Categoria: Socialize&Politicize

  • Quale violenza?

    Quale violenza?

    Quale violenza?

    Quale violenza?

    Sabato a Brescia è sceso in Piazza l’orgoglio della dissidenza.
    Un migliaio di persone di Brescia sono scese nella loro piazza per mostrare che non tutte le piazze acclamano Silvio Berlusconi. Non tutte le piazze d’Italia lo vogliono imperatore d’Italia, non tutti gli elettori. Che lui non ha governato in nome del popolo, ma in nome di una massa informe, disinformata e senza cultura che ha creduto alle favole della nonna. Per nostalgia. Per paura. Per ignoranza. Per un fascismo morbido.

    Quale violenza?

    Quella di un manifestante del Popolo della Libertà che percuoteva sulla testa una ragazza che avrebbe potuto essere sua nipote con l’asta di plastica della sua bandiera “Berlusconi Presidente”? O quella di manifestanti che alzando le braccia mimando le manette urlano “In galera, in galera”?

    Quale violenza?

    Quella di un uomo che da anni dimostra all’Italia che “La legge non è uguale per tutti” che scende in piazza per fare un comizio per violentare un potere dello Stato (che peraltro sta governando insieme al governo dell’opposizione)? O quella di cittadini di qualsiasi provenienza politica, sociale e culturale che scendono a difendere la loro Costituzione, quell’insieme di parole che degli eroi hanno scritto con il sangue di una guerra civile?

    Quale violenza?

    Quella di un pugno in faccia ad un manifestante PdL? O quella di un governo ventennale egoista, becero e cieco, che ha causato la disperazione della “Legge Giovanardi”, della “Bossi-Fini”, delle folli privatizzazioni a favore dei suoi amichetti?

    Quale violenza?

    Ci si deve riappropriare delle parole. La violenza non è un pugno. Non sono le urla di una parte di popolo arrabbiato la violenza. La violenza è l’ignoranza, la povertà. Il razzismo è violenza. L’intolleranza è violenza. Violenza è l’indifferenza.

    Vedere i programmi televisivi di questi giorni su quello che è successo Sabato mi porta alla mente “Sbatti il mostro in prima pagina“, con un impressionante Gian Maria Volonté.
    Alla montatura che la stampa e i mass-media sono in grado di produrre per perseguire fini politici. Altro che la magistratura.

    Sentire Vendola dire “Brunetta non troverà mai SEL tra i violenti” non significa nulla. Doveva dire che quella piazza a cui anche parte del suo partito ha partecipato non è stata violenta.
    Sentire Brunetta che da dei teppisti a una piazza che non è riuscito a vedere perché la piazza stessa l’ha rifiutato (se n’è dovuto andare facendo finta di nulla scortato da un plotone di carabinieri) è totalmente folle.
    Vedere Formigoni salutare la folla che lo insulta come se non sentisse e rispondere ai giornalisti “Sto salutando il popolo della libertà” ha un solo senso: se fai finta che non sia successo qualcosa che nuoce alla facciata del tuo partito (e le televisioni e i giornali sono in larghissima parte a disposizione del capo dello stesso) allora non esiste.

    La non-violenza è intelligenza e consapevolezza. Il non rispondere alle provocazioni di militanti venuti ad occupare una piazza che non gli apparteneva (quanti erano di Brescia tra le bandiere azzurre pagate dai rimborsi elettorali di tutti), sorpresi che per una volta la polizia non li abbia difesi per partito preso.

    L’intelligenza è scegliere cosa pensare, indipendentemente da quello che il leader maximo di un’ideologia che ci affascina ci inculca in testa.

    La consapevolezza è che non siamo liberi di scegliere in questo Paese. Se le informazioni vengono perlopiù da un’unica fonte, e quella fonte è di proprietà della persona che dobbiamo o non dobbiamo scegliere, allora dobbiamo informarci in maniera diversa.
    Perché in fondo la violenza fa paura. Preferiamo le tre scimmie nonvedononsentononparlo, alla consapevolezza.

    E’ che dobbiamo ammettere questo: per il dolore, lo sconvolgimento emotivo, la rabbia, la disperazione, e la necessità di un cambiamento, anche la verità è violenza.
    Altrimenti siamo tanti piccoli burattini nell’Eurasia di George Orwell.

    “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.”

    George Orwell
    1984

  • Questo paese non è reale

    Questo paese non è reale

    Ieri Silvio Berlusconi è stato a Brescia, nella mia città.

