Autore: zorba

  • 2 Settembre 1970

    Fallito attentato all’ambasciata USA di Atene.

    Nel tentativo di mettere una bomba all’ambasciata USA di Atene, muoiono Elena Angeloni (ex amante di Corrado Simioni) e il cipriota George Christous Tsikouris (studente dell’Università Statale di Milano) .

    Alberto Franceschini racconta che il giorno successivo, mentre si trovava a Leivi, vicino a Genova, in una casa con Curcio e Simioni (appartamento preso in affitto da Sabina Longhi, collaboratrice del Segretario Generale della NATO Manlio Brosio), Simioni sostenne di aver organizzato l’attentato.

    “Questa era una compagna, è stata una mia amante. Sono io che gli ho procurato i passaporti falsi a questi due, sono io che ho organizzato questo attentato!”

    Franceschini tende a crederci, perché Simioni pare abbastanza sconvolto.

    Una volta rientrati a Milano Renato Curcio viene a sapere che il ruolo di attentatrice era stato proposto anche a Mara Cagol.

    Questo episodio determina la frattura insanabile tra Renato Curcio e Corrado Simioni (e anche con i suoi più stretti collaboratori: Duccio Berio, Vanni Mulinaris, Franco Troiano).

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  • 17 Agosto 1970

    A Costa Ferrata in provincia di Reggio Emilia un centinaio di persone si riuniscono in un albergo per decidere la Lotta armata. Viene erroneamente ricordato come il convegno di Pecorile.

    A pochi chilometri dal grappolo di case allineate lungo la Provinciale, che non compare nemmeno sulla carta topografica, l’unica insegna stradale avvisa che ci si trova a Pecorile, il paese prima venendo da Reggio. Dopo, non ci sono più cartelli. E allora, per chi giunge da fuori, il convegno si tiene a Pecorile.

    Il convegno si svolge al ristorante Da Gianni a Costaferrata di Casina, seicentocinquanta metri sui monti intorno a Reggio Emilia, di fronte al castello di Matilde di Canossa.

    Le persone provengono dal CPM, dal Gruppo dell’Appartamento e dalla Facoltà di Sociologia di Trento. Si discute in maniera chiara e precisa la necessità della scelta della Lotta Armata.

    Le persone che partecipano a Pecorile, in un albergo proprietà di un parente di uno dei partecipanti (Tonino Parali) non sono tutti gli appartenenti al CPM, ma sono persone scelte da Curcio e Simioni.

    Partecipano, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Margherita Cagol, Corrado Simioni, Sandro D’Alessandro, Gaio Di Silvestro, Marco Fronza, Alberto Pinotti, Innocente Salvoni, Frantoise Tuscher, Annamaria Bianchi, Elvira Schiavi, Claudio Aguilar, Raffaello De Mori (ex iscritto al Psi), Maurizio Ferrari, Antonio Mottironi, Ivano Prati, Umberto Farioli, Roberto lussi, Dario Angelini, Marco Bazzani, Pietro Sacchi, Franco Troiano, Orietta Tunesi, Oscar Tagliaferri, Ezio Tabacco, Enrico Levati, Ravizza Garibaldi, Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari, Attilio Casaletti, Lauro Azzolini, Ivan Maletti, Gino Simonazzi, Tonino Parali, Strambio De Castiglia (nipote dell’industriale Pirelli), Vanni Mulinaris (figlio del proprietario di un noto pastificio di Udine), Duccio Berio ( figlio di un noto professionista milanese legato al Mossad e genero del deputato comunista Alberto Malagugini), Piero Elefantino.

    “Il convegno di Pecorile venne materialmente organizzato da noi del Collettivo di Reggio Emilia su richiesta di Simioni e Curcio. […] Noi del Collettivo eravamo stati iscritti al PCI o alla FGCI. Simioni era venuto più volte a Reggio Emilia per coinvolgerci nei suoi progetti, ci teneva molto ad avere la nostra partecipazione nel costruire l’organizzazione clandestina: sembrava che senza l’impronta di noi ex iscritti al PCI o alla FGCI il progetto della lotta armata non avrebbe avuto senso politico”

    Alberto Franceschini

    Insieme a Simioni al convegno è presente anche Sabina Longhi, che Simioni presenta come sua segretaria, vantandosi anche che Sabina lavorasse i stretta collaborazione con il Segretario Generale della NATO Manlio Brosio (suggerendo che fosse una sua infiltrata).

