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  • L’arcobaleno della gravità

    L’arcobaleno della gravità

    Recensione de “L’arcobaleno della gravità”

    L’arcobaleno della gravità è un romanzo di Thomas Pynchon pubblicato nel 1973 e da Rizzoli in questa edizione nel 2001.

    Informazioni su ‘L’arcobaleno della gravità’
    Titolo: L’arcobaleno della gravità
    Autore: Thomas Pynchon
    ISBN: 9788817866903
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Rizzoli
    Data di pubblicazione: 2001-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 1039
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    L'arcobaleno della gravitàL’arcobaleno della gravità non ha mezze misure: o piace da impazzire o è illeggibile. E pur riconoscendone la forza e la bellezza io propendo di più per la seconda. Questo romanzo è pieno di personaggi, a volta anche solo citati, a volte compaiono all’inizio del libro e poi ricompaiono dopo 600 pagine senza una riga per spiegare chi sono, come se il lettore riuscisse perfettamente a ricordarli e a reinserirli all’interno della trama.

    Non si capisce nemmeno il genere di un romanzo così complesso e ricco di sottotrame, di canzoni/poesie, di racconti che non c’entrano nulla, di approfondimenti psicologici di personaggi inutili, di descrizioni infinite ininfluenti per quanto riguarda la trama; può sembrare quasi ucronico, all’inizio, o un romanzo di fantascienza con una squadra di supereroi dell’esercito alleato con poteri paranormali… Poi tutto diventa confuso e si sovrappone in un universo di delirio nella Germania post-sconfitta.

    Citazioni da “L’arcobaleno della gravità”

    “Basta guardare le forme espressive del capitalismo. I vari tipi di pornografia: la pornografia dell’amore, dell’amore erotico, dell’amore cristiano, del bambino con il suo cane, la pornografia dei tramonti, degli omicidi, della deduzione – ahh, il sospiro di piacere quando scopriamo chi è l’assassino – tutti questi romanzi, questi film, queste canzoni con cui loro ci cullano, sono un modo di guidarci, più o meno piacevole, al Benessere Assoluto.”

    “Ciò che viene detto è una verità talmente terribile che la storia – la quale nel migliore dei casi è un’associazione a scopo fraudolento, e non sempre composta da gentiluomini – non ammetterà mai. La verità sarà soppressa, e in epoche particolarmente raffinate, mascherata come qualcos’altro.”

    “Sei passata di sogno in sogno dentro di me. Hai avuto libero accesso ai miei angoli più spregevoli, e là, tra le macerie, hai trovato la vita.”

    “L’innocenza delle creature è inversamente proporzionale all’immoralità del loro signore.”

    “Non c’era alcuna differenza fra il comportamento di un dio e l’opera del caso.”

    “Il messaggio del Serpente, che annuncia: «Il mondo è un’entità chiusa, ciclica, risonante, che ritorna eternamente su se stessa», sarà consegnato a un sistema il cui solo scopo è quello di violare il Ciclo. Prendendo solo e non restituendo niente, esigendo un aumento della «produttività» e dei «guadagni» continuo nel tempo, il Sistema rimuove dal resto del  Mondo enormi quantità d’energia affinché la sua minuscola frazione disperata riveli un profitto – e nel corso di tutto questo, non solo la maggior parte dell’umanità, ma anche nel Mondo animale, vegetale, minerale, viene devastata, consumata. Il Sistema forse capisce, o forse no, che la sua attività serve solo a guadagnare tempo. E che il tempo, per di più, è una risorsa artificiale senza valore, per niente e per nessuno, tranne che per il Sistema, il quale prima o poi è destinato a crollare, quando il suo bisogno insaziabile d’energia sarà diventato più grande di quanto il resto del Mondo possa offrire, trascinando nel suo crollo un numero imprecisato di anime innocenti lungo tutta la catena dell’essere. Vivere dentro il Sistema è come attraversare la campagna su un autobus guidato da un maniaco con tendenze suicide… Anche se è cordiale quanto basta e racconta una battuta dopo l’altra all’altoparlante.”

