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Simioni voleva che le Br alzassero il tiro con azioni sanguinarie che però non dovevano essere rivendicate. Propose, per esempio, di assassinare il “principe nero” Junio Valerio Borghese durante una manifestazione fascista che si sarebbe svolta a Trento in ottobre [1970], firmando la rivendicazione “Lotta continua”; poi voleva che uccidessimo due ufficiali della Nato a Napoli.

Le BR rifiutano.

Dice di Corrado Simioni Alberto Franceschini

Corrado Simioni, che io ho conosciuto benissimo ha una storia politica di questo tipo. Innanzitutto, era nel Partito socialista insieme a Craxi ed avevano circa la stessa età. Faceva parte della corrente autonomista del Partito Socialista milanese da cui fu espulso nel 1963 per indegnità morale (riferisco dati che mi sono stati raccontati proprio da lui, per cui andrebbero tutti verificati). Io gli chiesi se per essere espulso dal partito aveva per caso rubato la cassa, ma egli mi rispose che si trattava di una questione di donne; tra lui e Craxi c’era una concorrenza per donne, poi non so se questo corrisponde a verità. Sta di fatto che negli anni 1964-65 Simioni scomparve dall’Italia e – sempre sulla base di dichiarazioni che mi rese – si recò a Monaco, in un istituto di cui non ricordo il nome, per studiare teologia e latino. Infatti, mi resi conto della sua preparazione e gli chiesi se per caso aveva studiato da prete, e lui mi rispose di aver studiato teologia a Monaco. Me ne parlò come un fatto di interesse culturale, intellettuale, niente di strano. Poi ricompare in Italia col movimento studentesco nel 1968. Comincia a gironzolare allìinterno del movimento, proponendo ai vari leader o agli studenti un quotidiano del movimento, per il quale diceva di avere i soldi e gli strumenti. Questo era il suo progetto. Diceva di essere un giornalista della Mondadori: sono notizie che andrebbero verificate. Lo conosco bene perché poi fondò insieme a Curcio il Collettivo Politico Metropolitano. Io a quei tempi ero a Reggio, ero uscito dalla FGCI e dal Partito Comunista e avevamo fondato un collettivo nella nostra città. Entrammo in contatto con questo Collettivo Politico Metropolitano e lo conobbi attraverso il cub della Pirelli. Poi però i rapporti si deteriorarono velocissimamente. Con lui già si parlava di lotta armata: era uno di quelli che spingeva di più verso la lotta armata, tant’è che l’occasione della rottura tra Curcio e me da una parte, e lui e il suo gruppo dall’altra avviene nel settembre 1970, di fronte ad alcune sue proposte che ritenevamo assolutamente avventuriste, come si diceva allora, totalmente demenziali, diremmo oggi. La prima proposta che fece all’inizio di settembre fu di uccidere il principe Borghese, invitato ad un comizio in piazza a Trento da Avanguardia Nazionale. Diceva di aver già preparato tutto: aveva i cecchini e si doveva andare lì ad ucciderlo. Siamo nel settembre 1970.

Il fatto veramente inquietante era che la colpa dell’assassinio di Valerio Borghese doveva ricadere su Lotta Continua che andava formandosi allora. Aveva una teoria del “tanto peggio, tanto meglio”: l’unica via rivoluzionaria era la lotta armata e questi gruppi semi-legali costituivano un freno. Bisognava fare l’attentato e sbarazzare il campo da Lotta Continua che si stava formando. La proposta gli venne rifiutata. La seconda proposta era connessa al viaggio di Nixon in Italia alla fine di settembre. Ci propose di uccidere due ufficiali della NATO a Napoli: diceva di avere preparato tutto, anche se poi non si capiva mai chi fossero queste persone che, dietro di lui, avevano preparato tutto. Noi non dovevamo farlo: dovevamo essere d’accordo con lui a gestire le operazioni in un certo modo. Rifiutammo anche questa proposta e decidemmo di bruciare la macchina di un capo reparto della Siemens. Dicevamo che le sue proposte erano follie, che bisognava partire dalle fabbriche e così decidemmo l’azione contro il capo della Siemens. Su questo ci fu una rottura tra noi e lui e il suo gruppo. Noi chiamavamo questo gruppo “Superclan”, nel senso di superclandestino. ù

