Autore: zorba

  • Un tatuaggio è sofferenza

    Un tatuaggio è sofferenza

    tatuaggio è sofferenza

    Tatuarsi è sangue è sofferenza. Se volete farvene uno dovete rendervene conto. Non è una cosa con l’henné, una pennellata senza sforzo che vi rende più fighi d’estate. E non passa dopo tre mesi. Non potete liberarvene, se non con un’operazione. Altro sangue e altra sofferenza. C’è una possibilità che possa venire fatto solo per ragioni estetiche. Ma dovete esserne davvero convinti. Perché è per sempre. E in genere anche il quadro migliore stanca a guardarlo ogni giorno per anni. Anche se è Golconda di Magritte. O la Monna Lisa di Leonardo.

    Sono sdraiato sul lettino e sento l’ago che mi incide la carne. E se mi fermo un attimo a pensarci è una cosa senza senso. E’ come pagare per farsi tagliare. Solo che non è un pazzo maniaco assassino, ma un artista con un ago da macchinetta per tatuaggi in mano. E allora sto fermo immobile e mi gusto il dolore. Il ronzio della macchinetta. L’ago che scava. L’inchiostro che mi viene iniettato sotto pelle e che non mi lascerà mai più. Ne sento ogni millimetro. Ogni piccolo movimento. Ogni secondo è dolore. Dolore e soddisfazione. Per questo credo debba avere un senso. Almeno per se stessi. Per quelle ore di dolore e sofferenza. Per il sangue che perdo. Una giustificazione da darsi quando penso “Perchè cazzo lo sto facendo?!?!”, che di solito è la domanda che ci si pone dopo 30-40 secondi dall’inizio.

    Dopo ore di tormento la pelle è infiammata. Brucia anche nelle zone cirostanti. Come una scottatura. E ancora non è finito. E’ l’ago che incide e inietta inchiostro indelebile, a pause alterne. Ronzio, incisione, inchiostro, silenzio. Ronzio, incisione, inchiostro, silenzio. Ronzio, incisione, inchiostro, silenzio. Per ore. E ogni volta la pelle è sempre più dolorante. Più provata. E lo sono anche io, perché il dolore lascia traccia dentro se stessi.

    Passano le ore e poi all’improvviso è finito. Mi alzo, comincia il sangue. Cola dai mille tagli e buchi della mia pelle. Si mescola all’inchiostro. Sangue e colore. Me lo coprono, ci spalmano crema che dovrebbe proteggermi o sollevarmi dal bruciore. E un pò forse funziona. Oppure è solo che il ricordo della sofferenza comincia già ad affievolirsi. Di solito nessuno ricorda il tipo di dolore. Si ricorda la quantità, di dolore, di tempo. Il soffitto dello studio del tatuatore. Il disegno del pavimento. Le macchie di colore sul fondo del lettino, sotto la pellicola protettiva e la carta usa e getta.

    E, se non lo si fa per motivi estetici, si ricorda il perché lo si è fatto. Il motivo. Il senso. Tutto il dolore finalizzato al senso. Come se un concetto mi fosse stato inciso nella memoria con quell’ago che va su e giù.

    Come se ogni volta da qui alla mia morte che mi guardo allo specchio ricordassi. Quel momento. Quella sofferenza. Quel concetto. Quel simbolo. Quella svolta. Quella scelta. Un tatuaggio è sofferenza. Un tatuaggio è memoria. E ricordare è sempre sofferenza.

  • Soffitti bianchi

    Soffitti bianchi

    soffitti bianchi

    La sveglia suona, mi avvisa che devo andare a lavorare. Ormai non serve a svegliarmi. E’ solo l’avviso che è ora di alzarsi dal letto. Che anche per stanotte ho fallito. Resto con gli occhi sbarrati a fissare soffitti bianchi. Non mi rivelano niente. Cerco un disegno, un senso, qualcosa. Non c’è nulla. Solo il bianco.

    Il bianco è nullità e fissità. Per questo è lo specchio perfetto dell’insonne. L’insonne è una nullità perché anche le azioni più basilari della sua esistenza diventano ostacoli insormontabili. L’insonne è fissità perché i soffitti bianchi gli restano negli occhi. Anche quando si alza dal letto. Mentre guida per andare a lavoro. Mentre lavora. Mentre si ubriaca per illudersi che la prossima notte andrà meglio. Gli occhi fissi guardano un mondo che non esiste. Un mondo che si sviluppa in quei soffitti bianchi, come la tela vergine di un’artista.

    L’insonne fuma marijuana, perché spesso i neurologi, sotto banco, te la consigliano. Prima dei Tavor, prima dei Lorazepam, degli Zolpidem, dei Flunox, dei Rozerem. Perché nonostante quello che dice Giovanardi una canna è molto meglio di un farmaco ipnotico di cui poi non potrai più fare a meno. Che ti impedisce di guidare, di lavorare, di pensare. E’ strano ed assurdo come la soluzione all’insonnia abbia le stesse limitazioni della malattia che dovrebbe curare. Ma la ganja apre la mente, e io ho bisogno di chiuderla. L’erba dipinge soffitti bianchi di colori cangianti e psichedelici, non del nero del sonno di Morfeo.