    “L’amore nasce malgrado le macchinazioni causate dall’avidità, dalla meschinità, malgrado gli abusi di potere.”

    “Resa o non resa, il culto della morte perdura ancora: quello che le nonne definivano «delitto passionale» oggigiorno è diventato, vista la generale mancanza di passione, il sistema preferito per risolvere i conflitti interpersonali.”

    “Nel Creato, tutto ha il suo uguale e il suo contrario. Perché Gesù avrebbe dovuto essere un’eccezione? Se la sua venuta non rientra nella natura, nella creazione, possiamo provare qualcosa per lui, se non orrore? Oppure, se Gesù è davvero il figlio dell’uomo, e se quello che proviamo per lui non è orrore ma amore, allora dobbiamo amare anche Giuda.”

    “Lo sfollagente già sguainato, un cazzo artificiale nero ondeggiante nelle loro mani nervose, pronto a entrare in azione.”

    “La Guerra vera esiste sempre. Il numero delle morti diminuisce di tanto in tanto, ma la Guerra continua a uccidere un sacco di persone. Solo che adesso le uccide in modo più sottile, spesso troppo complicato, perfino per noi, a questo livello, per poterne rintracciare le cause. Però a morire sono sempre quelli giusti, proprio come quando gli eserciti si combattono. Quelli che si alzano in piedi durante il corso di addestramento reclute e si ritrovano nella rosa di tiro della mitragliatrice. Quelli che hanno fiducia nei loro Sergenti. Quelli che fanno un scivolone e per un attimo si rivelano deboli davanti al Nemico. Sono quelli che la Guerra non può usare, e perciò muoiono. Quelli giusti sopravvivono. Gli altri, come si suol dire, addirittura sanno che la loro vita probabile non è molto lunga. Però persistono nel loro comportamento. Nessuno sa perché.”

    “Il Sistema ha una succursale nel cervello di ognuno, il suo simbolo corporativo è un albatro bianco, tutti i suoi rappresentanti locali operano dietro una copertura nota come Io, la loro missione nel mondo è Spargere Merda.”

    “Perché instillano in noi un riflesso automatico, facendoci provare un senso di vergogna non appena si tocca l’argomento? Perché la Struttura consente tutti gli altri comportamenti sessuali tranne questo? Perché la Sottomissione e il Dominio sono le risorse di cui la Struttura ha bisogno per la propria sopravvivenza. Non si possono sprecare in un atto sessuale privato. Anzi, in un atto sessuale qualsiasi. La Struttura ha bisogno della nostra sottomissione per poter restare al potere. Ha bisogno delle nostra brame di dominio per cooptarci nel suo gioco di potere. In essa non vi è nessuna gioia, soltanto il potere puro e semplice. Te lo dico io, se il sadomasochismo potesse essere universalmente accettato, a livello di famiglia, lo Stato si indebolirebbe, fino a sparire.”

  • La spada di Falkerith

    La spada di Falkerith

    La spada di Falkerith è un romanzo fantasy di Giancarlo Villa pubblicato da Silele Edizioni nel 2016

    Informazioni su ‘La spada di Falkerith’
    Titolo: La spada di Falkerith
    Autore: Giancarlo Villa
    ISBN: 9788899220358
    Genere: Fantasy
    Casa Editrice: Silele Edizioni
    Data di pubblicazione: 2016-02-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 274
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    La spada di FalkerithIl romanzo è scritto bene e scorre fluido, anche se forse per essere un romanzo fantasy è troppo breve. Mancano descrizioni degli equipaggiamenti e delle ambientazioni, dei pasti, dei castelli, della geografia e della politica. Ci si ritrova in un mondo prettamente medioevale, dove non c’è traccia di magia ma solo di spade, di frecce e di cavalieri.
    Il personaggio intorno a cui ruota la vicenda, Kandan, è ben descritto e ben approfondito, ma il mondo in cui si muove è un po’ nebbioso e poco definito, diventa compito del lettore dargli forma e colore e, anche se a qualcuno può piacere, io l’ho trovata una pecca.

