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  • Recensione di L’Agnese va a morire di Renata Viganò

    Recensione di L’Agnese va a morire di Renata Viganò

    L’Agnese va a morire è un romanzo di Renata Viganò, pubblicato da Einaudi nel 1949.

    TitoloL’Agnese va a morire
    AutriceRenata Viganò
    ISBN9788806134884
    GenereNarrativa
    Casa EditriceEinaudi
    Data di pubblicazione1949-01-01
    LinguaItaliano
    FormatoPaperback
    Pagine246
    Goodreads
    Anobii

    L’Agnese va a morire è un romanzo neorealista di Renata Viganò, e secondo me è molto interessante per diverse ragioni.

    La prima è che per larghi tratti la narrazione è autobiografica, visto che l’autrice è stata, insieme al marito, all’interno della Resistenza Italiana.

    Poi l’ambientazione, piuttosto atipica rispetto ai normali racconti di partigiani in montagna: la storia si svolge tutta nelle Valli di Comacchio, tra la palude e gli argini, su barche, miasmi e pianura.

    E la più importante: la protagonista è una donna.

    Agnese è una contadina piuttosto anziana, ha già passato la cinquantina, e fa la lavandaia , senza essersi mai interessata di politica. Vive in una casa isolata con il marito malato, Palita, che invece è comunista e spesso si incontra con i compagni in casa.

    Quando dopo l’armistizio i tedeschi vanno a prendere Palita per deportarlo in Germania come dissidente politico, Agnese si rivolge ai compagni del marito per rendersi disponibile alla Resistenza e alla lotta partigiana.

    Il romanzo ci dà un punto di vista interessante sulla fondamentale importanza delle staffette e degli agenti di collegamento all’interno della Resistenza (e non solo delle donne, che molto spesso erano parte attiva della lotta, come Iris Versari o Irma Bandiera), e la scelta della protagonista è incredibilmente riuscito: una donna, non avvenente, non fisicamente in forma, piuttosto anziana, scorbutica, con pochissime doti, se non l’impegno e l’abnegazione per un ideale.

    Perché nonostante tutti i difetti di Agnese, risulta evidente la chiarezza con cui è disposta a lottare per ottenere un mondo migliore.

    Citazioni da L’Agnese va a morire

    “Mi dispiace che non posso dirvi che ora era, e nemmeno il giorno che è morto. Non so neppure, con quel buio maledetto, se fosse sera o mattina o notte. Ma sono sicuro che non si è accorto di niente, non ha fatto fatica a morire -. Si arrestò un momento ed aggiunse: – Facemmo più fatica noi a stare al mondo.”

    “La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano”.

    “Ogni uomo, ogni donna poteva essere un partigiano, poteva non esserlo. Questa era la forza della resistenza”

    “Lei adesso lo sapeva, lo capiva. I ricchi vogliono essere sempre più ricchi e fare i poveri sempre più poveri, e ignoranti, e umiliati. I ricchi guadagnano nella guerra, e i poveri ci lasciano la pelle.”

    “Noi non finiamo, – assicurò l’Agnese. – Siamo troppi, Più ne muore e più ne viene. Più ne muore e più ci si fa coraggio. Invece i tedeschi e i fascisti, quelli che muoiono si portano via anche i vivi.”

    “I ribelli muoiono per gli imbecilli-. Le fecero largo, lei camminò fra due file umane di stupore, prigioniera di tutti quegli occhi attenti. Si volse, disse più forte, con severità: – Ma quelli che restano, anche con gli imbecilli faranno i conti.”

  • Citazioni di Renata Viganò: “I ribelli muoiono per gli imbecilli…

    Citazioni di Renata Viganò: “I ribelli muoiono per gli imbecilli…

    “I ribelli muoiono per gli imbecilli-. Le fecero largo, lei camminò fra due file umane di stupore, prigioniera di tutti quegli occhi attenti. Si volse, disse più forte, con severità: – Ma quelli che restano, anche con gli imbecilli faranno i conti.”

    Renata Viganò, L’Agnese va a morire
  • Recensione di Uomini e no di Elio Vittorini

    Recensione di Uomini e no di Elio Vittorini

    Uomini e no di Elio Vittorini è un romanzo pubblicato nel 1945, in questa edizione pubblicato da Mondadori nel 2001.

    Informazioni su ‘Uomini e no’
    Titolo: Uomini e no
    Autore: Elio Vittorini
    ISBN: 9788804495864
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Mondadori
    Data di pubblicazione: 2001-01-01
    Lingua: Italiano
    Formato: Paperback
    Pagine: 238
    Goodreads
    Anobii

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    Uomini e noUomini e no è il primo romanzo italiano a trattare un argomento fondamentale del Novecento: la Resistenza Italiana. Pubblicato nel 1945, subito dopo la liberazione, è ambientato nella Milano occupata dai tedeschi, la Milano del coprifuoco nazista e delle azioni di sabotaggio nella nebbia durante l’inverno del 1944.

    Protagonista della narrazione è Enne 2, un giovane partigiano capitano dei GAP milanesi che vive una burrascosa storia d’amore impossibile con Berta, una donna sposata che lo ricambia ma che non riesce a decidersi ad abbandonare il marito.

    Durante la narrazione il protagonista si interroga sul senso della vita, sulla Resistenza e sull’Umanità intesa come valore.

    Nonostante sia stato scritto nel bel mezzo della lotta partigiana non ne è per nulla una celebrazione: il significato del titolo è proprio questo: non si parla di chi è un essere umano e chi no (partigiani e fascisti, come molti hanno cercato di intendere), ma di chi compie azioni umane e chi no, sia da una parte che dall’altra.

    La narrazione viene intervallata da 23 capitoli scritti in corsivo che ne rallentano la trama, e che permettono all’autore di fare considerazioni personali sulla vicenda e sul periodo storico che sta vivendo.

    Uno stile scorrevole che cerca di rifarsi molto all’ermetismo attraverso l’uso ricorrente di metafore e simboli che però non appesantiscono la lettura ma la esaltano. Forse le cose più difficili da leggere sono proprio i capitoli in corsivo, ma vale la pena fare un po’ di fatica in più, quello che ci raccontano è spesso illuminante e rivelatorio.

    Citazioni da Uomini e no

    “Un vecchio bianco dorme da secoli nell’uomo. Noi ce ne ricordiamo; è il padre nostro che ha edificato l’arca, il padre lavoratore; egli ha lavorato, si è ubriacato, e dorme ridendo ignudo attraverso i secoli.”

    “Non ti ricordi [..] quando non avevamo niente per colpire? Ognuno di noi avrebbe dato la propria vita per poter distruggere la millesima parte di un fascista. Pensavamo che valesse la pena versare il sangue di mille di noi perché un cane fascista vi affogasse dentro. Volevamo la lotta. Ora è la lotta che abbiamo.”

    “Questi uomini non avevano dietro niente che li costringesse, niente che prendesse su di sé quello che loro facevano. Restava dentro a loro quello che loro facevano. Come accadeva che fossero semplici e pacifici anche loro? Che non fossero terribili? Il Gracco era curioso, e se lo domandava. Perché, se non erano terribili, uccidevano? Perché, se erano semplici, se erano pacifici, lottavano? Perché, senza avere niente che li costringesse, erano entrati in quel duello a morte e lo sostenevano?”

    “«Tu sei nato perché io l’ho voluto,» disse lei.
    «Io sono nata,» disse, «e subito ho voluto che anche tu ci fossi. Non volevo essere al mondo senza che tu ci fossi».”

    “Anche un figlio di puttana può dire mamma.”

    “Questo forse era il punto. Che si potesse resistere come se si dovesse resistere sempre, e non dovesse esservi mai altro che resistere. Sempre che uomini potessero perdersi, e sempre vederne perdersi, sempre non poter salvare, non potere aiutare, non potere che lottare o volersi perdere. E perché lottare? Per resistere. Come se mai la perdizione ch’era sugli uomini potesse finire, e mai potesse venire una liberazione. Allora resistere poteva essere semplice. Resistere? Era per resistere. Era molto semplice”.

    “Bisogna che gli uomini possano esser felici. Ogni cosa ha un senso solo perché gli uomini siano felici. Non è solo per questo che le cose hanno un senso?”

    “Presuntuosi siete voi. Volete lavorare per la felicità della gente, e non sapete che cosa occorre alla gente per essere felici”.

    “Perché si chiamava civile una guerra in cui due fratelli potevano trovarsi l’uno contro l’altro? Non si sarebbe dovuto chiamarla, anzi, incivile?”

    “Gli uomini potevano perdersi dappertutto, e dappertutto resistere.”

    “Essi avevano la voce tranquilla e buona, e questi erano i discorsi loro, come i bravi soldati fanno prima della battaglia.
    «Non volete bere?» Enne 2 chiese loro.
    «Bevete! Bevete!» disse loro la grassona.
    Ma i bravi soldati vanno a una battaglia dove la morte è a somiglianza di loro, brava come loro, ed essi invece andavano a una battaglia dove la morte non era affatto brava.”

    “I bravi soldati hanno davanti altri bravi soldati. Combattono contro uomini che sono anch’essi uomini, anch’essi pacifici e semplici. Possono darsi prigionieri. Possono sorridere se sono catturati. E poi, i bravi soldati hanno dietro tutto il loro paese, con tutta le gente e tutte le cose, le città, le ferrovie, i fiumi, le montagne, il foraggio tagliato e il foraggio da tagliare; e se essi non tornano indietro, se vanno avanti, se uccidono, se si lasciano uccidere, è il loro paese che li costringe a farlo, non sono proprio essi a farlo, lo fa il loro paese, e a loro è possibile, molto naturalmente, senza sforzo, restare semplici e pacifici anche durante una battaglia, e prima della battaglia parlare di bachi da seta e cinematografo.”

    “Io so cosa vuol dire un uomo senza una donna, credere in una, essere di una, eppure non averla, passare anche anni senza che tu sia uomo con una donna, e allora prenderne una che non è la tua ed ecco avere, in una camera d’albergo avere, invece dell’amore, il suo deserto.”

  • Citazioni di Stefano Valenti: “E di me, di quelli come me…

    Citazioni di Stefano Valenti: “E di me, di quelli come me…

    “E di me, di quelli come me, di contadini, di operai, dei miserabili, dice Ulisse, nessuno ha memoria; di me, di quelli come me, l’Italia intera non ha memoria, ha abbandonato tutti noi l’Italia, come dimentichi di un parente morto che ha trasmesso un’eredità e continui a divertirti, l’Italia ha detto grazie a arrivederci; di me, di noi, non ha memoria nessuno, che era meglio dimenticarci, ricostruire l’Italia tale e quale a prima, proprio identica a prima, coi medesimi al comando e i medesimi comandati, come niente fosse, i medesimi senza eccezione, come tutte le volte nel tempo andato.”

    Stefano Valenti, Rosso nella notte bianca

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  • Citazioni di Wu Ming: “Alle manifestazioni, quando prendo le botte…”

    Citazioni di Wu Ming: “Alle manifestazioni, quando prendo le botte…”

    “Alle manifestazioni, quando prendo le botte, non mi sento un eroe. Mio padre, mio fratello e tutti gli altri hanno combattuto per una buona causa, ma a quelli della mia età hanno lasciato solo le storie dei partigiani e le armi a far la ruggine in cantina, per sognare la rivoluzione che non viene mai.”

    Wu Ming, 54

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  • Citazioni di Italo Calvino: Ci sarà invece chi continuerà…

    Citazioni di Italo Calvino: Ci sarà invece chi continuerà…

    Ci sarà invece chi continuerà col suo furore anonimo, ritornato individualista, e perciò sterile: cadrà nella delinquenza, la grande macchina dei furori perduti, dimenticherà che la storia gli ha camminato al fianco, un giorno, ha respirato attraverso i suoi denti serrati. Gli ex fascisti diranno: i partigiani! Ve lo dicevo, io! Io l’ho capito subito! e non avranno capito niente, né prima né dopo.

    Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno

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  • Recensione di Rosso nella notte bianca di Stefano Valenti

    Recensione di Rosso nella notte bianca di Stefano Valenti

    Rosso nella notte bianca è un romanzo di Stefano Valenti pubblicato da Feltrinelli nel Marzo 2016.

    Informazioni su ‘Rosso nella notte bianca’
    Titolo: Rosso nella notte bianca
    Autore: Stefano Valenti
    ISBN: 9788807031793
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Feltrinelli
    Data di pubblicazione: 2016-03-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 160
    Goodreads
    Anobii

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    Rosso nella notte biancaNel 1994 Ulisse, che manca dalla Valtellina da quarantotto anni, aspetta Mario Ferrari fuori da un osteria, per poi ucciderlo a picconate. Sembra il gesto di un pazzo, anche perché è Ulisse a parlarci in prima persona, dicendoci che sente delle voci nella testa, che a volte sono Dio e a volte donne e bambine che gli dicono di fare delle cose. Il gesto sembra inspiegabile, ma Ulisse prova lo stesso a raccontarcelo: l’omicidio affonda le radici cinquant’anni in profondità, durante la guerra, quando il nostro protagonista viveva in quella zona insieme alla madre e alle sorelle.

    Il punto di vista del romanzo è quello di Ulisse, narrato in terza persona; il testo è pieno di “Ulisse dice”, “dice Ulisse”, come se l’autore volesse prendere le distanze dal protagonista, come se volesse presentarcelo come un matto, una persona fuori da ogni logica su cui non si possa fare davvero affidamento.

    Ma mentre la narrazione procede capiamo che Ulisse ha qualche problema di depressione e a volte sente le voci (dovute anche ad una fervente educazione cattolica), ma i suoi gesti sono tutt’altro che sconsiderati.

    Un romanzo che appartiene al filone di cui fanno parte anche “La luna e i falò” e “Il sentieri dei nidi di ragno“, in cui ci viene presentata la resistenza italiana contro il nazifascismo, i sentimenti e l’attivismo che scorrevano nel dopoguerra per le lotte in fabbrica e la speranza dei lavoratori, dei contadini e di tutti gli emarginati, di rivoluzionare il mondo borghese per cambiare veramente le cose.

    Rosso nella notte bianca è un romanzo di rabbia e di vendetta. Di rabbia per il fallimento di una lotta che dopo cinquant’anni non ha ancora portato a nulla, e la vendetta per un mondo fascista che ha cambiato bandiera all’ultimo secondo per rimanere al potere e continuare a soggiogare il popolo degli emarginati.

    Citazioni da “Rosso nella notte bianca”

    “La miseria nostra, di altri come noi, è procurata dalla ricchezza di altri, diversi da noi. La miseria è procurata dal desiderio di ricchezza di altri, e così dobbiamo cambiarla questa cosa di classe, dei poveri e dei ricchi, dei proletari e dei borghesi. La mia vita è cominciata qui, nei monti, dice Ulisse, che prima non era vivere”

    “E in radura dai rami di querce disadorne pendono uomini come addobbi natalizi”

    “E di me, di quelli come me, di contadini, di operai, dei miserabili, dice Ulisse, nessuno ha memoria; di me, di quelli come me, l’Italia intera non ha memoria, ha abbandonato tutti noi l’Italia, come dimentichi di un parente morto che ha trasmesso un’eredità e continui a divertirti, l’Italia ha detto grazie a arrivederci; di me, di noi, non ha memoria nessuno, che era meglio dimenticarci, ricostruire l’Italia tale e quale a prima, proprio identica a prima, coi medesimi al comando e i medesimi comandati, come niente fosse, i medesimi senza eccezione, come tutte le volte nel tempo andato”

     

  • Recensione di Asce di guerra di Wu Ming

    Recensione di Asce di guerra di Wu Ming

    Asce di guerra è un romanzo del collettivo Wu Ming pubblicato nel 2000 da Marco Tropea Editore e nel 2005 da Einaudi, scritto con Vitaliano Ravagli (il libro spesso porta il suo nome come primo autore).

    Informazioni su ‘Asce di guerra’
    Titolo: Asce di guerra
    Autore: Wu Ming e Vitaliano Ravagli
    ISBN: 9788843802692
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Einaudi
    Data di pubblicazione: 2000-01-01
    Lingua: Italiano
    Formato: Paperback
    Pagine: 462
    Goodreads
    Anobii

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    asce di guerraMentre il collettivo raccoglieva materiale per la realizzazione del romanzo “54”, Carlo Lucarelli gli segnala l’esistenza di un uomo, ex partigiano, che è partito nelle brigate internazionali per andare a combattere con i Nordvietnamiti di Ho Chi Min. Il collettivo si incuriosisce e conosce Vitaliano Ravagli.
    Nato nel 1934, troppo piccolo per fare la Resistenza da combattente ma abbastanza grande per capire la parte giusta, nei primi anni del dopoguerra non riesce ad ambientarsi. La Resistenza ha deposto le armi, il Partito Comunista Italiano non ne è altro che una pallida ombra. Il compromesso storico di Togliatti ha lasciato i gerarchi fascisti più o meno nelle stesse posizioni che avevano con il duce. I poveri restano poveri, nonostante il Partito. Qualche partigiano fugge verso la jugoslavia di Tito, oppure in Cecoslovacchia. Vitaliano Ravagli seguirà il suo sentiero dell’odio fino in Vietnam.

    Il romanzo, che è fondamentalmente la biografia del partigiano, si articola su 3 filoni, continuamente alternati tra loro:

    • In cerca del Vietcong romangnolo, totalmente fittizia, in cui un avvocato bolognese, Daniele Zani, dopo la morte del nonno partigiano Soviet, sente parlare del romagnolo che è andato a farsi la guerra di Indocina dopo la fine della guerra civile in Italia;
    • Sentieri dell’Odio, che narra in maniera dettagliata le vicende e la vita avventurosa di Vitaliano Ravagli;
    • Tre fratelli, lo zio Ho e lo zio Sam, che come recita il sottotitolo (“Storia disinvolta delle guerre di Indocina”) è un inquadramento storico dell’Indocina negli anni ’50.

    Come tutti i romanzi del collettivo Wu Ming è rilasciato sotto licenza Copyleft. Lo potete scaricare direttamente dal loro sito all’indirizzo http://www.wumingfoundation.com/giap/?page_id=6338, oppure direttamente qui:

    ASCE DI GUERRA
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    Citazioni da “Asce di guerra”

    “Gli incubi sono già li, nascosti in qualche piega della memoria, pronti ad animarsi non appena la luce abbandona la stanza”.

    “A volte agire è più semplice che ricordare”.

    “Quando sei vecchio gli anni della giovinezza ti sembrano sempre belli, e li rimpiangi qualunque cosa sia successa”.

    “Si può arrivare a pensare che la giustizia armata e l’omicidio siano i mezzi più efficaci per raggiungere uno scopo. E senza dubbio, in certi casi lo sono. Ma quando cambia il contesto, quando la storia prende strade diverse da quelle sperate, abbassare la testa e sotterrare le armi può risultare molto difficile. Può apparire come una resa, dopo che per una breve stagione si è stati finalmente qualcuno: guerriglieri, vendicatori, combattenti per la libertà. Dopo aver riscattato col sangue dei despoti per anni, forse secoli, di soprusi e ingiustizie, tornare nei campi o nelle fabbriche, alla miseria di sempre, può essere un’impresa ardua. Per qualcuno anche contradditoria”.

    “Quando la mitologia popolare diventa Mitologia di Stato è già spacciata. Smette di essere patrimonio collettivo e diventa materia per omelie istituzionali, diventa Memoria: una triste religione laica, amministrata dai sacerdoti di turno”.

  • Una penna disonesta

    Una penna disonesta

    C’è penombra, nello studio, sento la polvere nel naso. ho sempre portato gli occhiali, ma la mia vista peggiora di anno in anno. Solo il naso è rimasto affidabile. L’udito sale e scende, ma ancora non mi preoccupa. Una lama di luce entra dalle tende di velluto avorio, che sembrano essere quasi una continuazione della tappezzeria. Non si vede, con questo buio, ma io lo so. Vivo qui da anni. Ci vengo da decenni, da quando il presidente non ero io ma Scalfaro. Io ero solo Presidente della Camera dei Deputati. Quando i Deputati erano diversi. Forse non più onesti, ma con più classe. Con più rigore. Con più dignità.

    Mi guardo allo specchio e vedo un vecchio, con la pelle floscia e spenta. Con i capelli bianchi radi, un fremito che riesco a controllare sempre meno nelle labbra. Macchie senili, anche in faccia. Un essere umano che ha visto 87 inverni su questa terra. Appena troppo giovane per la resistenza, decisamente troppo vecchio per la rivoluzione giovanile. Fascista per obbligo, comunista per scelta, socialista per convenienza. Sempre una seconda scelta, in ogni caso. Sempre un passo dietro ad uomini migliori di me. Ed ora… Primo degli italiani. Gran Maestro dell’Ordine, di qualsiasi ordine, dalla Repubblica Italiana fino a Vittorio Veneto. Decorato da Spagna, Lituania, Città del Vaticano, Slovacchia, Polonia e Francia… Per cosa… Non ricordo. Le onorificenze contano meno quando fatichi a sopravvivere ai fantasmi. A cercare di essere un uomo migliore di quello che sei in realtà.

    La luce che entra dalla finestra alla sinistra della scrivania francese del 1750 si riflette su quella che sembrerebbe una statua, mandando barbigli dorati. Immobile, il corazziere veglia, con la sua squadrona al fianco. Come se io non esistessi. Si irrigidisce ancora al mio passaggio. E io che non credevo fosse possibile. Lo saluto, mi siedo. Sono sempre stato affascinato dal combattimento, sono sempre arrivato troppo tardi o troppo presto. Ho condotto guerre, e a volte bisogna firmare un armistizio per andare avanti. Anche se dall’altra parte c’è la mafia. Vorrei un arma, per combattere questa politica che rappresento. Invece ho solo questa “penna disonesta”; “un’arma scarica”.

    “Se fosse tutto limpido,
    tutto semplice e legittimo,
    se l’impedimento unico
    fosse l’interesse pubblico,
    se il mercato fosse solido,
    se il governo fosse tecnico,
    se bastasse qualche monito
    ad illuminare il buio che c’è qua”

    Questo ruolo non fa per me. Sono un luogotenente, non un capo. La nuova legge di stabilità. Stabilità per chi? Non per i miei concittadini italiani, sempre più instabili, come acrobati sul filo del rasoio. Camminare in bilico, per ritrovarsi piedi piagati e feriti. Fino alla caduta, inesorabile. La mano trema, il cuore frena. Ma alla fine firmerò. Che altro posso fare? Non ho avuto grandi battaglie. E se c’ero non le ho guidate io. Ero il messaggero nell’ombra, non il soldato, non il comandante. E adesso sono solo. Non voglio lottare. Non voglio resistere. E’ soltanto una penna, in fondo…

    “Io vorrei una penna disonesta,
    che mi legga nella testa
    e che se sbaglio lo impedisca,
    scrivo sì ma poi non resta.
    Una biro che si guasta
    o che si impunta per protesta
    che piuttosto mi ferisca questa mano destra.”


    Monito®
    Daniele Silvestri

  • Marty, scappa! I Libici!

    Marty, scappa! I Libici!

    Siamo un paese dalla memoria corta, e dalla fedeltà discutibile.

    La memoria è labile, non ci ricordiamo nemmeno quello che è successo l’altro ieri: ci indigniamo cinque minuti, poi si passa a vergognarsi di qualcos’altro. Non più di un anno fa abbiamo accolto il generale Gheddafi come un grande amico (o come un imperatore in visita alla colonia, forse) con il suo harem e il suo circo. Gli abbiamo offerto 100 vergini con il sorriso sulle labbra, le 100 escort di Arcore, forse, di cui ancora non si sapeva molto.

    Ci siamo abbassati nella tipica posizione di sottomissione, quella in cui si offre l’ano al dominatore, come un cagnolino si sdraia con le zampe all’insù a offrire la carotide e il ventre al padrone o al capo-branco.
    Aveva mani in pasta dappertutto (Unicredit, Juventus e Fiat solo per citarne alcuni), ci faceva sconti su gas e petrolio, avevamo accordi per fare l’ennesimo gasdotto attraverso mediterraneo e limitrofi. Dipendevamo da lui insomma. Gli vendevamo le armi.

    Gli abbiamo preso il figlio a giocare nel Perugia di Gaucci. Abbiamo sempre ignorato che era un cazzo di dittatore e che in Libia la democrazia non esisteva.

    Poi all’improvviso ci siamo accorti che il generale è una persona cattiva. Che va combattuto, che è pericoloso (e armato dalle nostre armi, non dimentichiamolo!), che va destituito. Che dobbiamo fare la parte degli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale ed aiutare i “partigiani” Libici.

    Come mai adesso? Sarà che c’è l’occasione per cancellare un qualche “debito” occulto? Per smettere di farci ricattare da un pericolo per l’umanità?

    Come al solito il Governo Italiano si allea con le persone sbagliate, salvo poi cambiar bandiera e aggregarsi al più forte (vedi prima e seconda guerra mondiale). Forse si allea per paura o convenienza o mancanza di alternative, ma questo non cambia la sostanza delle cose: ci aggreghiamo sempre alle più merde. E poi per cambiare le cose serve un’infinità di sudore, di sangue. Ovviamente innocente.

    Abbiamo basi NATO e Americane sul suolo italiano. Quella di Vicenza è quella più grande in Europa. Gheddafi non ha speranza di vincere contro USA, Gran Bretagna, Francia, Italia, Canada (Canada?), ecc.

    Ma magari qualche soddisfazione prima della sua morte se la vuole togliere… Se c’è un’opportunità, secondo voi, da quale nazione comincierà a colpire? Se avete risposto:”Da quella che prima gli era amica e che adesso è la più ostile di tutte!” avete risposto giusto.

    Ascoltiamo Doc Brown: “MARTY, SCAPPA! I LIBICI!

    ps “Ritorno al futuro” è un film profetico. Sulla tuta di Doc Brown il simbolo delle radiazioni, perchè per far andare la macchina del tempo serviva una reazione nucleare. Bisognerebbe chiedere a Zemeckis se già allora ne sapesse qualcosa…