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  • Recensione di Il brigatista di Antonio Iovane

    Recensione di Il brigatista di Antonio Iovane

    Il brigatista di Antonio Iovane è un romanzo pubblicato da Minimum Fax nel 2019.

    Informazioni su ‘Il brigatista’
    Titolo: Il brigatista
    Autore: Antonio Iovane
    ISBN: 9788833890470
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Minimum Fax
    Data di pubblicazione: 2019-06-06
    Lingua: Italiano
    Formato: Paperback
    Pagine: 402
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    il brigatistaUn brigatista rosso viene arrestato durante il festival della poesia sulla spiaggia di Castelporziano nel Luglio 1979. È Jacopo Varega, ricercato da tempo per terrorismo. La sua prigionia però dura molto poco, perché riesce a scappare dall’ospedale in cui è rinchiuso e Roma torna ad essere lo scenario di un’imponente caccia all’uomo come ai tempi del rapimento di Aldo Moro, poco più di un anno prima. A sorpresa però il brigatista contatta una famosa giornalista romana Ornella Gianca, e le concede un’intervista in esclusiva.

    Un’intervista che da biografia diventa la storia di una generazione di giovani che ha creduto di poter cambiare il mondo nel decennio che parte con la strage di Piazza Fontana e si concluderà con l’ondata repressiva degli anni Ottanta. La storia di un paese dai toni torbidi e oscuri, non a caso chiamati anni di piombo.

    Perché l’atmosfera che si respira, anche in questo romanzo, ha quel colore. Un colore fosco, scuro, buio, dove ogni fatto non è quello che sembra e dove risuonano i colpi di pistola del terrorismo nero e rosso.

    Antonio Iovane inventa i protagonisti di questo romanzo e li fa muovere su uno scenario storico credibile ed entusiasmante, di cui si è parlato troppo poco e con cui prima o poi si dovrà fare i conti, per capire un fenomeno che ha sconvolto il nostro paese ormai quarant’anni fa.

    La scrittura è scorrevole e piacevole, la lettura non ha mai intoppi ed è interessante e incalzante.

    Se forse c’è da fare un appunto è il poco coraggio nel dipingere fino in fondo i personaggi e i fatti reali che hanno caratterizzato quel periodo. Ma è evidentemente l’intenzione dell’autore: preservare quella nebbia color piombo che ha coperto i fatti che vanno dalla strage di Piazza Fontana a quelli della Stazione di Bologna.

    Citazioni da Il brigatista

    “Anche quando era nuda, si finiva col desiderare di spogliarla ancora”.

    “Chi vince piglia tutto, anche le coscienze. La Storia non è la verità dei fatti, ma la legittimazione del presente”.

    “La Storia non si scrive coi se, ma la Storia coi se è bellissima”.

  • Recensione di Io so come hanno ucciso Pasolini

    Recensione di Io so come hanno ucciso Pasolini

    Io so come hanno ucciso Pasolini – Storia di un’amicizia e di un omicidio è un libro di Pino Pelosi pubblicato da Vertigo nel 2011.

    Informazioni su ‘Io so come hanno ucciso Pasolini’
    Titolo: Io so come hanno ucciso Pasolini
    Autore: Pino Pelosi
    ISBN: 9788862060318
    Genere: Biografico
    Casa Editrice: Vertigo
    Data di pubblicazione: 2011-10-03
    Lingua: Italiano
    Formato: Paperback
    Pagine: 123
    Goodreads
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    Io so come hanno ucciso PasoliniIo so come hanno ucciso Pasolini – Storia di un’amicizia e di un omicidio è il libro attraverso cui Pino Pelosi, accusato e dichiarato colpevole della morte dell’intellettuale italiano ucciso a Ostia nel 1975, racconta quella verità rimasta sepolta per 35 anni: non era stato lui ad uccidere Pasolini, ma si è dichiarato colpevole per proteggere se stesso e i suoi cari, minacciati di morte.

    Il racconto è scritto in modo molto rapido e mancano molti particolari: racconta di come Pelosi e Pasolini si sono conosciuti, delle vicende che hanno accompagnato i due sulla spiaggia di Ostia dove Pasolini trova la morte.

    Di fatto c’è pochissimo di nuovo. Di fatto non c’è un nome, non ci sono persone verso cui indirizzare eventuali nuove indagini. Di fatto Pino Pelosi sa, ma non vuole dircelo.