    L’insonnia nervosa ha sempre una causa psicologica. Rimorsi e sensi di colpa perlopiù. Per questo non ha via di scampo. Si consiglia terapia psicologica a lungo termine. Che tendenzialmente non posso permettermi. Allora si scelgono psicologi a buon mercato. Come il fondo di una bottiglia. Quello costa meno settimanalmente, e spesso funziona. Molti medici lo negano, perché l’alcol produce sonnolenza a breve termine. Significa che ti sdrai nel letto, lotti per una mezz’ora contro il mondo che all’improvviso ha deciso di essere un oceano in burrasca, e poi stramazzi in qualcosa di molto simile ad un elettroencefalogramma piatto. Senza sogni, e questa è la vera benedizione. Poi è vero. Dopo 3-4 ore ti svegli nel letto con gli occhi sbarrati a fissare soffitti bianchi. Ma qualsiasi coglione insonne può dirvi che 3-4 ore sono meglio di nulla. Che 4 ore a fissare il bianco del soffitto sono meglio di 8. O di una vita intera.

    I soffitti bianchi dipingono sempre la stessa scena, quella che ha scatenato i tuoi sensi di colpa. Da la nausea. Diventa un’onda d’odio dalla quale non si può più uscire. Odio per se stessi. E’ come il giorno della marmotta di Bill Murray. Con la differenza che rivivi ogni notte i momenti peggiori della tua vita. Quelli più bassi. Quelli dove sei stato peggiore. I soffitti bianchi sono il Nulla della Storia Infinita conditi dalla sensazione che è stata tutta perfettamente colpa tua. Come se avessi distrutto Fantasia e poi te ne lamentassi.

    Ti sdrai in un letto che sa di sesso sapendo che probabilmente è l’ultima volta che sentirai quell’odore. Ti sdrai in un letto sfatto che puzza di adrenalina, paranoia e terrore. Perché ogni notte che ti sdrai su quelle lenzuola, ogni notte che passa, ogni notte che ci provi, sai perfettamente che non dormirai. Il cuore comincia a pompare in un ritmo sincopato e fuori tempo. Il respiro si fa profondo e veloce, come quello del passeggero di un aereo nella traiettoria vorticosa che ti porterà a schiantarti a terra. Il torace si alza e si abbassa, comincio a sudare miasmi di paura. E gli occhi si fissano su quei soffitti bianchi. Dove non riesci a sognare, ma il tuo cervello mette in scena incubi sempre peggiori. Ogni notte; sempre peggio.

    L’insonne odia i soffitti bianchi. Ma non può evitarli. Sei nel letto da ore e non dormi? O ti alzi e fai altro, o provi a sdraiarti e speri di dormire qualche ora. Qualche minuto. Non bisogna credere a chi dice che non dorme da settimane. Si dorme sempre qualcosa. E’ solo che si ha la sensazione che la notte sia ininterrotta e interminabile perché gli occhi si chiudono, il cervello molla per incapacità e non si riesce a scivolare nel sonno REM. Quello che permette al tuo cervello di resettarsi e di ricominciare la mattina dopo.

    La sveglia suona sempre nel momento in cui credi di esserti addormentato. Capita a tutti. Solo che all’insonne non si mente. Se l’ultima volta che hai guardato la sveglia sono le 5:45 e la sveglia suona alle 6:15, allora è ufficiale: la sveglia ha suonato nel momento in cui tu ti sei addormentato e non hai dormito un cazzo. Solo che non cambia le cose, il non dormire. Devi comunque alzarti. Lavorare 12 ore guidando per 400 km e poi tornare a casa. E scegliere il nuovo rimedio alternativo che ti permetterà di chiudere gli occhi e svegliarti riposato al suono della sveglia. E ogni rimedio è quello sbagliato. I soffitti bianchi sono li ad attenderti. Perché i soffitti bianchi sono pazienti.

    Non si riesce a pensare se non si dorme. Non si è lucidi. Quello che ti è successo durante la giornata resta a galleggiare dietro ai tuoi occhi. Le persone normali lo assorbono. Lo incasellano dormendo. Diventa ricordo. Per me, insonne, sono tutti momenti presenti messi in fila davanti agli occhi. Hai talmente tante cose a cui pensare che non pensi a un cazzo. I pensieri rimangono cartelli pubblicitari impazziti che ti aggrediscono le sinapsi urlando “guarda me, guarda me!”, uno sull’altro, uno contro l’altro finché impazzisci e urli di lasciarti stare.

    L’insonnia che dura in maniera massiccia per settimane porta le allucinazioni sonore: sono tra le cose peggiori che mi siano mai capitate. Sentire suoni che non esistono, persone che ti chiamano o clacson che ti suonano possono condurti alla follia. Se poi lo sai che sono solo allucinazioni cerchi di fartene una ragione: non che aiuti a stare meglio, ma ci sono più probabilità di non impazzire.

