Tag: Vittorio Vallarino Gancia

  • 5 Giugno 1975

    Margherita Cagol muore in uno scontro a fuoco a Cascina Spiotta ad Arzello (AL).

    Il giorno dopo il sequestro dell’industriale Gancia, una pattuglia di quattro carabinieri lo sta cercando in una zona collinosa di Acqui Terme, a Arzello (Alessandria), e arriva fino alla cascina Spiotta, dove la Cagol e un secondo brigatista, probabilmente Lauro Azzolini, tengono sequestrato l’industriale.

    Renato Curcio aspettava la chiamata di Margherita Cagol sull’esito dell’operazione in un bar di Milano, lei chiama puntuale. Curcio risponde all’apparecchio pubblico nel sottoscala del locale, mentre da sopra arrivavano i rumori di tazzine e bicchieri.

    Il prologo, alle 10, quando una pattuglia lascia la caserma dei carabinieri di Acqui per battere la zona alla ricerca del rapito Vittorio Vallarino Gancia. Su una 127 blu con targa militare salgono il tenente Umberto Rocca, 36 anni, genovese, sposato con un figlio, laurea in economia e commercio, spiccate attitudini per lo sport; il maresciallo Rosario Cattafi, 50 anni, sposato con quattro figli, comandante la stazione; gli appuntati Giovanni D’Alfonso, 44 anni, sposato, tre figli, e Pietro Barberis, 50 anni. L’itinerario non è stato deciso: nella zona esistono cascine e castelli diroccati, ovunque i rapitori possono aver trovato rifugio. Cinque fattorie sono visitate prima di arrivare alla Cascina Spiotta di Arzello, una come tante. Per raggiungerla, lasciata Acqui, vi sono alcuni chilometri sulla strada per Savona, poi, al bivio per Melazzo, si piega a sinistra; ancora un lungo tratto, quindi una nuova svolta a sinistra per un viottolo tortuoso e in salita. Sulla gobba verde di un colle sorge la costruzione, composta di due blocchi, il primo con i muri in pietra grezza, l’altro di mattoni intonacato in calce bianca. La zona è isolata, l’occhio spazia su un largo tratto delle colline del Monferrato. Prima di arrivare sullo stretto spiazzo antistante la cascina dove si trovano il pozzo e il forno all’aperto, il sentiero rompe una stretta curva da cui si vedono due finestre, una ha il vetro spezzato. Sulla facciata si aprono due porte. Non sono ancora le 11:30 quando l’auto dei carabinieri si arrampica lenta per il sentiero. Forse, all’interno della casa, qualcuno sorveglia la strada. O forse no. Quando la pattuglia arriva davanti alla cascina, tutto pare deserto. Una 127 e una 128, parcheggiate sotto il portico nella parte vecchia della casa, fanno supporre che all’interno vi sia qualcuno. La ricostruzione della tragedia è fatta su testimonianze rese in corte d’assise dai carabinieri. Il tenente Rocca, il maresciallo e l’appuntato D’Alfonso scendono. Seguito dal sottufficiale, il tenente si avvicina alla porta e bussa, l’appuntato si dirige al porticato e rileva le targhe delle macchine, l’altro carabiniere si ferma dietro la curva a gomito e comincia a trasmettere i dati sulle auto: «non avevamo sospetti particolari quando giungemmo alla Spiotta. Bussammo, nessuno rispose,» racconterà il tenente Rocca. Dall’interno, però, giunge il rumore di una radio. L’ufficiale, che si è spostato verso l’angolo della costruzione, alza lo sguardo verso una finestra con le persiane accostate.
    «Intravidi una donna. Gridai: “Ma allora c’è qualcuno. Signora, vuole venire giù?”. La sconosciuta si ritirò».

    Il maresciallo intanto da un calcio alla porta, chiama il proprietario della cascina il cui nome è sulla targhetta. «Dottor Caruso». La sequenza è serrata. Nel vano appare un uomo, «sui trent’anni, alto 1,75, distinto, viso emaciato». È seccato, c’è un breve battibecco con i carabinieri: «Che cosa volete?» chiede. E quando viene invitato ad uscire, ribatte: «Venite voi, venire». Dirà il maresciallo Cataffi: «Aveva la mano destra ancora all’interno. Lo vidi strappare con i denti la sicura della bomba e lanciarla. Poi richiuse la porta».