Loro comunque operarono in Italia fino al 1973-1974, poi sciolsero questa organizzazione e se ne andarono a Parigi dove aprirono l’Hyperion. Successivamente, quando sono venute fuori queste cose su di lui, Simioni concesse una intervista all’«Espresso» al giornalista Scialoja, l’unica intervista che ha fatto, alla fine degli anni Ottanta, primi anni Novanta. Nell’intervista lui risponde dando un quadro di sé assolutamente irreale: dice di essere sempre stato un pacifista, un intellettuale, di non aver avuto nulla a che fare con Curcio e Franceschini che erano due terroristi. Una ricostruzione al contrario: potete credermi o non credermi, ma io lo conosco e tutto quello che lui dice nell’intervista è falso. Ma la cosa inquietante dell’articolo, che vi inviterei a cercare, è che esso appare corredato da un’unica foto nella quale si vedono papa Giovanni Paolo II, l’Abbé Pierre, e tra i due Simioni. Il messaggio era chiaro. Il punto è che in questo gruppo certamente ci sono altri personaggi interessanti che forse tutti voi, i magistrati, hanno sottovalutato. Duccio Berio era il braccio destro di Simioni: suo padre era un famoso medico milanese, ebreo, a suo dire legato ai servizi israeliani. Ho quasi la certezza che il canale attraverso il quale fummo contattati passava per questa persona. C’era poi una francese, del giro di Mani Tese, Françoise Tuscher, che era la nipote dell’Abbé Pierre. Quest’ultimo era un personaggio importantissimo in Francia nell’attività di volontariato, che aveva fatto la resistenza insieme a De Gaulle, era uno dei suoi uomini di fiducia sin dalla partenza dall’Algeria. Inoltre Duccio Berio era il genero di Malagugini: sua moglie, Silvia Malagugini, era la figlia di Alberto, uno dei boss della giustizia nel Partito Comunista.

Un ultimo dettaglio sulla storia dell’Hyperion, che forse può essere inquietante: nel dicembre 1973 facemmo il sequestro Amerio, che era un dirigente del personale della FIAT di Torino: fu il primo sequestro rilevante, perché durò tutta una settimana; prima c’era stato quello di Macchiarini, durato soltanto alcune ore. Noi gestimmo tutto il sequestro contro il compromesso storico. Apparve su «Rinascita» un articolo di Berlinguer che lanciava il compromesso storico e noi interpretammo il contratto FIAT di quell’epoca come la prima verifica di questa possibile strategia di compromesso storico. Pochi mesi dopo la fine del sequestro, nel gennaio 1974, attraverso Piero Morlacchi, che era un compagno di Milano, clandestino, legato al PCI, che aveva due fratelli che lavoravano all’«Unità», uno come giornalista e l’altro come tipografo, ci contattarono dicendoci di consegnarci ai magistrati perché ormai le cose si facevano pesanti e ci sarebbero stati arresti in massa. Quindi io e Morlacchi dovevamo consegnarci. Questa informazione ci veniva dal PCI, ovviamente; poiché noi due eravamo considerati compagni di fiducia e affidabili, mentre gli altri non si sapeva chi fossero, ci proposero di consegnarci (anche perché è ovvio che il nostro arresto poteva coinvolgere il PCI per la nostra storia personale) ai magistrati, in particolare a Di Vincenzo, e di nominare come avvocato Alberto Malagugini, che quindi doveva essere il tramite di questa operazione. Noi ci rifiutammo di consegnarci, mentre i componenti del Superclan si consegnarono: Simioni e gli altri andarono dal magistrato, fecero non so quali dichiarazioni, chiusero tutti i loro conti con l’Italia, e se ne andarono a Parigi. Queste cose le so con certezza.

Ovviamente, noi vedevamo questi dell’Hyperion, che allora non si chiamava così e che noi chiamavamo Superclan, come il fumo negli occhi. Noi ritenevamo Simioni e gli altri di quel giro come dei provocatori nel vero senso della parola, però non sapevamo al servizio di chi. Potevano benissimo essere al servizio del KGB, come anche della CIA. Per come l’ho conosciuto, Simioni più che altro era un avventuriero.

Dice di Corrado Simioni Renato Curcio

Tutto cominciò da uno scontro di potere al convegno di Pecorile. Corrado Simioni arrivò con l’intenzione di conquistarsi una posizione egemonica all’interno dell’agonizzante Sinistra Proletaria: pronunciò un intervento particolarmente duro, e sostenne che il servizio d’ordine andava ulteriormente militarizzato. La sua operazione non riuscì, ma una volta tornato a Milano non si diede per vinto: senza avvertire nessuno propose ai responsabili del servizio, alle nostre “zie rosse” [le donne dell’organizzazione, n.d.a.], delle azioni illegali e degli attentati inconcepibili per una organizzazione ancora inserita in un movimento molto vasto e, praticamente, aperta a tutti. Tra l’altro si rivolse a Margherita [Cagol, n.d.a.] per chiederle di piazzare una valigetta di esplosivo sulla porta del consolato USA a Milano. A quel punto Margherita, Franceschini e io ci trovammo d’accordo nel giudicare le sue idee avventate e pericolose. Decidemmo così di isolarlo assieme ai compagni che gli erano più vicini, Duccio Berio e Vanni Mulinaris: li tenemmo fuori dalla discussione sulla nascita delle Brigate Rosse e non li informammo della nostra prima azione, quella contro l’automobile di Pellegrini. Simioni radunò un gruppetto di una decina di compagni, tra cui Prospero Gallinari e Françoise Tusher, nipote del celebre Abbé Pierre: si staccarono dal movimento sostenendo che ormai non erano altro che cani sciolti. C’erano però degli amici comuni che ci tenevano informati delle loro discussioni interne e conoscevamo il loro progetto di creare una struttura chiusa e sicura, super-clandestina [Superclan, n.d.r.], che potesse entrare in azione come gruppo armato in un secondo momento: quando noi, approssimativi e disorganizzati, secondo le loro previsioni saremmo stati tutti catturati una volta superata la caotica situazione di transizione in cui ci trovavamo