    Molte associazioni e partiti si sono dati un appuntamento spontaneo intorno a Piazza del Duomo per impedire che le televisioni potessero dire che la mia città lo accoglieva a braccia aperte, come se i Bresciani fossero totalmente elettori del PdL.

    Ho riflettuto molto prima di partecipare. Sono solitamente tranquillo, anche nelle manifestazioni con molta tensione, ma il pensiero di vedere da vicino quest’uomo di plastica che ha distrutto il mio paese con vent’anni di governo ad personam, mafioso e corrotto poteva rompere gli argini della mia rabbia.

    Il fascismo morbido di Silvio ha distrutto tutto, lasciando soltanto terra bruciata: la Costituzione, la cultura (distrutta da 40 anni di televisione becera e immatura), il bilancio dello Stato sono stati consegnati all’interesse personale della Casta e della Mafia.

    Non volevo che una Piazza che ho calcato lo acclamasse, e allora sono andato. E ne sono molto contento.

    Foto di Davide Codenotti e Daniela Longinotti

     

    I contestatori hanno prima assediato la piazza, insultando gli schiavi del regime che hanno dormito all’Hotel Vittoria (chi ha pagato la loro notte in uno degli hotel più costoso di Brescia?!?!). C’è stata tensione, certo. Come non urlare contro Gasparri, la Santanché, Brunetta? Contro quei sostenitori ridicoli con le loro bandiere e le loro insegne pagate dai rimborsi elettorali di tutti?

    Gli scontri non ci sono stati per la responsabilità di noi contestatori. Come al solito le forze del (dis)ordine sono state mandate allo sbaraglio, organizzate male e sempre nel posto sbagliato. Come al solito sarebbe bastato nulla per scatenare la violenza dei manganelli.

    Poi Silvio arriva, tra le urla dei manifestanti, quelli veri. Sale sul palco. A quel punto ci siamo spostati da Via X Giornate, e guardando nei vicoli che accedevano a Piazza del Duomo mi sono sentito distrutto, tante bandiere azzurre, come se davvero Brescia fosse tutta a sostegno del delinquente più famoso d’Italia.

    Sono entrato in Piazza dal fondo, e allora ho sorriso. La piazza della mia città mi ha reso felice. Più della metà erano contestatori e non gli “Anarcocosi” dei Centri Sociali, ma persone di ogni età e assolutamente variegata. Cittadini che come me non volevano far vedere all’Italia che Berlusconi fosse ancora forte.
    Striscioni bellissimi: “Occhio gente, Silvio mente!”, oppure “A Brescia siamo donne in verticale”. E la sua voce, pompata da un impianto audio con il volume al massimo, soffocata da un boato di fischi e “Buffone”.

    Quando Silvio se ne va ho un sorriso ebete in faccia. Un successo al di là di ogni previsione. Poi, a casa, guardo i TG.

    Questo paese non è reale, è quello che ho pensato.

    I telegiornali RAI descrivono una piazza piena di sostenitori PdL, contestata da manifestanti violenti provenienti dai centri sociali. Fanno vedere le inquadrature della piazza sempre da vicino, senza mai inquadrarne il fondo; con i microfoni sempre tra le labbra di chi urla di piacere alle cazzate dell’ex Presidente del Consiglio pluri-processato. Quelli che acclamano alla descrizione dello stupro della nostra Costituzione. Mostrano l’unico manifestante del PdL ferito da un pugno a uno zigomo.

    I TG mediaset negano l’esistenza delle contestazioni.

    Brunetta, intervistato dal Fatto Quotidiano mentre si allontana dalla piazza scortato da 10 carabinieri in assetto antisommossa, sorride e mostra il segno della vittoria.
    Dice: “Piazza straordinaria, nessun fischio”
    Il giornalista del FQ: “Si aspettava i fischi?”
    Brunetta: “Piazza straordinaria, nessun fischio”
    Giornalista: “Le danno del mafioso”
    Brunetta (accelerando): “Bellissima piazza, niente fischi. Viva la democrazia, abbasso i fascisti.”
    Fonte: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/05/11/contestazioni-al-comizio-pdl-brunetta-scortato-quali-fischi-abbasso-fascisti/232052/

    Questo paese non è reale. Se le televisioni di regime mostrano il falso, non c’è possibilità di realtà, abbiamo un elettorato deviato come il cervello di Brunetta.

    Questo paese non è reale, ma è l’unico possibile. Dobbiamo fare in modo che la finzione delle loro immagini televisive venga demolita finalmente dal nostro dissenso.

