Tag: Umberto Farioli

  • 17 Maggio 1976

    Comincia a Torino il processo alla “banda armata denominata Brigate Rosse”.

    Il processo avviene in un clima socio-politico di estrema tensione, per i fatti che vanno dal febbraio 1973 (sequestro Labate) alla fine del 1975 (compreso il sequestro Sossi).

    Dei 46 imputati, 12 detenuti presenti in aula appartengono al nucleo originario delle BR: Pietro Bassi, Piero Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Umberto Farioli, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Arialdo Lintrami, Piero Morlacchi, Roberto Ognibene, Tonino Parali, Giorgio Semeria; in più, c’è il morettiano ex Superclan Prospero Gallinari.

    La lista dei capi di imputazione è copiosa, fra le accuse rapina, sequestro di persona, furto, lesioni gravissime, cospirazione politica mediante associazione, sostituzione di persona, associazione sovversiva costituita in banda armata.

    I brigatisti colgono l’occasione per trasformare l’aula in una specie di campo di battaglia, per gestire il dibattimento e condurre un «processo di guerriglia». Contestano clamorosamente i propri difensori.

    In un documento redatto durante la notte sostengono:

    Se difensori devono esservi, questi servono a voi, egregie «eccellenze»! Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai vostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso che fossero nominati d’ufficio a rifiutare ogni collaborazione col potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello stato!

    È una mossa a sorpresa alla quale segue il rifiuto dei difensori designati dalla corte. In un silenzio assoluto, con voce ferma, Paolo Maurizio Ferrari, legge il lungo documento:

    La nostra decisione di presentarci in aula non modifica le valutazioni che già in altre sedi abbiamo espresso rispetto al ruolo e alla funzione della legalità borghese, ma tende al contrario a denunciare l’uso politico che la borghesia, nelle sue diverse componenti (dai reazionari ai democratici ai revisionisti), intende farne in questa particolare congiuntura politica.

    Il processo, aggiunge il brigatista,

    tende a colpire una tendenza storica, un programma strategico: la lotta armata per il comunismo! Ma volendo essere il processo alla rivoluzione proletaria, esso sancisce per ciò stesso la sua impossibilità. S’illude infatti questa corte di poter esorcizzare la lotta armata per il comunismo con il terrore delle condanne, perché è nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle galere, ovunque vi sia un proletario, che essa vive e si sviluppa. Cero la rivoluzione comunista passa anche dai vostri tribunali, ma non in veste di imputata: Sossi, Di Gennaro, Margariti, Paolino Dell’Anno hanno tracciato la strada e per tutti quelli della loro risma è solo questione di tempo!

    Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermato questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo: gli «imputati» non hanno niente da cui difendersi, mentre, al contrario, gli «accusatori» hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano.

    La dichiarazione pone tuttavia in evidenza lo stato di isolamento politico in cui le bierre sembrano trovarsi. È il «compromesso storico», l’idea di una collaborazione fra comunisti e cattolici, che viene posta sotto accusa:

    Gli agenti riformisti operano per modificare la struttura della coscienza di classe del proletariato. La manipolazione consiste nel dirottare il potenziale di violenza accumulato in ogni proletario verso falsi obiettivi non pericolosi per la sopravvivenza del sistema.

    Ancora:

    Il «compromesso storico», al di là delle sue velleità e dei fronzoli ideologici di cui si ammanta, non può che rappresentare una soluzione tutta interna alla controrivoluzione imperialista. Nel migliore dei casi sarà un proiettile di gomma nel fucile degli sbirri.

    Inutili, anzi dannose, quindi, le elezioni politiche:

    Mai come in questo momento diventa chiaro che partecipare alla farsa elettorale significa eleggere i propri carnefici! Mai come in questo momento diventa chiaro che l’interesse proletario è quello di acutizzare la guerra civile in atto e trasformarla in lotta armata per il comunismo!

    Indispensabile, dunque

    portare l’attacco al cuore dello stato; costruire l’unità del movimento rivoluzionario nel partito combattente! Se lo stato è lo strumento della controrivoluzione, compito delle forze rivoluzionarie è disarticolarlo nei suoi centri vitali, portando l’attacco a tutte le sue articolazioni a partire dai suoi apparati direttamente coercitivi.

