senzani indossarono due specie di camiciotti, tipo camici, uno bianco e l’altro blu, che li rendevano informi perché molto grandi. Queste erano tutte idee di Moretti, che le aveva già sperimentate prima in casi analoghi. Essi, inoltre, si misero due passamontagna. Intanto io e Virginia stavamo più che altro in cucina, anche perché mancava lo spazio.

    Un volta legato D’Urso alla branda, Moretti e Senzani per prima cosa gli chiesero come si sentisse e di che cosa avesse bisogno, in quanto – come ho detto – il magistrato era stato picchiato e aveva, credo, una escoriazione alla mano. D’Urso rispose che stava abbastanza bene ma che il viaggio era stato disagevole. Al che Moretti rispose che quelli erano i mezzi di cui disponevano, e per fuorviare D’Urso aggiunse che “per arrivare in quel paese c’erano parecchie strade di terra”. Io sentivo da dietro la tenda. Moretti fece subito a D’Urso un discorso politico-ideologico: gli spiegò che eravamo delle Br, che non eravamo torturatori, che eravamo contro la prigione, che se lo tenevamo lì era solo per il suo ruolo in relazione ai nostri obiettivi politici, che lo avremmo trattenuto per non molto tempo, che lo avremmo trattato con umanità ma che il trattamento dipendeva dal suo comportamento (se si fosse messo a urlare avremmo dovuto imbavagliarlo), che l’esito della vicenda era anche legato alla sua collaborazione. D’Urso rispose che non aveva intenzione di fare l’eroe e che quello che sapeva lo avrebbe senz’altro detto».

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  • 7 Maggio 1980

    A Milano le Brigate Rosse gambizzano il giornalista Guido Passalacqua.

    In un articolo pubblicato il precedente 16 aprile, Passalacqua aveva scritto:

    «Moretti ha contatti con altre persone sconosciute agli altri membri della direzione strategica… L’accenno dei rapporti di Moretti con altri più su, farebbe supporre che le linee strategiche fossero elaborate altrove e che il vero legame tra le Br-ombra e le Br che agiscono “sul territorio” sia il s0olito ing. Borghi, cioè Mario Moretti».

    Pochi giorni dopo, mentre alla Camera si discute per la fiducia al II governo Cossiga, il segretario del Psi Craxi dichiara: «Resta aperta la questione della ricerca del “livello superiore” delle Br, quello che gli esperti che ne hanno avvertito l’esistenza chiamano in gergo “il grande vecchio”»; il segretario socialista allude poi al suo vecchio amico Corrado Simioni, ma senza nominarlo: «Però, dico, ci sarà pure chi ha continuato nella clandestinità. Magari sarà oggi a Parigi a lavorare per il partito armato».

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  • 8 Gennaio 1980

    Un commando brigatista stermina a Milano una pattuglia di Polizia di Stato.

    Alle ore 8.30, in via Schievano, Moretti guida il commando brigatista (comprendente la Balzerani e due irregolari, Nicolò De Maria e Nicola Giancola) che stermina una pattuglia di PS formata dal vicebrigadiere Rocco Santoro, dall’appuntato Antonio Cestari, e dalla guardia Michele Tatuili.

    Nel commando stragista, due dei tre terroristi-killer indossano passamontagna, mentre il terzo – Moretti – agisce a viso scoperto, e verrà riconosciuto da un testimone. Dei trenta bossoli trovati sul luogo della strage, 13 risulteranno sparati dalla pistola calibro 9 Parabellum che verrà sequestrata a Moretti quando verrà arrestato a Milano.

    L’eccidio morettiano dei tre lavoratori di Pubblica sicurezza coincide con le lotte, all’interno del Corpo della polizia, del movimento democratico per i diritti di libertà sindacale e dignità professionale (mentre il Parlamento sta discutendo la legge di riforma della Polizia).

    Il comitato esecutivo Br (Moretti, Seghetti, Dura e Micaletto) ha deciso di contrastare e colpire quei fermenti
    democratici all’interno della Pubblica sicurezza.

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  • 24 Gennaio 1979

    A Genova Guido Rossa viene ucciso dalle Brigate Rosse.