  • Me ne fotto se il modello del Bigio di Brescia era Socialista

    Me ne fotto se il modello del Bigio di Brescia era Socialista

    io me ne fotto se il bigio di brescia era socialista

    Me ne fotto se il modello del Bigio di Brescia, che il Comune di Brescia vuole riposizionare in Piazza Vittoria “per ridare la forma della piazza come pensata dall’arch.Piacentini” era socialista.

    Me ne fotto che fosse un eroe di guerra, un partigiano, un playboy.

    E’ vero che il titolo “L’era fascista”, non è stato pensato dall’autore, lo scultore Arturo Dazzi, ma gli è stato affibbiato da un altro socialista, ben più famoso, Benito Mussolini. Certo è che ne ricalca lo stile, tipico dell’epoca: semplicità, geometria, azione, sfida. Immaginare il duce ai piedi della statua mi fa pensare all’invidia del pene. Gli uomini bassi, quanti danni che hanno fatto nella storia. Uno stile tipicamente fascista, che, è vero, ben si adatta alla struttura della fascistissima Piazza Vittoria.

    Ci sono alcune cose che l’opinione pubblica e i giornali sembrano aver dimenticato.

    La prima, più terra-terra, è il costo del restauro e del riposizionamento: 460.000 euro in una città dove le bonifiche ambientali, per dirne una, attendono da 20 anni. Andateglielo a dire ai bambini della Scuola Deledda di Chiesanuova che devono continuare a giocare sulla piattaforma di calcestruzzo invece che sull’erba dei parchi contaminata da PCB perché non ci sono i soldi. Perché li avete spesi per restaurare “L’era fascista”.

    La seconda, ben più ideologica: volete ricollocare una statua palesemente fascista a meno di 200 metri in linea d’aria dal monumento che ricorda i caduti di Piazza Loggia, caduti per mano neofascista il 28 Maggio 1974. Per questo davvero dovete vergognarvi. Perché non sono i sostenitori dell’ANPI ad avere dei pregiudizi ideologici. Siete voi che avete dimenticato. Commemorate un’epoca buia della storia d’Italia, celebrate quell’ideologia colpevole di avere spento nella vostra città le vite di vostri 8 concittadini.
    8 concittadini che non hanno avuto nemmeno giustizia, perché come in tutte le stragi di stato, non avete voluto dare un nome ed un volto ai colpevoli. Perché dopo 34 anni di processi avete pure condannato le parti civili al pagamento delle spese processuali.

    Per questo dovete vergognarvi. Soltanto per averlo pensato.

    Se fossi un restauratore o uno studente della Libera Accademia di Belle Arti di Brescia, proverei ribrezzo persino a toccarla, quella statua.

    Celebrarla? Se non possiamo non spendere quei soldi perché ormai sono stati destinati, posate la statua in Piazza Vittoria. Poi convocate i parenti di Giulietta Banzi Bazoli, di Livia Bottardi Milani, di Euplo Natali, di Luigi Pinto, di Bartolomeo Talenti, di Alberto Trebeschi. Di Clementina Calzari Trebeschi. Di Vittorio Zambarda. Consegnate una mazza a tutti loro, e mentre i cittadini di Brescia assistono in una piazza gremita, concedete ai parenti delle vittime della strage di Piazza Loggia almeno un pò di vendetta, se non di giustizia.
    Fategli demolire il Bigio. Un momento catartico collettivo per affossare finalmente il Fascismo e tutti i suoi merdosi strascischi.

    Io me ne fotto se il modello del Bigio era socialista. E voi?

  • Cosa rimane

    Cosa rimane

    Cosa rimane della marcia Susa Bussoleno

    Il 23 Marzo 2013 ho partecipato alla marcia No TAV da Susa a Bussoleno.

    Il nostro pullman è stato fermato più volte in autostrada dalla polizia. Ci hanno fatto scendere uno ad uno, ci hanno filmato la carta d’identità, poi il volto. Poi ci hanno fatto risalire, ci hanno riconsegnato i documenti. Poi via, verso Susa, veloci.

    Dopo 5 ore di autobus, prima di uscire dall’autostrada, quella scritta No TAV sul fianco della montagna. Come a far capire di essere in un altro mondo. Forse quell’altro mondo possibile di cui parlavamo nel 2001, nei pressi di Genova.
    Queste montagne sono antiche. E forti. Resistenti, detto alla partigiana. Sembrano inamovibili. Come i loro abitanti.

