Autore: zorba

  • 6 Settembre 1974

    Una telefonata anonima a Enrico Levati invita Renato Curcio a non incontrare l’8 Settembre Frate Mitra.

    Il pomeriggio di venerdì 6 settembre nell’abitazione di Enrico Levati arriva una telefonata anonima: «Dica a Curcio di non andare domenica a Pinerolo, perché sarà arrestato, c’è una trappola».

    Dei confusi e ambigui avvenimenti successivi, la sola cosa certa è che la “soffiata” viene riferita a Moretti, ma Curcio ne rimane all’oscuro.

    Dai primi di settembre Curcio e Franceschini sono chiusi in una base di Parma, impegnati in un lavoro importante: esaminare il ricco materiale documentale sottratto dall’archivio della sede milanese dei CRD il 2 maggio, per ricavarne un opuscolo che denunci il progetto autoritario neogollista di Edgardo Sogno.

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  • 31 Agosto 1974

    Renato Curcio e Mario Moretti incontrano Silvano Girotto, detto “Frate Mitra”. (altro…)

  • 27 Agosto 1974

    Luciano Violante incrimina Edgardo Sogno per cospirazione politica. (altro…)

  • 4 Agosto 1974

    A San Benedetto Val di Sambro si consuma la strage dell’Italicus. (altro…)

  • 28 Luglio 1974

    Renato Curcio e Attilio Casaletti incontrano Silvano Girotto (“Frate Mitra”) a Pinerolo. (altro…)

  • 9 Luglio 1974

    Silvano Girotto si incontra a Pavia con Enrico Levati e Giambattista Lazagna.

    Girotto arriva alla stazione di Pavia con otto minuti di ritardo. Secondo il suo racconto il giovane alto, capelli lunghi e bruni, baffi, gli dice: «Così tu saresti quello che su “Candido” dicono che è il mio capo?». «E quale gregario sei, tu?» ribatte pronto “Fratello Sinone”.

    Il colloquio si svolgerà in un appartamento usato da Levati negli anni dell’università. Vi prenderà parte Giambattista Lazagna, anch’egli interessato alle esperienze sud-americane dell’interlocutore.

    Spiega Levati:

    «Per l’incontro avevo adottato le regole di clandestinità sia perché lo aveva chiesto Girotto, sia perché farmi trovare con lui, dopo che gli articoli di “Candido” lo indicavano come capo delle BR sarebbe stato pericoloso. A me interessava l’esperienza cilena del Girotto, come a Lazagna. Ma io e Lazagna glielo abbiamo detto che noi non avevamo nulla a che fare con le BR».

    Alle nove arriva Lazagna. L’avvocato regala all’amico e a Girotto una copia del suo libro Carcere, repressione e lotta di classe, ancora fresco di stampa. Ha poi inizio un lungo colloquio del quale non esiste un resoconto esatto, perché in quell’occasione, spiega l’ex-frate, «per ragioni di prudenza non avevo con me il registratore». Il Cile, la Bolivia e naturalmente, le brigate sono i temi della conversazione. È soprattutto l’agente provocatore a tenere su il tono della serata: parla molto, con disinvoltura, gli altri di tanto in tanto interloquiscono.

    Girotto:

    «Dissi che volevo aderire alle Brigate Rosse ma non come pedina cieca, non come uomo mitra. Per non rischiare che non vi fossero ulteriori contatti con esponenti delle BR tendevo ad assumere un atteggiamento vicino alla linea che Lazagna e Levati sembravano rappresentare».

    Aggiunge, con modestia:

    «Lazagna osservò che ero un grosso personaggio, che pertanto non potevo far parte della semplice base ma dovevo anzi essere subito ammesso nel centro. Finalmente disse a Levati che andava bene: “Mettilo in contatto”. Lazagna sembrava un esaminatore, un uomo in autorità, un filtro qualificato, con l’incarico di dare al Levati il nulla osta per procedere. Ritenni ciò anche in base alle mie esperienze sudamericane».

    Piuttosto deluso, invece, si dichiara Lazagna. Quando se ne va, confida a Levati:

    «Mi pare uno spaccone, un personaggio da fiera».

    Spiegherà poi:

    «Quello di Pavia è stato un incontro occasionale. Ero carico di interessi verso tutti coloro che potessero informarmi sulla situazione sudamericana. Su Girotto c’erano elementi vaghi su giornali di destra e, un mese prima, a Bergamo, mi avevano fatto leggere un volantino del Fronte della gioventù su cui erano stampati un elenco dei brigatisti rossi: come capi eravamo indicati io e lui».

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  • 1 Luglio 1974

    Silvano Girotto si incontra con Alberto Caldi per fissare il primo incontro con le Brigate Rosse.

    L’incontro avviene sull’autostrada Torino-Milano presso il casello di Greggio. L’avvocato Alberto Caldi gli consegna una busta chiusa: dentro, un foglio anonimo, scritto a stampatello, con le modalità per il contatto:

    «Martedì 9 Luglio, stazione di Pavia, ci sarà uno con la valigia rossa in mano».