    Lo scopo del convegno appare chiaro fin dall’intervento introduttivo di Renato Curcio:

    «Il movimento operaio che si sta sviluppando nelle grandi fabbriche manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i “capi”. Per questo
    si muove al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il PCI e i sindacati.
    Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa avanguardia deve sapere unire la “politica” con la “guerra” perché lo Stato moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la “politica” e la “guerra”.
    Diventa quindi inattuale e non proponibile la strategia leninista dell’insurrezione che presuppone una fase politica di agitazione e propaganda sostanzialmente pacifica, seguita poi dalla “spallata finale”, dell’“ora X”, cioè dalla fase propriamente militare. Occorre invece preparare la “guerra civile di lunga durata” in cui il “politico” è, da subito, strettamente unito al “militare”. È Milano, la grande
    metropoli, vetrina dell’impero, centro dei movimenti più maturi, la nostra giungla. Da lì e da ora bisogna partire»

    Incredibilmente a Pecorile non c’è Mario Moretti.

    Tonino Paroli ricorda così il convegno di Pecorile:

    «Fu un vero congresso, e durò dal lunedì al sabato. Parteciparono una settantina di compagni che avevano preso alloggio nelle case del paese e chiesto aiuto anche al parroco, don Emilio Manfredi. Il maresciallo dei carabinieri, avvertito della riunione, si informò se disturbassero, e poi non si occupò più della faccenda. E pensare che fra i partecipanti molti sarebbero stati dei protagonisti negli anni successivi. Come i duri di Reggio, quelli “dell’appartamento” quasi al completo, Sinistra Proletaria, i compagni di Milano, di Torino, di Genova, due di Trento. Tutti ragazzi seri, anche troppo, taciturni. A volte stavano insieme, altre volte si dividevano in gruppetti per boschi e campi.

    Discussioni roventi, ma quando parlava Curcio piombava il silenzio. Al contrario Mara, sua moglie, non era un’oratrice: fece soltanto un mezzo intervento. E verso l’una, tutti da Gianni a mangiare dopo lunghe camminate fra i boschi come se fossero marce sulla Sierra Madre, con Fidel, Ernesto Guevara o Camillo Cianfuegos. Soprattutto venivano letti Il diario del Che in Bolivia e il Piccolo manuale della guerriglia urbana del brasiliano Carlos Marighella. Ci dicevano che la nostra giungla sarebbe stata la strada della città, Roma, Milano, Torino, Genova e non le selve del Vietnam, o della Bolivia».

    Paroli racconta di grandi mangiate a base di prosciutti, salsicce, salame e, ovviamente, vino a volontà da ingollare con tortelli di bietola, lasagne, cannelloni, cappelletti in brodo, arrosti misti, coniglio, faraona, agnello e naturalmente cotechino. Quattromila lire, tutto compreso.

    Dagli interventi pubblici e meno pubblici emergono tre anime all’interno del convegno. La prima, più «movimentista», privilegia lo scontro di massa su larga scala, tutto interno al movimento e senza una guida organizzata; la seconda, sponsorizzata da Curcio, ipotizza un graduale passaggio alla resistenza armata a partire dalle fabbriche, attraverso nuclei ristretti ma sempre collegati con la massa e le «realtà di base»; la terza prevede un’ulteriore, immediata militarizzazione dei gruppi che prelude alla clandestinità, anche rompendo i rapporti col movimento.

    A Pecorile risulterà vincente la linea di Curcio: Simioni e il suo gruppo (Berio, Mulinaris) verranno isolati e tenuti fuori dalla discussione perché accusati di volere conquistare l’egemonia all’interno dell’organizzazione.

    Per la prima volta tra quei monti, in tanti, fra i quali Mara e Renato, proveranno le armi: Curcio denuncia subito la sua inadeguatezza, ma non desiste.