    Siamo scesi dal pullman che mancava ancora un’ora all’inizio della marcia. C’erano già molti pullman. Un sacco di persone. Ci siamo accodati, mischiati. Eravamo sorridenti.

    cosa rimane della marcia susa bussolenoNegli spiazzi vicino alla stazione di Susa la folla cominciava a montare, come una piena. Come una diga che rompe gli argini. Ho fotografato famiglie, bambini con la bandana No TAV appesa al collo. Anziani. Giovani che con le bombolette compilavano striscioni live. C’erano Valsusini, ma c’erano anche tantissime persone che hanno fatto della difesa del territorio una missione di vita. No Dal Molin, NoMuos, No F35. E tantissimi altri.

    Mi sono ritrovato in coda con gli anarchici pensando che la manifestazione fosse appena partita. Sbagliavo. Guardando in direzione di Bussoleno ho visto decine di migliaia di persone in marcia per dire basta. Per riprenderci il nostro territorio. I nostri soldi. Il nostro futuro. Per resistere. Per andare avanti. Per non fermarci.

    Ho attraversato la manifestazione, Sabato 23 Marzo. Sono partito dagli anarchici, dalle bandiere di partito (o Movimento), relegate in coda al corteo per dimostrare che i No TAV sono uomini e donne, non tesserati. Per far sì che nessuno si prendesse il merito di questo miracolo. Dopo SEL, M5S e Rifondazione Comunista, soltanto bandiere bianche, col treno sbarrato in rosso. Ho fatto chilometri con un sorriso ebete sulla faccia, perché non poteva essere vero. Eravamo il cambiamento. Il vento impetuoso senza essere Kamikaze. Consapevoli. Pronti. Decisi.

    Cosa rimane?
    Rimane un esercito di clown che simula una carica davanti all’unico cordone di polizia. Le facce e le parrucche colorate, i manganelli di gomma, gli scudi di cartone davanti ai blindati e alle armi. Poi andiamo avanti, e quella sarà l’unica polizia che vedrò. Perché non c’è spazio per loro, oggi.

    Cosa rimane?
    Rimane la sensazione di essere 80.000 individui che condividono un’idea. Non una massa che aderisce a un’ideologia in scatola.

    Cosa rimane?
    Rimane la fatica di una marcia di 8 km sotto la pioggia. Metafora della resistenza, di questa resistenza No TAV e di tutte le lotte portate avanti in questo paese. La stanchezza, a volte la disperazione; ma con la certezza che arriveremo in fondo, costi quel che costi.
    E quando pare di non farcela più comincia Bussoleno.

    Cosa rimane?
    Rimangono le facce dei valsusini schierati ai lati della strada, che sorridono e ringraziano questa folla immensa e multicolore, infinita e multipla, incuranti dei disagi che causiamo, ma grati della nostra presenza, del nostro appoggio. Del non farli sentire soli.

    Cosa rimane, nel buio del ritorno in pullman?
    Rimane questa speranza, l’immagine di questo serpentone senza fine che si snoda lungo le salite e le discese del percorso. La speranza che non tutto è perduto. Che possiamo farcela. Che siamo una moltitudine senza fine. Che non siamo soli, che non lo saremo mai.

    Rimaniamo noi, a resistere, ultimi baluardi contro l’ignoranza senza fine di questa becera Italia.

    Cosa rimane?
    cosa rimane della marcia susa bussoleno
    Rimane quel cartello sotto cui passa la manifestazione. Strada chiusa tra Susa e Bussoleno causa manifestazione. Quando quel cartello recherà scritto:

    Mentre il cuore d’Italia da Palermo ad Aosta si gonfiava in un coro di vibrante protesta

    Allora ci saremo. Nel cuore del momento.

    A sarà dura.

  • Dammi il nome

    Dammi il nome

    Tu, elettore del PdL… Dammi il nome… Dammi il nome…

    La mia condizione di “non-votante consapevole” mi mette in una condizione privilegiata all’alba di queste elezioni 2013.
    Posso guardare ai risultati delle elezioni con occhio quasi obiettivo (magari usando un pò più quello di sinistra..), non essendo deluso per i singoli risultati… Non deluso? Scherziamo?!?!?

    Il PD è riuscito a perdere anche queste elezioni. Era praticamente impossibile. Ma questo centro-sinistra è fallace e fallito da vent’anni, ed è uno dei principali motivi della permanenza di Silvio Berlusconi. Bersani, l’eterno secondo, non si smentisce.