    Il dibattimento, conclude la lunga dichiarazione, dovrà diventare

    una occasione di confronto politico militare e di unità nella prospettiva del partito combattente per tutte le organizzazioni comuniste.

    Il processo è rinviato. Nodo centrale e complesso è la difesa d’ufficio, che lo stato al tempo stesso offre e impone all’imputato: i brigatisti la rifiutano, non vogliono mediatori, spiegano, fra sé e la corte. È finito il tempo dei «processi di connivenza», sostengono. Gli avvocati di fiducia hanno anticipato che non sosterranno difese d’ufficio e le bierre nel «Diario al processo» commentano:

    Accogliendo l’invito a rifiutare la difesa anche d’ufficio gli avvocati si allontanano non solo dal processo ma chiudono un’epoca: quella dei processi politici. Da questo momento in avanti questo processo assume i connotati di un’azione di guerriglia (Processo di guerriglia!)

    Con lo smantellamento del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, e dopo gli arresti di Curcio e Semeria, lo Stato sembra pago, e l’azione anti-BR delle forze dell’ordine sta segnando il passo.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 10 Novembre 1975

    10 Novembre 1975

    A Torino viene arrestato Umberto Farioli.

    Farioli era stato indicato come brigatista già dal 1972. Ennesima cattura casuale, si dice. Con le manette finiscono anche i coniugi che lo ospitavano: Vittorio Ravinale, 27 anni, impiegato tecnico, e Anna Maria Pavia, ventiquattrenne, che lavora in un ufficio immobiliare. Secondo l’accusa sarebbero «irregolari», legati comunque all’organizzazione. L’arresto è fatto dagli uomini dell’antiterrorismo e dell’ufficio politico.

    Farioli era ricercato perché si era sottratto agli obblighi di soggiorno. Il suo nome compare varie volte nella “requisitoria” definitiva nei processi Feltrinelli-Brigate Rosse del pubblico ministero Viola. Nel 1972 era accusato di detenzione d’arma e di «essersi procurato pubblicazioni di carattere riservato relative all’addestramento individuale al combattimento e all’uso delle armi, pubblicazioni di cui l’autorità competente aveva vietato la vendita». La polizia lo aveva individuato in seguito alle indagini per la morte di Feltrinelli e alla scoperta dei covi milanesi.

    Dal documento del giudice:

    «Accertamenti svolti in Via Boiardo 33 facevano apprendere intanto che era stato notato più volte, nel cortile interno, un furgone Fiat 1100 di proprietà di Umberto Farioli. Dal furgoncino, testimoni avevano visto scaricare spesso il materiale. Si apprendeva inoltre che Farioli conduceva vita irregolare e che da circa tre mesi non si recava al lavoro presso la Sit-Siemens ove era impiegato come disegnatore.

    […]

    Altro materiale interessante veniva sequestrato nella scrivania in uso al Farioli allo stabilimento Sit-Siemens di piazza Zavattari, fra cui schizzi di revolver, fotografie di persone sospettate di appartenere alle Brigate Rosse, riprese individualmente o in gruppo».

    Secondo gli inquirenti, aveva trasformato in officina per la costruzione di armi e munizioni un magazzino in Via D’Adda 27. Il 2 Maggio, quando la polizia fece irruzione nella base di Via Boiardo, per un caso Farioli come altri compagni, era sfuggito alla cattura.

