Tag: Giovanni Agnelli

  • 14 Gennaio 1976

    Le Brigate Rosse assaltano due caserme dei carabinieri a Genova.

    Alle 5:30 nell’officina della caserma di Molassana scoppiano due bombe, forse gelatina. Sono state lanciate dalla strada, distruggono un pullmino, una 500 e danneggiano una campagnola.

    Tre quarti d’ora più tardi i brigatisti entrano nel garage Di Negro, presso la stazione Principe. Tolgono il tappo al serbatoio del pullmino in dotazione ai carabinieri di San Teodoro e appiccano il fuoco. È il primo pomeriggio quando viene diffuso un comunicato. Rivendicati gli assalti a Molassana e San Teodoro.

    Comunicato sugli assalti alle Caserme dei Carabinieri di Genova e Milano

    Portare l’attacco allo stato! Più la crisi di regime si fa profonda, più la classe operaia, il proletariato, trova di fronte a sé contrapposti gli strumenti militari della borghesia, primi fra tutti i carabinieri, nucleo strategico della controrivoluzione imperialista. Dopo aver creato masse di disoccupati e sottoccupati e mentre si apprestano a ridurre ancora anche i salari degli occupati, i padroni delle multinazionali, con alla testa Agnelli, Cefis e la Confindustria, lasciano la catena larga a questo braccio omicida per terrorizzare preventivamente i nuclei di resistenza nell’illusione di poterli scoraggiare mostrando loro truppe di criminali pronti a tutto e ben armati.

    Non vi sono più limiti nella ricerca affannosa della sconfitta politica del movimento operaio, delle sue lotte, della «conflittualità permanente» che dal 1968 ad oggi ha minato i loro profitti babilonici e la loro dittatura. Non vi sono più limiti perché i padroni sanno che possono ottenere questo risultato solo sul terreno della violenza aperta, del terrorismo, della guerra controrivoluzionaria. E lo stanno praticando. Gli ultra revisionisti di Berlinguer fanno finta di non accorgersi di quanto succede perché da molto tempo hanno rinunciato ad organizzare la classe operaia sul terreno della resistenza e della guerra di classe in cambio di qualche culo caldo sulle poltrone a fianco del potere. Con la pratica oscena del “compromesso” coi governanti morbidi della DC e del “patto corporativo” con gli industriali in buona salute come Agnelli anch’essi ricercano la sconfitta delle tensioni rivoluzionarie che percorrono e scuotono la classe operaia…

    L’attacco alle caserme dei carabinieri che la nostra organizzazione ha sferrato in questi giorni non ha il respiro della rappresaglia ma indica una linea di combattimento che, insieme a tutte le forze rivoluzionarie combattenti, intendiamo percorrere fino alla vittoria. Ci deve essere una sola forza armata: – i proletari con il fucile sulla spalla! Lotta armata per il comunismo! Al compagno Massimo Maraschi condannato per rappresaglia dal tribunale speciale di Alessandria a trenta anni va il saluto di tutti i compagni rivoluzionari. A lui diciamo: ricorderemo questo processo e lo faremo ricordare! A chi di dovere: la cascina Spiotta di Arzello è un bene dell’organizzazione ed appartiene al popolo. Nessuno provi a venderla e nessuno provi a comprarla.

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  • 10 Novembre 1975

    10 Novembre 1975

    A Torino viene arrestato Umberto Farioli.

    Farioli era stato indicato come brigatista già dal 1972. Ennesima cattura casuale, si dice. Con le manette finiscono anche i coniugi che lo ospitavano: Vittorio Ravinale, 27 anni, impiegato tecnico, e Anna Maria Pavia, ventiquattrenne, che lavora in un ufficio immobiliare. Secondo l’accusa sarebbero «irregolari», legati comunque all’organizzazione. L’arresto è fatto dagli uomini dell’antiterrorismo e dell’ufficio politico.