    E visto che la colpa è solo ed esclusivamente mia, le cose peggiorano. Perché in fondo so che me lo merito. Perché l’insonnia è tortura, dolore, sofferenza e terrore. Tutte cose che hanno a che fare non con il perdono, ma con l’espiazione. Il fatto è che non è vero. Le colpe si pagano e si redimono con chi il torto l’ha subito. Non con i soffitti bianchi. Ai soffitti bianchi non frega un cazzo della tua espiazione. Ai soffitti bianchi non gliene frega un cazzo di niente. Restano solo delle strutture che ti proteggono dalla pioggia, sono una parte di quella che chiami casa. Se ne fottono delle tue motivazioni, dei tuoi problemi, dell’odore del sesso. I soffitti bianchi sono indifferenti come l’insonnia.

    E allora mi alzo dal letto, tanto la sveglia suona tra meno di un’ora, ormai. E ho capito una cosa, dopo la mia esperienza con l’insonnia: quando i soffitti bianchi non ti lasciano, è meglio alzarsi. Il bianco di una pagina, o della pagina di un editor web, aiutano a sopravvivere molto più di quello del soffitto. Il cattolicesimo l’aveva capito secoli fa: confessati. Confessa la tua colpa. E’ mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. Non mi resta che stare qui, senza pregare un dio in cui non credo, ad ammetterlo in continuazione. Sperando che di dormire. Sperando di rivivere. Sperando di espiare. Sperando di diventare una persona migliore. Mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.

    Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin!

    Suona la sveglia. Torno in camera a spegnerla. Buongiorno.

    Insomnia
    Kaos One

  • Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Niente di nuovo sul fronte occidentale è un romanzo autobiografico di Erich Maria Remarque, pseudonimo di Erich Paul Remark, scritto nel 1929.

    Informazioni su ‘Niente di nuovo sul fronte occidentale’
    Titolo: Niente di nuovo sul fronte occidentale
    Autore: Erich Maria Remarque
    ISBN: 9788804492962
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Arnoldo Mondadori
    Data di pubblicazione: 2001-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 226
    Goodreads
    Anobii

    Niente di nuovo sul fronte occidentaleLa trama è decisamente scarna: un ragazzo e alcuni suoi compagni di classe vengono convinti da un loro insegnante ad arruolarsi volontari nell’esercito tedesco per andare a combattere sul fronte francese durante la prima guerra mondiale, facendo leva sui valori di onore, Patria, Nazione, orgoglio tedesco. Le ambientazioni sono pochissime: la trincea, qualche villaggio semi-distrutto, il paese natio del protagonista Paul Bäumer durante la sua unica licenza… Non ci sono grosse azioni. “Niente di nuovo sul fronte occidentale” non è la narrazione di vicende belliche, ma la storia di un ragazzo di diciotto anni che viene ingannato e va volontariamente a combattere una guerra in cui in fondo non crede. E di cui, dopo tre anni di morte, patimenti e sofferenze, se ne chiede le ragioni.

    Mentre leggevo la conclusione del libro pensavo a tutti i proiettili, a tutte le granate, a tutte le malattie che hanno risparmiato Remarque permettendogli di scrivere queste parole e permettendo a noi di leggerlo. Un libro messo al bando dal nazismo (come tutte le sue opere), che ha costretto l’autore all’esilio prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti, dopo l’accusa di essere un ebreo francese con il cognome Kramer (il suo vero cognome scritto al contrario!!!). Un libro che fortunatamente possiamo permetterci di leggere.
    Credo che questo romanzo sia un capolavoro assoluto. Uno dei libri migliori sulla guerra e sulle sue motivazioni, sulla sua critica, sulla sua analisi. Una lucidità incredibile per un ragazzo che ha davvero vissuto quelle esperienze, che le ha superate e ha trovato la forza di ricordarle e diffonderle. Perché è importante far conoscere queste sue considerazioni. Perché chiunque legga “Niente di nuovo sul fronte occidentale” non può che essere d’accordo: la guerra è inutile, senza senso. E soprattutto lo è per chi viene mandato a combatterla.

     

    Citazioni da “Niente di nuovo sul fronte occidentale”

    “Questo libro non vuole essere né un atto d’accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra”

    “Mentre essi continuavano a scrivere e a parlare, noi vedevamo gli ospedali e i moribondi; mentre essi esaltavano la grandezza del servire lo Stato, noi sapevamo già che il terrore della morte è più forte. Non per ciò diventammo ribelli, disertori, vigliacchi – espressioni tutte che essi maneggiavano con tanta facilità; – noi amavamo la patria quanto loro, e ad ogni attacco avanzavamo con coraggio; ma ormai sapevamo distinguere, avevamo ad un tratto imparato a guardare le cose in faccia. E vedevamo che del loro mondo non sopravviveva più nulla.”

    “Non avevamo ancora messo radici; la guerra, come un’inondazione ci ha spazzati via. Per gli altri, per gli anziani, essa non è che un’interruzione, al di là della quale possono ancora figurarsi qualche cosa. Invece noi ne siamo stati ghermiti e non abbiamo idea di come possa andare a finire.”