    Articolo de La Stampa sull’arresto di Umberto Farioli
    […] Lunedì 10 novembre gli agenti hanno arrestato un gruppo di tre giovani, Umberto Farioli, 31 anni, di Cesano Boscone, ma da tempo clandestino; Vittorio Ravinale, 27 anni, impiegato tecnico, e la moglie Anna Maria Pavia, 24 anni, impiegata in un ufficio immobiliare di via Marenco 26. I tre abitavano insieme in via Barletta 135, facevano parte di una «cellula clandestina» delle Br. Nella loro abitazione era stato trovato numeroso materiale di propaganda dell’«organizzazione» e macchine per falsificare documenti. Umberto Farioli era noto alla polizia dal 1972 quando militava nei gruppi che agivano a Milano. Già accusato di detenzione d’arma e finito in carcere il 10 maggio 1972 era stato interrogato più volte e poi messo in libertà provvisoria. Da quel momento si erano perse le tracce. Evidentemente il brigatista era in Piemonte a riorganizzare i «nuclei operativi» delle Br, ormai disastrati dai numerosi ritrovamenti importanti e forse stava per attuare nuovi clamorosi piani di sequestro per poter dare nuova linfa alla « organizzazione ». Le Br avevano subito infatti l’ultimo grosso sbandamento nel conflitto a fuoco con i carabinieri alla cascina nei pressi di Acqui (rapimento Gancia). I militi avevano allora liberato l’industriale e la moglie di Renato Curcio, Margherita Cagol, aveva perso la vita. Gli agenti dell’antiterrorismo erano da tempo sulle tracce di Umberto Farioli. Più volte ne avevano perso i contatti, ma erano sempre riusciti a riagganciarlo. Nel pomeriggio del 10 novembre il suo arresto mentre stava per salire su una «Citroen DS», davanti al numero 53 di corso Siracusa. L’uomo aveva in tasca una «Beretta» cal. 9 e un revolver a 5 colpi cal. 6,35. Al momento della cattura l’uomo non dice altro che il proprio nome: «Farioli» e chiude il pugno alzando il braccio nel solito saluto. Si cerca la sua abitazione, la base, e si riesce a rintracciarla in via Barletta 135. Nell’alloggio vi sono altri due ì brigatisti. Sono spaventati: «Non fateci del male» dicono agli agenti. La perquisizione dà frutti insperati. La base è fra quelle «importanti». Il materiale trovato fa pensare che i brigatisti stessero per attuare un nuovo rapimento. Lo confermerebbero gli oggetti ritrovati che servono per l’allestimento di una cella. Una lampada rossa e una bianca (simili a quelle delle carceri-cubo usate per i sequestri Amerio e Sossi), materassini e recipienti di plastica per la pulizia personale dei prigionieri, uno sgabello e una macchina ciclostile con tubi d’inchiostro per stampare gli eventuali messaggi. Ma il ritrovamento di un taccuino con appunti per una rapimento è fra le cose più importanti. Dentro al libretto viene trovata una piantina della tenuta «La Mandria» e di complessi percorsi per giungervi. Gli appunti sembrano i risultati di numerosi appostamenti. Fanno anche riferimento a via Marenco dove ha sede il palazzo della Sai-Ifi. Ad un capoverso: «Tenuta La Mandria», l’attento compilatore ha scritto: «Impossibile qui. Vi sono guardie armate e cani». Evidentemente sono stati fatti pedinamenti a persone che frequentano la tenuta di Venaria e che hanno frequenti contatti all’interno del palazzo Sai-Ifi di via Marenco. Il taccuino e tutto l’altro materiale è stato messo dalla polizia a disposizione del magistrato inquirente, che ieri ha interrogato in carcere i tre brigatisti. Su quanto è stato detto si mantiene il più rigoroso riserbo. L’attenzione del magistrato si è posta su un foglio che ha in testa e in calce la sigla «ST». Pare che il significato sia «operazione Stalin» e si riferisce a un preciso sequestro. Gli appunti raccontano della visita di Re Gustavo di Svezia a Torino, allora ospite dell’avvocato Giovanni Agnelli alla tenuta La Mandria. Si pensa che proprio in quell’occasione il «commando» dei brigatisti abbia pedinato l’auto del presidente della Fiat e sia giunto alla conclusione che non si poteva attuare un sequestro in quel luogo, scrivendo poi l’appunto «impossibile». La donna arrestata in via Barletta 135, Anna Maria Pavia, lavorava in un ufficio immobiliare di via Marenco 26, a pochi passi dal palazzo Sai-Ifi. Sembra che fosse possibile per la donna osservare il passaggio delle auto nella zona e fare una dettagliata descrizione delle persone che andavano e venivano nel palazzo Sai. Pare che il sequestro dovesse attuarsi verso la fine di dicembre, sotto Natale. Doveva servire per trovare nuovo denaro al fine di permettere al Curcio l’inizio di nuove «battaglie». Il giudice Caselli nella sentenza di rinvio a giudizio sui Brigatisti Rossi dice: « Commetterebbe un grave errore chi sopravvalutasse il ruolo del Curcio, quasi identificando le Br e le loro sorti con questo importante ma pur singolo militante: le Br non sono un uomo ma una organizzazione articolata e complessa, ed è questa una realtà di cui potrebbe essere rischioso non tenere conto». I nuclei indipendenti ed efficienti quali quello dei tre arrestati che si proponevano il più grosso sequestro nella lunga serie di rapimenti lo confermerebbero. In un comunicato diffuso ieri sera, le Brigate Rosse annunciano che « il compagno Umberto Farioli è gravemente ammalato ed ha un bisogno assoluto di cure ed assistenza specialistiche ». « Nel caso che al compagno Farioli non venisse garantito il rispetto del suo diritto alla vita — prosegue il foglio ciclostilato con la stella a cinque punte — riterremo diretto responsabile il g. i. Giancarlo Caselli, e la nostra organizzazione saprà agire di conseguenza». Le Brigate Rosse, inoltre, dichiarano « che i compagni Vittorio Ravinale e Anna Maria Pavia non sono assolutamente legati alla nostra organizzazione e tanto meno sono componenti delle Forze Irregolari».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente

    10 Novembre 1975

    nessun video presente
  • 29 Settembre 1972

    Marco Pisetta scrive il memoriale sulle Brigate Rosse.

    (altro…)

  • 2 Maggio 1972

    2 Maggio 1972

    A Milano viene scoperta la base brigatista di Via Boiardo e viene arrestato Marco Pisetta, compagno di università di Renato Curcio.

    Cinque giorni prima delle elezioni anticipate, a Milano, la polizia ha l’opportunità di sgominare le BR. Ma qualcosa non va – o non viene fatta andare – per il verso giusto, e tutto il vertice brigatista si sottrae con facilità alla cattura

    Dopo «meticolose indagini condotte dall’Ufficio politico milanese agli ordini del suo dirigente, dottor Antonino Allegra» 38, vengono scoperti due covi – in via Boiardo 33, e in via Delfico 20 – e fermate una decina di persone, fra le quali i brigatisti Marco Pisetta e Giorgio Semeria, nonché la moglie di Mario Moretti, Amelia C. I giornali scrivono che nei due covi sono stati trovati – insieme a quantità di armi, munizioni, esplosivi, apparecchiature radio, documenti di identità in bianco e materiale propagandistico – un passaporto dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, e i negativi delle foto scattate all’ingegner Macchiarini durante il sequestro.

    All’interno del covo di via Boiardo (un ex negozio di vini con sottostante scantinato) viene trovata anche una cella insonorizzata, con un aspiratore d’aria e un impianto di registrazione, preparata dai brigatisti – scrivono i giornali – in vista del sequestro del noto esponente della destra DC milanese Massimo De Carolis.

    Nei giorni successivi la polizia scoprirà altri due covi: in via Pelizza da Volpedo 7 (dove fra l’altro viene trovata una radiografia appartenente a Maria Carla Brioschi), e in via Carlo D’Adda 37 (sede di una attrezzata officina, allestita per conto delle BR da Umberto Farioli, dipendente della Sit-Siemens).

    L’operazione dell’Ufficio politico della Questura milanese, cinque giorni prima delle elezioni, è tuttavia gravida di ambiguità, e non solo perché sembra essere un «colpo di scena elettorale».

    Anzitutto, non si sa come gli inquirenti siano arrivati a via Boiardo: alcuni giornali scrivono che «non è stata una soffiata» bensì il fatto che la polizia «sorvegliava da mesi i terroristi», in particolare pedinava Giorgio Semeria, «uno dei capi delle BR segnato sul taccuino del dirigente dell’Ufficio politico dottor Allegra»; ma la circostanza è molto dubbia, date le modalità temporali e operative del blitz.

    L’aspetto più grave della vicenda è che il 2 maggio le forze dell’ordine hanno la possibilità di arrestare lo stato maggiore brigatista al gran completo, ma l’opportunità viene vanificata dal repentino arrivo sul posto di una frotta di giornalisti.

    Infatti la polizia entra nel covo di via Boiardo alle ore 5 del mattino, e vi si apposta in attesa dell’arrivo dei brigatisti. Ma finiscono nella trappola solo Marco Pisetta e Giorgio Semeria, poiché fin dalla prima mattinata in via Boiardo accorrono giornalisti e cameraman.