Dice di Corrado Simioni Mario Moretti

Non sopportavo il suo [di Simioni, n.d.a.] modo di fare. Cominciavamo appena a fare qualcosa di concreto oltre le chiacchiere, non c’era ancora un progetto definito, ma una cosa io e i compagni della mia stessa formazione avevamo chiara in testa: sarebbe stato un disastro se si fosse andati a qualcosa di men che controllabile. Simioni era l’opposto. Aveva la mania della segretezza, un po’ millantatore e un po’ suggestionato dai romanzi di spionaggio. Ma ci voleva altro che dar qualche nome della guerriglia latino-americana per coinvolgerci in avventure non trasparenti. Un dissidio sul metodo era più che sufficiente per dare un taglio netto, almeno per me. Se accetti dei livelli di segretezza, accetti una gerarchia. Con Simioni avevamo chiuso fin dal CPM, non lo vedemmo più e apprendemmo dai giornali che era finito a Parigi. Avevamo in Francia dei compagni espatriati alcuni anni prima, che erano in grado di collegarci con tutti i movimenti rivoluzionari di una certa consistenza. A Parigi c’erano più o meno tutti, e si arrivava attraverso canali riservati, ma non segretissimi. Avevamo un credito che ci consentiva di incontrare chi volevamo. Mi mossi [su Parigi, n.d.a.] dall’inverno del 1978 al 1981. Ma fu un compito al quale mi dedicai saltuariamente. Sapevo fin troppo bene qual era il nostro stato reale, grande capacità operativa ma anche grandi difficoltà politiche. Con i rapporti internazionali non ne avremmo risolto neppure una. Mi fermavo [a Parigi, n.d.a.] non più d’un giorno o due, come se facessi una riunione d’un’altra colonna. Prendevo l’aereo la mattina presto a Roma e tornavo con un altro aereo la sera a Milano. Se penso che ero fra i brigatisti più ricercati e passavo quattro volte in un giorno i controlli di frontiera, dev’essere vero che ero matto, come mi dissero una volta i palestinesi. All’inizio ci andavamo in tre, poi venne con me qualche volta Laura Braghetti, che parla francese molto bene. Prendemmo una base in affitto. Lauretta era molto giovane e le fu facile farsi passare per una studentessa

  • Comune di Piazza Stuparich

    Comune atipica sorta a Milano nel 1969 nell’ambito del Collettivo Politico Metropolitano.

    Mario Moretti la racconta così:

    “L’idea della comune nasce un po’ per caso. Lavoriamo tutti nella zona, tutti impegnati nel sindacato e nel movimento, è pratico prendere un unico appartamento grande e abitarci insieme, potremo far politica senza diventare matti con le incombenze domestiche, e risparmieremo un sacco di soldi… Da principio eravamo in 18, di provenienza diversa: ragazzi del Movimento Studentesco o cattolici vicini alle ACLI, marxisti ortodossi, tutta la gamma dell’anarco-sindacalismo… I più, come me, erano senza partito e senza una vera ideologia, ma si sentivano bene lo stesso… Solo le camere da letto erano separate, c’erano le coppie naturalmente, ma inserite in una struttura che serviva a tutti… La comune di Piazza Stuparich diventa un punto di incontro, quasi tutti i compagni milanesi che poi hanno militato nelle Brigate Rosse ci sono passati almeno una volta, magari solo per mangiare il risotto.”

    Della comune fanno parte l’ing. Gaio Di Silvestro (leader del movimento dei tecnici Sit-Siemens) e sua moglie Maria Zantonello, Piero Zorzoli con Lucia Martini, Antonio Saporiti, Maria Lanzone.

    La frequentano assiduamente altri dipendenti della Sit-Siemens come Corrado Alunni, Ivano Prati e Pierluigi Zuffada.

    Saltuariamente Corrado Simioni, Vanni Mulinaris, Renato Curcio e sua moglie Mara Cagol, Alberto Franceschini, Franco Troiano e Orietta Tunesi.

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