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  • 8 Giugno 1976

    Le Brigate Rosse uccidono il magistrato Francesco Coco.

    Dopo essere partita dal palazzo di Giustizia di Genova, in via Pammatone, una FIAT 132 blu del servizio di Stato si ferma all’altezza della salita Santa Brigida, un ripido e stretto pendio con gradoni in selciato, grossi ciottoli rotondi ai lati e mattonata al centro. Un tipico carruggio genovese che si sviluppa da via Balbi, tra il caffè dell’università e la farmacia Contardi. Per strada, pochi passanti, i negozi sono chiusi. La città è avvolta in un torpore dal quale si rianimerà solo dopo un paio d’ore. Dalla 132 scendono il procuratore Francesco Coco e la sua guardia del corpo, il brigadiere Giovanni Saponara.

    Antonio Decana, l’autista, rimane in macchina, a sudare e aspettare. L’altra vettura di scorta, una Giulia con tre agenti a bordo, come sempre, dopo aver accompagnato l’auto del procuratore fino a quel punto, prosegue. Una prassi quotidiana, collaudata e monotona. Francesco Coco e Giovanni Saponara salgono ventiquattro gradoni: ancora una quarantina di passi e l’abitazione del giudice sarà raggiunta. Hanno superato da poco lo slargo di vico Tana, dove ha sede la Camera del Lavoro e l’archivolto con la statua di santa Brigida, quando sentono lo scalpiccìo di altri passi. Il tempo di voltarsi ed essere investiti da una serie di colpi esplosi con pistole silenziate. L’agente di scorta non riesce neppure a mettere mano alla sua arma: cade con le braccia allargate e il viso rivolto in alto. Coco cade invece in avanti, prono. Li troveranno così, uno a fianco all’altro, centrati alla schiena e alla testa: dei tanti proiettili sparati, uno solo andrà fuori bersaglio, conficcandosi nel muro. È finito tutto in un attimo, in un silenzio irreale. Ma non basta: l’autista ha parcheggiato la 132 blu a cento metri dalla salita, occupando un posto per lo scarico merci nello slargo di via Balbi, all’altezza del civico 139, un negozio di abbigliamento. Antonio Decana è un appuntato dei carabinieri, e quello non è il suo lavoro. È la prima volta che funge da autista a un magistrato, perché per quel giorno Stefano Agnesetta, la guardia carceraria preposta a quel compito, ha chiesto un permesso, ignaro che quell’impegno familiare improvviso gli avrebbe salvato la vita. Così come Decana ignorava che per quella sostituzione l’avrebbe persa senza rendersene nemmeno conto, seduto al volante, in attesa del rientro del brigadiere Saponara, sotto un sole che picchia in modo anomalo per quei primi giorni di giugno. Non ha dato peso a quelle due persone ferme a parlottare vicino all’hotel Milano-Terminus, che poi sono improvvisamente scattate verso di lui e, una volta giunti a due passi dalla 132, gli hanno sparato. Antonio Decana muore quasi senza accorgersene. Non sono ancora scoccate le due del pomeriggio quando chi ha sparato si dilegua nei carruggi.

    L’eccidio di Genova rappresenta una svolta nella pratica terroristica delle BR: è una vera e propria azione di guerra, in un Paese che abiura la guerra per principio costituzionale. «È un passaggio importantissimo per quel che diventeremo» dirà Moretti.

    Di fatto, la feroce uccisione di un magistrato, di un poliziotto e di un carabiniere sembra avere un solo obiettivo pratico: insanguinare la campagna elettorale con un delitto “rosso” e “comunista”. Più in generale, la strage è l’adesione pratica delle BR morettiane alla proposta del Mossad di assumere un ruolo nell’ambito del terrorismo internazionale, proposta che le vecchie BR avevano invece rifiutato.

    Francesco Coco, procuratore di Genova, aveva sessantacinque anni, era sposato, aveva tre figli. E aveva cominciato a morire due anni prima: nel maggio del ’74, quando era venuto meno alla parola data alle Brigate Rosse, bloccando la liberazione degli otto appartenenti alla 22 Ottobre dopo il rilascio del giudice Sossi. Quella di Coco è la cronaca di una morte annunciata. Su un muro del palazzo di Giustizia di Genova, pochi giorni prima di quell’8 giugno, si leggeva: «Uccidendo Coco uccideremo gran parte dello stato borghese». Sei ore dopo l’agguato arriva una telefonata alla redazione del «Secolo XIX», il quotidiano genovese:

    «Siamo le Brigate Rosse. L’attentato a Coco è stato fatto da noi. Vi manderemo un comunicato».