    Viene così reciso l’ultimo filo che tiene legate le Brigate Rosse alla sinistra italiana.

    Guido Rossa è un sindacalista della FIOM dell’Italsider e militante del PCI. Gli si imputa di aver denunciato, l’Ottobre precedente, Francesco Berardi detto “Cesare”, un operaio che aveva distribuito dentro la fabbrica i volantini delle BR.

    Berardi si suiciderà in carcere e la colonna genovese prenderà il suo nome.

    Gli assassini sono i brigatisti Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi.

    In sede giudiziaria Guagliardo dirà che Rossa avrebbe dovuto essere solo “gambizzato”: ma dopo avergli sparato alle gambe, e mentre il terzetto si stava allontanando, Dura è tornato indietro e ha finito l’operaio comunista sparandogli un colpo al cuore.

    Dura è il pupillo di Moretti, che lo ha voluto a capo della colonna genovese; quale “premio” per il delitto Rossa, Moretti promuoverà Dura nel Comitato esecutivo.

    La città di Genova risponde all’uccisione di Rossa con un compatto sciopero generale e una grande manifestazione dai connotati antifascisti, a conferma del totale isolamento delle Br. All’interno dell’organizzazione terroristica l’uccisione dell’operaio comunista provoca contraccolpi: un volantino Br recapitato all’Ansa di Roma definisce il delitto «un errore» della «colonna genovese» – una sostanziale sconfessione pubblica decisa da Morucci e Faranda, che provocherà tensioni con la triade Moretti-Gallinari-Micaletto che quel delitto ha approvato e avallato.

    Riconoscerà Mario Moretti:

    «Guido Rossa non bisognava neanche ferirlo».

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  • 4 Ottobre 1978

    Il generale Dalla Chiesa si incontra con il giornalista Mino Pecorelli.

    Tre giorni dopo il blitz milanese in via Monte Nevoso – il generale Dalla Chiesa si incontra col giornalista Mino Pecorelli, direttore-fondatore del periodico “Op”.

    Iscritto alla P2 e da anni in stretti rapporti con settori dei servizi segreti, Pecorelli è una spina nel fianco del potere politico romano, specialmente di quello andreottiano: attraverso “Op” pubblica dossier riservati e notizie scabrose, anticipando scandali e rivelando manovre e intrighi di potere.

    Dopo l’incontro del 4 ottobre con Dalla Chiesa, Pecorelli comincia a pubblicare una serie di articoli pesantemente allusivi sul delitto Moro, insinuando il vero: cioè che le carte di Moro trovate nel covo Br di via Monte Nevoso siano state “manipolate” e “censurate” dai carabinieri in quanto contenenti “segreti di Stato”, come in effetti è avvenuto. Il direttore di “Op” si sofferma più volte anche sulle Br e sul loro imprendibile capo:

    «L’obiettivo primario [del sequestro Moro] è senz’altro quello di allontanare il Partito comunista dall’area di potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del Paese. È un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un Paese industriale… È Yalta che ha deciso via Mario Fani»

    «Le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione della rotta dell’astronave Italia».

    «Ma torneremo a parlare… Perché Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato e forse la mattina che il presidente è stato ucciso, [Cossiga] era insieme a altri notabili DC a piazza del Gesù in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo fare anche noi un po’ di fantapolitica. Le trattative con le BR ci sarebbero state. Come per i feddayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i “carabinieri” (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perché si voleva comunque l’anticomunista Moro morto, e le BR avrebbero ucciso il presidente della Democrazia cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama “DC” e il macellaio Maurizio».