    L’ordigno è stato scagliato verso il tenente, che, preoccupato, ha ancora gli occhi alla finestra. Racconterà l’ufficiale: «”Attento! Attento!” sentii gridare. Mi voltai e scorsi la bomba cadere dall’alto. Alzai istintivamente il braccio per ripararmi. Quello che successe dopo… Vidi rosso, crollai a terra, poi mi rialzai». I brigatisti, l’uomo e la donna, irrompono all’esterno sparando. Rocca è a terra, il braccio sinistro spappolato, il volto sanguinante; colpito dalle schegge anche il maresciallo, mentre numerosi proiettili raggiungono l’appuntato D’Alfonso. Il sottufficiale sorregge il tenente, lo trasporta fino alla provinciale dove ferma un auto di passaggio, poi torna alla cascina: ormai è tutto finito.

    A fronteggiare i guerriglieri è rimasto l’appuntato Barberis, che ricevuto l’ordine di chiamare i rinforzi per radio, in attesa di risposta non si è mosso dalla 127 neppure agli spari e alle esplosioni. «Volevo tornare sull’aia, ma aspettavo la conferma. Ancora colpi di pistola, poi sento il rumore di due motori, esco e vedo venire avanti una 127 rossa e una 128. Sulla prima auto al volante un uomo. Come mi ha visto ha cominciato a sparare attraverso il vetro. Anche la donna sparava».

    Le auto fanno un largo giro, per evitare la macchina dei carabinieri messa di traverso sulla stradicciola. La corsa si interrompe, la 127 finisce contro un salice e l’altra macchina le piomba addosso. Ancora Barberis: «Si è spalancata la portiera, sono usciti sparando. Poi, lei credo, grida: “Basta, basta, non sparate. Siamo feriti”». Due colpi avevano già raggiunto la giovane: al braccio destro e alla schiena. La brigatista getta a terra la pistola, anche il suo compagno sembra disarmato. L’appuntato guarda in volto lo sconosciuto: «Lo fisso negli occhi, vedo che non è tranquillo. Ordino di spostarsi, e quello, appena arrivato dietro alla donna, tira fuori una bomba dalla tasca della camicia. La riconosco subito: ne ho lanciate a centinaia. Mi getto in avanti, per evitarla, e faccio fuoco tre volte, il primo proiettile colpisce la giovane». Il brigatista scappa verso la boscaglia, Barberis lo insegue. «L’ho sentito muoversi tra gli arbusti. Non avevo più colpi e sono tornato indietro». Soltanto in quel momento scorge l’appuntato D’Alfonso riverso al suolo, il sangue, le armi abbandonate. Pochi minuti dopo arrivano le gazzelle, ma i rinforzi ormai sono inutili. Per i feriti i medici possono fare poco: l’appuntato D’Alfonso è condannato; al tenente Rocca si deve amputare il braccio e l’occhio destro è perduto; soltanto le condizioni del maresciallo Cattafi non sono preoccupanti.

    In mezzo al prato la giovane donna muore. È stata colpita ad un braccio e alla schiena, poi al torace, sotto l’ascella sinistra. Nelle conclusioni dell’autopsia dirà il professor Athos La Cavera, dell’università di Genova (lo stesso che visitò Mario Sossi dopo la liberazione):

    «Il colpo mortale fu quello inferto al torace che ha prodotto la morte pressoché istantanea del soggetto, mentre le precedenti ferite sono state inferte, con ogni verosimiglianza, qualche minuto prima».

    La giovane indossa jeans e un pesante golf bianco, a tracolla ha una borsa, il volto è coperto di sangue, sembra alta poco più di un metro e sessanta, infilato all’anulare della mano sinistra ha un anellino: un cerchio d’oro bianco e tre piccole pietre. «È Margherita Cagol» dicono sicuri gli uomini del nucleo speciale giunti meno di mezz’ora dopo lo scontro. Della “battaglia di Arzello” le bierre faranno una ricostruzione diversa e discutibile, soprattutto perché sembra basarsi solo sul racconto del brigatista fuggito.

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello dal giornale interno ‘Lotta armata per il comunismo’

    Entrato in contatto con i carabinieri, il nucleo doveva combattere e affrontare lo scontro con l’obiettivo esplicito di “annientare i CC”. Purtroppo i compagni hanno affrontato lo scontro in chiave difensiva, con l’illusione di potersi defilare senza annientare il nemico; e ciò ha portato ad un risultato parziale. Mara è rimasta ferita nello scontro. Essa, ormai disarmata, ha combattuto la sua ultima battaglia con le parole. Ma il nemico non si è accontentato di averla prigioniera. Dopo almeno cinque minuti dalla cattura una mano assassina l’ha abbattuta a freddo, in esecuzione di un ordine preciso. Un ordine che, in quelle circostanze è stato facile eseguire, ma sarà il tempo a dimostrare quale prezzo costerà a chi l’ha impartito.