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  • 17 Giugno 1970

    A Milano Sogno organizza una riunione dei Comitati di Resistenza Democratica (altro…)

  • 16 Aprile 1970

    Prima interferenza dei G.A.P.

    Alle 20.33 del 16 aprile 1970 per la prima volta una voce si inserisce nel telegiornale, proprio mentre Tito Stagno illustra il rientro della sfortunata missione degli astronauti dell’Apollo 13 e l’interferenza viene chiaramente ascoltata in alcun zone di Genova, particolarmente a Marassi, Sampierdarena e Cornigliano.

    Gli autori dell’operazione si presentano con un testo trasmesso che ha la caratteristica dello slogan:

    “Questa e’ radio Gap, del gruppo XXII Ottobre. Qui Gap. Il fascismo e’ risorto. Ricordiamo i fatti del luglio 1960 (Tambroni). Prepariamoci a scendere in lotta. Morte ai fascisti e ai padroni”.

    Il messaggio ha come sottofondo le note di “Bandiera rossa”, mentre la voce clandestina invita ad impedire che il sabato successivo si svolga una manifestazione a Genova del segretario del Movimento sociale italiano, Giorgio Almirante.

    I disturbatori avevano raggiunto i ripetitori del Monte Fasce, alle spalle di Genova. Verranno chiamati “Tupamaros della Val Bisagno“, ma in realtà erano i precursori delle BR guidati dall’ “ideologo” Mario Rossi: qualche mese più tardi si renderanno responsabili del rapimento di Sergio Gadolla, primogenito della famiglia allora più ricca di Genova, e dell’ omicidio del fattorino Alessandro Floris.

    Parlavano a nome di “Radio Gap“, Gruppi di azione partigiana, la stessa sigla dell’ organizzazione terroristica di Giangiacomo Feltrinelli, che in quei giorni mise a segno altre interferenze nei Tg1.

    Il telegiornale della sera del 16 aprile 1970 viene aperto con la notizia che a Strasburgo il Consiglio d’Europa, con quindici voti (compreso quello italiano) su diciassette, ha invitato il regime di Atene a ristabilire immediatamente i diritti dell’uomo e a ripristinare le libertà costituzionali, oltre a desistere immediatamente da ogni pratica di tortura. Passando alle notizie dall’interno, informa della querela presentata dal commissario Luigi Calabresi contro Pio Baldelli, direttore responsabile di «Lotta Continua», che aveva pubblicato un articolo in cui si accusava il commissario della questura milanese della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli.

    Inoltre, in Calabria si svolge lo sciopero regionale per le riforme, mentre a Roma gli studenti hanno violentemente contestato la presenza all’università La Sapienza di Melvin Calvin, noto per aver perfezionato il napalm utilizzato in Vietnam. Poi, mentre s’informa la nazione dell’elezione dell’industriale tessile Renato Lombardi alla presidenza della Confindustria in sostituzione di Angelo Costa, una voce s’inserisce nel telegiornale: «Attenzione: qui Radio GAP, Gruppi di azione partigiana…».

    Panico in RAI, sconcerto nelle case di milioni di italiani, la maggior parte dei quali non capisce bene cosa stia accadendo: prove tecniche di trasmissione per un nuovo canale? Ma quali prove tecniche, quelli parlano di comunismo!

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  • Aprile 1970

    Mario Moretti si trasferisce in Via Ande, 15 a Milano. (altro…)

  • Dicembre 1969

    Riunione tra Curcio, Feltrinelli, Simioni e Lazagna

    Alla fine del 1969, a Rocchetta Ligure (Alessandria), nell’abitazione dell’avvocato Giovanbattista Lazagna (ex partigiano, medaglia d’oro della Resistenza, militante di estrema sinistra), si riuniscono Feltrinelli, Curcio, Simioni e lo stesso Lazagna, per discutere di lotta armata e «della unificazione dei vari gruppi rivoluzionari operanti nel Paese sotto un’unica direzione militare».