    “La guerra ci ha resi inetti a tutto. Non siamo più giovani, non aspiriamo più a prendere il mondo d’assalto. Siamo dei profughi, fuggiamo noi stessi, la nostra vita. Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore; esclusi ormai dall’attività, dal lavoro, dal progresso, non crediamo più a nulla. Crediamo alla guerra.”

    “Questo si, lo abbiamo imparato: giocare a carte, bestemmiare e fare la guerra. Non è molto, a vent’anni, o forse è troppo.”

    “Siamo diventati belve pericolose: non combattiamo più, ci difendiamo dall’annientamento. Non scagliamo le bombe contro altri uomini; che cosa ne sappiamo noi in questo momento! Ma di là ci incalza la morte, con quegli elmi e con quelle mani: e dopo tre giorni è la prima volta che la vediamo in viso, che ci possiamo difendere contro di essa; deliriamo di rabbia, non siamo più legati impotenti al patibolo, possiamo distruggere, uccidere a nostra volta, per salvarci, per salvarci e vendicarci.”

    “Oggi nella patria della nostra giovinezza noi si camminerebbe come viaggiatori di passaggio: gli eventi ci hanno consumati; siamo divenuti accorti come mercanti, brutali come macellai. Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Sapremmo forse vivere, nella dolce terra: ma quale vita? Abbandonati come fanciulli, disillusi come vecchi, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti.”

    “Fuoco tambureggiante, fuoco d’interdizione, cortina di fuoco, bombarde, gas, tanks, mitragliatrici, bombe a mano: son parole, parole, ma abbracciano tutto l’orrore del mondo”

    “L’orrore si può sopportarlo finché si cerca semplicemente di scansarlo: ma esso uccide, quando ci si ripensa.”

    “Tutto ciò che si affonda in noi, come un mucchio di pietrame, finché dura la guerra, si ridesterà un giorno a guerra finita, e allora comincerà la resa dei conti, per la vita e per la morte.”

    “Non siamo mai stati molto teneri in famiglia: non usa tra la povera gente, che deve lavorare molto e ha tanti fastidi. La gente semplice non capisce che ci si debba di continuo confermare ciò che già si sa.”

    “Dev’essere tutto menzognero e inconsistente, se migliaia d’anni di civiltà non sono nemmeno riusciti ad impedire che questi fiumi di sangue scorrano, che queste prigioni di tortura esistano a migliaia. Soltanto l’ospedale mostra cos’è la guerra.”

    “Io sono giovane, ho vent’anni: ma della vita non conosco altro che la disperazione, la morte, il terrore, e la insensata superficialità congiunta con un abisso di sofferenze. Io vedo dei popoli spinti l’uno contro l’altro, e che senza una parola, inconsciamente, stupidamente, in una incolpevole obbedienza, si uccidono a vicenda. Io vedo i più acuti intelletti del mondo inventare armi e parole perché tutto questo si perfezioni e duri più a lungo. E con me lo vedono tutti gli altri uomini della mia età, da questa parte e da quell’altra del fronte, in tutto il mondo; lo vede e lo vive la mia generazione. Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo e andremo davanti a loro a chiedere conto? Che aspettano essi da noi, quando verrà il tempo in cui non vi sarà guerra? Per anni e anni la nostra occupazione è stata uccidere, è stata la nostra prima professione nella vita. Il nostro sapere della vita si limita alla morte. Che accadrà, dopo? Che sarà di noi?”

    “Questa vita ci ha ridotti ad animali appena pensanti, per darci l’arma dell’istinto; ci ha impastati di insensibilità, per farci resistere all’orrore che ci schiaccerebbe se avessimo ancora una ragione limpida e ragionante; ha svegliato in noi il senso del cameratismo, per strapparci all’abisso del disperato abbandono; ci ha dato l’indifferenza dei selvaggi per farci sentire, ad onta di tutto, ogni momento della realtà, e per farcene come una riserva contro gli assalti del nulla. Così meniamo un’esistenza chiusa e dura, tutta in superficie, e soltanto di rado un avvenimento accende qualche scintilla. Ma allora divampa in modo inatteso una fiammata di passione aspra e terribile. Sono questi i momenti pericolosi, che ci rivelano come il nostro adattamento sia tutto artificiale; come esso non sia affatto la calma, ma uno sforzo terribile per mantenere la calma.”

    “Davanti a noi infatti sta una generazione che ha, sì, passato con noi questi anni, ma che aveva già prima un focolare ed una professione, ed ora ritorna ai suoi posti di un tempo, e vi dimenticherà la guerra; dietro a noi sale un’altra generazione, simile a ciò che fummo noi un tempo; la quale ci sarà estranea e ci spingerà da parte. Noi siamo inutili a noi stessi.”