    Ci aveva già avvisato nel prologo a onore del vero. Che lui avrebbe parlato, ma molte cose non le avrebbe dette, perché la paura e le minacce ci sono ancora, e Pino Pelosi vuole indirizzarci verso la verità senza dire nulla.

    I riferimenti si capiscono, per carità. Ma soltanto a patto di conoscere il contesto storico e le altre cause probabili che stanno dietro alla morte dell’intellettuale Bolognese.

    Un libro che non dà nulla in più se non conferme. A cosa poi, forse non ci è dato sapere.

  • #19O: considerazioni di un pazzo

    #19O: considerazioni di un pazzo

    #19O

    A Piazza San Giovanni il sole scalda, quasi come la gente che sta convergendo qui da tutta Italia. Sono tantissimi, e come me hanno affrontato ore di pullman o di treno, partenze a ore impossibili e controlli della polizia per essere pronti a partire da qui alle 14:30.

    Qualcuno non ce l’ha ancora fatta, sono ancora per strada, o alle porte di Roma a farsi identificare dagli agenti di pubblica insicurezza. Ma li aspetteremo, abbiamo bisogno di tutti.

    Questo non è il corteo NoTAV. Anche se ci sono le bandiere NoTAV. Non è il corteo NoMUOS. Anche se ci sono le bandiere NoMUOS. Non è un corteo che ha intenzione di mettere a ferro e fuoco la città, anche se la rabbia contro le istitituzioni (destituzioni) è tanta.
    E’ il corteo della gente che ha deciso che la politica dei partiti non basta a far sopravvivere la gente. Che ha capito, ed è ancora più triste, che lo Stato non basta a far sopravvivere i suoi cittadini. Lo striscione che domina il corteo dice:

    “Una sola grande opera: casa e reddito per tutti”

    Con sotto gli hashtag di Twitter per seguire il corteo: #sollevazione e #assedio.

    #19O

    Sono quasi le 16:00 quando ci muoviamo, ma è stata bella anche l’attesa. Ci si conosce, si discute, si parla. Si ride. Perché è bello essere qui. Fa bene. Fa bene sentirsi cittadini veri, coscienti. Interessati. Magari con idee diverse. Ma partecipanti della vita politica del nostro paese.

    Da Piazza San Giovanni si sale per Via Merulana. Mentre la percorro mi canticchio in testa Daniele Silvestri in “A bocca chiusa“:

    “Fatece largo che passa il corteo e si riempiono le strade. Via Merulana, così pare un presepe… E semo tanti che quasi fa paura, o solo 3 sfigati come dice la Questura…”

    E cammino e sorrido, siamo decine di migliaia. E siamo una massa di geni, di artisti, di persone, di anime, di combattenti, di resistenti, di partigiani, di rivoluzionari. Geniali scritte sui muri. “Dai da bere alla tua sete di Rivolta“. Un finto Berlusconi che dichiara: “Ma quale sentenza ma quale cassazione, io non mi fermo se non c’è una Rivoluzione“.

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    Fotografo con il cellulare, leggo la diretta su twitter seguendo #19O.

    Mentre cammino alzo lo sguardo e alla mia destra scopro Erri DeLuca. Anziano, cammina piano. Cammina piano e sorride. Gli sorrido, vorrei dire qualcosa di bello, a quanto mi fa bene sapere di vederlo qui con me. Con noi. Lui mi sorride di rimando. E forse non c’è bisogno di dire altro.

    #19O

    Mentre arriviamo in Piazza Santa Maria Maggiore sentiamo rumore di scontri. Ma non con la polizia, sono i fascisti di CasaPound che lanciano sassi contro la testa del corteo. Mentre la polizia, girata verso il corteo, si prepara a proteggerli.
    Giusto per dare un’idea di dove siamo quando parliamo di Stato. Da che parte sta lo Stato Italiano, sempre.

    Il percorso continua: via Liberiana, via Cavour, via Giovanni Amendola, viale delle Terme di Diocleziano, piazza della Repubblica, via Cernaia, via XX Settembre, via Goito, piazza dell’Indipendenza, via San Martino della Battaglia, viale Castro Pretorio, piazza della Croce Rossa, viale del Policlinico, sino a Porta Pia.

    Siamo tanti, siamo consapevoli. Qualcuno dice 70.000. Qualcuno 100.000. In Via Goito sentiamo le esplosioni degli scontri, più indietro, davanti al Ministero dell’Economia e delle Finanze.

    Mi fanno ridere gli Italiani. Quelli che si credono democratici e che sono schiavi. Quelli che ti dicono che “bisognerebbe prendere d’assalto il parlamento e ucciderli tutti quei politici ladri”, e poi si indignano e chiamano questi incappucciati di nero “violenti”. Che tristi gli italiani.

    Si possono non condividere le azioni, ma forse bisognerebbe cominciare a riconsiderare sia cosa si intende per “violenza” sia cosa significhi “essere violenti“.

    Chi è violento? I manifestanti? Lo Stato? Chi occupa le case per il diritto ad abitare? Le banche che ti portano via la casa perché sei disoccupato? I NoTav? Chi realizza un’opera inutile distruggendo territorio e indebitandoci per le prossime 4 generazioni? Dov’è la violenza? Lo scontro non era contro la polizia. Ma contro il Ministero delle Finanze e dell’Economia. Non c’è differenza? Allora non avete ancora capito nulla.

    #19OAlla fine di Via Goito c’è un palazzo occupato. Da gente che non aveva più una casa, e ha ritrovato non solo un posto dove stare, ma anche una nuova idea di comunità. Passiamo sotto il palazzo, gli occupanti sono schierati e applaudono. Loro applaudono noi, che andiamo a manifestare anche per loro. Noi da sotto applaudiamo loro, che continuano a resistere. E’ il momento più bello della manifestazione. Questo è il senso. Il senso di fratellanza. Di poter costruire qualcosa di grande, in qualche modo, da tutte le macerie che ci hanno lasciato.

     

    Alla fine, a Porta Pia, l’assedio. Trovo simbolico farlo qui. Ha un che di storico. Di continuità. Quasi di una cittadinanza che torni alle sue origini storiche per ritrovare se stessa. E tende, tende che vengono montate, per circondare lo Stato. Per fare in modo che venga a trattare la resa.

    Cosa rimane a chi non c’era? Gli scontri. L’indignazione per la violenza di pietre contro tenute antisommossa. E tutto il resto? Quello i giornali e le televisioni non ve lo faranno mai vedere. Perché ne hanno paura. Tutto il resto è nelle emozioni e nei ricordi di chi c’era. Potete credere ciò che volete, ormai che importa? Ma voi non c’eravate in quei colori. Su quelle strade. E non potete parlarne.

    Quell’applauso mi scroscia ancora dentro, ed è molto più forte di qualsiasi bomba carta, di qualsiasi carica di polizia, di qualsiasi menzogna della questura o della disinformazione giornalistica.

    Quell’applauso è l’eco dei passi di una popolazione intera con la maschera di Guy Fawkes.

    A bocca chiusa
    Daniele Silvestri

  • Il broglio

    Il broglio

    Il broglio è un “romanzo simultaneo” uscito pochi giorni dopo le elezioni del 2006, da un autore anonimo chiamato “Agente Italiano”, probabilmente un giornalista ben introdotto nell’ambiente della politica che non ha trovato le prove per rendere pubblico il reportage.

    Informazioni su ‘Il broglio’
    Titolo: Il broglio
    Autore: Agente Italiano
    ISBN: 9788874241712
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Aliberti
    Data di pubblicazione: 2006-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 252
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    il broglioViene anche chiamato romanzo di fantapolitica: i personaggi sono fittizi, ma la storia è terribilmente vera. Quantomeno plausibile.

    Agente Italiano avanza l’ipotesi che durante le elezioni del 2006, vinte dal centro-sinistra, ci siano stati dei brogli. Che la “rimonta” della fazione di Silvio Berlusconi sia avanzata troppo durante lo spoglio rispetto agli exit-poll e ai sondaggi delle organizzazioni specializzate… E le schede bianche, storicamente attestate intorno all’8%, drasticamente calate tra l’1 e il 2%…

    Da questo romanzo è stato tratto il film-documentario “Uccidete la democrazia” del 2006. Che potete assolutamente perdervi.