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello dall’opuscolo ‘Mai più senza fucile’

    «Margherita Cagol uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Questi i titoli dei giornali. Telegrammi di felicitazione, medaglia al valore. Ma c’è un testimone, il compagno che si è sottratto alla cattura, che ha visto: Mara giaceva ferita ma viva e rantolante nell’erba, dopo la sparatoria. Un carabiniere ha chiesto per radio istruzioni poi si è avvicinato e le ha sparato a freddo. Uccidere i rivoluzionari non è reato. L’ordine del ministero degli interni è di fare il minor numero possibile di prigionieri».

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello resa da Lauro Azzolini

    Copia trovata nella base occupata da Curcio, in Via Maderno a Milano

    «Arrivati alla “B” (la cascina Spiotta, n.d.r.) trovammo la “M” (Mara, n.d.r.) in ansia, in quanto, secondo le sue previsioni, eravamo in ritardo di 20 minuti e perché aveva sentito dalla radio del CC dell’auto 124.

    Scaricato “A” (Gancia, n.d.r.) e dato che altri lo avevano già messo nella “G” (cella, n.d.r.) andai subito al primo piano a sinistra, nel posto di osservazione; si vedevano bene i movimenti all’incrocio di Terzo e pezzi di altre strade che portavano sia a Savona che da noi. Sul tavolo di fianco alla finestra c’era una radio che faceva un casino del diavolo: era quella dei CC, mentre l’altra, quella dei PS, era spenta in quanto inservibile. Andai nell’altra stanza, aprii i vetri, tenendo chiusa la tapparella e guardai sotto. Mi prese un colpo nel vedere vicino alla porta un CC. Egli guardò su urlando chi ci fosse nella casa, mentre io per un attimo incredulo restai immobile. Corsi dalla “M” che era seduta a fianco della finestra e l’avvertii che c’erano i CC. La “M” urlando che era impossibile corse alla finestra, l’aprì tutta, si ritirò immediatamente dicendomi che erano in tre. Mi chiese da dove potevano essere venuti perché non li aveva visti: forse erano venuti dai campi o da Ovada.

    In quei minuti ci fu un trambusto indescrivibile. Io che caricavo le armi e mi riempivo le tasche di colpi e di bombe, la “M” che imprecando correva a prendere scartoffie e ventiquattrore. Andammo giù per le scale. Davanti alla porta chiusa armati (io di M1, pistola e 4 SRCM, da notare che le bombe svizzere le lasciammo su perché non ci sentivamo sicuri di adoperarle; la “M” borsetta e mitra a tracolla e, in mano, valigetta e pistola). Restammo qualche minuto dietro alla porta: la “M” insisteva che bisognava prendere le auto e scappare, io che volevo prendere l’”A”. Accortomi del casino che mi circondava decisi di verificare  aprendo la porta dove e come fossero disposti i carabinieri. Tolsi la sicura all’SRCM e mi affacciai. Messa fuori la testa vidi sulla mia sinistra all’angolo della casa un CC. Mi invitò ad uscire e cercai di prendere tempo per vedere dove fossero gli altri. Il mio temporeggiare fece siì che altri due CC uscissero dall’angolo e si mettessero allo scoperto. Dissi a “M” che avrei tirato le bombe e ci saremmo coperti la fuga con M1 e l’altro mitra, che tutti e tre si trovavano allo scoperto: infatti noi credevamo che fossero soltanto in tre. Ad un ennesimo invito ad uscire e a un altro mio che venissero loro, tirai la SRCM: sentii un gran botto, vidi un fuggi fuggi dei CC, tra urla e pianti. Uscii di corsa seguito dalla “M”, tirai un’altra SRCM a caso; mentre stavamo per entrare nel primo porticato sentimmo colpi alle spalle e urla. Mi voltai e vidi un CC che correva, la “M” urlò di sparare. Tirai il primo colpi con M1 ma non uscì il bossolo e l’arma si inceppò. Tirammo tutti e due con le pistole e ancora quando lo vedemmo disteso la “M” gli tirò ancora. La “M” mi urlò di prendere la macchina e scappare.

    Il CC urlava. Per primo gli dissi di non sparare, che ci arrendevamo, subito dopo anche la “M” urlava che ci arrendevamo. Sotto tiro ci ordinò di alzare le braccia sul capo. Feci presente alla “M” che mi restavano in tasca due SRCM e che appena il CC si fosse distratto lo avrei centrato, dissi che dopo ci sganciavamo subito e che se andava male correvamo nel bosco sottostante. Mi rispose affermativamente dicendomi che dovevamo pensare a scappare. Presi dalla tasca una SRCM e tolsi la sicura. Mentre il CC, chiamando gli altri, si avvicinava a quello disteso voltandoci le spalle, decisi di tirarla. Mentre la tiravo, vidi che si voltava, si accorse del pericolo e non so se si buttò a terra, si sentì un botto e il CC tutto pallido ancora in piedi. Era andata male. Urlai a “M” di svignare e di correre verso il bosco. Mentre correvo zigzagando nel campo sentii tre colpi intorno a me. Riuscii ad arrivare al bosco e con un tuffo mi buttai nella macchia piena di spini. Non riuscendo a districarmi, temetti il peggio. Da sopra sentivo la “M” che urlava imprecando verso il CC. Presi l’altra SRCM dalla tasca e pensai di cercare di centrare il CC. Mi affacciai alla buca e vidi la “M” seduta con le braccia alzate che imprecava verso il CC. Nel vedere la “M” ancora seduta e la mia impossibilità di arrivare a tiro decisi di sganciarmi velocemente, pensando che i rinforzi sarebbero arrivati a minuti. Corsi giù per il pendio e quando stavo per arrivare dall’altra parte della collina vicino a un bosco sotto il castello (saranno passati cinque minuti dal momento della mia fuga), ho sentito uno, forse due, colpi secchi, poi due raffiche di mitra. Per un attimo ho pensato che fosse stata la “M” ad adoperare il suo mitra, poi ebbi un brutto presentimento confermato dal modo in cui sparavano nei campi durante le ricerche».

    Prima di entrare nella cascina, i carabinieri per alcuni minuti sparano e gettano all’interno bombe lacrimogene. Nella cucina c’è una branda disfatta, gettate in un angolo, due magliette, una bombola a gas; nella stanza accanto si apre la finestra dalla quale si vede la vallata; su un lato della parete una porta alta non più di un metro e venti: la cella dell’industriale Gancia. Quando il battente viene spalancato, lui è in piedi, tremante, il volto pallido e disfatto per l’emozione, i polsi legati dietro la schiena. Ha udito la sparatoria, ha pensato a uno scontro fra bande rivali, e soltanto quando ha sentito i carabinieri chiamarsi con il grado ha capito che era tutto finito.

    Quanto accaduto alla cascina Spiotta di Arzello il 5 giugno lascerà senza risposta molti interrogativi. Secondo la versione ufficiale dei carabinieri, si trattava di un controllo casuale, al quale i brigatisti hanno risposto con raffiche di mitra e col lancio di bombe a mano; la morte della Cagol sarebbe stata incidentale, e nella cascina «quasi certamente» c’era anche Renato Curcio.

    Ma è più probabile che la pattuglia dei carabinieri sia stata indirizzata nella zona della cascina Spiotta da una “soffiata” (c’è chi sospetta di Maraschi), ed è molto dubbio che nel casolare ci fosse anche Curcio.

    Infatti Curcio è a Milano, dove alle 14:00 un compagno con il quale aveva appuntamento in strada lo avvisa che a Cascina Spiotta c’è stato un conflitto a fuoco.

    Inoltre ci sono i segni dei proiettili sull’auto guidata dalla donna. Un colpo è finito contro la portiera, in corrispondenza della ferita al braccio, l’altro ha mandato in frantumi il lunotto. Sembra accertato che Margherita Cagol sia stata raggiunta dai proiettili quando era al volante e rimane incomprensibile la logica che fa negare la circostanza agli ufficiali dei carabinieri.

  • 4 Giugno 1975

    Un commando brigatista rapisce l’industriale Vittorio Vallarino Gancia.
    Viene arrestato Massimo Maraschi.

    A Canelli (Asti), alle ore 15.30, un commando di cinque brigatisti (comprendente Mario Moretti) rapisce l’industriale Vittorio Vallarino Gancia. Poco dopo, nella zona, i carabinieri fermano un giovane il quale prima tenta di fuggire, poi si dichiara prigioniero politico: è Massimo Maraschi, che vari indizi inducono a ritenere legato alle BR.

    L’industriale lascia la casa verso le 15, saluta la cameriera e il giardiniere, Giuseppe Medina, sale sull’Alfetta. Per raggiungere la sede della ditta, in corso Libertà, deve percorrere poco più di un chilometro. Il giardiniere vede la prima parte del sequestro, ma subito non si rende conto di quanto accade.

    «Fermi, a un centinaio di metri dalla villa c’erano auto, mi è parsa una 124 verde pisello, e un furgone. Ho creduto che ci fosse stato un incidente, un tamponamento. Quando la macchina del dott. Vallarino Gancia li ha superati, i quattro uomini che discutevano attorno alle vetture, sono risaliti e le macchine sono partite ad andatura moderata».

    Ancora pochi metri, poi incontro all’auto si fa un operaio con una bandiera rossa in mano che fa cenno di fermare. Più avanti la strada è bloccata da una transenna e da un furgone. L’industriale si ferma, incerto sulle intenzioni del camioncino che ha preso ad arretrare. Subito dopo il furgone tampona a ritroso l’Alfetta, mentre il lunotto posteriore è frantumato a colpi di martello da uno degli uomini in tuta, la portiera è spalancata e Gancia si trova al fianco un giovane incappucciato che gli punta la pistola. Il prigioniero viene trascinato fuori, gli coprono la testa con un cappuccio ed è caricato sul furgone. Alla guida della macchina si mette uno del gruppo, i tre automezzi partono di scatto. L’auto di Gancia è ritrovata a Calamandrana, tra Nizza Monferrato e Canelli e, poco dopo, è rintracciato anche il furgone. Decine di pattuglie dei carabinieri e della Criminalpol battono le strade della campagna in una caccia serrata e difficile: i rapitori possono aver trovato rifugio in uno dei mille rustici, o, cambiate le auto, raggiunto l’autostrada. L’indomani giungerà la richiesta di riscatto: un miliardo, subito; cinquecento milioni in più se il pagamento dovesse tardare.

    Ricorderà Curcio:

    «Con l’andare del tempo, l’organizzazione era diventata sempre più grossa e le esigenze della clandestinità ancora più complesse e onerose. Il denaro delle rapine non bastava più…

    Nell’Aprile 1975 ci riunimmo, Margherita, Moretti e io, in una casa nel piacentino per discutere il da farsi: pensammo che era venuto il momento di seguire l’esempio dei guerriglieri latino-americani che già da tempo sequestravano degli industriali per finanziarsi. Esaminammo una rosa di nomi presentata dalla colonna torinese.

    Puntammo su Vallarino Gancia perché con lui potevamo agire in una zona che conoscevamo bene, perché l’operazione non comportava troppe difficoltà, perché era molto ricco… Volevamo chiedere un riscatto di circa un miliardo, ma, soprattutto, miravamo a un sequestro rapido, semplice e il meno rischioso possibile.

    Io non facevo parte del gruppo operativo perché ero super ricercato, la polizia aveva le mie foto, non mi potevo spostare con facilità»

    Un singolare episodio, accaduto nella zona durante il pomeriggio, viene posto in relazione con il sequestro. Due ore prima dell’aggressione, una 124 guidata da un giovane si scontra con una 500: solo carrozzerie ammaccate. Il guidatore della 124 si assume subito la responsabilità e offre un indennizzo di 75 mila lire. Poi firma una dichiarazione:

    «Io sottoscritto, Dalmasso Pietro di anni 22, residente a Torino in Via Tassoni, 57 riconosco di avere torto nell’incidente avvenuto Mercoledì 4-6-’75 in località regione Bassi Cassinasco. Dalmasso Pietro.

    Ma l’altro automobilista, Cesarino Tarditi, 18 anni, si insospettisce, avverte lo zio Oreste, idraulico, sono chiamati anche i carabinieri. Nel frattempo la 124 se n’è andata. La rintracciano, casualmente, alla periferia di Canelli, alcune ore più tardi. Il guidatore tenta la fuga a piedi, è inseguito, attraversa una roggia, vi cade, perde le lenti, quando si rialza i carabinieri gli sono addosso. In caserma dice: «Mi considero prigioniero di guerra, mi chiamo Massimo Maraschi».

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