    “Non può essere del tutto scomparsa, quella tenerezza che ci turbava il sangue, quell’incertezza, quell’inquietudine di ciò che doveva giungere, i mille volti dell’avvenire, la melodia dei sogni e dei libri, il fruscio lontano, il presentimento della donna: non può essere scomparso tutto questo sotto il fuoco tambureggiante, nella disperazione, nei bordelli di truppa.”

  • Acciaio

    Acciaio

    Acciaio è il primo romanzo di Silvia Avallone, pubblicato nel 2010 da Rizzoli, da cui è stato tratto un adattamento cinematografico nel 2012 per la regia di Stefano Mordini.

    Informazioni su ‘Acciaio’
    Titolo: Acciaio
    Autore: Silvia Avallone
    ISBN: 9788817037631
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Rizzoli
    Data di pubblicazione: 2010-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 297
    Goodreads
    Anobii

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    AcciaioCon questo romanzo l’autrice sbanca quasi ogni premio letterario italiano: vince il Premio Campiello, il Premio Flaiano e il Premio Fregene e si classifica al secondo posto al Premio Edoardo Kihlgren e al Premio Strega, a soli 4 voti dal vincitore Antonio Pennacchi.

    Francesca Morganti ed Anna Sorrentino sono due adolescenti che vivono la realtà di emarginate dei palazzoni popolari di Piombino, paese in cui ogni momento della vita (e della morte) sembrano essere legati all’acciaieria Lucchini, potente industria italiana su cui ruota l’economia del paese.
    Entrambe molto belle, sono figlie di due uomini che ruotano intorno all’acciaieria, ed entrambe cercano un modo per sfuggire al grigiume della vita che le circonda. Entrambe sono invidiate dalle coetanee (soprattutto da Lisa, ragazza intelligente ma bruttina) e desiderate dai ragazzi più grandi, ma sembra non esserci nulla in grado di turbare o diminuire la loro amicizia e la loro complicità. Tranne un bellissimo ragazzo molto più grande di cui si innamora Anna, venendo ricambiata. Tranne l’amicizia di Francesca per Anna che si trasforma in amore. Tranne l’acciaio, e il grigiume dell’inquinamento e dei palazzoni di cemento, che sembrano soffocare la vita della persone di Via Stalingrado…

    Molte le critiche dei cittadini di Piombino e degli operai, che ritengono che il tema degli incidenti sul lavoro sia trattato troppo superficialmente e in maniera banale.

    Finalmente qualcosa di italiano ben scritto e abbastanza originale da non essere una copia di qualcosa.

    Citazioni da “Acciaio”

    “Non è una cosa possibile. Non sono due mondi comunicanti. Non basta fare un buco in una rete e infilarci dentro la testa per avere una vita diversa”

    “Cercava le parole senza cercarle. E il tempo non passava mai. Non si amano le parole, non ti cambiano. Le parole non aggiustano le cose”

    “Tu sei convinto che devi avere di più, di più, ogni giorno che passa. Che questa è la logica delle cose. Invece capita che di meno, di meno, ogni giorno che passa”

    “Non è qualcosa che perdi. E’ qualcosa che perde te”.

  • 2 giugno: il funerale della Repubblica

    2 giugno: il funerale della Repubblica

    Mi chiedo per quale motivo il 2 Giugno, la festa della Repubblica Italiana, sfilino le forze armate. È una cosa che non riesco a spiegarmi. In realtà mi chiedo anche cosa ci sia da festeggiare. Il 2 Giugno 1946 gli Italiani si esprimevano in un referendum per scegliere se mantenere la monarchia o trasformarsi in Repubblica dopo la caduta del fascismo e la vittoria della Resistenza e della liberazione americana. Per la prima volta votavano anche le donne.

    Cosa festeggiamo, esattamente? Cosa ci ha regalato la democrazia in questi lunghi anni? La Repubblica italiana dovrebbe essere democrazia. Il governo del popolo. Ma nessuno ha chiesto al popolo di firmare il Piano Marshall. Nessun popolo ha deciso di salvare la polizia fascista per istruire e costituire i nuovi servizi segreti della neonata Repubblica. Nessun popolo ha avallato e organizzato la strage di Portella della Ginestra. O ha coperto le stragi di Stato, dall’Italicus alla Stazione di Bologna passando per Piazza Fontana e Piazza Loggia. Il popolo non si è mai messo a novanta davanti a presunti amici americani dopo Ustica o la strage del Cermis. Il popolo non ha scelto di salvare le banche ed alimentare la crisi. Né di militarizzare la Val Susa in favore di una grande opera inutile e dannosa.

    Il fatto è che la democrazia in Italia è solo nei termini. Che ogni cinque anni andiamo a votare il prossimo dittatore. Mentre i politici fanno da spauracchi per il popolo a cui dovrebbero rispondere lo Stato organizza l’ennesima manovra per stringere un cappio sempre più stretto intorno al collo di una popolazione sempre più depressa e disinteressata. Del resto gli Italiani non meritano di poter decidere. Un popolo che ha scelto Berlusconi per vent’anni merita il regime di Renzi.

    Il 2 Giugno è il funerale della democrazia. E se sfilano le forze armate è perché di fatto in Italia in questi anni hanno governato loro. La Repubblica Italiana non è stata la democrazia cristiana, i socialisti, il berlusconismo e una sinistra sempre più spostata verso il centro-destra. La Repubblica è stata un governo militare che ha garantito a un regime di perpetrarsi. Quindi… Cosa c’è da festeggiare? Dovremmo scendere in strada e levarci il cappello, mentre il feretro del nostro Stato passa per l’ennesima volta verso il cimitero dell’utopia. Bruciare in piazza tutte le copie della Costituzione, perché non meritiamo il sangue usato come inchiostro per scriverla. Di fatto siamo assassini, giudici e carnefici. Di fatto siamo le vittime inconsapevoli della Repubblica Italiana.

    Che si accontenta di avere un altro giorno di vacanza per stare lontani dall’alienazione totale che è diventata la nostra esistenza.

    Io non mi sento Italiano
    Giorgio Gaber

  • 40 anni dopo la bomba di Piazza Loggia

    40 anni dopo la bomba di Piazza Loggia

    piazza loggia

    40 anni dopo. 40 anni di silenzio, di processi che non hanno portato a nulla. 40 anni di beffe. I cittadini di Brescia sono stati presi in giro per 40 anni dallo Stato Italiano, lungo le tre istruttorie dei tre gradi di giudizio che ci hanno portato a non avere di fatto un colpevole.

    Le uniche certezze, in questo momento, sono le vittime. 8 morti e 102 feriti. Per cosa sono morte? Sono morte per sfortuna? O solo perché erano antifasciste?

    Le altre certezze sono che lo Stato Italiano sapeva. Qualche esponente del SISMI sapeva cosa stava per succedere. Cosa si può dire di uno Stato che permette di mettere una bomba in una piazza gremita dei cittadini che dovrebbe tutelare? Cosa si può dire di uno stato che non solo non riesce a trovare e punire i colpevoli ma che in alcuni casi utilizza risorse per coprire e insabbiare?

    Lo Stato Italiano: colpevole.

    E 40 anni dopo continua ad esserlo. Non è più l’ideologia fascista, non solo: ora sono i soldi a governare le prossime stragi di stato. I soldi e gli interessi di una classe dirigente che guarda solo a se stessa, miope e strabica.

    Come in Val Susa. Come con gli F35. Come il MUOS. Come a Brescia, ancora una volta, violentando il nostro territorio per interesse con un l’alta velocità di un treno inutile e tremendamente dannoso.

    Abbattendo case, dissotterrando cimiteri di amianto e rifiuti pericolosi, insabbiando chissà quante altre bombe ecologiche pronte ad esplodere.

    Uno Stato che ci priva del Diritto alla Casa giustificandosi con una crisi economica che ha contribuito a creare. Uno Stato che protegge solo una parte dei suoi cittadini, cittadini che si arricchiscono senza il minimo scrupolo. Insabbia, copre. Esattamente come i fascisti coinvolti nella strage.

    40 anni dopo la bomba di Piazza Loggia forse è il momento di pensare a un grande valore che ci ha lasciato l’antifascismo: la Resistenza. La resistenza ad uno Stato colpevole, in difesa dei nostri diritti, della nostra salute. Del nostro futuro. Per non trovarsi tra altri 40 anni a celebrare e ricordare l’ennesima silenziosa strage di Stato.

    10:12
    Monkey Combos

  • C’è lavoro e lavoro

    C’è lavoro e lavoro

    C'è lavoro e lavoro

    C’è una frase che gli Italiani, e ancora di più i cittadini di Brescia, dovrebbero imparare. Ripetersela come un mantra.
    C’è lavoro e lavoro”.
    La frase che è nata sull’onda della resistenza alle grandi opere, dalla TAV in Val Susa fino all’Expo di Milano, è una delle forme di resistenza più alte mai partorite.
    Troppe volte ci hanno intrappolato dicendoci che i cittadini dovevano sacrificarsi ai posti di lavoro.
    La salute, sacrificata ai posti di lavoro.
    Il nostro territorio, sacrificato ai posti di lavoro.
    Sembrava che il lavoro ci avrebbe salvato da tutto. Ci avrebbe reso liberi.
    Mai menzogna fu più grande.
    Il boom economico è morto e sepolto, ci sono rimaste soltanto le ceneri sparse sull’arido terreno di questa crisi economica.
    Per troppi anni l’Italia si è svenduta al lavoro come scusa.
    Per troppi anni Brescia si è immolata sull’altare del lavoro.
    Dobbiamo imparare queste cinque parole. Ripetercele fino alla nausea. Troppe volte non sono state pronunciate, in risposta a “Stiamo creando posti di lavoro”.
    La Caffaro ha offerto posti di lavoro ai Bresciani. Gli operai avrebbero dovuto dirlo. “C’è lavoro e lavoro”. Il PCB non appesterebbe buona parte della città.
    L’industria del tondino ha offerto migliaia, milioni, di posti di lavoro. Anche quegli operai avrebbero dovuto rispondere “c’è lavoro e lavoro”. L’acqua e l’aria di Brescia non ci avvelenerebbero.
    Dobbiamo impararlo, prima che sia troppo tardi. “C’è lavoro e lavoro”.
    C’è il lavoro che mantiene le famiglie, che ci nobilita, che ci rende liberi. E c’è il lavoro che devasta i luoghi in cui viviamo, che pregiudica il nostro futuro. Che ci uccide. Che nega la sopravvivenza dei nostri figli.
    C’è lavoro e lavoro
    Oggi, primo maggio, ricordiamo le conquiste dei lavoratori, l’impegno dei sindacati per il raggiungimento di una condizione migliore. Ma sembra che abbiamo dimenticato cosa ci ha portato qui. Perché celebriamo questo primo Maggio. Ci sono ancora forme di lavoro che uccidono la nostra città e la nostra provincia. Le grandi infrastrutture, come la Brebemi e la TAV. Le grandi industrie, che con la complicità delle istituzioni avvelenano la nostra acqua e la nostra aria. E noi siamo ciechi e sordi. Abbiamo smesso di lottare. Abbiamo smesso di celebrare degnamente la nostra Festa del Lavoro.
    A Chicago, i primi giorni di Maggio del 1886, gli operai della McCormick si ritrovarono davanti ai cancelli della fabbrica per dire “C’è lavoro e lavoro”. La polizia sparò sulla folla, uccidendo operai e ferendo i manifestanti. Quattro sindacalisti e quattro anarchici furono arrestati per avere organizzato la manifestazione. Uno fu condannato a quindici anni di carcere. Gli altri sette furono impiccati. Da questo episodio nasce la Festa del Lavoro.
    Da li siamo arrivati a questo primo Maggio. 128 anni dopo, non dobbiamo dimenticare che è la lotta a salvarci. A renderci migliori. “C’è lavoro e lavoro”. Albert Parsons, uno degli impiccati, appena prima di morire, mentre la corda del boia gli toglieva gli ultimi respiri, disse: “Lasciate che si senta la voce del popolo”.
    Prima che la corda fatta di bugie di questa gestione del nostro Stato si attorcigli attorno ai nostri colli e a quelli dei nostri figli… Impariamo queste cinque parole. “C’è lavoro e lavoro”. “C’è lavoro e lavoro”. Diciamolo tutti insieme, da oggi fino a a che non sarà il motto della nostra nuova economia. “C’è lavoro e lavoro”. Lasciate che si senta la voce del popolo.

  • Il risveglio di Endymion

    Il risveglio di Endymion

    Il risveglio di Endymion è il quarto ed ultimo romanzo della saga di fantascienza di Dan Simmons “I canti di Hyperion”, scritto nel 1997 ed edito in Italia da Mondadori nel 2000 nella traduzione di G.L. Staffilano.

    Informazioni su ‘Il risveglio di Endymion’
    Titolo: Il risveglio di Endymion
    Autore: Dan Simmons
    ISBN: 9788834718186
    Genere: Fantascienza
    Casa Editrice: Fanucci
    Data di pubblicazione: 2011-11-03
    Formato: Paperback
    Pagine: 736
    Goodreads
    Anobii

    il risveglio di endymionAenea e Raul Endymion sono riusciti a sfuggire alla Pax teletrasportandosi sulla Vecchia Terra. Ma Aenea deve tornare nell’universo conosciuto per adempiere alla profezia di diventare “Colei che insegna”. Così i due fuggiaschi, insieme all’androide A.Bettik, ripartono per tornare nella zona della Pax, ma questa volta separati. Quando si reincontreranno Raul avrà accumulato cinque anni di debito temporale, e ritroverà Aenea la splendida donna e messia della profezia.
    La Pax intanto, in combutta con le IA del Tecnonucleo, prepara l’ultima e definitiva battaglia contro i ribelli Ouster.

    Un libro da leggere tutto in un fiato, i cui temi non sono quelli tipici della fantascienza, come del resto tutti quelli dei “Canti di Hyperion”. Una profonda riflessione sulla religione, innanzitutto: da una parte una religione di convenienza, che dona l’immortalità, figlia del tema della scomessa di Blaise Pascal; dall’altra la spiritualità, la ricerca di un’essenza superiore e della comunione con l’universo e la natura.

    Ma “Il risveglio di Endymion” non è soltanto questo: anche il tema dell’evoluzione è centrale, soprattutto dell’evoluzione umana. Da una parte gli esseri umani discendenti dell’Egemonia dei Mondi, che colonizzavano i pianeti “terraformandoli” e rendendoli i più simili alla Vecchia Terra, dall’altro gli Ouster, esseri umani che hanno imparato a vivere nello spazio e ad adattarsi perfettamente agli ambienti in cui si trovavano, fino a diventare completamente diversi dagli esseri umani emigrati dalla Vecchia Terra durante l’Egira.