    Lo confermerà, molti anni dopo, Antonino Allegra:

    «Purtroppo si verificò un fatto che… forse dipese da un po’ di leggerezza da parte di chi ritenne di indire una conferenza-stampa in quel posto, in contrasto con quelle che erano state le nostre decisioni, cioè lasciare [dei poliziotti nel covo]… La conferenza stampa fu indetta dal questore Allitto [Ferruccio Allitto Bonanno, nclr]. Noi fummo contrariati, perché pensavamo che egli intendesse dare lustro alla Questura, o forse credeva di fare bella figura con la stampa (ci teneva a diventare, forse, vice capo della Polizia). Sta di fatto che, una volta che i giornalisti erano stati avvertiti, noi non potevamo fare più niente».

    Fra i giornalisti accorsi in via Boiardo c’è Enzo Tortora, liberale di destra che collabora al mensile “Resistenza Democratica”, la rivista ufficiale dei CRD di Sogno.

    Il primo beneficiario dell’improvvido arrivo mattutino dei giornalisti in via Boiardo (richiamati sul posto non si sa da chi) è colui che diventerà il più fortunato terrorista della storia delle BR, Mario Moretti.

    Ecco come lui racconterà gli accadimenti del 2 maggio:

    «Quella volta la scampai per miracolo, perché avevo passato la notte a discutere con un compagno recuperato dai disciolti GAP di Feltrinelli, e quando la mattina alle 8 andai in via Boiardo, la polizia c’era già da diverse ore… Arrivo sulla meravigliosa 500 blu di mia moglie, intontito dal sonno, e mentre la parcheggio fra due macchine davanti alla base, qualcosa mi scatta dentro, c’è qualcosa che non va. Scendo, mi guardo attorno, la macchina davanti alla mia ha un tipo di antenna particolare. Polizia. Non penso che sia lì per noi, vicino c’è una piazzetta in cui fanno un po’ di traffico di sigarette, forse si prepara una retata. Comunque mi dirigo dalla parte opposta della strada, e aspetto, tenendo d’occhio i due che ho individuato come poliziotti… Ero seduto in un bar col giornale, non si decidevano a andarsene, avevo sonno, ancora un po’ e sarei finito per entrare [nel covo, ndr]. In quella arriva Enzo Tortora con una troupe della Tv e un codazzo di gente. E si appoggia proprio sul tetto della mia 500 per scrivere qualcosa su un taccuino. Chiedo a una vecchina: ma che succede? E lei: hanno trovato uno scantinato pieno di armi. Tutto quel trambusto era per noi, la frittata è fatta, devo andarmene alla svelta. Se soltanto Tortora non fosse appoggiato alla mia macchina… Sono in un bel casino. Perdipiù la macchina è intestata a mia moglie. Tento di recuperare la macchina andando in un bar più distante e chiamando mia moglie in ufficio: vieni a prendere la macchina nel tal posto, ti aspetto. Ma quando torno la macchina non c’è più, la polizia l’ha individuata e presa. Me ne devo andare».

    Secondo Allegra, invece:

    «Moretti sfuggì il pomeriggio, pochi minuti prima che si facesse questa conferenza stampa. Arrivò in via Boiardo con la 500 di sua moglie… Già si sapeva che Moretti faceva parte dì questa organizzazione… Una persona del terzo piano ci disse che era scappato qualcuno su quella macchina… E una volta aperta abbiamo visto che era intestata a C. Amelia, abitante in via delle Ande 15, proprio di fronte a casa mia, e nel covo abbiamo trovato una fotografia [di suo figlio]… Io ho poi interrogato la moglie di Moretti; lei diceva che era stata costretta, sebbene non con la forza, a vivere per un po’ di tempo in una comune con un certo Gaio Di Silvestro e altri. A me questa donna fece anche pena. Però già si sapeva che Moretti era un pezzo importante in quel momento, i capi si riteneva fossero Curcio e Franceschini» .

    L’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno e il capo dell’Ufficio politico della Questura di Milano sanno anche di più, come ammetterà in un rapporto Federico D’Amato:

    «Contemporaneamente [alle indagini sui Gap di Feltrinelli] furono intensificate anche le indagini sulle BR, che, si era saputo, si apprestavano a sequestrare, qualche giorno prima delle elezioni politiche del 7 maggio 1972, un esponente democristiano. In conseguenza di riusciti appostamenti e pedinamenti, il 2 maggio la polizia poté operare una serie di perquisizioni che ebbero un vistosissimo risultato».