    «E a proposito di via Gradoli, è stato ammesso ufficialmente che, alla segnalazione, la polizia si precipitò a Gradoli e non a via Gradoli a Roma. Basta questo per mettere sotto processo gli inetti a  quali era stata affidata la vita di un uomo? E che dire della conoscenza, prima di marzo, della tipografia di via Pio Foà dove manovrava, con macchine offset, inchiostro e carta, il signor Mario Moretti, alias ing. Borghi di via Gradoli, nonché il correttore delle lettere di Aldo Moro scritte nel carcere del popolo!… Del caso Moro si sa ben poco; si pensa e si intuisce che gli elementi più attivi e più pericolosi della organizzazione eversiva ancora latitanti, abbiano potuto prendere parte all’operazione di via Fani e alle fasi successive a cominciare da Mario Moretti, forse Prospero Gallinari e gli altri. Ma niente di più. Da allora è stata ridimensionata l’attività di un’organizzazione che in caso contrario avrebbe forse dilagato con chissà quali conseguenze. Tutte le operazioni portate a termine, prima e dopo l’incarico al gen. Dalla Chiesa, hanno consentito di controllare e limitare l’attività; ma il colpo al cuore dell’organizzazione ancora non c’è stato»

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  • 9 Maggio 1978

    Aldo Moro viene ucciso, e il suo cadavere viene fatto ritrovare nel baule di una Renault 4 rossa in Via Caetani, a Roma.

    Intorno alle sei e mezzo sette del mattino, ad Aldo Moro vengono riconsegnati i vestiti, spruzzati di acqua e della sabbia di Ostia per depistare le indagini. Non gli viene detto che va a morire. Aldo Moro va a salutare tutti i suoi carcerieri, anche quelli che non ha mai visto. Viene bendato, chiuso in una gerla di vimini e condotto nel garage, dov’è parcheggiata la Renault rossa.

    Anna Laura Braghetti ricorda:

    «Era molto presto, forse le sei e mezzo, le sette. Casualmente quella mattina, proprio in quel momento uscì una signora della casa. Io ero fuori dal box e, poichè la serranda non era completamente chiusa, lei vide la parte posteriore della Renault. Nel garage c’era già Aldo Moro e anche chi lo avrebbe ucciso… La signora si allontanò quasi subito… Insegnava fuori Roma… I colpi furono sparati con il silenziatore, e di lì a breve la macchina uscì da Via Montalcini».

    «Ricordo che avevo il cuore in gola. Nel box della donna c’erano due macchine… Per prendere la sua ne doveva spostare una e andava molto di fretta. Da dove si trovava, la signora poteva vedere benissimo il fascione della Renault, un particolare inconfondibile… Mi prese il panico, non sapevo cosa fare: infine, mi offrii di aiutarla. Lei mi rispose gentilmente che non era necessario, che doveva far presto. Fece molto rumore. Io ero agitatissima. Dentro al box con Moro c’erano già Moretti e il “quarto uomo”… Prospero Gallinari era rimasto a casa».

    A sparare a Moro è stato Mario Moretti.

    «Non avrei permesso che lo facesse un altro. Era una prova terribile, uno si porta addosso la cicatrice per tutta la vita… Eravamo nel box dell’auto di Lauretta. Con Moro. Era buio. Controlliamo che dalle scale non stia scendendo nessuno. Il colpi sono di due armi, tutti con il silenziatore…»

    Valerio Morucci incontra Bruno Seghetti intorno alle sette del mattino. Poco dopo, a bordo di una Simca verde, i due brigatisti si affiancano alla Renault 4 rossa che sta trasportando il cadavere di Aldo Moro. Il luogo prescelto per il contatto è l’isola Tiberina. Da lì le due auto procedono insieme fino a Via Caetani, con la Simca in testa a fare da battistrada, una strada attigua a via delle Botteghe Oscure e a pochi passi da Piazza del Gesù. La Renault rossa viene parcheggiata al posto di un’altra auto che stava tenendo il posto, e che se ne va al momento opportuno.

    La scelta cade su Morucci all’ultimo momento, prima era stata presa in considerazione Adriana Faranda.

    Sulla Renault 4 viaggiano Mario Moretti e Germano Maccari, sulla Simca oltre a Valerio Morucci viaggia Bruno Seghetti.

    Alle 11 Valerio Morucci e Adriana Faranda si incontrano alla Piramide davanti alla stazione della metropolitana. Durante tutta l’operazione Adriana resta in ascolto alle radio della polizia. Solo quando passa abbastanza tempo senza che si sappia nulla si reca al luogo dell’incontro.