    Farioli era ricercato perché si era sottratto agli obblighi di soggiorno. Il suo nome compare varie volte nella “requisitoria” definitiva nei processi Feltrinelli-Brigate Rosse del pubblico ministero Viola. Nel 1972 era accusato di detenzione d’arma e di «essersi procurato pubblicazioni di carattere riservato relative all’addestramento individuale al combattimento e all’uso delle armi, pubblicazioni di cui l’autorità competente aveva vietato la vendita». La polizia lo aveva individuato in seguito alle indagini per la morte di Feltrinelli e alla scoperta dei covi milanesi.

    Dal documento del giudice:

    «Accertamenti svolti in Via Boiardo 33 facevano apprendere intanto che era stato notato più volte, nel cortile interno, un furgone Fiat 1100 di proprietà di Umberto Farioli. Dal furgoncino, testimoni avevano visto scaricare spesso il materiale. Si apprendeva inoltre che Farioli conduceva vita irregolare e che da circa tre mesi non si recava al lavoro presso la Sit-Siemens ove era impiegato come disegnatore.

    […]

    Altro materiale interessante veniva sequestrato nella scrivania in uso al Farioli allo stabilimento Sit-Siemens di piazza Zavattari, fra cui schizzi di revolver, fotografie di persone sospettate di appartenere alle Brigate Rosse, riprese individualmente o in gruppo».

    Secondo gli inquirenti, aveva trasformato in officina per la costruzione di armi e munizioni un magazzino in Via D’Adda 27. Il 2 Maggio, quando la polizia fece irruzione nella base di Via Boiardo, per un caso Farioli come altri compagni, era sfuggito alla cattura.

    Articolo de La Stampa sull’arresto di Umberto Farioli
    […] Lunedì 10 novembre gli agenti hanno arrestato un gruppo di tre giovani, Umberto Farioli, 31 anni, di Cesano Boscone, ma da tempo clandestino; Vittorio Ravinale, 27 anni, impiegato tecnico, e la moglie Anna Maria Pavia, 24 anni, impiegata in un ufficio immobiliare di via Marenco 26. I tre abitavano insieme in via Barletta 135, facevano parte di una «cellula clandestina» delle Br. Nella loro abitazione era stato trovato numeroso materiale di propaganda dell’«organizzazione» e macchine per falsificare documenti. Umberto Farioli era noto alla polizia dal 1972 quando militava nei gruppi che agivano a Milano. Già accusato di detenzione d’arma e finito in carcere il 10 maggio 1972 era stato interrogato più volte e poi messo in libertà provvisoria. Da quel momento si erano perse le tracce. Evidentemente il brigatista era in Piemonte a riorganizzare i «nuclei operativi» delle Br, ormai disastrati dai numerosi ritrovamenti importanti e forse stava per attuare nuovi clamorosi piani di sequestro per poter dare nuova linfa alla « organizzazione ». Le Br avevano subito infatti l’ultimo grosso sbandamento nel conflitto a fuoco con i carabinieri alla cascina nei pressi di Acqui (rapimento Gancia). I militi avevano allora liberato l’industriale e la moglie di Renato Curcio, Margherita Cagol, aveva perso la vita. Gli agenti dell’antiterrorismo erano da tempo sulle tracce di Umberto Farioli. Più volte ne avevano perso i contatti, ma erano sempre riusciti a riagganciarlo. Nel pomeriggio del 10 novembre il suo arresto mentre stava per salire su una «Citroen DS», davanti al numero 53 di corso Siracusa. L’uomo aveva in tasca una «Beretta» cal. 9 e un revolver a 5 colpi cal. 6,35. Al momento della cattura l’uomo non dice altro che il proprio nome: «Farioli» e chiude il pugno alzando il braccio nel solito saluto. Si cerca la sua abitazione, la base, e si riesce a rintracciarla in via Barletta 135. Nell’alloggio vi sono altri due ì brigatisti. Sono spaventati: «Non fateci del male» dicono agli agenti. La perquisizione dà frutti insperati. La base è fra quelle «importanti». Il materiale trovato fa pensare che i brigatisti stessero per attuare un nuovo rapimento. Lo confermerebbero gli oggetti ritrovati che servono per l’allestimento di una cella. Una lampada rossa e una bianca (simili a quelle delle carceri-cubo usate per i sequestri Amerio e Sossi), materassini e recipienti di plastica per la pulizia personale dei prigionieri, uno sgabello e una macchina ciclostile con tubi d’inchiostro per stampare gli eventuali messaggi. Ma il ritrovamento di un taccuino con appunti per una rapimento è fra le cose più importanti. Dentro al libretto viene trovata una piantina della tenuta «La Mandria» e di complessi percorsi per giungervi. Gli appunti sembrano i risultati di numerosi appostamenti. Fanno anche riferimento a via Marenco dove ha sede il palazzo della Sai-Ifi. Ad un capoverso: «Tenuta La Mandria», l’attento compilatore ha scritto: «Impossibile qui. Vi sono guardie armate e cani». Evidentemente sono stati fatti pedinamenti a persone che frequentano la tenuta di Venaria e che hanno frequenti contatti all’interno del palazzo Sai-Ifi di via Marenco. Il taccuino e tutto l’altro materiale è stato messo dalla polizia a disposizione del magistrato inquirente, che ieri ha interrogato in carcere i tre brigatisti. Su quanto è stato detto si mantiene il più rigoroso riserbo. L’attenzione del magistrato si è posta su un foglio che ha in testa e in calce la sigla «ST». Pare che il significato sia «operazione Stalin» e si riferisce a un preciso sequestro. Gli appunti raccontano della visita di Re Gustavo di Svezia a Torino, allora ospite dell’avvocato Giovanni Agnelli alla tenuta La Mandria. Si pensa che proprio in quell’occasione il «commando» dei brigatisti abbia pedinato l’auto del presidente della Fiat e sia giunto alla conclusione che non si poteva attuare un sequestro in quel luogo, scrivendo poi l’appunto «impossibile». La donna arrestata in via Barletta 135, Anna Maria Pavia, lavorava in un ufficio immobiliare di via Marenco 26, a pochi passi dal palazzo Sai-Ifi. Sembra che fosse possibile per la donna osservare il passaggio delle auto nella zona e fare una dettagliata descrizione delle persone che andavano e venivano nel palazzo Sai. Pare che il sequestro dovesse attuarsi verso la fine di dicembre, sotto Natale. Doveva servire per trovare nuovo denaro al fine di permettere al Curcio l’inizio di nuove «battaglie». Il giudice Caselli nella sentenza di rinvio a giudizio sui Brigatisti Rossi dice: « Commetterebbe un grave errore chi sopravvalutasse il ruolo del Curcio, quasi identificando le Br e le loro sorti con questo importante ma pur singolo militante: le Br non sono un uomo ma una organizzazione articolata e complessa, ed è questa una realtà di cui potrebbe essere rischioso non tenere conto». I nuclei indipendenti ed efficienti quali quello dei tre arrestati che si proponevano il più grosso sequestro nella lunga serie di rapimenti lo confermerebbero. In un comunicato diffuso ieri sera, le Brigate Rosse annunciano che « il compagno Umberto Farioli è gravemente ammalato ed ha un bisogno assoluto di cure ed assistenza specialistiche ». « Nel caso che al compagno Farioli non venisse garantito il rispetto del suo diritto alla vita — prosegue il foglio ciclostilato con la stella a cinque punte — riterremo diretto responsabile il g. i. Giancarlo Caselli, e la nostra organizzazione saprà agire di conseguenza». Le Brigate Rosse, inoltre, dichiarano « che i compagni Vittorio Ravinale e Anna Maria Pavia non sono assolutamente legati alla nostra organizzazione e tanto meno sono componenti delle Forze Irregolari».

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    10 Novembre 1975

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