Tag: francesco guccini

  • Matrix

    Matrix

    Guardo lo il codice scorrere lentamente dall’alto in basso sullo schermo, verde su fondo nero.
    So che cos’è, ma non lo capisco; so che rappresenta una simulazione neuro-virtuale che ci fa vivere in un mondo creato ad arte per ingabbiarci, per farci vivere come vogliono Loro. E’ ridicolo non sapere nemmeno chi siano “Loro“.
    Ma la mia generazione è così, non si cura dei dettagli, non ha memoria storica.
    Vive come se questa gabbia gli piacesse, come se si trovassero a loro agio. E forse è proprio così.
    Sono io il disadattato, il cinico pessimista, il paranoico, che passa notti davanti al computer in attesa che un Morpheus qualunque lo contatti per dargli la pillola rossa o la pillola blu.

    Sono schiavo del sistema, sono un conformista? Certo. Essere conformato vuol dire non poter far nulla per cambiare le cose. Chi non è parte del sistema?!?! Ce l’ha insegnato la generazione precedente, e noi l’abbiamo nel sangue come un imprinting genetico… Non si cambia mai un cazzo.
    La generazione dei nostri padri aveva il potere di cambiare qualcosa, credeva in un mondo più giusto, era lì a un passo… Poi la rivolta è fallita, i rivoluzionari sono passati dalla parte del nemico, adesso conducono talk show che ci spappolano il cervello. Noi abbiamo imparato il meccanismo per fare successo.
    Facciamo manifestazioni e occupazioni nei licei, ci crediamo con tutti noi stessi. Facciamo scienze politiche all’università, eccitati dall’idea di una nuova rivoluzione. Finiremo a fare i segretari di partito, in bilico tra la nostra coscienza e la nostra sete di potere e ricchezza. Non si fugge dal codice di Matrix.
    La soluzione? Un amore intenso, passionale, pacificatore. Perchè ogni pseudo-eletto vuole la sua Trinity.

  • Il bambino sul baratro

    Il bambino sul baratro

    Sospesi sul baratro del nostro passaggio all’età adulta. Spaventati da una profondità e da rischi che nemmeno avremmo immaginato. Mollata l’università, la scuola dove i docenti ti insegnano a smettere di sognare.

    Accolto a braccia aperte il mondo del lavoro, il mondo dove i sogni sono stati annegati nella Quotidianità. Poche speranze di tirare avanti come si è sempre fatto finora. Poche speranze nei sogni. Sogni. Infranti con forza. Tutto come da copione. Rimane una macchina insensibile di nome Abulafia ad accogliere la parte di noi che si sta liquefacendo.

    Abulafia, l’unico non-essere a conoscere la nostra rabbia di gabbiani in gabbia. Gabbiani che sapevano volare, gabbiani a cui prima hanno tarpato le ali e a cui poi le hanno spezzate con violenza.

    Giusto per non correre rischi inutili.

    Lettera dopo lettera, come un Demiurgo malato di insonnia che non sa più che fare per tirare avanti. Un Demiurgo fallito, che forse starebbe meglio in gabbia, al posto di quel famoso gabbiano.

    Il baratro è a un passo. Il nostro io bambino ci intima piangendo di non avanzare oltre. Naturalmente non vuole morire. Solo un passo, solo un semplice passo.

    Soldi, soldi, soldi.

    Per pagarci scampoli di libertà, ore d’aria a pagamento dalla gabbia che rinchiude il nostro gabbiano. Cerchiamo la droga per esiliarci e avere visioni. Ma non siamo Toro Seduto. Siamo la speranza del ventunesimo secolo, siamo le nuove generazioni.

    Identiche a quelle precedenti.

    Forse qualcosa peggio. Abbiamo cinquant’anni in più di educazione televisva sulle spalle. E non è poco. Cinque, otto, dieci ore al giorno poter comprare. Libertà, libertà, libertà. Dove?

    E’ tutta una gabbia… Non c’è più via d’uscita. Il nostro io bambino, quello che ancora sa qualcosa dei sogni, ci guarda triste, ma credo che abbia compreso. Non c’è speranza. Solo un modo per andare avanti e sopravvivere. Lo guardiamo per l’ultima volta. Gli passiamo una mano affettuosa nei capelli, ricordandogli che non avevamo scelta.

    E poi una spinta decisa. Il nostro io bambino non emette alcun suono, mentre vola nel baratro profondo e infinito della dimenticanza. Benvenuto nella vita adulta, uomo.

    Eskimo
    Francesco Guccini

  • Black Hole

    Black Hole

    Fermo su un foglio per prendermi un attimo e guardarmi dentro, come se ne fossi realmente capace. Scoprire il vuoto più nero. Scoprire che tutto ciò che mi circonda, a partire da una Quotidianità che mi annega, dolce e lenta, mi ha prosciugato. Una cosa che sapevo da tempo, ma che si è materializzata dopo che l’ultima speranza a cui mi ero aggrappato con forza, l’ultimo brandello di quello che ci ostiniamo a chiamare sogno, si è rotto con un rumore smorzato. Vuoto. Depressione? Tristezza? Rabbia? No. Peggio. Il nulla. Come una notte senza luna. Anche il nulla è un’emozione. E, proprio come il nero, assorbe tutte le emozioni. Dalla depressione, alla tristezza… Anche alla Gioia, in un certo senso. La mancanza di un vero e proprio male di essere porta alla Gioia, è uno dei teoremi della filosofia ellenica. Mi fa paura questo nulla che mi consuma dentro… Se non fosse per questi fiochi barlumi di speranza…

    Canzone quasi d’amore
    Francesco Guccini