Rosso nella notte bianca è un romanzo di Stefano Valenti pubblicato da Feltrinelli nel Marzo 2016.
Nel 1994 Ulisse, che manca dalla Valtellina da quarantotto anni, aspetta Mario Ferrari fuori da un osteria, per poi ucciderlo a picconate. Sembra il gesto di un pazzo, anche perché è Ulisse a parlarci in prima persona, dicendoci che sente delle voci nella testa, che a volte sono Dio e a volte donne e bambine che gli dicono di fare delle cose. Il gesto sembra inspiegabile, ma Ulisse prova lo stesso a raccontarcelo: l’omicidio affonda le radici cinquant’anni in profondità, durante la guerra, quando il nostro protagonista viveva in quella zona insieme alla madre e alle sorelle.
Il punto di vista del romanzo è quello di Ulisse, narrato in terza persona; il testo è pieno di “Ulisse dice”, “dice Ulisse”, come se l’autore volesse prendere le distanze dal protagonista, come se volesse presentarcelo come un matto, una persona fuori da ogni logica su cui non si possa fare davvero affidamento.
Ma mentre la narrazione procede capiamo che Ulisse ha qualche problema di depressione e a volte sente le voci (dovute anche ad una fervente educazione cattolica), ma i suoi gesti sono tutt’altro che sconsiderati.
Un romanzo che appartiene al filone di cui fanno parte anche “La luna e i falò” e “Il sentieri dei nidi di ragno“, in cui ci viene presentata la resistenza italiana contro il nazifascismo, i sentimenti e l’attivismo che scorrevano nel dopoguerra per le lotte in fabbrica e la speranza dei lavoratori, dei contadini e di tutti gli emarginati, di rivoluzionare il mondo borghese per cambiare veramente le cose.
Rosso nella notte bianca è un romanzo di rabbia e di vendetta. Di rabbia per il fallimento di una lotta che dopo cinquant’anni non ha ancora portato a nulla, e la vendetta per un mondo fascista che ha cambiato bandiera all’ultimo secondo per rimanere al potere e continuare a soggiogare il popolo degli emarginati.
Citazioni da “Rosso nella notte bianca”
“La miseria nostra, di altri come noi, è procurata dalla ricchezza di altri, diversi da noi. La miseria è procurata dal desiderio di ricchezza di altri, e così dobbiamo cambiarla questa cosa di classe, dei poveri e dei ricchi, dei proletari e dei borghesi. La mia vita è cominciata qui, nei monti, dice Ulisse, che prima non era vivere”
“E in radura dai rami di querce disadorne pendono uomini come addobbi natalizi”
“E di me, di quelli come me, di contadini, di operai, dei miserabili, dice Ulisse, nessuno ha memoria; di me, di quelli come me, l’Italia intera non ha memoria, ha abbandonato tutti noi l’Italia, come dimentichi di un parente morto che ha trasmesso un’eredità e continui a divertirti, l’Italia ha detto grazie a arrivederci; di me, di noi, non ha memoria nessuno, che era meglio dimenticarci, ricostruire l’Italia tale e quale a prima, proprio identica a prima, coi medesimi al comando e i medesimi comandati, come niente fosse, i medesimi senza eccezione, come tutte le volte nel tempo andato”



Siamo nel periodo di Carlomagno, e i Paladini Francesi stanno facendo la guerra ai Saraceni infedeli. Tra le fila dell’esercito c’è un cavaliere particolare: si chiama Agilulfo, e non esiste. Quando Carlomagno passa in rassegna le truppe, infatti, Agilulfo non è altro che un’armatura bianca e splendente ma vuota. Sembra muoversi e combattere solo per forza di volontà. A questo cavaliere sembra ispirarsi Rambaldo, appena giunto nell’esercito con gli ideali cavallereschi pesantemente ridimensionati da una guerra che è più burocratica che fatta di passione, onore e slanci coraggiosi. Rambaldo che si innamora di Bradamante, donna cavaliere dell’esercito franco che dopo aver amato ogni cavaliere dell’esercito cerca l’amore impossibile proprio del cavaliere che non esiste, Agilulfo.