    Franceschini confermerà che effettivamente da aprile le BR stavano pedinando De Carolis in quanto ne avevano programmato il sequestro, ma da una decina di giorni avevano perso le tracce del politico della destra milanese:

    «Chi aveva il compito di seguirlo ci segnalava che non era più a Milano, e non si riusciva a sapere dove fosse. Evidentemente, informata del progetto brigatista, la polizia aveva preso adeguate misure di sicurezza con “appostamenti e pedinamenti”. Moretti aveva avuto l’incarico di preparare la prigione (insieme a Semeria e Pisetta), così si recava in via Boiardo tutti i giorni e sempre usando la macchina di sua moglie, per cui è molto probabile che fosse stato individuato nei giorni precedenti il 2 maggio».

    Fatto sta che la mattina del 2 maggio non sfugge alla cattura solo Moretti, ma si salvano anche Curcio, la Cagol, Franceschini e Morlacchi, cioè l’intero nucleo dirigente delle Br.

    Ricorderà Franceschini:

    «Quel giorno stavamo per essere arrestati anche noi quattro, sfuggimmo alla polizia quasi per caso… Mara e Renato [vedendo il trambusto dei giornalisti] si allontanarono velocemente… Moretti fuggì lasciando la macchina sul posto. Io avevo usato più prudenza: ero arrivato in metropolitana e mi ero fermato a bere un caffè nel bar da dove si controllava l’ingresso [della base]; avevo visto le cineprese [delle tv, ndr] e mi ero immediatamente allontanato».

    Curcio dirà che il 2 maggio 1972 «le forze dell’ordine sono state a un pelo dal prenderci tutti. Se lo avessero fatto, le BR sarebbero finite sul nascere. Invece, da quel momento, diventarono un gruppo armato, provvisoriamente allo sbaraglio, ma davvero clandestino».

    Ai brigatisti in fuga precipitosa risulta chiaro che il blitz di via Boiardo è stato determinato da una “soffiata”, temono infiltrati, e i sospetti si appuntano su Marco Pisetta, ma non solo.

    Altri sospetti li provoca il fatto che la polizia nel covo di via Delfico ha trovato i negativi delle foto scattate da Moretti all’ingegner Macchiarini durante il sequestro, fotogrammi che permettono agli inquirenti di identificare agevolmente uno dei sequestratori, il brigatista Giacomo Cattaneo detto
    Lupo.

    Franceschini:

    «Erano negativi di foto che non dovevano stare là, avrebbero dovuto essere stati distrutti, e Moretti ci aveva garantito di averli distrutti! Erano gravi prove a carico di compagni ancora sconosciuti che avevano partecipato al sequestro, e infatti per quei negativi Lupo è stato poi arrestato. Moretti si giustificò dicendo di essersi sbagliato in quanto i negativi si erano incollati fra loro e lui non se n’era accorto, poi tentò di dare la colpa alla Besuschio… Ma quello fu un episodio gravissimo. La presenza di quei negativi in via Delfico era talmente assurda che Giacomo Cattaneo, arrestato a causa di quelle foto, si era convinto che Moretti fosse una spia».

    Non è tutto: nel covo di via Boiardo la polizia trova anche una foto di Curcio, foto che Moretti ha “dimenticato” di distruggere dopo avere preparato un falso passaporto per il capo brigatista.

    Osserverà Franceschini:

    «La foto di Curcio non venne trovata nel covo dove c’erano gli attrezzi per la falsificazione dei documenti e dove era stato confezionato il falso passaporto [cioè in via Delfico, ndr], ma venne trovata nella “prigione del popolo” di via Boiardo, e questo nonostante che a Moretti fosse stato raccomandato di eliminare da quella sede-prigione ogni cosa superflua, dato che eravamo alla vigilia del programmato rapimento di De Carolis».

