Il racconto dell’ancella è un romanzo distopico di Margaret Atwood pubbblicato da McClelland & Stewart nel 1985 (con il titolo originale “The handmaid’s tale“) e in Italia da Mondadori nel 1988.
Il racconto dell’ancella è ambientato un mondo distopico governato da un totalitarismo religioso basato sul vecchio testamento, in cui il potere viene preso da una setta chiamata Galaad attraverso un colpo di stato militare.
Questa forma di governo ha come caratteristica principale quella della sottomissione della donna a scopi riproduttivi, caratteristica dovuta al grave deficit delle nascite causato dall’emancipazione della donna e dall’inquinamento ambientale e chimico, oltre a malattie diffuse dagli stessi governi che causano la sterilità nell’ambito della guerra batteriologica.
“Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, se no io muoio!».
Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: «Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?».
Allora essa rispose: «Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch’io una mia prole per mezzo di lei».
Così essa gli diede in moglie la propria schiava Bila e Giacobbe si unì a lei.”
Partendo da questa citazione biblica infatti i Comandanti, al più alto grado del potere di Galaad, giustificano la poligamia a scopi riproduttivi che diventa il perno centrale della vita del regime.
Protagonista della vicenda è Difred, un’ancella, il cui ruolo principale era quello di procreare la discendenza di questa società in forte deficit demografico. Erano un gruppo di donne che aveva già dato prova di fertilità avendo già partorito uno o più figli sani sia durante il regime di Galaad che prima della loro ascesa al potere. Il nome della protagonista non è quello vero, infatti le ancelle prendevano patronimico del “Comandante”, ovvero il funzionario di Galaad di alto grado, a cui venivano assegnate.
Tutto il romanzo è narrato in prima persona dalla stessa Difred, che ci racconta il suo essere una donna fertile in un mondo fortemente patriarcale (alle donne era proibito persino leggere e scrivere), un mondo fatto di sottomissione e ingiustizia che porta a galla temi cari al femminismo del tempo ma ancora molto attuali (nei movimenti dell’epoca erano diffusissime le frasi “Nolite te bastardes carborundorum” e “Ci sono domande?“, entrambe frasi presenti in questo romanzo).
Il romanzo, pur essendo abbastanza lento nella narrazione, è scritto molto bene e in modo molto scorrevole. La società creata da Margaret Atwood è perfettamente credibile, soprattutto alla luce di una anche minima conoscenza dei problemi del sessismo che hanno attraversato la società occidentale negli ultimi quarant’anni e ai quali molto spesso non siamo stati in grado di dare risposte e soluzioni.
Unica pecca forse quella di non aver approfondito molto la costruzione vera e propria della società di Galaad, nemmeno attraverso l’espediente narrativo del prologo, ambientato in una conferenza di duecento anni dopo in cui si parla proprio della testimonianza de “Il racconto dell’ancella”.
Citazioni da “Il racconto dell’ancella”
“Fraternizzare significa comportarsi da fratelli. Me l’ha detto Luke. Diceva che non c’era una parola equivalente che significasse comportarsi da sorelle. Avrebbe dovuto essere sororizzare, diceva lui”.
“Nulla muta istantaneamente: in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente moriresti bollito senza nemmeno accorgertene. C’erano notizie sui giornali, certi giornali, cadaveri dentro rogge o nei boschi, percossi a morte o mutilati, manomessi, così si diceva, ma si trattava di altre donne, e gli uomini che commettevano simili cose erano altri uomini. Non erano gli uomini che conoscevamo. Le storie dei giornali erano come sogni per noi, brutti sogni sognati da altri. Che cose orribili, dicevamo, e lo erano, ma erano orribili senza essere credibili. Erano troppo melodrammatiche, avevamo una dimensione che non era la dimensione della nostra vita. Noi eravamo la gente di cui non si parlava sui giornali. Vivevamo nei vuoti spazi bianchi ai margini dei fogli, e questo ci dava più libertà. Vivevamo negli interstizi tra le storie altrui”.
“Qualunque cosa sia, aiutami a superarla, per favore. Ma forse questa non è opera Tua; non credo nemmeno per un secondo che quello che vedo qui sia frutto della Tua volontà. Ho abbastanza pane quotidiano, quindi non perderò tempo a parlarne. Il problema è mandarlo giù senza soffocare. Ora veniamo alla remissione dei peccati. Non importa che mi perdoni subito, ci sono cose più importanti. Per esempio, mantieni gli altri al sicuro, se sono al sicuro. Non farli soffrire troppo. Se devono morire, che sia una morte rapida. Potresti anche offrire loro un Paradiso. Per il Paradiso abbiamo bisogno di te. L’Inferno ce lo possiamo fare da soli”.
“È davvero stupefacente constatare a quante cose ci si può abituare, se c’è un compenso”.


Il redento è una sorta di thriller che si svolge a Faro in Campania, paese probabilmente inventato dall’autore, negli ambienti delle sette sataniche.
Marcus Goldman è uno scrittore che ha fatto il grande salto nel successo con il suo primo libro. Sotto contratto per altri 4 romanzi trova molte difficoltà nel cominciare a scrivere il secondo; sempre più vicino alla scadenza della consegna sale il panico e da New York decide di andare a rifugiarsi ad Aurora, nel New Hampshire, dove vive il suo mentore Harry Quebert, scrittore di fama mondiale e suo professore all’università.
Matteo è un ragazzo di venticinque anni che vive una vita totalmente passiva a Milazzo. Ha abbandonato l’università, si sveglia tardi la mattina e passa le sue giornate ad osservare la gente passare per la strada immaginandosi le loro vite. Un capodanno vede alla televisione i festeggiamenti in una piazza a Madrid e ha la sensazione di trovare tra la folla una persona completamente uguale a lui, persino con gli stessi vestiti. Decide allora di partire per Madrid alla ricerca del suo strano sosia, cominciando un viaggio alla ricerca di sé stesso.




Il protagonista di questo libro è uno scrittore di successo che riesce a scrivere e a pubblicare un bestseller con il suo primo romanzo, e poi non riesce più a scrivere nulla. Per quanto ci provi passano i mesi e nessun capolavoro prende più vita dai tasti della sua macchina da scrivere. Per recuperare l’ispirazione si lancia in un viaggio on the road attraverso un paesaggio che potrebbe essere americano ma che non viene specificato dall’autore. Il lungo viaggio lo porta a incontrare strani personaggi che gli permettono di stendere alcune brevi bozze di romanzi, inseriti all’interno della narrazione.
Non apprezzo le raccolte di racconti. Non riesco mai ad affrontarle con il giusto entusiasmo e spesso mi dimentico delle storie che invece potrebbero essere interessanti. Le uniche eccezioni sono quelle di Stephen King: mi piace troppo come scrive e molto spesso i suoi racconti sono quasi dei romanzi brevi (o romanzi veri e propri, come “La nebbia” contenuta della raccolta 


Sto leggendo molti romanzi di autori esordienti, in questo periodo. Spesso già dalla sinossi si capisce che non sarà una lettura entusiasmante. Anche in questo caso non mi aspettavo una grande lettura. Niente di originale, insomma. Invece sono stato piacevolmente sorpreso.