    Citazioni da “Il risveglio di Endymion”

    “Il coinvolgimento con la vita è come la comunione dei cattolici, solo che il mondo è l’ostia e deve essere mangiato”

    “Vedere e toccare per la prima volta la propria amata nuda è una delle pure, irriducibili epifanie della vita. Se nell’universo c’è una vera religione, deve comprendere questa verità di contatto o essere per sempre vuota. Fare l’amore con la sola e vera persona che merita quell’amore è una delle poche assolute ricompense dell’appartenenza alla specie umana, l’equilibrio di tutto ciò – sofferenza, perdita, impaccio, solitudine, idiozia, compromesso, goffaggine – che va a braccetto con l’umana condizione. Fare l’amore con la persona giusta rimedia un mucchio di errori.”

    “L’intimità assoluta è una dispensa di esigenze spaziotemporali dell’universo”

  • Endymion

    Endymion

    Endymion è il terzo romanzo della saga dei Canti di Hyperion, pubblicato da Dan Simmons nel 1995 e distribuito in Italia da Mondadori nel 2000 nella traduzione di G.L. Staffilano.

    Informazioni su ‘Endymion’
    Titolo: Endymion
    Autore: Dan Simmons
    ISBN: 9788834718186
    Genere: Fantascienza
    Casa Editrice: Fanucci
    Data di pubblicazione: 2011-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 727
    Goodreads
    Anobii

    EndymionAmbientato 300 anni dopo la Caduta dell’Egemonia e della Rete dei Teleporter, la narrazione introduce nuovi personaggi senza distaccarsi dalla narrazione dei primi due capitoli.
    Il sistema che governa la ex rete dei mondi è cambiato. Distrutta la rete dei Teleporter non è più possibile spostarsi istantaneamente da un luogo ad un altro dell’universo. Ma una nuova forma di governo è nata: la teocrazia della Pax, la nuova chiesa cattolica, rinvogorita dalla scoperta e la gestione di una creatura incredibile, il Crucimorfo, il parassita già presente nel primo capitolo che concede la ressurrezione del corpo dopo tre giorni. Il Tecnonucleo sembra scomparso dalle vicende umane, e la Pax cerca di eliminare ogni forma di cambiamento.
    Su questo sfondo Aenea, una bambina di 12 anni figlia di Brawne Lamia, esce dalle Tombe del Tempo adempiendo ad una antica profezia che potrebbe minare per la seconda volta l’universo umano.

    Il poeta Martin Sileno, vecchio di più mille anni incarica Raul Endymion, avventuriero ed ex militare della Pax, di salvare la bambina dalle grinfie della Chiesa e di proteggerla affinché possa realizzarsi il suo destino di messia.

    Citazioni da “Endymion”

    “Se leggi questo scritto, quasi certamente lo leggi per la ragione sbagliata”

  • Le case dei poliziotti

    Le case dei poliziotti

    la casa dei poliziotti

    Il vantaggio dei poliziotti è di avere una casa.
    Altrimenti qualche domanda in più se la farebbero. O forse no. Chi può dirlo.
    Quel poliziotto, che schiaccia con il tacco del suo anfibio rinforzato la testa di una manifestante, ce l’ha una casa?
    Io spero di no.
    Dopo essersi tolto il casco che lo nasconde da denunce e da processi per abuso di potere, dopo aver riposto ordinatamete la sua divisa antisommossa sulla gruccia nell’armadietto, dopo aver pulito lo scudo in plexiglass dalla polvere delle bombe carta, dopo aver lavato il manganello dal sangue… Cosa fa quel poliziotto?

    Torna a casa? Ha una famiglia?

    Io spero di no, anche se non ne sono tanto sicuro. Altrimenti avrebbe più rispetto e più vergogna nel colpire quei manifestanti che scendono in piazza per difendere i loro diritti.

    Lo immagino che sale le scale, questo poliziotto. Apre la porta di casa, tutta pulita mentre la moglie lo aspetta con ansia. Come possono quelle labbra baciarla, quando erano distorte in un ghigno di rabbia? Mentre fanno sesso, come possono essere le stesse mani che toccano lei e che allo stesso tempo manganellano il manifestante?

    Io non ci credo, che certi poliziotti abbiano una famiglia. Non possono esistere esseri umani così stupidi da riuscire ad amare tali esseri disumani. Non è semplicemente possibile.

    Anche se…

    Il 16 Aprile 1975 a Milano moriva Claudio Varalli. La pallottola che l’ha ucciso non era una pallottola di Stato, ma quella di un neofascista, Antonio Braggion.
    Claudio stava tornando da una corteo per il diritto alla casa. Per sensibilizzare l’opinione pubblica. Come se adesso ce ne fosse bisogno. In 38 anni lo stiamo ancora chiedendo, il diritto alla casa. Pare che nessuno ascolti. Pare che finisca sempre a manganellate.

    Il vantaggio dei poliziotti è di avere una casa.
    Altrimenti qualche domanda in più se la farebbero. O forse no. Chi può dirlo.

    Diritto al tetto e non avere un tetto. Diritto al tetto e non avere un tetto. Diritto a un tetto e non averlo…

    Diritto al tetto
    Ministri