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  • 17 Giugno 1974

    17 Giugno 1974

    A Padova un commando brigatista irrompe nella sede provinciale del MSI e uccide le persone che ci sono all’interno.
    Giovanna Legoratto e Antonio Savino vengono nuovamente arrestati.

    La mattina di lunedì 17 giugno 1974 un duplice delitto fa perdere alle BR l’immagine incruenta trasformandole in una banda omicidiaria.

    A Padova un commando brigatista irrompe nella sede provinciale del Movimento sociale, in via Zabarella, e uccide le due persone che vi sono all’interno.

    È un attentato sanguinario che somiglia a un’efferata esecuzione: le due vittime – il trentenne Graziano Giralucci, e il sessantenne ex appuntato dei carabinieri Giuseppe Mazzola – sono state ammanettate, e secondo le autopsie fatte sdraiare per terra e freddate con un colpo di pistola alla nuca.

    L’eco dei due colpi viene udito alle 10:10 da Luigia Zambianchi, assistente sanitaria dell’ambulatorio Enpas, al piano di sotto. Corre a dare l’allarme e sparano alla porta del gabinetto dentistico del dottor De Martini. Un suo paziente, missino, sale al piano di sopra e rinviene i cadaveri.

    Si scatena una ridda di ipotesi su piste nere e regolamenti di conti tra fascisti, fino a che le BR non diffondono un comunicato in cui si assumono la responsabilità di un duplice omicidio comunque non voluto e addebitando l’accaduto alla reazione inconsulta dei due missini. Nell’azione, Martino Serafini era il “palo”, Giorgio Semeria guidava l’auto, Susanna Ronconi attendeva sulle scale con una borsa per prelevare i documenti dalla sede missina, mentre Roberto Ognibene e Fabrizio Pelli erano i due brigatisti entrati negli uffici e, dei due, solo il Pelli avrebbe sparato a fronte di un tentativo di reazione di Mazzola e Giralucci. Per quanto funestata da “un incidente sul lavoro”, l’azione di Padova non modifica certamente la linea strategica né l’impostazione tattica delle BR. Essa infatti va ricollegata, per gli obbiettivi che si poneva, alle altre incursioni incruente compiute contro il cri e il Centro Sturzo a fini “di inchiesta”.

    Un’anonima telefonata al Corriere della Sera di Milano avverte che in una cabina di Piazzale Lavater, fra le pagine dell’elenco telefonico, c’è un messaggio delle Brigate Rosse. Una seconda copia del volantino i brigatisti la lasciano a Ponte di Brenta, a pochi chilometri da Padova.

    In serata le BR diffondono un comunicato di imbarazzata rivendicazione, giustificando il duplice delitto con una presunta reazione delle vittime.

    Leggi il testo integrale del Comunicato

    «Un nucleo armato delle Brigate rosse ha occupato la sede provinciale del MSI a Padova, in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati. Il MSI di Padova è la fucina da cui escono e sono usciti gruppi e persone protagonisti del terrorismo antiproletario di questi ultimi anni.

    [I fascisti padovani] hanno diretto le trame nere dalla strage di piazza Fontana in poi. Il loro più recente delitto è la strage di Brescia. Questa strage è stata voluta dalla Democrazia cristiana e da Taviani per tentare di ricomporre le laceranti contraddizioni aperte al suo interno dalla secca sconfitta del referendum e dal “caso” Sossi: più in generale, per rilanciare, anche attraverso le “leggi speciali” sull’ordine pubblico, il progetto neogollista.

    Gli 8 compagni trucidati a Brescia non possono essere cancellati con un colpo di spugna dalla coscienza del proletariato. Essi segnano una tappa decisiva della guerra di classe, sia perché per la prima volta il potere democristiano attraverso i sicari fascisti scatena il suo terrorismo bestiale direttamente contro la classe operaia e le sue organizzazioni; sia perché le forze rivoluzionarie sono da Brescia in poi legittimate a rispondere alla barbarie fascista con la giustizia armata del proletariato».

    Il comunicato brigatista, dunque, tenta non solo di giustificare il duplice delitto adducendo una “violenta reazione” delle due vittime, ma anche di motivare politicamente l’irruzione nella sede padovana del MSI come risposta militante alla strage di Brescia e alle “trame nere” del neofascismo.

    A queste due motivazioni si atterrà Curcio, quando anni dopo parlerà del duplice delitto di via Zabarella:

    «Non furono morti programmate: giunsero improvvise, inattese, imbarazzanti. Come cinicamente è stato detto, si è trattato di un “incidente sul lavoro”… L’incursione nella sede padovana del MSI per cercare qualche documento collegato alla strage di Brescia fu l’iniziativa autonoma di un gruppo di compagni veneti… Il clima di quei giorni può fornire una certa spiegazione dell’episodio pur senza giustificarlo: i morti e i feriti della strage di piazza della Loggia, aggiungendosi a quelli di tutte le altre stragi precedenti, avevano suscitato una grande commozione e indignazione; immaginare una perquisizione in una sede missina, anche se non rientrava nei progetti delle BR, era in sintonia con le forti tensioni presenti in ampi settori del movimento.

