Categoria: Anni di piombo
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17 Maggio 1972
Il commissario Luigi Calabresi viene ucciso per strada in Via Cerubini 6.
In un’abitazione di via Cherubini il giornale radio delle 7:30 parla di un operaio caduto da un’impalcatura a Dalmine, della visita di Nixon a Mosca, dello sciopero di trecentomila statali e della guerra in Vietnam. Come tanti a quell’ora, anche il commissario Luigi Calabresi lo ascolta mentre si prepara per recarsi nel suo ufficio nella questura milanese.
Quasi due ore dopo, esattamente alle 9:15, alla centrale operativa di via Fatebenefratelli, sede della questura, arriva la comunicazione radio di un equipaggio della squadra volante: «C’è un uomo ferito da colpi di pistola in via Cherubini», dice, «bisogna trasportarlo all’ospedale San Carlo». Alla centrale chiedono spiegazioni e la risposta è raggelante: «Si tratta del commissario Luigi Calabresi, ferito da colpi di pistola, sta sanguinando dal capo, chiamate altre vetture, che arrivino subito, fate presto, non si può perdere un attimo». I poliziotti che raggiungono il civico 6 di via Cherubini trovano «un uomo privo di sensi, ricurvo, col volto sporco di sangue, le punte dei piedi e le ginocchia appoggiate al suolo, il braccio sinistro piegato sotto il petto e la spalla inclinata verso terra». Calabresi, caduto tra la sua Cinquecento rossa e una Opel Kadett, parcheggiate con la parte anteriore accostata allo spartitraffico, viene trasportato all’ospedale San Carlo da un’autolettiga della Croce Bianca, con i lettighieri Zamproni e Bassi. Muore alle 9:47. Vani risultano infatti i tentativi di rianimazione da parte della dottoressa Crapis e dell’infermiere Monteleone su un corpo che presenta ferite d’arma da fuoco al capo, alla base dell’emitorace destro e alla regione media polmonare sinistra posteriore. Il giornale radio ha già trasmesso un’edizione straordinaria sull’uccisione del commissario di polizia dell’ufficio politico della questura di Milano. Uno dei primi giornalisti che assiste alla scena dell’omicidio è Carlo Rossella – all’epoca inviato di «Panorama» – che molti anni dopo, a «Italia Radio», fornirà questa ricostruzione:
Stavo al giornale e un poliziotto mi ha avvertito che il commissario Luigi Calabresi era stato ammazzato da un killer. Presi la macchina, una veloce, e arrivai sul posto che il cadavere era ancora sul selciato. C’erano poliziotti arrabbiati, davano subito la colpa alla sinistra extraparlamentare, al clima di veleni. Un commissario amico di Calabresi disse che c’era una guerra in corso. C’era un’atmosfera molto pesante. Iniziai a raccogliere voci, testimonianze. Venne fuori che gran parte dei testimoni oculari videro un uomo sparare e una donna a bordo di una FIAT 125. Descrissero una donna dai lunghi capelli, dal volto affilato. Tutti andavano in quella direzione. In questura dissero che bisognava indagare negli ambienti della sinistra extraparlamentare, su Potere Operaio, su Lotta Continua, sui GAP. A Milano c’era un’atmosfera plumbea. Era stato trovato morto Giangiacomo Feltrinelli sul traliccio di Segrate, cortei duri invadevano le strade, c’era tensione. Polizia e carabinieri si consideravano in guerra contro i gruppi della sinistra.
Calabresi, stretto collaboratore di Antonino Allegra, cade tra una Cinquecento rossa e una Opel Kadett. Viene trasportato all’Ospedale San Carlo dalla Croce Bianca (lettighieri Zamproni e Bassi).
Muore alle 9:47.
Sono vani i tentativi di rianimazione della dottoressa CRapis e dell’infermiere Monteleone.
Nessuna organizzazione rivendica il delitto.
Una parte della sinistra extraparlamentare accusava Calabresi per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli (ingiustamente indiziato della strage di piazza Fontana, e precipitato dalla finestra della Questura milanese il 15 dicembre 1969 durante un interrogatorio).
“Lotta continua”, che ha condotto una vera e propria campagna contro Calabresi, titola a tutta pagina: «Ucciso Calabresi, il maggiore responsabile dell’assassinio di Pinelli», e definisce il delitto «un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Il settimanale “Potere operaio” dedica al delitto un artìcolo in prima pagina («Morte di un poliziotto») sostenendo che «quello che era successo Luigi Calabresi se lo era andato a cercare e, tutto sommato, anche meritato»
Carlo Rossella, giornalista, all’epoca inviato di “Panorama”, ricostruirà così l’evento:
“Stavo al giornale e un poliziotto mi ha avvertito che il commissario Luigi Calabresi era stato ammazzato da un killer. Presi la macchina, una veloce, e arrivai sul posto che il cadavere era ancora sul selciato. C’erano poliziotti arrabbiati, davano subito la colpa alla sinistra extraparlamentare, al clima dei veleni. Un commissario amico di Calabresi disse che c’era una guerra in corso. C’era un’atmosfera molto pesante. Iniziai a raccogliere voci, testimonianze. Venne fuori che gran parte dei testimoni oculari videro un uomo sparare e una donna a bordo di una FIAT 125. Descrissero una donna dai lunghi capelli, dal volto affilato. Tutti andavano in quella direzione. In questura dissero che bisognava indagare sulla sinistra extraparlamentare, su Potere Operaio, su Lotta Continua, sui GAP. A Milano c’era un’atmosfera plumbea. Era stato trovato morto Giangiacomo Feltrinelle sul traliccio di Segrate, cortei duri invadevano le strade, c’era tensione. Polizia e Carabinieri si consideravano in guerra contro i gruppi della sinistra.”
Sull’omicidio ci sono diversi testimoni:
- Emma Maffini
- Paolo Ratti (amico personale di Luigi Calabresi)
- Pietro Pappini
- Adelia Dal Piva
- Margherita Decio
- Luciano Gnappi
- Giuseppe Musicco
Anche Renato Curcio commenta l’omicidio di Calabresi:
“L’omicidio Calabresi capitò in un momento particolare della nostra esistenza: quando, con l’acqua alla gola, eravamo in fuga. La notizia ci colse completamente di sorpresa. Negli ambienti che frequentavamo non avevamo avuto nessun sentore che si stesse preparando qualcosa del genere. Si trattava di un’azione dirompente che ci preoccupò parecchio, perché poteva avere conseguenze gravi e anche imprevedibili. Quale sarebbe stata la reazione repressiva nei confronti del movimento e dei gruppi dell’ultrasinistra? Era un’iniziativa isolata o preludeva ad altri episodi di quel tipo? Queste domande ci coinvolgevano direttamente. Comunque capimmo subito che si trattava di un gesto compiuto da appartenenti a un’area della sinistra molto vicina alla nostra. Un atto “giustizialista” che raccoglieva evidentemente tutte le tensioni espresse nella manifestazioni di piazza e nelle campagne di stampa contro Calabresi, “assassino” di Pinelli.”
Edgardo Sogno è prontissimo a cavalcare l’uccisione del commissario. In un telegramma indirizzato al ministro dell’Interno Rumor, il capo dei Crd non ha dubbi sulla matrice del misterioso delitto:
«I tupamaros che si annidano nella nostra società, cercando di scalzare l’ordine e distruggere la democrazia, hanno barbaramente assassinato il commissario capo Luigi Calabresi».
E il numero di maggio della rivista “Resistenza Democratica”, sotto il titolo «La morte rossa colpisce a Milano», scrive che «un filo inquietante unisce piazza Fontana e Feltrinelli, le Brigate rosse, la pista nera e il delitto Calabresi»; per la rivista dei Crd, il commissario assassinato era «il grande nemico dei rivoluzionari rossi», dunque gli assassini sono loro.
Come ormai di consueto, le espressioni di sdegno per l’ultima azione delle BR si uniscono a quelle di solidarietà per il rapito. Per la FLM di Torino «un fatto del genere rappresenta una provocazione di chiara marca fascista. La FLM si augura che i responsabili vengano al più presto individuati, anche per fare luce». I dirigenti FIAT «esternano il loro più amaro sdegno per il ripetersi di fenomeni criminosi che hanno il chiaro obiettivo di distruggere i principi di una civile convivenza e di scatenare l’odio di classe». Luciano Lama, segretario generale della CGIL, tuona: «Chiunque si mette contro la legge, da qualunque parte pretenda di essere, deve essere rapidamente colpito e punito». Il procuratore capo di Torino La Marca, incarica dell’inchiesta il suo vice e braccio destro Severino Rosso, mentre Taviani, ministro dell’Interno, ordina di «agire con la massima energia» incaricando il vicecapo della polizia Parlato di affiancare il questore di Torino Massagrande.
Sergio Flamigni tra le righe attribuisce l’omicidio al Superclan di Giorgio Simioni.
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- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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7 Maggio 1972
Si svolgono le Elezioni Politiche anticipate. (altro…)
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15 Marzo 1972
Il corpo di Giangiacomo Feltrinelli viene trovato a Segrate (MI).
Mentre a Milano è in corso il XIII Congresso del PCI, viene trovato il corpo di Giangiacomo Feltrinelli dilaniato dal tritolo ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate (Milano). L’editore milanese, fondatore e capo dei GAP (Gruppi di azione partigiana), era in rapporti sia con le BR sia col Superclan. Secondo la polizia, Feltrinelli è morto in modo accidentale, mentre collocava un ordigno sul traliccio per un attentato che avrebbe provocato un black out elettrico su Milano; secondo la sinistra extraparlamentare, l’editore rivoluzionario sarebbe stato assassinato.
Il corpo non viene riconosciuto subito, nella tasca della giubba di foggia militare viene ritrovato un documento di identità a nome di Vincenzo Maggioni, 46 anni, di Novi Ligure. All’anagrafe della cittadina piemontese però non risulta alcun cittadino con questo nome.
Soltanto in serata si comincerà ad associare il corpo a Giangiacomo Feltrinelli, alla caserma dei carabinieri di Via Boscova. La conferma arriverà però solo il giorno dopo, quando si scopre che all’ufficio carte d’identità della questura era stata depositata a nome dell’editore una fotografia uguale a quella sul documento.
Dopo un mese di indagini condotte dal capo dell’Ufficio politico della Questura Allegra, la polizia arriva a identificare alcuni collaboratori di Feltrinelli, e a scoprire un covo in via Subiaco, dove vengono arrestati Giuseppe Saba e Augusto Viel del gruppo genovese “XXII Ottobre”. L’intestataria dell’appartamento-covo è Bruna Anselmi, falsa identità della brigatista Paola Besuschio: dipendente della Sit-Siemens iscritta alla Uil, nonché nuova partner del clandestino Mario Moretti.
Il timer difettoso che ne causa la morte è identico a quello utilizzato per l’attentato all’ambasciata di Atene del 2 Settembre 1970.
Le Brigate Rosse emetteranno un comunicato sulla morte di Feltrinelli il 30 Marzo 1972.
Antonio Bellavita, succeduto ad Emilio Vesce nella direzione del periodico «Controinformazione» ricostruirà su nastri la sua ricostruzione della morte di Feltrinelli.
Il materiale verrà ritrovato in un covo delle Brigate Rosse a Robbiano di Mediglia il 15 Ottobre 1974.
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Testi
- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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26 Marzo 1971
Il gruppo XXII Ottobre rapina l’Istituto Case Popolari di Genova e uccide il commesso Alessandro Floris.
Il gruppo XXII Ottobre aggredisce il commesso dell’Istituto Case Popolari Alessandro Floris, che sta trasportando le buste paga con gli stipendi dei dipendenti.
Floris reagisce, e si attacca alla caviglia di Mario Rossi mentre stanno scappando. Rossi spara a terra e incidentalmente (per sua stessa dichiarazione) colpisce il ragazzo, che morirà poco dopo.
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Video
- La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse.
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2 Febbraio 1971
La rivista «Sinistra Proletaria» cessa le pubblicazioni. (altro…)
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17 Giugno 1970
A Milano Sogno organizza una riunione dei Comitati di Resistenza Democratica (altro…)
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Dicembre 1969
Riunione tra Curcio, Feltrinelli, Simioni e Lazagna
Alla fine del 1969, a Rocchetta Ligure (Alessandria), nell’abitazione dell’avvocato Giovanbattista Lazagna (ex partigiano, medaglia d’oro della Resistenza, militante di estrema sinistra), si riuniscono Feltrinelli, Curcio, Simioni e lo stesso Lazagna, per discutere di lotta armata e «della unificazione dei vari gruppi rivoluzionari operanti nel Paese sotto un’unica direzione militare».
Ma «le divergenze sulla valutazione politica del momento e la tattica da adottare per il conseguimento dello scopo che tutti certamente accomuna» impediscono un accordo, anche se non ostacolano un certo grado di collaborazione. Curcio e Simioni partecipano all’incontro in rappresentanza del Cpm, e sostengono che si può sfruttare la legalità ancora per qualche anno, sia per continuare a politicizzare le masse, sia per costruire, dietro la copertura del gruppo legale, una organizzazione logistica clandestina in modo da essere poi adeguatamente preparati a condurre la guerriglia.
«Feltrinelli invece proponeva il passaggio alla completa clandestinità, nel senso che i componenti dei gruppi clandestini dovevano rompere ogni contatto con la famiglia e i movimenti ufficiali»
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15 Dicembre 1969
Morte di Giuseppe Pinelli (altro…)
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12 Dicembre 1969
Strage di Piazza Fontana
Alle ore 16:37 una bomba scoppia nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone (quattordici sul colpo) e ferendone altre ottantotto.
È l’inizio di quella che verrà definita “strategia della tensione”: suscitare e fomentare – mediante stragi, delitti, provocazioni, scontri fra “opposti estremismi” (extrasinistra sovversiva, e ultradestra eversiva) – allarme e paura sociale, in modo da fermare le lotte sindacali e l’avanzata elettorale del Partito comunista riportando al centro gli equilibri politici. È la tecnica della “guerra psicologica”, sintetizzata nell’assunto «Destabilizzare per stabilizzare».
La regia della strategia della tensione è di matrice atlantica, la gestione è affidata alle forze anticomuniste, e l’attuazione si avvale di precisi segmenti degli apparati di sicurezza.
Nove anni dopo, dalla prigione brigatista, Aldo Moro scriverà:
“La cosiddetta strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi d’informazioni”.
Nei primi attimi dopo l’attentato non ci si rende conto della reale natura della deflagrazione, tant’è che si diffonde la notizia non dello scoppio di una bomba, bensì quella dell’esplosione della caldaia della banca stessa.
Le successive esplosioni e i segni evidenti dello scoppio di un ordigno tuttavia smentiscono quasi subito le prime voci circolate e mettono i milanesi e il resto del Paese davanti alla tragica realtà dei fatti.
L’ordigno era stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo degli sportelli. La potenza dell’esplosione è testimoniata dagli effetti distruttivi sui locali devastati.
I nomi delle vittime della strage sono:
- Giovanni Arnoldi
- Giulio China
- Eugenio Corsini
- Pietro Dendena
- Carlo Gaiani
- Calogero Galatioto
- Carlo Garavaglia
- Paolo Gerli
- Luigi Meloni
- Vittorio Mocchi
- Gerolamo Papetti
- Mario Pasi
- Carlo Perego
- Oreste Sangalli
- Angelo Scaglia
- Carlo Silva
- Attilio Valè
Alla proditoria strage fascista di piazza Fontana fanno seguito pressioni americane sui vertici istituzionali per il ricorso a misure eccezionali; ma la mobilitazione unitaria dei lavoratori impedisce la proclamazione dello stato d’assedio.
La strage milanese sembra finalizzata anche a provocare il ricorso alla lotta armata da parte dell’ultrasinistra per innescare una reazione a catena. La manovra ha un parziale successo: l’editore milanese di estrema sinistra Giangiacomo Feltrinelli, convinto che le forze reazionarie stiano preparando un colpo di Stato, si dà alla clandestinità munito di un passaporto falso, e nella primavera del 1970 forma i primi nuclei armati, i Gap (Gruppi di azione partigiana), a Milano, Genova, Torino e Trento.
Nel CPM si intensificano le riunioni ristrette per decidere tempi e modi del passaggio alla clandestinità e alla lotta armata. E i servizi d’ordine delle organizzazioni extraparlamentari accentuano le loro caratteristiche paramilitari.
Renato Curcio ricorda così la strage:
«Nel Collettivo, con sede in un vecchio teatro in disuso in via Curtatone, si cantava, si faceva teatro, si tenevano mostre di grafica. Era una continua esplosione di giocosità e invenzione. Con la strage il clima improvvisamente cambiò. […]
Quel pomeriggio stavo andando a piedi nella sede, quando mi trovai circondato da poliziotti col mitra puntato: «Fermo, arrenditi». Mi portarono in questura dove mi tennero chiuso in una stanza con altri malcapitati. Avevo orecchiato vagamente dell’esplosione e dei morti.
Dopo cinque o sei ore, un funzionario mi chiamò: mi chiese se ero Curcio Renato e, senza interrogarmi, disse che potevo andare… Siamo arrivati a un livello di scontro molto aspro, ci dicemmo. Si tratta di una svolta che ci lascia aperte solo due strade: mollare tutto, oppure andare avanti, ma attrezzandoci in modo del tutto nuovo…
Verso la fine di dicembre, con una sessantina di delegati del Collettivo, ci riunimmo nella pensione Stella Maris di Chiavari. Dopo due giorni di dibattito decidemmo di trasformarci in un gruppo più centralizzato, che chiamammo “Sinistra proletaria”. E nel documento elaborato, il cosiddetto “Libretto giallo”, introducemmo per la prima volta una riflessione sull’ipotesi della lotta armata».
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- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