    Il MOVIMENTO 5 STELLE è il vincitore di queste elezioni. Personalmente ne sono quasi contento, nonostante l’elettorato che li ha votati mi somiglia sempre meno (ex PD, ex Leghisti, ex ex ex). La speranza è che lavorino davvero con serietà e competenza per dare un nuovo volto, una nuova anima a questo paese.

    La LISTA CIVICA di Monti ha deluso. Del resto l’hanno votato solo i consigli di amministrazione delle banche italiane. Casini resta per un pelo, Fini se ne va, ed è la prima vittima illustre.

    Mi dispiace per la RIVOLUZIONE CIVILE. Come tutte le rivoluzioni, in Italia, è fallita. Se ne va Antonio Di Pietro, altra vittima illustre.

    E fin qui vado bene. Obiettivo. Distaccato.

    Poi arriva il delirio.
    Questo paese ha perso. E continuerà a perdere a qualsiasi tornata elettorale. Se ogni volta che devono scegliere, 7.332.121 di persone scelgono questo nano di gomma, becero, viscido, unto, plasticoso, patetico… Non c’è speranza.

    Io voglio i loro nomi. Voglio guardarli negli occhi. Capire chi sono. Cos’hanno in testa. Quanto conoscono il mondo che li circonda. Quanti anni hanno, che fanno nella vita. Voglio capire. E poi combatterli. Con le armi, all’ultimo sangue. Non è detto che io vinca. Anzi. Ma almeno una volta che avranno vinto loro saranno felici…

    Dammi il nome, elettore che vedi Berlusconi come il cugino simpatico che le spara sempre più grosse, come Aldo Baglio nella canzone di Elio e le Storie Tese.

    Dammi il nome, elettrice che non prova ribrezzo a guardare questo 76enne tristemente arrapato in overdose di Viagra. Non meriti nemmeno l’appellativo di donna, sei totalmente schiava di questo sistema del cazzo. Saresti stata una moglie perfetta nella civiltà contadina del 1850.

    Datemi i vostri nomi.

    Solo ora capisco cosa vuol dire che avete votato con la pancia. Perché, si sa… La pancia è piena di merda…

    Dammi il nome
    Litfiba

  • Libertà di repressione

    Libertà di repressione

    libertà di repressione

    Dopo stamattina tutti conoscete la storia. Tre attiviste di Femen, due ucraine e una francese si mettono in divisa (la loro, a seno nudo) per contestare l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al momento del voto.

    Non discuto le loro motivazioni, né l’efficacia della loro protesta (andare a contestare Berlusconi in topless è come fargli un regalo di compleanno), né l’ipocrisia della legge italiana che le accusa per oltraggio alla pubblica decenza quando le televisioni italiane ci hanno già temprato sul limite che possiamo definire come decenza.

    Quello che mi ha spaventato nelle immagini che ho visto è stata ancora una volta la brutale reazione delle forze di polizia. Vedere queste ragazze trascinate fuori con rabbia (erano armate? I capezzoli inturgiditi per il freddo sono stati scambiati per armi improprie?) mi ha fatto salire come sempre la rabbia.

    libertà di repressione

     

    Schiacciate sulla sede stradale, prese per i capelli, spinte a forza a terra, la pelle nuda vestita solo di una scritta “Basta Silvio” affondata nel nevischio sporco, mi chiedo qual’era la minaccia. Mi chiedo perché i giornalisti assiepati a fotografare le attiviste non siano intervenuti. Solo un timido “Così la soffochi, oh!”; e poi un altro scatto. Vedo braccia stortate dietro la schiena e mi chiedo chi crede più al Commissario Montalbano o al Maresciallo Rocca.

    Voglio i nomi degli agenti in evidenza, voglio un codice, una sigla, che li renda responsabili delle loro azioni. Vorrei violenza dove serve. Altrimenti controllo, cortesia e gentilezza. Decisione, certo. Ma non vorrete farmi credere che in tre per ragazza non si riusciva a scortarle fuori, a metterle qualcosa addosso e finire il tutto?

    Perché si è scelto ancora una volta di reprimere? E chi ha dato l’ordine?
    Non voglio una polizia violenta, quando qualcuno cerca di rovinare lo spot elettorale di uno dei candidati. Candidato che per altro ha molti più carichi pendenti con la giustizia delle attiviste di Femen.