    Poi si recano insieme alla Stazione Termini, un luogo pieno di gente, per chiamare il professor Tritto, per annunciargli dove era stato lasciato il cadavere di Moro.

    Ci arrivano poco dopo mezzogiorno. Era sempre Valerio a telefonare per conto delle Brigate Rosse.

    Trascrizione della telefonata di Valerio Morucci al professor Tritto

    «È il professor Tritto?»
    «Chi parla?»
    «Il dottor Nicolai.»
    «Chi, Nicolai?»
    «È lei il professor Franco Tritto?»
    «Sì, ma voglio sapere chi parla.»
    «Brigate rosse, ha capito.»
    «Sì.»
    «Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’onorevole Aldo Moro. Mi sente?»
    «Che devo fare? Se può ripetere…»
    «Non posso ripetere. Guardi. Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Moro in Via Caetani. Via Caetani. Lì c’è una Renault 4 rossa. I primi numeri di targa sono N5…»
    «Devo telefonare?»
    «No, dovrebbe andare personalmente.»
    «Non posso…»
    «Non può? Dovrebbe per forza.»
    «Per cortesia, no, mi dispiace…»
    «Se lei telefona, verrebbe meno all’adempimento delle richieste che ci aveva fatto espressamente il presidente.»
    «Parli con mio padre, la prego.»
    «Va bene.»
    «Pronto…»
    «Guardi, lei dovrebbe andare dalla famiglia dell’onorevole Moro, oppure mandare suo figlio, comunque telefonare. Basta che lo sappiano. Il messaggio ce l’ha già suo figlio.»
    «Non posso andare io?»
    «Certamente, purché lo faccia con urgenza, perché la volontà, l’ultima volontà dell’onorevole è questa, cioè di comunicare alla famiglia, perché la famiglia doveva riavere il suo corpo… Va bene? Arrivederci.»
    «Va bene».

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  • 8 Maggio 1978

    Vengono organizzati gli ultimi dettagli per l’omicidio di Aldo Moro.
    Fanfani si impegna con Craxi a intervenire all’indomani, durante la direzione DC, s favore della trattativa.

    Si incontrano in “Ufficio”, l’appartamento di Via Cabrera, alle spalle della basilica di San Paolo, Mario Moretti, Barbara Balzerani e Bruno Seghetti.

    L’incarico di guidare la Simca verde da affiancare alla Renault 4 rossa che trasporta il cadavere di Moro viene in un primo momento affidato ad Adriana Faranda. Poi la scelta ricade su Valerio Morucci.

    Il cambio di scelta è causato dalla forte avversione all’incarico di Adriana Faranda: insieme a Valerio Morucci era la parte minoritaria che sosteneva con fermezza la non uccisione di Moro. Impartire quell’incarico ad Adriana Faranda le sembrava una scelta gratuita e perfida, oltre che molto violenta.

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  • 7 Maggio 1978

    Adriana Faranda e Valerio Morucci cercano di posticipare di qualche giorno la sentenza di morte di Aldo Moro, dopo essersi incontrati con Lanfranco Pace di Potere Operaio.

    Adriana Faranda e Valerio Morucci si incontrano con Lanfranco Pace in un bar di Piazza Cola di Rienzo, un locale spazioso e tranquillo che le BR avevano usato spesso in passato per i loro appuntamenti.

    «Potrebbe essere un segnale importante», aveva fatto notare Pace: per il 9 Maggio 1978 era stato messo in programma un intervento di Fanfani. Le parole di un uomo così rappresentativo avrebbero potuto attenuare l’opposizione della DC all’ipotesi dello scambio preteso dalle BR per la liberazione di Moro. Se non nella sostanza almeno nella forma. Ma era soltanto una speranza, troppo poco perché Moretti potesse convocare di nuovo l’Esecutivo e congelare la decisione già presa.

    I due brigatisti informano Mario Moretti che durante la direzione DC fissata per la mattina del 9 Maggio, sarebbe finalmente intervenuto Fanfani. I due avevano insistito che un piccolo passo era stato compiuto: era stata annunciata la convocazione del Consiglio Nazionale, proprio come Moro aveva inutilmente chiesto tante volte nelle sue lettere. Dunque, perché non aspettare ancora… Almeno qualche giorno?