    I personaggi de “Il broglio”

    • il Tycoon: Silvio Berlusconi
    • il Curato: Romano Prodi
    • il Baffo: Massimo D’Alema
    • il Secco: Piero Fassino
    • Pietro Livornesi: Giuseppe Pisanu

    Citazioni da “Il broglio”

    “Il fatto era che metà di loro era cresciuto con la convinzione mai dichiarata che l’immarcescibile Partito democratico-cristiano fosse alla fine un male da accettare, quasi inevitabile, che truccava le carte, ma che proprio così facendo ti difendeva dal peggio. Come se fossimo un paese del Sudamerica che grazie a loro, allo scudo crociato e agli araldi della dottrina sociale della Chiesa ci eravamo evitati le rivoluzioni permanenti, i sandinisti, i generali e Pinochet, e le camere di tortura e gli stadi pieni di prigionieri, e i desaparecidos. In cambio, dovevamo solo chiudere gli occhi, fare finta di niente.”

  • Tecniche di seduzione

    Tecniche di seduzione

    Tecniche di seduzione è un romanzo di Andrea De Carlo pubblicato da Bompiani nel 1991.

    Informazioni su ‘Tecniche di seduzione’
    Titolo: Tecniche di seduzione
    Autore: Andrea De Carlo
    ISBN: 9788845218132
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Bompiani
    Data di pubblicazione: 1992-01-01
    Lingua: Italiano
    Formato: Paperback
    Pagine: 355
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    Copertina di Tecniche di Seduzione di Andrea De CarloScritto da Andrea De Carlo nel 1991, “Tecniche di Seduzione” è il suo romanzo più riuscito.
    Nonostante persista quella meccanicità e quella freddezza nella descrizione dei sentimenti e nella narrazione, proprie dello stile dell’autore, la trama del romanzo è avvincente e sorprendente.
    Roberto Bata è un apprendista giornalista della rivista milanese “Prospettiva”.

    Costretto a noiose interviste telefoniche, ha l’occasione di un lavoro sul campo andando ad intervistare l’attrice emergente Maria Blini, nello spettacolo sceneggiato dal celebre scrittore Marco Polidori, autore di bestseller internazionali.
    Durante il ricevimento post spettacolo Roberto Bata conosce casualmente lo scrittore famoso, e la sua vita ne verrà sconvolta…

    Roberto si troverà a Roma, a lavorare in un ambiente surreale, dove un mucchio di gente vive succhiando il sangue infetto dello Stato, una ragnatela politica fatta di uomini senza scrupoli, arraffoni, scrittori falliti e uomini potenti; ragnatela che intrappolerà il protagonista nella sua infinita ingenuità.

    Citazioni da “Tecniche di seduzione”

    “La cose terribile di una famiglia, o di qualunque storia sedimentata, è questo dare per scontato di esserci. Dare per scontato che uno torni a casa a mangiare, senza nessuna particolare sorpresa né contentezza quando succede. Dare per scontati tutti i gesti che prima sembravano così rari e preziosi…”

    “Siamo noi che cerchiamo di fermare le cose che ci piacciono, renderle più permanenti e sicure possibile, sottrarle ai pericoli del tempo e delle trasformazioni e dei cambiamenti d’umore. Ed è anche una bella l’idea che due persone possano vivere insieme sicure e fiduciose, senza i sospetti e i giochi di contrappeso e i ricatti e le lusinghe fasulle di un rapporto instabile. Però è un’idea, e quello che succede in realtà è che ci costruiamo intorno una prigione di certezze reciproche, e intanto le cose che volevamo salvare sono sgusciate fuori tra le sbarre”

    “Non è incredibile come quando ti innamori di una donna ti sembra che lei viva d’aria, senza peso e senza fatica, senza nemmeno bisogno di mangiare, alimentata solo dalle sue qualità sorprendenti? […] Sei così pieno di entusiasmo per la sua mancanza di peso che dedichi tutte le tue energie a renderla una parte permanente della tua vita, e non ti rendi conto di come in questo modo trasformi il suo equilibrio, e aiuti il suo peso a venire fuori. Vengono fuori le sue malattie psicosomatiche e vengono fuori i suoi genitori, vengono fuori i suoi difetti fisici e i suoi difetti di carattere e le sue richieste. E in buona parte sono richieste legittime, ma questo non fa che appesantirla ancora, finché sei schiacciato a terra e hai solo voglia di scappartene via, a cercare da qualche parte una persona più leggera”

    “I socialisti sono come lui. […] Sono arrivati più tardi alla tavola imbandita del potere, vogliono rifarsi in fretta di quello che hanno perso. […] Hanno queste labbra tumide, queste mani grassocce e questi nasi carnosi, queste guance gonfie. Sono una nuova generazione, rispetto ai democristiani, con meno impacci e meno apparenze da fingere di rispettare. Sono stati loro a portare il sesso allo scoperto nella politica italiana, dopo vent’anni di masturbazioni all’ombra delle sagrestie. Sono più giovani, e di certo più moderni e meno provinciali, ma hanno la stessa disonestà di fondo, e anche una tendenza allo squadrismo culturale. Hanno i loro piccoli Goebbels e i loro piccoli Speer, i loro cani d’attacco e le loro liste di prescrizione, e tutto il tempo giocano a presentarsi come disinvolti e agganciati al resto dell’Europa.
    I democristiani sono dei mostri. Sono l’anima nera dell’ipocrisia e della vigliaccheria italiana. Vivono di inganni e sotterfugi e trame e omissioni e bugie e dichiarazioni ritrattate, dell’ambiguità elevata a sistema politico. Hanno sulle spalle quarantacinque anni di collusioni con la mafia e colpi di stato preparati e tenuti in caldo, e stragi di innocenti e servizi depistati, e censure e pressioni e minacce e ricatti dietro la facciata, e furti e sprechi su una scala spaventosa. E’ semplice mediocrità culturale e umana, squallore grigio al riparo delle correnti del mondo”

    “E’ che sono le difficoltà a sviluppare l’intelligenza, la facilità produce solo mancanza di motivi e riflessi lenti”

    “E’ che i ruoli sono più forti delle persone […]. Le persone si adeguano ai ruoli, non viceversa. I poliziotti si comportano da poliziotti, in qualunque parte del mondo, e qualunque sia il loro carattere individuale se non ci sono abbastanza controlli diventano facilmente dei torturatori”

    “La cosa peggiore è l’assuefazione, non riuscire più a stupirti di quello che fai. Dovremmo provare di continuo a togliere dalla nostra vita le cose che diamo per scontate, fare passare qualche tempo prima di rimettercele. Stare una settimana senza luce elettrica o un mese senza telefono, dormire per terra qualche notte ogni tanto”.

    “Volere quello che non ci danno, non volere quello che ci danno. Inseguire chi ci scappa, scappare da chi ci insegue. Se prendi un bambino di tre anni è già tutto lì. E non c’è nessuna evoluzione, né con l’esperienza né con l’età né con niente. L’unica cosa che riusciamo a fare è complicare la superficie e inventare degli atteggiamenti, ma il meccanismo rimane lo stesso. Questa specie di regola della bilancia, una parte che sale quando l’altra scende, in modo del tutto automatico e inevitabile”

    “I veri libri vengono tutti fuori da uno stato di carenza acuta, da un’incapacità di trattare in termini concreti col mondo. Da un desiderio di rivalsa abbastanza intenso da spingerti a costruire versioni parallele della tua vita”

    “Una passione si alimenta di quello che non sai di un’altra persona, molto più di quello che sai. Se non la conosci e hai qualche buon elemento di partenza ti puoi immaginare qualsiasi cosa. Sovrapponi le tue fantasie alle zone d’ombra, e se ci sono tante zone d’ombra hai ancora più spazio, puoi farci stare dei sogni interi. Ma il guaio di una passione è che produce molta luce concentrata, è solo questione di tempo prima che rischiari ogni singolo angolo. E di solito non ci trovi più molto quando l’ombra si è dissolta…”

    “I libri sono sempre finti, per quanta verità ci ficchi dentro”.

  • 15 Gennaio 1981

    Viene rilasciato dalle Brigate Rosse il giudice Giovanni D’Urso.

    Alle ore 8 del 15 gennaio il giudice D’Urso viene trovato, vivo e incolume, incatenato all’intemo di una 128 parcheggiata a Portico d’Ottavia (nel Ghetto ebraico di Roma), a poca distanza dal ministero della Giustizia.

    Il sequestro D’Urso è stato concepito, organizzato e diretto da Mario Moretti. Nell’occasione il capo delle Br ha avuto come braccio destro il brigatista Giovanni Senzani (criminologo, e in quanto tale esperto di problemi carcerari).

    Lo confermerà alla magistratura il brigatista Roberto Buzzati, il quale ricostruirà i vari retroscena dell’operazione.

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  • 1 Gennaio 1981

    Viene emesso il comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul sequestro D’Urso, in merito all’omicidio Galvaligi del giorno prima.
    La magistratura romana dispone l’arresto di Mario Scialoja, giornalista dell’Espresso.

    «La lotta dei proletari prigionieri continua. Il giorno 31-12-1980, alle ore 19.15, un nucleo armato della nostra Organizzazione ha giustiziato il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi… Era il braccio destro di Dalla Chiesa da tempi molto lontani. Insieme al suo degno compare aveva organizzato l’Ufficio di coordinamento per i servizi di sicurezza nelle carceri e, in concreto, aveva realizzato e pianificato le modalità della strategia di guerra nel carcerario… Galvaligi rappresentava la continuità della linea dell’intervento dei carabinieri dentro il ministero di Grazia e giustizia e, proprio per questo, il boia D’Urso lo conosceva bene. Erano due facce della stessa medaglia. La battaglia iniziata con la cattura del boia D’Urso continua, e nel proseguimento di essa le Brigate rosse sono incondizionatamente al fianco dei Proletari in lotta».

    Lo stesso 31 dicembre la magistratura romana dispone l’arresto del giornalista de “L’Espresso” Mario Scialoja. Il provvedimento è originato da un clamoroso scoop, firmato appunto da Scialoja, che il settimanale si appresta a pubblicare: alcuni brani degli interrogatori di D’Urso, una foto a colori del magistrato prigioniero, e il testo di un’autointervista curata dalle stesse Br. Tutto materiale che Scialoja sostiene essergli stato consegnato da un anonimo brigatista attraverso il collega giornalista Giampaolo Bultrini (il provvedimento di arresto colpirà anche quest’ultimo). La magistratura accusa i due giornalisti di favoreggiamento personale e falsa testimonianza, poiché non crede alla loro versione dei fatti (il brigatista anonimo verrà poi identificato in Giovanni Senzani).

    Il brigatista Buzzati ricorda:

    «Ricordo che il Senzani fu contento quando arrestarono [i giornalisti de “L’Espresso”] Scialoja e Bultrini, in particolare per lo Scialoja… Le Br ce l’avevano con Scialoja, e spesso si erano chieste chi mai fornisse allo Scialoja stesso le numerose, particolareggiate e esatte notizie che, in tema di Br, egli andava pubblicando… [Senzani] conosceva da tempo il Bultrini, e fu questi a metterlo in contatto con Scialoja… Comunque, Senzani era risentito con Moretti perché lo aveva esposto al rischio di questi incontri con Bultrini e Scialoja, facendolo scoprire. A proposito dei rapporti Moretti-Senzani, devo dire che il primo aveva notevole autorità sul secondo: Moretti era l’unico di fronte al quale il Senzani, riconoscendone l’autorità [dì capo delle Br, ndr], si piegava – con gli altri, o aveva ragione lui, o litigava. Il questionario dell’intervista fu compilato da Scialoja, ad alcune domande non fu data risposta perché ritenute inutili; altre furono poste in ordine diverso da quel lo originario. Le risposte furono date, ufficialmente, dall’esecutivo, ma in talune è riconoscibile lo stile un po’ retorico e per metafore di Moretti»

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  • 29 Dicembre 1980

    I reparti speciali dei carabinieri penetrano nel supercarcere di Trani.
    Viene diffuso dalle Brigate Rosse il comunicato n°6 sul sequestro D’Urso.

    Con un blitz cruento, ma senza provocare vittime (il bilancio sarà di varie decine di feriti), riescono a domare la rivolta e a liberare gli ostaggi.

    Le Br, lo stesso giorno, diffondono il comunicato n. 6 contenente un minaccioso ultimatum: «Gli organi di stampa e i vostri mezzi radiotelevisivi devono smetterla di essere solo gli strumenti della contro-guerriglia psicologica, e essere una volta tanto mezzi di informazione: i comunicati emessi da Trani e da Palmi devono essere pubblicati immediatamente e integralmente».

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  • 28 Dicembre 1980

    Un’improvvisa perquisizione delle celle vanifica l’imminente evasione dei brigatisti dal supercarcere di Trani.
    Viene diffuso dalle Brigate Rosse il comunicato n°5 sul sequestro D’Urso.

    Una improvvisa perquisizione delle celle -probabilmente originata da una “soffiata” – vanifica l’imminente evasione dei terroristi del supercarcere di Trani. I brigatisti detenuti sono costretti a ripiegare su una frettolosa rivolta, durante la quale prendono in ostaggio 19 guardie carcerarie.

    Poi diffondono un lungo comunicato nel quale dettano «le condizioni che poniamo per liberare D’Urso e gli agenti di custodia che sono nostri prigionieri»: l’immediata chiusura dell’Asinara, la fine del circuito carcerario “speciale”, modifiche ai rigori del regolamento carcerario, e infine «la pubblicazione integrale di questo comunicato sui seguenti quotidiani: “La Stampa”, “La Repubblica”, “Corriere della Sera”, “Il Messaggero”, “La Nuova Sardegna”, “Il
    Tempo”, “Lotta continua”».

    Il comunicato dei terroristi detenuti si chiude con un monito: «Ribadiamo che le sorti di D’Urso e degli agenti di custodia che sono nostri prigionieri sono strettamente vincolati all’accoglimento di queste richieste… Ogni vostra mossa avventata pregiudicherebbe ogni possibilità di trattativa e metterebbe a repentaglio la stessa vita dei prigionieri».

    Le Br diffondono il comunicato n. 5, dal contenuto interlocutorio e tutto incentrato sulla chiusura del carcere dell’Asinara. I terroristi si dicono diffidenti («Le ipocrisie e le ridicole mistificazioni con cui si vuole inzuccherare il rospo che la lotta delle forze rivoluzionarie costringe la borghesia a ingoiare non ci riguardano»), e vogliono che all’annuncio del governo seguano i fatti concreti: «Siamo inguaribilmente materialisti e ci interessano solo le cose concrete; e l’unica cosa concreta che riguarda l’Asinara è: la sua chiusura immediata e definitiva».

    Il brigatista Buzzati commenta così:

    «Apprendemmo dalla televisione della rivolta di Trani. Eravamo io e i due fratelli Petrella. Io e Marina ne fummo contenti. Stefano invece andò in bestia, affermando che avrebbe dovuto essere un’evasione. A mia richiesta di spiegazioni, mi chiarì che l’organizzazione aveva fatto entrare nel carcere esplosivo, e aveva predisposto poi dei depositi di armi e delle macchine nelle vicinanze. Gli stessi detenuti avevano preso contatti, all’interno del carcere, con malavitosi del posto, che li avrebbero ospitati nell’immediatezza dell’evasione. L’operazione di Trani era prospettata in concomitanza con quella di D’Urso. La stessa sera, o l’indomani, arrivò a casa Senzani, e Petrella gli chiese come mai l’evasione si era trasformata in rivolta. Senzani rispose: “Domenica mattina gli hanno fatto una perquisizione e gli stavano per trovare la roba [gli esplosivi, ndr]. Sicché erano stati costretti ad anticipare i tempi, limitandosi a una rivolta”… Ho saputo dopo da Di Rocco che egli era stato mandato a Trani per noleggiare, con un documento falso, delle autovetture che sarebbero servite alla evasione e forse anche per il trasporto delle armi. Ci fu in seguito la repressione di questa rivolta. Io commentai questa rivolta come un errore tattico, cioè sul piano militare e anche strategico, perché non aveva alcuna incidenza sul carcerario. Petrella e Senzani asserivano che essa comunque rappresentava una vittoria per l’effetto di mobilitazione che essa aveva avuto sul proletariato prigioniero. Aggiungevano che se noi non avessimo avuto nelle mani D’Urso, la repressione si sarebbe trasformata in una strage […]».

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  • 25 Dicembre 1980

    La direzione del PSI, riunita dal segretario del partito Craxi, con un comunicato ufficiale chiede al governo di procedere all’immediata chiusura dell’Asinara.

    «Nelle circostanze attuali», precisa il documento socialista, «può apparire una concessione fatta al ricatto terrorista in cambio della liberazione del giudice D’Urso», e tuttavia «essa coincide con un adempimento assolutamente giustificato e da più parti», e comunque è «necessario offrire subito ai rapitori del giudice D’Urso l’occasione di evitare un ennesimo barbaro crimine».

    Senza infingimenti, dunque, i socialisti dicono sì al ricatto brigatista, e in caso contrario fanno balenare la possibilità di una crisi di governo.

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