    Altrimenti sono solo servi… Dei servi… Dei servi…

    I veri criminali
    Lord Bean

  • Perché andrò a verbalizzare il mio non voto

    Perché andrò a verbalizzare il mio non voto

    verbalizzare il mio non voto

    E’ più di un mese che leggo programmi elettorali, che seguo le discussioni in rete o quelle da bar, che ascolto le opinioni di amici che stimo per la loro visione politica. Più si avvicinava la data dell’elezione e più mi spaventavo. Perché mai come in questa elezione decisiva in questo sistema capitalistico in crisi mi sembrava necessario scegliere la lista giusta, quella che avrebbe ridato una dignità a questo paese.

    Avendo sempre votato a sinistra non voterò mai Berlusconi, che dopo 20 anni di distruzione finge sia colpa di un anno di Monti la nostra situazione. Che ancora una volta vuole stringere un patto con gli Italiani che sa benissimo che non rispetterà. Che dice che restituirà un IMU che ha prosciugato le tasche degli italiani senza dire che è stata così alta perché per 3 anni non è stata pagata la vecchia ICI.
    Non voterei mai la Lega, razzista e xenofoba, che per gli stessi 20 anni ha governato “alla destra del padre” e ancora ci parla di Roma Ladrona.
    Non voterei mai Monti, responsabile di questa crisi e servo del sistema bancario, che cerca di difendere una parte degli Italiani, quella più forte, più ricca, più elitaria. Che definisce schizzinosi i giovani. Che si era definita governo tecnico e di transizione, e poi si ricandida perché non riesce a lasciare privilegi e poltrona.
    Non voterei mai Bersani, che si definisce di sinistra offendendo tutti gli elettori che nella sinistra credono. Che sostiene la costruzione della TAV in Val Susa. Che è lontano dai cittadini.

    Ho ristretto la scelta a 3 programmi elettorali, sperando di riuscire a scegliere una lista.

    SEL, nonostante un buon programma elettorale, si è alleato al PD, e questo comporta un grosso problema. Votandolo, voterei una sinistra che tende troppo a destra. E non posso accettarlo.

    RIVOLUZIONE CIVILE ha un ottimo programma. Ingroia sembra una persona onesta, e parla di riunire i movimenti dal basso, quei movimenti con cui lotto per un mondo migliore. Ma alle parole non seguono i fatti. Rivoluzione Civile riunisce quei partiti esclusi dalle precedenti elezioni, quelli dell’”estrema sinistra” (che mi sembra veramente una definizione esagerata). Ancora una volta politici di professione, di esperienza, che hanno già fatto promesse che in passato non hanno mantenuto.

    La necessità di una classe politica nuova mi stava convincendo a votare il MOVIMENTO 5 STELLE, che oltre ad essere una sorta di movimento dal basso ha un programma elettorale che condivido in toto. Lo seguo dai primi Meetup, seguivo Beppe Grillo quando era un barlume di democrazia nel regime Berlusconiano.
    Ma c’è qualcosa che mi spaventa. Non tanto la pubblicizzata apertura a Casa Pound (strumentalizzata e pompata per screditarlo, a mio avviso; resta che avrebbe dovuto comunque dichiarare a gran voce il suo movimento come antifascista) quanto l’atteggiamento degli attivisti del movimento stesso. Mi ha spaventato la violenza di questa campagna elettorale, l’esclusione di qualsiasi idea estranea e non approvata, la rigidità del confronto con gli altri, anche in rete, anche ai livelli più bassi del movimento; anche da parte dei simpatizzanti dell’ultima ora.

    Il terribile risultato di questa campagna elettorale è la dimostrazione che più ci si avvicina al potere e più se ne viene intaccati, come con l’anello del potere di Sauron, nel Signore degli Anelli. Tutte le liste, anche quelle più nuove e “innovative” pare si avvicinino a Domenica 24 Febbraio con lo sguardo di Gollum che sibila “il mio tessssssoro”.
    Non si può candidare un Sam Gangee?

    Rimango deluso, come ad ogni elezione. Ma stavolta basta. Basta votare il meno peggio. Basta sentirmi deluso. Voglio sentirmi in pace con me stesso. Voglio farmi timbrare la scheda elettorale senza lasciare schede bianche né schede nulle alla maggioranza. Voglio che sia verbalizzato che la legge elettorale con cui andiamo a votare è incostituzionale (articoli 56 e 58 della Costituzione Italiana) perché non ci permette di scegliere direttamente i nostri rappresentanti.

    Voglio uscire dai seggi sentendomi per una volta orgoglioso di essere un elettore. Basta ascoltare Frankie Hi-Nrg con Rap Lamento mentre entro in cabina. Scelgo di dissentire.
    E di continuare a fare politica veramente dal basso, senza un nome, senza rimborsi, faticando e lottando per ogni centimetro di terreno. Questa è la politica. Non illudersi che basti mettere una croce su un pezzo di carta per aver fatto il proprio dovere.