    Che arriva puntuale. Ci sarà anche una seconda rivendicazione, all’interno di un’aula di tribunale: quella del primo processo alle Brigate Rosse apertosi davanti alla Corte d’Assise di Torino, nel quale erano implicati Alberto Franceschini, Renato Curcio, ed altri nove del nucleo storico. Uno di loro, Prospero Gallinari, cercherà di leggere
    un comunicato:

    «Ieri i nuclei armati delle Brigate Rosse hanno assassinato il boia Francesco Coco e i due mercenari che dovevano proteggerlo…».

    Il magistrato lo interromperà subito, i carabinieri sottrarranno a Gallinari il foglio del comunicato, che però arriverà comunque nelle mani dei giornalisti. Che leggeranno così anche l’inquietante minaccia rivolta alla corte: «Giustiziare Coco non è stata una rappresaglia esemplare, con questa azione si apre una nuova fase della guerra di classe, oggi insieme a Coco siete stati giudicati anche voi, egregia eccellenza».

    La “propaganda armata” delle prime BR (Curcio – Franceschini – Cagol) non c’è più, sostituita dal terrorismo militare e sanguinario delle nuove BR di Moretti.

    Il quale è arrivato a cancellare il “Fronte di massa”, cioè l’organismo che nelle prime BR si occupava delle problematiche di fabbrica: a conferma che la classe operaia non è al centro dell’azione delle BR morettiane.

    Il giorno dopo, il 9 Giugno 1976, le Brigate Rosse faranno pervenire il Comunicato sull’omicidio.

  • 8 Settembre 1974

    8 Settembre 1974

    Renato Curcio e Alberto Franceschini vengono arrestati a Pinerolo.

    I carabinieri hanno deciso la cattura di Curcio, tentano soltanto di non scoprire il confidente.

    Curcio è puntuale. «Vieni con noi». L’ex-frate risponde che anche lui è in macchina e che deve lasciarla a Torino. «Seguici, lascia l’auto a Torino, dove vuoi, e poi vieni con noi». Appena il brigatista si allontana, per radio Girotto dà il via all’operazione. Il frate si ferma ancora per chiedere quale sia la macchina da seguire. Curcio non è più solo, al fianco ha un giovane, media statura, magro, con gli occhiali, silenzioso: Alberto Franceschini. «Non venirci dietro, ci vediamo a Torino tra un’ora,» ordina Curcio. Si dividono. Girotto continua a trasmettere, imbocca un senso vietato, un vigile lo ferma e lo multa. La 128 blu con i guerriglieri si allontana in direzione di Torino, ma alle porte dell’abitato un passaggio a livello li costringe a fermarsi. Un momento dopo sopraggiungono due macchine. Le portiere si spalancano e uomini armati di mitra e pistole balzano a terra. Curcio, al volante, rimane impassibile, il suo compagno reagisce, cerca di scappare a piedi verso i campi, ma sei mani lo immobilizzano. Inutilmente si divincola, grida, rivolto agli stupiti passanti: «Aiutatemi, è un’aggressione fascista».

    La versione dei fatti che racconterà Moretti è la seguente:

    «Terminiamo [la riunione di Parma] nel tardo pomeriggio [di sabato 7 settembre]. Io me ne vado per primo, tornando a Milano. Curcio mi dice che resterà a dormire a Parma per andare a Pinerolo la mattina dopo a incontrare Girotto.

    Franceschini ripartirà per Roma la sera stessa. Arrivo a Milano e trovo ad aspettarmi Attilio Casaletti, Nanni, che mi fa: guarda, attraverso un giro un po’ lungo è arrivata la notizia che un compagno di Torino ha ricevuto una telefonata anonima in cui si avverte che domenica Curcio verrà arrestato a Pinerolo. Cristo santo, io so che è vero, domani Curcio va a Pinerolo. Ma perché dovrebbe essere arrestato? Che è successo?…