L’arcobaleno della gravità non ha mezze misure: o piace da impazzire o è illeggibile. E pur riconoscendone la forza e la bellezza io propendo di più per la seconda. Questo romanzo è pieno di personaggi, a volta anche solo citati, a volte compaiono all’inizio del libro e poi ricompaiono dopo 600 pagine senza una riga per spiegare chi sono, come se il lettore riuscisse perfettamente a ricordarli e a reinserirli all’interno della trama.
Il romanzo è scritto bene e scorre fluido, anche se forse per essere un romanzo fantasy è troppo breve. Mancano descrizioni degli equipaggiamenti e delle ambientazioni, dei pasti, dei castelli, della geografia e della politica. Ci si ritrova in un mondo prettamente medioevale, dove non c’è traccia di magia ma solo di spade, di frecce e di cavalieri.
Il signor Lars Powerdry è il più grande progettista di armi alla moda del Blocco Ovest. Così viene descritto dallo stesso Dick in apertura del romanzo. Solo che è un’affermazione che andrebbe spiegata. Il Blocco Ovest è il nostro blocco NATO, più o meno, quello occidentale durante la Guerra Fredda e in contrasto con il Blocco Est, quello Sovietico. Essere un progettista di armi alla moda invece è molto più complesso; il signor Lars sogna degli armamenti in uno stato di trance e poi disegna i progetti che l’industria bellica poi realizzerà. Anche il Blocco Est ne ha uno: è una ragazza che si chiama Lilo Topchev e anche lei sogna armi per i Sovietici. In questa situazione di stallo, di minacce, di amicizie che si compromettono sull’orlo di guerre che potrebbero sterminare la razza umana, un’invasione di esseri alieni spaventa entrambi i blocchi come una minaccia a cui sono impreparati e a cui pare non siano in grado di porre rimedio.
Siamo nell’Anno Ford 632 (che corrisponde al nostro 2540). La società è organizzata sui principi della produzione e del capitalismo, compresa la riproduzione, dove i neonati vengono fatti nascere in laboratorio in gravidanze extra-uterine e selezionati in base a rigide regole che permettono di avere le varie classi sociali, in funzione di un ritardo controllato dello sviluppo. Non esiste sovrappopolamento, non esiste disordine, non esiste infelicità. Le varie caste vengono educate con una sorta di ipnosi durante il sonno e l’infelicità viene curata con una droga sintetica simile all’MDMA chiamata Soma. Il Mondo Nuovo sembra essere perfetto, almeno fino a quando John, un errore di contraccezione cresciuto nella Riserva, un territorio recintato e controllato dove sopravvive la societa pre-moderna a scopi di turismo e ricerca), e figlio di due individui del Mondo Nuovo, non ritorna alla civiltà.
Anguilla, un ex orfano che ha fatto fortuna in America, ritorna al suo paese d’origine nella provincia di Cuneo (mai citato direttamente, è Santo Stefano Belbo) dopo la liberazione dal nazifascismo.
Pin è un bambino cresciuto troppo in fretta nei carrugi di Sanremo dopo l’8 Settembre 1943: orfano di madre, cerca di procurare i clienti alla sorella prostituta. E’ troppo grande per essere un bambino ed è troppo bambino per essere grande, degli adulti non riesce a capire i continui voltafaccia e la voglia delle donne. Gira le osterie per prendere in giro i clienti e per cantare le canzoni che gli chiedono di cantare, quando si trova all’improvviso coinvolto con il GAP che si sta formando nel quartiere. Gli chiedono di rubare una pistola al marinaio tedesco cliente della sorella. Pin riesce nell’impresa, e dopo aver nascosto la pistola sul sentiero dei nidi di ragno, un luogo che solo lui conosce, si ritrova sui monti in una brigata partigiana fatti di scarti, emarginati e uomini improbabili.
Renato Curcio è un sociologo italiano, famoso non per i suoi studi (che pure ha fatto e pubblicato, soprattutto negli ultimi anni) ma per essere stato negli anni ’70 uno dei fondatori, ideatori e capi delle Brigate Rosse, una delle organizzazioni armate di estrema sinistra nate dopo la Strage di Piazza Fontana nel 1977. Qualcuno potrebbe chiamarla organizzazione terroristica. Io personalmente no.