    Anni dopo, uno dei giornalisti presenti il 2 maggio in via Boiardo, Marco Nozza, scriverà:

    «Era arrivata una Cinquecento e aveva accostato al marciapiede opposto. Ne era disceso un giovanotto, piccolo di statura, la faccia strana, gli occhi scuri, il quale, come aveva visto tutta quella gente, era risalito svelto in macchina, aveva cercato di innestare la retromarcia e non c’era riuscito, aveva fatto solo un gran fracasso. Allora aveva abbandonato la macchina e s’era dato alla fuga, inseguito da tre fotografi. Uno dei tre aveva preso il numero di targa. Ed è stato grazie a quel numero di targa che siamo venuti a sapere a chi apparteneva l’auto. Apparteneva a una certa signora Amelia C., abitante a Milano in via Gallarate 131… Il marito si chiamava Mario Moretti […].»

    La polizia, intanto, ha arrestato Marco Pisetta. Interrogato in questura da Calabresi e Viola, viene convinto a collaborare:

    “Il dottor viola mi ha chiesto se volevo quindici anni di galera […] oppure uscire subito […]. «Diciamo che tu non hai mai partecipato alle bande rosse, eri lì per dare una mano a imbiancare l’ufficio». Mentre diceva queste cose, il dottor Viola mi sventolava sotto il naso il mandato di scarcerazione.”

    La scoperta di questa base convincerà le BR a scegliere la clandestinità totale.

    Spiegheranno in un documento:

    “La clandestinità si è posta nei suoi termini reali solo dopo il 2 Maggio 1972. Fino ad allora, impigliati come eravamo una situazione di semilegalità, essa era vista più nei suoi aspetti tattici e difensivi che nella sua portata strategica.”

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente

    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 17 Agosto 1970

    A Costa Ferrata in provincia di Reggio Emilia un centinaio di persone si riuniscono in un albergo per decidere la Lotta armata. Viene erroneamente ricordato come il convegno di Pecorile.

    A pochi chilometri dal grappolo di case allineate lungo la Provinciale, che non compare nemmeno sulla carta topografica, l’unica insegna stradale avvisa che ci si trova a Pecorile, il paese prima venendo da Reggio. Dopo, non ci sono più cartelli. E allora, per chi giunge da fuori, il convegno si tiene a Pecorile.

    Il convegno si svolge al ristorante Da Gianni a Costaferrata di Casina, seicentocinquanta metri sui monti intorno a Reggio Emilia, di fronte al castello di Matilde di Canossa.

    Le persone provengono dal CPM, dal Gruppo dell’Appartamento e dalla Facoltà di Sociologia di Trento. Si discute in maniera chiara e precisa la necessità della scelta della Lotta Armata.

    Le persone che partecipano a Pecorile, in un albergo proprietà di un parente di uno dei partecipanti (Tonino Parali) non sono tutti gli appartenenti al CPM, ma sono persone scelte da Curcio e Simioni.

    Partecipano, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Margherita Cagol, Corrado Simioni, Sandro D’Alessandro, Gaio Di Silvestro, Marco Fronza, Alberto Pinotti, Innocente Salvoni, Frantoise Tuscher, Annamaria Bianchi, Elvira Schiavi, Claudio Aguilar, Raffaello De Mori (ex iscritto al Psi), Maurizio Ferrari, Antonio Mottironi, Ivano Prati, Umberto Farioli, Roberto lussi, Dario Angelini, Marco Bazzani, Pietro Sacchi, Franco Troiano, Orietta Tunesi, Oscar Tagliaferri, Ezio Tabacco, Enrico Levati, Ravizza Garibaldi, Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari, Attilio Casaletti, Lauro Azzolini, Ivan Maletti, Gino Simonazzi, Tonino Parali, Strambio De Castiglia (nipote dell’industriale Pirelli), Vanni Mulinaris (figlio del proprietario di un noto pastificio di Udine), Duccio Berio ( figlio di un noto professionista milanese legato al Mossad e genero del deputato comunista Alberto Malagugini), Piero Elefantino.