    Risalgo in macchina e con Nanni mi precipito a Parma dove Curcio, tre ore prima, mi aveva detto che sarebbe rimasto la notte. Arriviamo un po’ dopo le dieci, non ho le chiavi, non è una base della colonna di Milano, suono il campanello, non funziona. Dobbiamo avvertirlo assolutamente, cerchiamo di farci sentire, ma la casa non ha finestre sul davanti e non possiamo metterci a urlare in piena notte davanti a una base. Nessuno ci sente. Ma non può sfuggirci, dovrà uscire molto presto per andare a Pinerolo, ci mettiamo in macchina davanti al portone e aspettiamo. Dopo qualche tempo ci viene in mente che, se nessuno risponde, è forse perché Curcio ha cambiato idea e se ne è andato a Torino, nella base dove sta con Margherita. Io quella base non saprei trovarla neanche se mi ci portassero davanti, c’ero stato una volta sola per una riunione d’emergenza, ed è abitudine di clandestini non memorizzare quel che può nuocere alla compartimentazione: la sola cosa che non potrai mai dire è quella che non sai…

    Rimaniamo a Parma fino all’alba e quando siamo certi che Curcio lì non c’è andiamo sulla strada per Pinerolo, separandoci sui due percorsi che portano a quella cittadina, e ci mettiamo sul bordo della strada sperando che Curcio ci noti mentre passa. Non è un granché, è quasi impossibile che funzioni, ma non possiamo fare altro».

    Curcio dirà:

    «Negli anni successivi ho condotto una serie di indagini per capire la meccanica della vicenda, e mi sono convinto che Moretti non è responsabile di colpe più gravi di quelle da addebitare a una certa sbadataggine e smemoratezza… Il messaggio [la “soffiata”, ndr] arriva a Moretti tra giovedì e venerdì. Ma lui non ritiene di agire subito perché sa che io e Franceschini stiamo lavorando [in una base] di Parma e che da quel posto non mi sarei mosso fino a sabato notte o domenica mattina.

    Pensa dunque di avvertirmi nella giornata di sabato… Tenta di farlo ma non ci riesce. Arriva a Parma sabato pomeriggio, quando noi eravamo già partiti. Infatti io, che dovevo essere a Pinerolo domenica mattina, non avevo voglia di fare tutta una tirata in macchina e avevo preferito tornarmene a Torino nel pomeriggio di sabato. Da lì sarebbe stato più agevole raggiungere il luogo dell’appuntamento la mattina seguente. E avevo chiesto a Franceschini di accompagnarmi».

    A commento della vicenda, Franceschini scriverà:

    «Non capii il comportamento di Mario [Moretti], sapevo che, al di là della sicurezza che palesava, era capace di perdersi in un bicchier d’acqua. Ma quella volta aveva fatto esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto. Invece che girare avanti e indietro per mezza Italia, come aveva raccontato, avrebbe potuto, semplicemente, attenderci sulla strada che portava al luogo dell’appuntamento (conosceva il percorso che avremmo seguito e anche la macchina che avremmo usato) per avvisarci del pericolo che stavamo per correre. Mario lo incontrai sette anni dopo… nel carcere di Cuneo, e gli chiesi subito conto di quell’8 settembre 1974: “Perché non ci avvisasti che stavano per arrestarci?”.

    Lui mi guardò stupito, come se non si aspettasse quella domanda: “Ma come vuoi che faccia a ricordarmi di cosa successe sette anni fa? Tu ti ricordi tutto perché quel giorno ti beccarono”. Avrei voluto picchiarlo».

    In sede di Commissione parlamentare stragi, molti anni dopo, sia il presidente Giovanni Pellegrino, sia Silvano Girotto, esprimeranno incredulità nel constatare la scarsa fantasia del capo brigatista che gestirà il sequestro di Moro.

    Sarebbe bastata una telefonata anonima per dire che alla stazione di Pinerolo c’era una bomba, oppure bastava incendiare un cassonetto di spazzatura nella piazza, e la zona si sarebbe riempita di forze dell’ordine: Curcio, abituato a stare all’erta, avrebbe facilmente schivato la trappola.

    Ma chi aveva fatto la telefonata a casa Levati per avvertire le BR che a Pinerolo c’era la trappola?

    «Non lo so», dirà Moretti, «è l’unico mistero di tutta la storia delle BR che né io né altri ci sappiamo spiegare».

    In realtà di “misteri” la vicenda di Pinerolo ne assomma vari altri. E il solo fatto certo è che l’Arma dei carabinieri eviterà di fare un’inchiesta per scoprire chi avrebbe voluto impedire l’arresto di Curcio. Informato da Levati della telefonata, Girotto ne parla col capitano dei carabinieri Gustavo Pignero, il quale si dice stupito in quanto i carabinieri che hanno proceduto all’arresto di Curcio e Franceschini sono stati informati dell’obiettivo della operazione solo poche ore prima: secondo Girotto, «lo sapevano lui, il generale Dalla Chiesa e qualcuno al ministero dell’interno», e il capitano «disse che poi avrebbe verificato, ma con mio stupore, nell’incontro seguente con il capitano, quando ripresi l’argomento (perché mi aspettavo che fosse diventato un argomento di primo piano, da chiarire), gli chiesi se stavano indagando per quella fuga di notizie, perché era una cosa grave. Ricordo che ho ricevuto una risposta vaga, ha lasciato cadere il discorso, non ha voluto approfondire l’argomento, mi ha detto che stavano vedendo».

    Franceschini si dirà convinto, «pur senza averne elementi di prova», che la “soffiata” arrivasse dal Mossad: «Solo gli israeliani [erano] in ottimi rapporti con carabinieri e servizi segreti e, come avevano dimostrato offrendoci armi, per nulla ostili all’attività delle BR».

    Secondo il magistrato Luigi Moschella, «c’era qualcuno in ambiente qualificato [il Viminale, ndr] che aveva interesse a che le scorrerie delle BR continuassero e che cercò quindi di evitare l’arresto di Curcio… Possiam credere che le BR avessero un informatore all’Ufficio affari riservati»

    Fatto sta che a Pinerolo la mattina di domenica 8 settembre Curcio e Franceschini si incontrano con “Frate mitra”. Girotto (che è in contatto-radio con i carabinieri) dice ai due capi brigatisti di essere arrivato anche lui in macchina, e di doverla però riportare subito a Torino perché se l’è fatta prestare; così concordano di vedersi un’ora dopo in città, e si separano – è l’espediente deciso dai carabinieri per procedere all’arresto di Curcio senza “bruciare” l’informatore.

    I due capi delle Br vengono arrestati pochi minuti dopo, mentre con la loro auto sono fermi a un passaggio a livello chiuso.

    Sempre allo scopo di non “bruciare” l’infiltrato Girotto, i carabinieri del Nucleo speciale del generale Dalla Chiesa inviano alla magistratura torinese un primo rapporto sull’operazione, attribuendone l’origine al fatto che un brigadiere «in servizio nell’abitato di Pinerolo, si accorgeva della presenza di un individuo che… presentava forte somiglianza con [il brigatista ricercato] Franceschini».

    A tutta prima Girotto è ancora “coperto”, tanto è vero che, dopo l’arresto di Curcio e Franceschini, si incontra un’altra volta con Enrico Levati. Ma è solo questione di giorni.

    Resterà senza risposta un altro interrogativo cruciale: perché i carabinieri di Dalla Chiesa hanno di fatto concluso l’infiltrazione di Girotto nelle Br l’8 settembre, dopo soli tre incontri? Se fosse proseguita, l’operazione avrebbe potuto essere molto più efficace, sarebbe penetrata in profondità e avrebbe permesso ai carabinieri di scoprire di più e meglio l’articolazione delle BR e l’identità di molti altri brigatisti.

    Non verrà mai accertato se si sia trattato di “un errore” di Dalla Chiesa, o se invece il generale abbia dovuto eseguire ordini superiori: del comandante della divisione Pastrengo generale Giovanbattista Palumbo, o del comandante generale dell’Arma Enrico Mino (entrambi risulteranno poi affiliati alla Loggia massonica segreta P2).

    Un’altra ipotesi è che lo scopo del blitz non fosse solo l’arresto dei due capi brigatisti, ma anche la necessità di recuperare le carte dei Crd di Sogno che Curcio e Franceschini, prima di partire per Pinerolo, avevano riposto nel portabagagli della loro automobile.

    Racconterà Curcio:

    «Avevamo compiuto un’incursione negli uffici milanesi di Edgardo Sogno impadronendoci di centinaia di lettere e elenchi di nomi di politici, diplomatici, militari, magistrati, ufficiali di polizia e dei carabinieri: insomma tutta la rete delle adesioni al cosiddetto “golpe bianco” preparato dall’ex partigiano liberale con l’appoggio degli americani. Giudicavamo quel materiale esplosivo e lo volevamo raccogliere in un documento da rendere pubblico.

    Purtroppo avevamo tutto il malloppo con noi al momento dell’arresto e così anche quella documentazione preziosa finì in mano ai carabinieri. Qualche anno dopo, al processo di Torino, chiesi al presidente Barbaro di rendere noto il contenuto del fascicolo che [era stato trovato] nella mia macchina quando mi arrestarono, e lui rispose imbarazzato: “Non si trova più… Qualcuno deve averlo trafugato dagli archivi giudiziari”. E la cosa finì lì. Sarebbe stato interessante invece sapere qualcosa di più su quella sparizione»

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  • 28 Giugno 1973

    Le Brigate Rosse rapiscono l’ingegner Michele Mincuzzi, dirigente tecnico dell’Alfa Romeo iscritto all’UCID.

    Michele Mincuzzi è originario di Bari ma vive al nord da molto tempo. Ha 56 anni, è sposato e ha due figli.

    Da tempo all’Alfa Romeo sono in corso lunghe e non facili trattative sindacali. Il 28 Giugno è proprio il giorno dopo la fine della soluzione della vertenza.

    Alle 19:30 l’ingegnere lascia lo stabilimento e sale sulla sua Alfetta. Mezz’ora di strada e sarà a casa, in via Ruffini 8. Gli aggressori lo aspettano sotto l’abitazione, sanno che il momento più favorevole è quando l’uomo scende dall’auto per aprire il cancello del box.

    Quando infila la chiave nella serratura qualcuno alle spalle gli chiede un’informazione. Si volta, ha appena il tempo di di intravedere il volto di un uomo a meno di un metro. Scorge altri due con un passamontagna rossa che si avvicinano. Pensa a una rapina, ha lo stipendio in tasca. Tenta di reagire, ma viene colpito al naso, che si frattura.

    I tre gli mettono un cappuccio in testa e se ne vanno con un furgone 850 targato MI 902338, targa presa da almeno tre testimoni.

    Viene portato in un covo e interrogato dalle 21:30.

    Di quella strana udienza Mincuzzi dirà:

    Non lo chiamerei un processo. È stata più che altro una discussione abbastanza pacata. I miei rapitori esponevano le loro teorie sulla società, ma mi permettevano di controbattere.

    Mario Moretti, armato e mascherato, fa parte del commando che lo rapisce.

    Le modalità dell’azione sono le solite: l’ingegnere viene aggredito, caricato su un furgone (legato mani e piedi, imbavagliato e incappucciato) e condotto in un covo, dove viene interrogato; quindi, di nuovo incatenato e imbavagliato, viene abbandonato sul bordo di una strada con un cartello appeso al collo, in un campo a poche decine di metri dallo stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese:

    Mincuzzi Michele dirigente fascista dell’Alfa Romeo, processato dalle Brigate rosse. Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo armato. Per il comunismo.

    Ma diversamente dal solito, sul cartello il simbolo brigatista – la stella cerchiata – non è a cinque punte, ma a sei: è cioè la stella israelita di David.

    Il responsabile dell’errore grafico è proprio Mario Moretti.

    Alberto Franceschini dirà:

    “Lui era incaricato di preparare il cartello per la foto di rivendicazione, e invece del nostro simbolo disegnò la stella di Davide… Disse che si era sbagliato, ma io oggi mi domando se non fosse un messaggio per qualcuno.”

    Per pura combinazione, poco tempo dopo il servizio segreto di Israele, il Mossad, prende contatti con le BR.

    Scriverà Franceschini:

    “Gli uomini dei servizi segreti di Tel Aviv, come prova della loro affidabilità, ci avevano dato l’indirizzo di Friburgo dove si era nascosto Pisetta dopo le sue soffiate, e i nomi di alcuni operai della Fiat che, per conto dei Servizi italiani, stavano cercando di infiltrarsi al nostro interno. Volevano fornirci armi e munizioni moderne senza chiedere una lira in cambio: avremmo solo dovuto continuare a fare quello che stavamo facendo, a loro interessava che i Paesi mediterranei come l’Italia, [in buoni] rapporti con i palestinesi, continuassero a vivere in una situazione di instabilità al loro interno. Non fu necessaria una lunga discussione tra noi, eravamo tutti d’accordo: niente armi dagli israeliani, anche se le notizie che ci avevano fornito erano assolutamente esatte e ci furono utili. Stavamo per far entrare in una brigata della Fiat un falso compagno pagato dai carabinieri.”