    Il romanzo si legge in qualche ora, è piacevole e scorrevole,nonostante la trama non sia proprio originale; molti elementi, come la divisione tra Nord e Sud (e i tratti caratteristici delle popolazioni che lo abitano), le guardie del re con il Mantello Arcobaleno, la ribellione, il Regno diviso e altri dettagli mi hanno ricordato troppo le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin per apprezzare davvero i diversi colpi di scena che comunque sono presenti all’interno della narrazione e che contribuiscono a renderlo molto leggibile.

  • Mr. Lars, sognatore d’armi – Recensione

    Mr. Lars, sognatore d’armi – Recensione

    Mr. Lars, sognatore d’armi è un romanzo di Philip K. Dick del 1967, pubblicato da La Tribuna (Bigalassia) nel 1970.

    Informazioni su ‘Mr. Lars sognatore d’armi’
    Titolo: Mr. Lars sognatore d’armi
    Autore: Philip K. Dick
    ISBN: 9788834715703
    Genere: Fantascienza
    Casa Editrice: Fanucci
    Data di pubblicazione: 2010-05-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 264
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    mr. lars, sognatore d'armiIl signor Lars Powerdry è il più grande progettista di armi alla moda del Blocco Ovest. Così viene descritto dallo stesso Dick in apertura del romanzo. Solo che è un’affermazione che andrebbe spiegata. Il Blocco Ovest è il nostro blocco NATO, più o meno, quello occidentale durante la Guerra Fredda e in contrasto con il Blocco Est, quello Sovietico. Essere un progettista di armi alla moda invece è molto più complesso; il signor Lars sogna degli armamenti in uno stato di trance e poi disegna i progetti che l’industria bellica poi realizzerà. Anche il Blocco Est ne ha uno: è una ragazza che si chiama Lilo Topchev e anche lei sogna armi per i Sovietici. In questa situazione di stallo, di minacce, di amicizie che si compromettono sull’orlo di guerre che potrebbero sterminare la razza umana, un’invasione di esseri alieni spaventa entrambi i blocchi come una minaccia a cui sono impreparati e a cui pare non siano in grado di porre rimedio.

    Io adoro Philip K. Dick e anche questa storia non delude le aspettative. Romanzo distopico di fantascienza in cui l’autore estremizza le conseguenze del mondo che vive, quello della Guerra Fredda contro l’URSS e del mondo sull’orlo della guerra atomica, condendolo con alieni, poteri paranormali e umorismo. Quello che ne esce è un mondo grottesco ma credibile, fatto di trame sotterranee, di burocrati, di eterni nemici che collaborano nella situazione di crisi, di uomini mediocri che vorrebbero governare il mondo…

     

    Citazioni da “Mr. Lars, sognatore d’armi”

    “Non c’è mai stato un momento in cui io sia riuscito veramente a servirgli, fuorché naturalmente nella vecchia situazione, il gioco benevolo che l’Est Spione e il Blocco Ovest hanno continuato per tutti questi anni, l’Era della Ripartizione, quando abbiamo ingannato le moltitudini, i cittadini comuni di entrambe le parti, per il loro bene.”

     

  • Il mondo nuovo – Recensione

    Il mondo nuovo – Recensione

    Il mondo nuovo è un romanzo distopico di Aldous Huxley del 1932 edito da Arnoldo Mondadori Editore. L’edizione letta è del 1991.