    Ma «le divergenze sulla valutazione politica del momento e la tattica da adottare per il conseguimento dello scopo che tutti certamente accomuna» impediscono un accordo, anche se non ostacolano un certo grado di collaborazione. Curcio e Simioni partecipano all’incontro in rappresentanza del Cpm, e sostengono che si può sfruttare la legalità ancora per qualche anno, sia per continuare a politicizzare le masse, sia per costruire, dietro la copertura del gruppo legale, una organizzazione logistica clandestina in modo da essere poi adeguatamente preparati a condurre la guerriglia.

    «Feltrinelli invece proponeva il passaggio alla completa clandestinità, nel senso che i componenti dei gruppi clandestini dovevano rompere ogni contatto con la famiglia e i movimenti ufficiali»

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  • 15 Dicembre 1969

    Morte di Giuseppe Pinelli (altro…)

  • 12 Dicembre 1969

    Strage di Piazza Fontana

    Alle ore 16:37 una bomba scoppia nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone (quattordici sul colpo) e ferendone altre ottantotto.

    È l’inizio di quella che verrà definita “strategia della tensione”: suscitare e fomentare – mediante stragi, delitti, provocazioni, scontri fra “opposti estremismi” (extrasinistra sovversiva, e ultradestra eversiva) – allarme e paura sociale, in modo da fermare le lotte sindacali e l’avanzata elettorale del Partito comunista riportando al centro gli equilibri politici. È la tecnica della “guerra psicologica”, sintetizzata nell’assunto «Destabilizzare per stabilizzare».

    La regia della strategia della tensione è di matrice atlantica, la gestione è affidata alle forze anticomuniste, e l’attuazione si avvale di precisi segmenti degli apparati di sicurezza.

    Nove anni dopo, dalla prigione brigatista, Aldo Moro scriverà:

    “La cosiddetta strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi d’informazioni”.

    Nei primi attimi dopo l’attentato non ci si rende conto della reale natura della deflagrazione, tant’è che si diffonde la notizia non dello scoppio di una bomba, bensì quella dell’esplosione della caldaia della banca stessa.

    Le successive esplosioni e i segni evidenti dello scoppio di un ordigno tuttavia smentiscono quasi subito le prime voci circolate e mettono i milanesi e il resto del Paese davanti alla tragica realtà dei fatti.

    L’ordigno era stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo degli sportelli. La potenza dell’esplosione è testimoniata dagli effetti distruttivi sui locali devastati.

    I nomi delle vittime della strage sono:

    • Giovanni Arnoldi
    • Giulio China
    • Eugenio Corsini
    • Pietro Dendena
    • Carlo Gaiani
    • Calogero Galatioto
    • Carlo Garavaglia
    • Paolo Gerli
    • Luigi Meloni
    • Vittorio Mocchi
    • Gerolamo Papetti
    • Mario Pasi
    • Carlo Perego
    • Oreste Sangalli
    • Angelo Scaglia
    • Carlo Silva
    • Attilio Valè

    Alla proditoria strage fascista di piazza Fontana fanno seguito pressioni americane sui vertici istituzionali per il ricorso a misure eccezionali; ma la mobilitazione unitaria dei lavoratori impedisce la proclamazione dello stato d’assedio.

    La strage milanese sembra finalizzata anche a provocare il ricorso alla lotta armata da parte dell’ultrasinistra per innescare una reazione a catena. La manovra ha un parziale successo: l’editore milanese di estrema sinistra Giangiacomo Feltrinelli, convinto che le forze reazionarie stiano preparando un colpo di Stato, si dà alla clandestinità munito di un passaporto falso, e nella primavera del 1970 forma i primi nuclei armati, i Gap (Gruppi di azione partigiana), a Milano, Genova, Torino e Trento.

    Nel CPM si intensificano le riunioni ristrette per decidere tempi e modi del passaggio alla clandestinità e alla lotta armata. E i servizi d’ordine delle organizzazioni extraparlamentari accentuano le loro caratteristiche paramilitari.