    “Perché partecipazione è certo libertà… Ma è pure Resistenza”

    Rap Lamento
    Frankie Hi-Nrg Mc

    P.S. Se siete interessati al non-voto verbalizzato trovate indicazioni all’indirizzo http://www.non-voto.org.

  • L’impunità della polizia italiana (40 anni dopo)

    L’impunità della polizia italiana (40 anni dopo)

    Impunità della polizia

    Il 23 Gennaio 1973 il Movimento Studentesco, un organizzazione extraparlamentare di sinistra, proclama lo sciopero generale studentesco. In serata è prevista un’assemblea all’Università Bocconi a Milano, solitamente di libero accesso a chiunque (senza mai presentare peraltro alcun problema di sicurezza). Per questa, in particolare, il “magnifico” rettore Giordano Dell’Amore concede l’accesso soltanto agli studenti che seguono li i corsi, presentando il libretto universitario. Chiama la polizia per far rispettare il divieto.

    Le “forze dell’ordine” circondano la Bocconi con un centinaio di agenti del III reparto Celere al comando di Tommaso Paolella, Cardella (entrambi vice-questori) e di Addante (tenente). Dopo aver allontanato i primi “abusivi” cominciano le prime contestazioni, che si trasformano presto in alcuni scontri tra polizia da una parte e studenti e operai dall’altra. Mentre i manifestanti si allontanano la polizia comincia a sparare. Ad altezza uomo. Comincia il caos. Rimane sull’asfalto l’operaio Roberto Piacentini, ferito alla schiena. Alle spalle, mentre stava scappando. Rimane sull’asfalto lo studente ventunenne Roberto Franceschi, ferito alla testa. Alle spalle, mentre stava scappando.

    Piacentini viene ricoverato al Policlinico e dimesso. Franceschi muore.

    La questura non ammette responsabilità. La prima versione dell’accaduto è stata che lo studente era stato colpito da un sasso lanciato da giovani contestatori. Ai giorni nostri li chiamerebbero anarco-insurrezzionalisti. O anarco-cosi, per gli intimi. Ovviamente nessuno ci crede. Allora nasce una seconda versione, che parla di agente in preda a raptus, dichiarando che l’agente della Polizia di Stato Gianni Gallo avrebbe sparato in stato di semi-incoscienza.

    Sarò stata fatta giustizia?

    Agatino Puglisi e Gianni Gallo (l’agente un stato di semi-incoscienza), imputati per omicidio preterintenzionale assolti per non aver commesso il fatto.
    Sergio Cusani e Roberto Piacentini (ferito alla schiena durante gli scontri), imputati di oltraggio a pubblico ufficiale e lesioni a danno del tentente Addante assolti per insufficienza di prove e amnistia.
    Gaetano Savarese e Agatino Puglisi, imputati per falso, condannati ad un anno e sei mesi di reclusione per aver sostituito i proiettili nei caricatori e falsificato il verbale relativo al sequestro delle armi.

    Il secondo processo penale, nei confronti del vicequestore Tommaso Paolella imputato di omicidio volontario, si concluse con l’assoluzione per insufficienza di prove. La Corte d’Assise d’Appello, decise l’assoluzione per non aver commesso il fatto.

    Come sempre nessun colpevole. Un’altra vittima di Stato.

    Come a Genova. Come Carlo. La stessa pietra. La stessa polizia. Le stesse sentenze. Lo stesso colpevole, nessuno.

    Sono passati 40 anni, e non è cambiato un cazzo.

  • La vera prigione

    La vera prigione

    Gli eroi più grandi sono quelli che nessuno conosce. Quelli che non vengono ricordati dai media o dai post su Facebook.

    Gli eroi più grandi sono quelli che si sacrificano per il bene comune, che sacrificano il loro tempo, le loro risorse, le loro energie. La loro vita.

    Ken Saro-Wiwa era un poeta. Uno scrittore. Un produttore televisivo. Era nato a Bori, in Nigeria, nel 1941. Aveva una vita tranquilla, soddisfacente. Realizzata. Era celebre nel suo paese, aveva fatto lavori importanti nella pubblica amministrazione (autorità portuale e pubblica istruzione). Che altro voleva di più?

    Ken Saro-Wiwa voleva che le popolazioni del Delta del Niger (in particolare l’etnia Ogoni, che rappresenta la maggioranza in quel territorio) potessero far prosperare le loro colture di sussistenza, che potessero far sopravvivere il loro delicato ecosistema. Voleva che le perdite di petrolio delle multinazionali non distruggessero la sua terra, la terra dove era nato, che amava. Non voleva l’ambiente distrutto per miseri soldi.

    Nel 1990, appena uscito dal carcere per una detenzione di alcuni mesi per cui non è stato celebrato nessun processo, guida il Moviment for the Survival of the Ogoni People (MOSOP) ad una manifestazione con oltre 300.000 persone.

    Nel Maggio del 1994 viene arrestato una seconda e una terza volta, con l’accusa di omicidio, insieme ad altri 8 attivisti del MOSOP. Non passa anni in carcere come il Nelson Mandela dell’apartheid. Non scrive “Le mie prigioni” come Silvio Pellico. Ken Saro-Wiwa viene impiccato, il 10 Novembre 1995. Non negli anni ’50, 17 anni fa. Non da una dittatura fascista, militarista e violenta, ma da un governo “democratico” appoggiato dagli Stati Uniti, quelli della Libertà Infinita. Insieme a lui vengono impiccati gli altri 8 attivisti.

    Sul patibolo, prima di morire, dice:

    “Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua”

    L’anno dopo, nel 1996, l’avvocato del Center for Constitutional Rights di New York, Jenny Green, avvia una causa contro la multinazionale del petrolio Shell, per dimostrare un loro coinvolgimento nell’esecuzione dello scrittore nigeriano.
    Il processo comincia nel Maggio 2009. La Shell patteggia immediatamente, accettando di pagare un risarcimento da 15 milioni e mezzo di dollari. Per aiutare il processo di riconciliazione, dicono, mica perché sono colpevoli.

    Ken Saro-Wiwa è un simbolo, oltre che un eroe e un grande artista.

    Il simbolo della lotta delle popolazioni contro lo strapotere delle multinazionali. Il simbolo della difesa dell’ambiente, della salute, della sopravvivenza di molti contro il guadagno economico e lo sfruttamento di pochi.

    Ken Saro-Wiwa, la sua vita e soprattutto la sua morte ci possono insegnare molto. Ci possono insegnare a capire qual’è la vera prigione. Può insegnarci a liberarci.

    Non i mass-media. Per loro quelli del Delta del Niger si chiamano pirati. Non partigiani.

    Se difendiamo l’ambiente in cui viviamo con le nostre energie e la nostra rabbia contro gli interessi particolari… Siamo tutti Saro-Wiwa. Come la Rete Antinocività Bresciana.

    “La vera prigione”
    Ken Saro-Wiwa

    Non è il tetto che perde
    Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
    Nella umida, misera cella.
    Non è il rumore metallico della chiave
    Mentre il secondino ti chiude dentro.
    Non sono le meschine razioni
    Insufficienti per uomo o bestia
    Neanche il nulla del giorno
    Che sprofonda nel vuoto della notte
    Non è
    Non è
    Non è.
    Sono le bugie che ti hanno martellato
    Le orecchie per un’intera generazione
    È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
    Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
    In cambio di un misero pasto al giorno.
    Il magistrato che scrive sul suo libro
    La punizione, lei lo sa, è ingiusta
    La decrepitezza morale
    L’inettitudine mentale
    Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
    La vigliaccheria travestita da obbedienza
    In agguato nelle nostre anime denigrate
    È la paura di calzoni inumiditi
    Non osiamo eliminare la nostra urina
    È questo
    È questo
    È questo
    Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
    In una cupa prigione.

     


    A sangue freddo
    Il teatro degli orrori

  • Io so Pier Paolo Pasolini

    Io so Pier Paolo Pasolini

    io so pier paolo pasoliniNella notte tra l’1 e il 2 Novembre 1975 l’intellettuale Pier Paolo Pasolini viene massacrato di botte sulla spiaggia di Ostia.
    Viene accusato dell’omicidio un ragazzo di 17 anni, Pino Pelosi, che si dichiara colpevole. Ma molte rimangono le incongruenze, gli insabbiamenti e i dubbi.
    Adesso ditemi… Pasolini stava scrivendo un libro, “Petrolio”, sulle vicende che coinvolgevano Enrico Mattei, Eugenio Cefis e l’ENI. E scriveva articoli sul Corriere della Sera come questa “Io so”. Vittima dell’ignoranza per la sua omosessualità o ennesima, rabbiosa, vittima di Stato?

    “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”. Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”
    -Io so Pier Paolo Pasolini