    Informazioni su ‘Il mondo nuovo’
    Titolo: Il mondo nuovo
    Autore: Aldous Huxley
    ISBN: 9788804487807
    Genere: Distopico
    Casa Editrice: Arnoldo Mondadori
    Data di pubblicazione: 2000-09-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 340
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    Il mondo nuovoSiamo nell’Anno Ford 632 (che corrisponde al nostro 2540). La società è organizzata sui principi della produzione e del capitalismo, compresa la riproduzione, dove i neonati vengono fatti nascere in laboratorio in gravidanze extra-uterine e selezionati in base a rigide regole che permettono di avere le varie classi sociali, in funzione di un ritardo controllato dello sviluppo. Non esiste sovrappopolamento, non esiste disordine, non esiste infelicità. Le varie caste vengono educate con una sorta di ipnosi durante il sonno e l’infelicità viene curata con una droga sintetica simile all’MDMA chiamata Soma. Il Mondo Nuovo sembra essere perfetto, almeno fino a quando John, un errore di contraccezione cresciuto nella Riserva, un territorio recintato e controllato dove sopravvive la societa pre-moderna a scopi di turismo e ricerca), e figlio di due individui del Mondo Nuovo, non ritorna alla civiltà.

    Il romanzo è molto interessante e crea numerosi spunti di riflessione sulla società e sul capitalismo. Huxley però è molto lontano dalla costruzione di un mondo come quello di 1984 di Orwell: il suo manca di credibilità, di costruzione, di progettazione. Anche la sua prosa è poco avvincente. Il romanzo, diviso in due parti, comincia con una lunga descrizione dei luoghi dove i nuovi abitanti del mondo nuovo vengono “coltivati”, questi laboratori in cui sembra essere racchiusa l’essenza stessa del governo, per poi spostarsi troppo lentamente in una Londra che è solo abbozzata e a cui manca una vera e propria struttura.

    Citazioni da “Il mondo nuovo”

    “Questo è segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare”

    “Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale”

    “La felicità effettiva sembra sempre molto squallida in confronto ai grandi compensi che la miseria trova. E si capisce anche che la stabilità non è neppure emozionante come l’instabilità. E l’essere contenti non ha nulla d’affascinante al paragone di una buona lotta contro la sfortuna, nulla del pittoresco d’una lotta contro la tentazione, o di una fatale sconfitta a causa della passione o del dubbio. La felicità non è mai grandiosa.”

    “Dio non è compatibile con le macchine, con la medicina scientifica e con la felicità universale.”

    “Non ci indurre in tentazione, dice la nostra preghiera, e a buon motivo, perché quando ala tentazione stuzzica troppo e troppo a lungo, le creature umane in genere cedono.”

    “La libertà, come tutti sappiamo, non fiorisce in un paese che sta sempre sul piede di guerra, o che si prepara a combattere. Una crisi permanente giustifica il controllo su tutto e su tutti, da parte del governo centrale.”

    “Sotto la dittatura la Grande Impresa, resa possibile dal progresso tecnologico e dalla conseguente rovina della Piccola Impresa, cade sotto il controllo dello Stato; cioè di un piccolo gruppo di dirigenti politici e militari, di poliziotti, di funzionari che eseguono certi ordini.”

     

  • La luna e i falò – Recensione

    La luna e i falò – Recensione

    La luna e i falò è un romanzo di Cesare Pavese pubblicato da Einaudi nel 1950; questa edizione è del 2003.

    Informazioni su ‘La luna e i falò’
    Titolo: La luna e i falò
    Autore: Cesare Pavese
    ISBN: 9788806155469
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Einaudi
    Data di pubblicazione: 2003-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 208
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    LaLunaEIFalòAnguilla, un ex orfano che ha fatto fortuna in America, ritorna al suo paese d’origine nella provincia di Cuneo (mai citato direttamente, è Santo Stefano Belbo) dopo la liberazione dal nazifascismo.
    Si trova nello stesso paese, con più o meno le stesse facce, ma lo trova profondamente mutato nell’essenza. Lo trova nella fame, le persone che hanno combattuto con i partigiani (tra cui il suo amico di infanzia Nuto) cambiate e quelle che invece passavano informazioni ai fascisti e ai tedeschi scomparse. Anche lui è cambiato, ma per tutt’altre cause: dopo aver lavorato tanto ed essere emigrato in America ha trovato la fortuna ed ora torna al suo paese da ricco, come vincitore.

    Il romanzo non segue una trama vera e propria, si perde spesso tra i ricordi non in ordine cronologico del protagonista, di cui conosciamo soltanto il soprannome, Anguilla. In questo disordine ci sembra di partecipare alla confusione del protagonista, che da piccolo credeva che il piccolo paese al di là dei campi dove lavorava fosse il mondo e che, dopo aver visitato davvero il resto del globo, trova invece una piccola realtà di gente scossa che ancora non si è ripresa dalla guerra e che si affanna per superare un conflitto che li ha visti forse vincitori, ma che ancora non se ne sono resi conto.

    Citazioni da “La luna e i falò”

    “Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”.

    “Da ragazzo, quando la Virgilia ci portava a messa, credevo che la voce del prete fosse qualcosa come il tuono, come il cielo, come le stagioni – che servisse alle campagne, ai raccolti, alla salute dei vivi e dei morti. Adesso mi accorsi che i morti servivano a lui. Non bisogna invecchiare né conoscere il mondo. Trattandosi di morti, sia pure neri, sia pur ben morti, non poteva fare altro. Coi morti i preti hanno sempre ragione. Io lo sapevo, e lo sapeva anche lui”.

    “Il brutto – disse Nuto – è che siamo degli ignoranti. Il paese è tutto in mano a quel prete. Dal giorno della Liberazione – quel sospirato 25 Aprile – tutto era andato sempre peggio. In quei giorni sì che s’era fatto qualcosa. Se anche i mezzadri e i miserabili del paese non andavano loro per il mondo, nell’anno della guerra era venuto il mondo a svegliarli. C’era stata gente di tutte le parti, meridionali, toscani, cittadini, studenti, sfollati, operai – perfino i tedeschi, perfino i fascisti eran serviti a qualcosa, avevano aperto gli occhi ai più tonti, costretto tutti a mostrarsi per quello che erano, io di qua tu di là, tu per sfruttare il contadino, io perché abbiate un avvenire anche voi. E i renitenti, gli sbandati, avevano fatto vedere al governo dei signori che non basta la voglia per mettersi in guerra. Si capisce, in tutto quel quarantotto s’era fatto anche del male, s’era rubato e ammazzato senza motivo, ma mica tanti: sempre meno – disse Nuto – della gente che i prepotenti di prima hanno messo loro su una strada o fatto crepare. E poi? Com’era andata? Si era smesso di stare all’erta, si era creduto agli alleati, si era creduto ai prepotenti di prima che adesso – passata la grandine – sbucavano fuori dalle cantine, dalle ville dalle parrocchie, dai conventi.”

    “Per strada gli chiesi se era proprio convinto che fosse la miseria a imbestialire la gente.
    – Non hai mai letto sul giornale di quei milionari che si drogano e si sparano? Ci sono dei vizi che costano soldi…
    Lui mi rispose che ecco, sono i soldi, sempre i soldi: averli o non averli, fin che esistono loro non si salva nessuno”.

    “Cominciai a capire che non si parla solamente per parlare, per dire “ho fatto questo” “ho fatto quello” ho mangiato e bevuto”, ma si parla per farsi un’idea, per capire come va questo mondo”.

    “Sono soltanto i cani che abbaiano e saltano addosso ai cani forestieri e che il padrone aizza un cane per interesse, per restare padrone, me se i cani non fossero bestie si metterebbero d’accordo e abbaierebbero addosso al padrone”.

  • Recensione di Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino

    Recensione di Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino

    Il sentiero dei nidi di ragno è un romanzo di Italo Calvino pubblicato nel 1947 da Einaudi. In questa edizione da Mondadori nel 1993.

    Informazioni su ‘Il sentiero dei nidi di ragno’
    Titolo: Il sentiero dei nidi di ragno
    Autore: Italo Calvino
    ISBN: 9788804375913
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Mondadori
    Data di pubblicazione: 1993-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 159
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    Il sentiero dei nidi di ragnoPin è un bambino cresciuto troppo in fretta nei carrugi di Sanremo dopo l’8 Settembre 1943: orfano di madre, cerca di procurare i clienti alla sorella prostituta. E’ troppo grande per essere un bambino ed è troppo bambino per essere grande, degli adulti non riesce a capire i continui voltafaccia e la voglia delle donne. Gira le osterie per prendere in giro i clienti e per cantare le canzoni che gli chiedono di cantare, quando si trova all’improvviso coinvolto con il GAP che si sta formando nel quartiere. Gli chiedono di rubare una pistola al marinaio tedesco cliente della sorella. Pin riesce nell’impresa, e dopo aver nascosto la pistola sul sentiero dei nidi di ragno, un luogo che solo lui conosce, si ritrova sui monti in una brigata partigiana fatti di scarti, emarginati e uomini improbabili.

    Non è sicuramente il miglior romanzo sulla resistenza, ma Calvino ci mostra i partigiani (di cui ha tra l’altro fatto parte) dal punto di vista di una creatura troppo giovane per capirne la politica e troppo semplice per riuscire ad andare oltre le ideologie. E’ la poetica della Resistenza del Fanciullino, che forse bisognerebbe riuscire a spolverare in un’epoca che ha fatto di un cambiamento epocale un ricordo torbido, nebbioso e istituzionalizzato.

    Citazioni da “Il sentiero dei nidi di ragno”

    “I grandi sono una razza ambigua e traditrice, non hanno quella serietà terribile nei giochi propria dei ragazzi, pure hanno anch’essi i loro giochi, sempre più seri, un gioco dentro l’altro che non si riesce mai a capire qual’è il gioco vero”.

    “A fare i reati politici si va in galera come a fare i reati comuni, chiunque fa qualcosa va in galera, ma se altro c’è la speranza che un giorno ci sia un mondo migliore, senza più prigioni”.

    “Il codice penale è sbagliato. C’è scritto tutto quello che uno non può fare nella vita: furto, omicidio, ricettazione, appropriazione indebita, ma non c’è scritto cosa uno può fare, invece di fare tutte quelle cose, quando si trova in certe condizioni”.

    “C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.

    “Ci sarà invece chi continuerà col suo furore anonimo, ritornato individualista, e perciò sterile: cadrà nella delinquenza, la grande macchina dei furori perduti, dimenticherà che la storia gli ha camminato al fianco, un giorno, ha respirato attraverso i suoi denti serrati. Gli ex fascisti diranno: i partigiani! Ve lo dicevo, io! Io l’ho capito subito! e non avranno capito niente, né prima né dopo”.

  • A viso aperto – Recensione

    A viso aperto – Recensione

    A viso aperto è un libro che raccoglie le interviste del giornalista Mario Scialoja a uno dei fondatori delle Brigate Rosse, Renato Curcio, tutte realizzate in carcere e pubblicato da Mondadori nel 1993.

    Informazioni su ‘A viso aperto’
    Titolo: A viso aperto
    Autore: Renato Curcio e Mario Scialoja
    ISBN: 9788804367031
    Genere: Intervista, Biografia
    Casa Editrice: Mondadori
    Data di pubblicazione: 1993-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 228
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    a viso apertoRenato Curcio è un sociologo italiano, famoso non per i suoi studi (che pure ha fatto e pubblicato, soprattutto negli ultimi anni) ma per essere stato negli anni ’70 uno dei fondatori, ideatori e capi delle Brigate Rosse, una delle organizzazioni armate di estrema sinistra nate dopo la Strage di Piazza Fontana nel 1977. Qualcuno potrebbe chiamarla organizzazione terroristica. Io personalmente no.

    Le interviste, che si sono svolte tutte in carcere, ripercorrono i punti salienti della vita di Renato Curcio fin dalla sua infanzia, per concentrarsi in particolar modo sul periodo di Trento, dove frequenta la neonata Università di Sociologia insieme a molti ideologi di svariate organizzazioni extraparlamentari di sinistra e poi sulla nascita e lo sviluppo delle Brigate Rosse lungo gli anni di Piombo, una delle epoche storiche che hanno più segnato la storia recente italiana.

     

    Citazioni da “A viso aperto”

    “Che la nostra generazione sia stata sconfitta è ormai un luogo comune. Quel che non mi è chiaro è chi, in realtà, abbia poi vinto la partita”.

    “Non ci si batte, come noi abbiamo fatto, pensando di essere per forza sconfitti. Oggi direi che esisteva per me una via di mezzo. Sintetizzando le cose con una formula elementare, posso dire che quella società in cui vivevamo non mi andava assolutamente bene, non volevo a nessun costo accettarla, lottavo per cambiarla. E la parola “vittoria” significava la speranza di riuscire a modificare, almeno in parte, lo stato delle cose”

  • Recensione di Lo straniero di Albert Camus su Aforismi di un pazzo

    Recensione di Lo straniero di Albert Camus su Aforismi di un pazzo

    Lo straniero è un romanzo di Albert Camus pubblicato da Bompiani nel 1947. Questa edizione è del 2000.

    Informazioni su ‘Lo straniero’
    Titolo: Lo straniero
    Autore: Albert Camus
    ISBN: 9788845247460
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Bompiani
    Data di pubblicazione: 2000-12-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 176
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    Meursault è impiegato in un’azienda ad Algeri, anche se è di origine francese. Affronta la vita con indifferenza, e nemmeno la morte della madre all’inizio della narrazione sembra scuoterlo. Va alla casa di riposo dove la madre era ricoverata ma non vuole vederne la salma, come se non gli importasse. Beve e fuma durante la veglia, e il giorno dopo il funerale incontra una ragazza (sua ex collega di ufficio) comincia con lei una relazione, che non sembra però dargli nessuna emozione se non la voglia di fare sesso con lei. Conosce anche il suo vicino di casa, Raimondo Syntes, che dice di fare il magazziniere e invece è uno sfruttatore di donne, che un giorno lo invita al mare da un amico. Qui Meursault si trova ad uccidere un arabo in maniera totalmente indifferente, senza sapere nemmeno bene il perché. Affronterà un processo, e le sue colpe saranno più la sua indifferenza e la sua mancanza di morale che l’omicidio in sé.

    E’ il primo romanzo di Camus, ma viene inserito nei migliori 100 libri dalla rivista Le Monde. Il romanzo è ben scritto e piacevole, il personaggio è interessante e coinvolgente; nonostante la sua mancanza di morale comune (e come doveva sembrare immorale un personaggio del genere negli anni Cinquanta, soprattutto in Italia) ci si trova a simpatizzare con lui. L’unica pecca una trama non proprio coinvolgente: tra questo e “La peste” altro suo capolavoro, il secondo è ancora un gradino sopra.

    Citazioni da “Lo straniero”

    “Al principio della detenzione, comunque, la cosa più dura è stata che avevo dei pensieri di uomo libero”.

    “Non sapevo, prima, fino a qual punto i giorni possono essere lunghi e corti allo stesso tempo. Lunghi a vivere, senza dubbio, ma talmente distesi che finiscono per traboccare gli uni sugli altri”.

    “Nell’oscurità della mia prigione semovente ho ritrovato a uno a uno, come dal fondo della mia stanchezza, tutti i rumori familiari di una città che amavo e di una certa ora in cui avveniva di sentirmi contento. Il grido dei giornalai nell’aria già calma, gli ultimi uccelli nel piazzale, il richiamo dei venditori di sandwiches, il lamento dei tram nelle svolte delle vie alte, quella sonorità del cielo prima che la notte si appesantisca sul porto, tutto questo ricomponeva per me un itinerario da cieco, che conoscevo bene prima di entrare in prigione. Sì, era quella l’ora in cui, tanto tempo fa, mi sentivo contento. Quello che mi aspettava, allora, era sempre un sonno leggero e senza sogni. Eppure qualcosa era cambiato perché con l’attesa dell’indomani era la mia cella che ritrovavo. Come se le vie familiari tracciate nei cieli d’estate potessero condurre tanto alle prigioni che ai sonni innocenti”.