    Moretti reagisce con durezza. La DC non avrebbe ceduto di un millimetro, quell’ennesimo stratagemma si sarebbe rivelato soltanto un’ulteriore presa in giro e le parole di Fanfani sarebbero state acqua fresca. Quindi. aveva concluso il capo delle Brigate Rosse confermando la condanna a morte dell’ostaggio, non ci sarebbe stato più alcun rinvio.

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  • 30 Aprile 1978

    Mario Moretti telefona a Eleonora Moro per cercare di dare una svolta alle trattative per la liberazione di Aldo Moro.

    Anche la DC opta per la “Linea Dura”. Nei giorni successivi, la medesima fermezza verrà adottata dalle segreterie dei cinque partiti della maggioranza di governo.

    La chiamata di Mario Moretti avviene alle 16:30 da una cabina telefonica nei pressi della Stazione Termini, mentre Adriana Faranda, Valerio Morucci e Barbara Balzerani sono di copertura.

    Una mossa arrischiata (dato che il telefono di casa Moro è ovviamente tenuto sotto controllo dalla polizia) e altrimenti incomprensibile. Moretti dice alla figlia di Moro, che risponde al telefono:

    «Io sono uno di quelli che hanno a che fare con suo padre… Le devo fare un’ultima comunicazione, questa telefonata è per puro scrupolo. Siete stati un po’ ingannati e state ragionando sull’equivoco. Finora avete fatto soltanto cose che non servono assolutamente a niente. Ma crediamo che ormai i giochi siano fatti e abbiamo già preso una decisione. Nelle prossime ore non possiamo fare altro che eseguire ciò che abbiamo detto nel comunicato numero 8. Quindi chiediamo solo questo: che sia possibile l’intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore in questo senso. Se ciò non avviene, rendetevi conto che non potremmo fare altro che questo. Mi ha capito esattamente? Ecco, è possibile solo questo. L’abbiamo fatto semplicemente per scrupolo, nel senso che, sa, una condanna a morte non è una cosa che si possa prendere alla leggera. Noi siamo disposti a sopportare le responsabilità che ci competono, e vorremmo appunto, siccome sono stati zitti… non siete intervenuti direttamente, perché mal consigliati… Il problema è politico, e a questo punto deve intervenire la DC. Abbiamo insistito moltissimo su questo, è l’unica maniera in cui si può arrivare a una trattativa. Se questo non avviene… solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore, preciso di Zaccagnini può modificare la situazione. Noi abbiamo già preso una decisione, nelle prossime ore accadrà l’inevitabile. Non possiamo fare altrimenti. Non ho nient’altro da dirle».

    L’intrepido Moretti è fino alla fine il padrone assoluto del sequestro. I tre brigatisti della presunta “prigione” di via Montalcini continuano a svolgere diligentemente le loro mansioni: di copertura la Braghetti e Maccari, di guardiano del prigioniero Gallinari. I due brigatisti “postini”, la coppia Morucci e Faranda, continuano a ubbidire a Moretti recapitando i comunicati Br e le lettere di Moro che lui gli dà, e autorizzati da Moretti tengono contatti con i capi di Autonomia operaia Lanfranco Pace e Franco Piperno (i quali a loro volta sono in contatto con la segreteria del Psi per la pseudotrattativa “umanitaria”). Il Comitato esecutivo brigatista è più che mai un organismo-fantasma puramente formale che in sostanza ratifica l’operato di Moretti. Il capo brigatista è il crocevia del sequestro, il dominus dell’intera operazione: è lui che ha “interrogato” il prigioniero dopo avergli fornito le domande (scritte non si sa da chi), e che ha prelevato personalmente dalla prigione le risposte manoscritte di Moro; è lui che ha esaminato le circa 100 lettere scritte dal prigioniero, è lui che ha stabilito di recapitarne solo 30 censurando tutte le altre 9; è lui che tiene i contatti col Comitato esecutivo, è lui che dirige, dà gli ordini, fa e disfa – Moretti è il solo brigatista che sa tutto, e per il quale non vale la regola della compartimentazione.

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