    “Il convegno di Pecorile venne materialmente organizzato da noi del Collettivo di Reggio Emilia su richiesta di Simioni e Curcio. […] Noi del Collettivo eravamo stati iscritti al PCI o alla FGCI. Simioni era venuto più volte a Reggio Emilia per coinvolgerci nei suoi progetti, ci teneva molto ad avere la nostra partecipazione nel costruire l’organizzazione clandestina: sembrava che senza l’impronta di noi ex iscritti al PCI o alla FGCI il progetto della lotta armata non avrebbe avuto senso politico”

    Alberto Franceschini

    Insieme a Simioni al convegno è presente anche Sabina Longhi, che Simioni presenta come sua segretaria, vantandosi anche che Sabina lavorasse i stretta collaborazione con il Segretario Generale della NATO Manlio Brosio (suggerendo che fosse una sua infiltrata).

    Lo scopo del convegno appare chiaro fin dall’intervento introduttivo di Renato Curcio:

    «Il movimento operaio che si sta sviluppando nelle grandi fabbriche manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i “capi”. Per questo
    si muove al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il PCI e i sindacati.
    Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa avanguardia deve sapere unire la “politica” con la “guerra” perché lo Stato moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la “politica” e la “guerra”.
    Diventa quindi inattuale e non proponibile la strategia leninista dell’insurrezione che presuppone una fase politica di agitazione e propaganda sostanzialmente pacifica, seguita poi dalla “spallata finale”, dell’“ora X”, cioè dalla fase propriamente militare. Occorre invece preparare la “guerra civile di lunga durata” in cui il “politico” è, da subito, strettamente unito al “militare”. È Milano, la grande
    metropoli, vetrina dell’impero, centro dei movimenti più maturi, la nostra giungla. Da lì e da ora bisogna partire»

    Incredibilmente a Pecorile non c’è Mario Moretti.

    Tonino Paroli ricorda così il convegno di Pecorile:

    «Fu un vero congresso, e durò dal lunedì al sabato. Parteciparono una settantina di compagni che avevano preso alloggio nelle case del paese e chiesto aiuto anche al parroco, don Emilio Manfredi. Il maresciallo dei carabinieri, avvertito della riunione, si informò se disturbassero, e poi non si occupò più della faccenda. E pensare che fra i partecipanti molti sarebbero stati dei protagonisti negli anni successivi. Come i duri di Reggio, quelli “dell’appartamento” quasi al completo, Sinistra Proletaria, i compagni di Milano, di Torino, di Genova, due di Trento. Tutti ragazzi seri, anche troppo, taciturni. A volte stavano insieme, altre volte si dividevano in gruppetti per boschi e campi.

    Discussioni roventi, ma quando parlava Curcio piombava il silenzio. Al contrario Mara, sua moglie, non era un’oratrice: fece soltanto un mezzo intervento. E verso l’una, tutti da Gianni a mangiare dopo lunghe camminate fra i boschi come se fossero marce sulla Sierra Madre, con Fidel, Ernesto Guevara o Camillo Cianfuegos. Soprattutto venivano letti Il diario del Che in Bolivia e il Piccolo manuale della guerriglia urbana del brasiliano Carlos Marighella. Ci dicevano che la nostra giungla sarebbe stata la strada della città, Roma, Milano, Torino, Genova e non le selve del Vietnam, o della Bolivia».

    Paroli racconta di grandi mangiate a base di prosciutti, salsicce, salame e, ovviamente, vino a volontà da ingollare con tortelli di bietola, lasagne, cannelloni, cappelletti in brodo, arrosti misti, coniglio, faraona, agnello e naturalmente cotechino. Quattromila lire, tutto compreso.

    Dagli interventi pubblici e meno pubblici emergono tre anime all’interno del convegno. La prima, più «movimentista», privilegia lo scontro di massa su larga scala, tutto interno al movimento e senza una guida organizzata; la seconda, sponsorizzata da Curcio, ipotizza un graduale passaggio alla resistenza armata a partire dalle fabbriche, attraverso nuclei ristretti ma sempre collegati con la massa e le «realtà di base»; la terza prevede un’ulteriore, immediata militarizzazione dei gruppi che prelude alla clandestinità, anche rompendo i rapporti col movimento.

    A Pecorile risulterà vincente la linea di Curcio: Simioni e il suo gruppo (Berio, Mulinaris) verranno isolati e tenuti fuori dalla discussione perché accusati di volere conquistare l’egemonia all’interno dell’organizzazione.

    Per la prima volta tra quei monti, in tanti, fra i quali Mara e Renato, proveranno le armi: Curcio denuncia subito la sua inadeguatezza, ma non desiste.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente