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  • Recensione di Deus Irae di Philip K. Dick e Roger Zelazny

    Recensione di Deus Irae di Philip K. Dick e Roger Zelazny

    Deus Irae è un romanzo scritto da Philip K. Dick e Roger Zelazny pubblicato da Fanucci nel 2001.

    Informazioni su ‘Deus irae’
    Titolo: Deus irae
    Autore: Philip K. Dick e Roger Zelazny
    ISBN: 9788834708309
    Genere: Fantascienza
    Casa Editrice: Fanucci
    Data di pubblicazione: 2001-01-01
    Lingua: Italiano
    Formato: Paperback
    Pagine: 250
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    deus iraeE’ finita la Terza Guerra Mondiale, una guerra fatta di Armi di Distruzione di Massa, lasciando la Terra a pezzi. Rimangono poche comunicazioni tra una comunità e l’altra, comunità perlopiù composte da semi-uomini deformati dalle radiazioni. La religione Cristiana è in decadenza, messa in ombra dal nuovo culto del Deus Irae, il Dio dell’Ira.

    Il Dio dell’Ira, come per i Cristiani, è Carlton Lufteufel, eletto a divinità per aver ordinato, da presidente, di distruggere il mondo con le armi atomiche.

    In questo mondo Tibor McMasters, un inc (incompleto) fa l’affrescatore per la locale chiesa dei Servi dell’Ira dipingendo con arti meccanici non avendo braccia e gambe in seguito alle radiazioni; gli viene commissionato l’incarico di eseguire un affresco che raffiguri il Dio dell’Ira: lo mandano nel mondo che rimane a cercarne una raffigurazione.

    Tibor non sa, ma si ritroverà a prendere da modello Carlton Lufteufel in carne ed ossa, ancora vivo e impazzito.

    Un libro piacevole, ma privo delle illuminazioni del resto della produzione di Dick.
    I personaggi, ad eccezione forse del protagonista, sono delineati grossolanamente, e il tema della ricerca è affrontato in maniera troppo banale per essere stato scritto dal dio della fantascienza.

    Citazioni da “Deus irae”

    “Ho viaggiato molto, ho visto il mondo, sia prima che dopo. Ho vissuto i giorni della distruzione. Ho visto le città morire, le campagne avvizzire. Ho visto il pallore abbattersi sulla terra. C’era ancora una certa bellezza, a quei tempi, sai. Le città erano frenetiche e sudice, ma in certi momenti, di solito all’arrivo e alla partenza, quando le guardavi di notte, tutte illuminate, da un aereo, in un cielo sereno… per quell’istante potevi quasi evocare una visione di Sant’Agostino. Urbi et orbi, forse, per quell’istante. E quando ti allontanavi dalle città, in una bella giornata, c’era tanto verde e tanto marrone, spruzzati di tutti gli altri colori, acque che scorrevano limpide, aria dolce… Ma poi venne quel giorno. L’ira discese. Peccato, colpa e punizione? Le psicosi maniacali delle entità che chiamavamo stati, istituzioni, sistemi… le potenze, i troni, le dominazioni… le cose che continuamente si mescolano all’umanità e dall’umanità emergono? La nostra tenebra, esteriorizzata e visibile? Comunque fosse, era stato raggiunto il punto critico. Discese l’ira. Il bene, il male, la bellezza, la tenebra, la città, la campagna… Il mondo intero, tutto si rispecchiò per un istante sulla spada levata.”

    “Siamo viandanti stranieri, qui, infelici e stanchi, e aspiriamo a ritornare alla nostra terra”

    “E’ questo che siamo diventati dopo la guerra, si disse. I nostri orizzonti si sono ristretti: la nostra visione del mondo è rimpicciolita. Siamo come vecchie signore, che raspano nella polvere con le dita deformate dai reumatismi”