    Renato Curcio ricorda così la strage:

    «Nel Collettivo, con sede in un vecchio teatro in disuso in via Curtatone, si cantava, si faceva teatro, si tenevano mostre di grafica. Era una continua esplosione di giocosità e invenzione. Con la strage il clima improvvisamente cambiò. […]

    Quel pomeriggio stavo andando a piedi nella sede, quando mi trovai circondato da poliziotti col mitra puntato: «Fermo, arrenditi». Mi portarono in questura dove mi tennero chiuso in una stanza con altri malcapitati. Avevo orecchiato vagamente dell’esplosione e dei morti.

    Dopo cinque o sei ore, un funzionario mi chiamò: mi chiese se ero Curcio Renato e, senza interrogarmi, disse che potevo andare… Siamo arrivati a un livello di scontro molto aspro, ci dicemmo. Si tratta di una svolta che ci lascia aperte solo due strade: mollare tutto, oppure andare avanti, ma attrezzandoci in modo del tutto nuovo…

    Verso la fine di dicembre, con una sessantina di delegati del Collettivo, ci riunimmo nella pensione Stella Maris di Chiavari. Dopo due giorni di dibattito decidemmo di trasformarci in un gruppo più centralizzato, che chiamammo “Sinistra proletaria”. E nel documento elaborato, il cosiddetto “Libretto giallo”, introducemmo per la prima volta una riflessione sull’ipotesi della lotta armata».

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  • 1 Novembre 1969

    Convegno di Chiavari del CPM

    Il convegno dura dall’1 al 5 Novembre 1969; partecipano circa settanta persone provenienti da relatà diversissime.

    Partecipano Renato Curcio, Margherita Cagol, Giorgio Semeria, Giovanni Mulinaris, Corrado Simioni, Duccio Berio, Giorgio Semeria, Franco Troiano, Arialdo Lintrami, Orietta Tunesi, Renato Ferro, Gaio Di Silvestro, Lucia Martini, Antonio Saporiti, Raffaello De Mori, Roberto Iussi, Mario Angelini, Marco Bazzani, Marisa Lupo, Jean Muggia, Lea Melandri, Luciana Negro, Giuseppe Sartori, Tiziana Maiolo, Mario Casati, Fabrizio Pelli, Angela Minella, Enrico Castellani, Daniela Torresini, Luca Balestri, Gabriella Giuliani, Innocente Salvoni, Franfoise Tuscher, Alberto Nason, Maria Zantonello, Domenico Tavoliere, Italo Saugo, Paolo Strambio De Castiglia, Adriana Redaelli, Francesco Mattioli, Carlo Rizzi.

    Il convegno si svolge nella sala Marchesani, adiacente la pensione “Stella Maris“, nel quale un gruppo di partecipanti guidati da Curcio dichiara la propria adesione ad una visione di lotta armata ed il successivo passaggio alla clandestinità.

    La pensione è gestita dalla Curia Arcivescovile, e ufficialmente il convegno viene organizzato dall’organizzazione cattolica “Gioventù Studentesca”. La sala viene concessa proprio perché richiesta con lettera formale dall’alto funzionario della CISL don Giorgio Battifora.

    Per qualcuno è la data di nascita delle BR, anche se molti lo spostano al convegno di Pecorile nell’Agosto del 1970.

    L’ipotesi di passare alla lotta armata diviene concreta. Il convegno produce il «Libretto giallo»: un documento di ventotto pagine dal titolo Lotta sociale e organizzazione nella metropoli che traccia le linee di un movimento che «esprime, in forme ancora embrionali e parziali (spontanee, appunto), una contraddizione antagonistica con il sistema generale di sfruttamento economico, politico, culturale»: la lotta dell’autonomia proletaria deve dunque diventare sociale, superando le limitate posizioni operaiste e studentiste dei gruppuscoli extraparlamentari.

    In un altro passaggio si stigmatizza il “tradimento” del PCI e della sinistra storica, precisando gli obiettivi rivoluzionari del proletariato moderno, e si fa quindi riferimento al modello di guerriglia urbana assunto dai
    Tupamaros uruguaiani.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 22 Ottobre 1969

    A Genova nasce la prima banda armata italiana di matrice marxista-leninista, la XXII Ottobre. 

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