    “Non c’è idea cui non si finisca per far l’abitudine”.

    “Davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”.

  • Le città invisibili

    Le città invisibili

    Le città invisibili è un romanzo scritto da Italo Calvino e pubblicato in questa edizione da Arnaldo Mondadori nel 1993. La prima edizione è del 1940.

    Informazioni su ‘Le città invisibili’
    Titolo: Le città invisibili
    Autore: Italo Calvino
    ISBN: 9788804425540
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Arnoldo Mondadori
    Data di pubblicazione: 1993-10-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 164
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    Il romanzo ha una trama semplicissima: Marco Polo e Kublai Khan sono a colloquio, e il grande imperatore chiede al viaggiatore genovese di descrivere le città del suo impero. Allora Marco Polo descrive città fantastiche e variopinte, città che il Khan non ha mai visto e di cui magari nemmeno crede l’esistenza. Tutto qui.

    Citazioni da “Le città invisibili”

    “E’ il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina”

    “Forse l’impero, pensò Kublai, non è altro che uno zodiaco di fantasmi della mente.
    – Il giorno in cui conoscerò tutti gli emblemi, – chiese a Marco, – riuscirò a possedere il mio impero, finalmente?
    E il Veneziano: – Sire, non lo credere: quel giorno sarai tu stesso emblema tra gli emblemi”

    “Il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto”

    “I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi”

    “Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà”

    “Talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei”

    “E’ delle città come dei sogni: tutto l’inimmaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”

    “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”

    “Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano”

    “La città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui s’arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare”

    “Chi comanda al racconto non è la voce: è l’orecchio”

    “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”

  • Falce e coltello

    Falce e coltello

    Falce e coltello – Diario di un omicidio. Amore e politica negli anni di piombo è un romanzo di Ferruccio Fabilli pubblicato da Intermedia Edizioni nel 2013.

    Informazioni su ‘Falce e coltello’
    Titolo: Falce e coltello
    Autore: Ferruccio Fabilli
    ISBN:9788867860418
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Intermedia
    Data di pubblicazione: 2013-05-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 154
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    Falce e coltelloRomano è un professore e aspirante giornalista di un paese in provincia di Firenze, Brevia di Sotto. Siamo subito dopo la Strage di Piazza della Loggia del 1978. Una notte Graziano, iscritto all’Università di Medicina, viene assassinato nella piazza del paese. Oltre che studente era anche interessato alla politica di estrema sinistra. Romano comincia ad indagare tra i suoi compaesani seguendo anche i giornalisti professionisti inviati per indagare l’accaduto.

    Ho cominciato a leggere questo romanzo per il sottotitolo, che mi ha incuriosito molto: “Amore e politica negli Anni di Piombo”. E’ un periodo della storia italiana che mi incuriosisce molto e mi ha incuriosito molto come poteva svolgersi la vicenda. Lotte tra fascisti e brigate rosse, investigazioni tra lotta armata e stragi di Stato… Nel romanzo non c’è nulla di tutto questo. Il romanzo è ben scritto, ma la trama è lenta e poco avvincente; non parla di politica, se non marginalmente e in maniera banale. Non c’è critica né analisi di una situazione politica unica in Europa, che ha fatto di un’epoca di stragi e di strategia della tensione la testimonianza della fine di un’epoca di rivoluzioni sognate e mai realizzate.

    Ferruccio Fabilli è uno scrittore di storia locale, e non riesce ad uscirne: non riesce nemmeno a rendere un paese di provincia il centro della cronaca nera nazionale come spesso succede nel nostro ridicolo giornalismo italiano, come ci insegna Bruno Vespa e le ricostruzioni sui suoi plastici.