    Comunque, si è trattato di un’azione organizzata malamente e sfortunata. Durante la perquisizione ci fu uno scontro imprevisto con i missini, e uno dei nostri compagni, per evitare che gli altri venissero sopraffatti e catturati, sparò e uccise.

    Che fare? Dire o non dire che eravamo stati noi? Ne discussi con Margherita, Moretti, Franceschini e altri. Il clima in giro era bollente: una certa fetta del movimento applaudiva all’azione sostenendo che i fascisti colpevoli della strage andavano ammazzati… Mi preoccupai moltissimo. C’era il rischio di stravolgere l’immagine delle BR, pazientemente costruita per quattro anni, riducendola a quella di un gruppo di scalmanati che dava ordine di andare ad ammazzare la gente nelle sedi missine.

    Non nascondo che la tentazione di non rivendicare l’azione c’è stata… I morti di via Zabarella li considerai subito un disastro politico, un errore molto grave».

    In realtà il doppio delitto di Padova, più che collegato alla strage di Brescia, è probabilmente conseguenza dello scontro che all’interno delle BR contrappone i “politici” (capeggiati da Curcio e Franceschini) ai “militaristi” (guidati da Moretti).

    Vittoriosi i primi con la conclusione incruenta del sequestro Sossi, i secondi hanno inteso pareggiare il conto con la sanguinaria impresa di via Zabarella.

    Molti anni dopo, Moretti sosterrà – mentendo – che l’azione di Padova era stata autorizzata dal vertice dell’organizzazione:

    «I compagni del Veneto ci dissero che volevano perquisire con le armi la sede del Msi di Padova, demmo l’assenso… L’azione andò male. Nell’entrare, un compagno rimase isolato, venne assalito dai due missini presenti e sopraffatto. Quando sopraggiunse il secondo compagno, inesperto e agitato, sparò e li uccise entrambi».

    Tesi smentita non solo dai rilievi medico-legali circa la dinamica del delitto, ma anche da Franceschini

    «Né io né Curcio sapevamo che erano state le BR a compiere quell’azione, infatti passarono parecchie ore prima del nostro comunicato. Se fosse stata un’azione preparata e condivisa, il volantino di rivendicazione sarebbe stato lasciato sul posto o comunque diffuso immediatamente».

    Anche la brigatista Susanna Ronconi confermerà che quella di Padova «non fu un’azione decisa dalle BR».

    Le due persone uccise nella sede del MSI di Padova erano collaboratori dello spione Tom Ponzi, impegnato in uno scontro interno al servizio segreto di cui faceva parte, e in una faida all’interno del MSI – infatti i giornali l’indomani ipotizzano che il doppio delitto possa essere un regolamento di conti tra neofascisti. Secondo altre voci, il vero bersaglio dell’attentato era l’ex appuntato dei carabinieri Mazzola, il quale, alle prese con un’inchiesta all’interno della federazione missina di Padova, aveva scoperto alcuni infiltrati che sarebbero stati «collegati alle Brigate rosse».

    Fatto sta che il duplice delitto di Padova vanifica il successo propagandistico ottenuto dalle BR meno di un mese prima con l’incruento sequestro Sossi, e preannuncia la mutazione sanguinaria dell’organizzazione teorizzata da Moretti.

    Lo stesso giorno, Giovanna Legoratto e Antonio Savino, già arrestati nel Dicembre 1973 vengono arrestati per «partecipazione a banda armata». Allo scadere della carcerazione preventiva torneranno in libertà: il giudice ha imposto obblighi di soggiorno a Borgomanero, ma poche settimane dopo Antonio Savino scompare dandosi alla clandestinità. La latitanza finirà il 10 Novembre 1976 quando, a Pavia, gli uomini dell’ufficio politico lo sorprenderanno in un appartamento di galleria Manzoni.

    Evaderà poi il 3 Giugno 1977 dal carcere di Forlì.

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  • 7 Giugno 1974

    I carabinieri scoprono la base brigatista di Pianello Val Tidone, in provincia di Piacenza.

    I carabinieri della stazione di Pianello Val Tidone, in provincia di Piacenza, ispezionano una casa in località Colombaia di Arcello. La costruzione è divisa in due da una spaccatura larga circa un metro provocata dallo smottamento del terreno per una falda acquifera che passa alcuni metri sotto. Un controllo casuale, dicono gli inquirenti, per verificare lo stato della cascina.

    La perquisizione trova un volantino bruciacchiato delle Brigate Rosse. La faccenda viene girata per competenza al nucleo speciale di Torino.

    La seconda perquisizione trova altro materiale.

    L’acquisto della cascina è a nome di Raffaello Colombo, 24 anni, di Milano. Nome e indirizzo sono inesistenti.

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  • 1 Giugno 1974

    Viene soppresso l’Ufficio Affari Riservati. (altro…)