    Tra le schede individuali “requisite” nel raid all’UCID, c’è anche quella dell’ingegnere Michele Mincuzzi, un dirigente dell’Alfa specializzato in organizzazione del lavoro. Informazione che viene utilizzata dalle BR, che lo sequestrano pochi mesi dopo, esattamente il 28 giugno: un’azione strettamente collegata con l’attacco alla sede degli imprenditori cattolici e inquadrata nella lotta contro «il fascismo in camicia bianca».

    Accanto a Mincuzzi i brigatisti lasciano anche un comunicato che spiega le ragioni di quell’azione. Tornato libero, Mincuzzi viene sequestrato dalla stampa: gli si vuole estorcere un giudizio negativo sulle BR ma, soprattutto, fargli confermare che i brigatisti sono fascisti mascherati da rossi. Il «Corriere della Sera» gli domanda se sia possibile che i discorsi del “giudice” mascherino posizioni di destra. «Se è così», rispondeMincuzzi, «il mio interlocutore non si è mai tradito». Il «Corriere» commenta: «Ora a Milano abbiamo anche un Tribunale volante che sequestra e giudica. Un Tribunale di cui non si sa nulla e che domani potrebbe ricomparire e imporre le sue leggi di violenza». Si tratta di un «ennesimo episodio di violenza inserito nell’atmosfera tesa di una città turbata» che è servito «per montare le tensioni d questi giorni. La condanna perciò non ammette alcuna differenziazione, sia che gli esecutori appartengano alle frange di sinistra, sia che vengano invece dalla parte opposta». «Indaghiamo in tutte le direzioni», dichiara il magistrato D’Alessio, «in particolare sulle BR e sui Giustizieri d’Italia». La stessa tesi degli opposti estremismi viene ripresa dall’«Avanti!», che la integra con la teoria della criminalizzazione della politica. Dure condanne arrivano anche da parte dei sindacati e dell’Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali (ALDAI), mentre la federazione milanese CGL-CSL-UIL condanna gli «organizzatori dell’incivile e banditesco atto» e per il PCI si tratta di una «banditesca organizzazione che agisce con metodi delinquenziali, il cui scopo è quello di alimentare la strategia della tensione».

    Testo del comunicato del Sequestro Mincuzzi

    Giovedì 28 Giugno 1973 alle ore 20 un nucleo armato delle Brigate Rosse ha prelevato, interrogato e processato Mincuzzi Michele, dirigente dell’Alfa Romeo. Per capire chi effettivamente sia costui, iniziamo con alcune delle sue frasi celebri: «L’appiattimento delle categorie è contro natura», «l’equalitarismo è disumano». Queste frasi sono il perno dell’impostazione politica dei corsi di addestramento per dirigenti intermedi che tiene periodicamente in fabbrica. Mincuzzi non si accontenta di essere un maestro degli aguzzini che ci impongono i ritmi e i tempi infernali ai quali siamo sottoposti all’Alfa Romeo, ma impartisce i suoi insegnamenti fascisti anche  ai dirigenti di altre fabbriche, tenendo corsi all’UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti).

    In fabbrica è uno dei massimi responsabili della direzione della produzione (Dipro), ed è lui che dirige l’organizzazione dei tempi e dei ritmi delle linee. È sempre lui che decide e controlla i passaggi di categoria. Per le sue «alte qualità» è ritenuto dall’Alfa Romeo un «esperto» nelle questioni sindacali e ne rappresenta gli interessi nelle vertenze e nelle contrattazioni. Siamo in molti a ricordare la sua attiva collaborazione al controsciopero dei dirigenti per il «diritto al lavoro» e contro la «violenza» che ci ha fatto finalmente conoscere chi sono realmente i nostri padroni di stato. E c’è da credere ai suoi sentimenti «contro ogni violenza» visto che il 2-12-1971 non ha esitato un attimo a sfondare con la propria auto un picchetto, in accordo con la polizia che successivamente ha caricato gli operai.

    […]

    Anche più recentemente Mincuzzi si è distinto nelle manovre che la direzione ha posto in atto contro l’autonomia operaia e le sue manifestazioni di lotta, come i cortei interni, gli scioperi a scacchiera, ecc. L’ultimo fatto, poi, (1.000 operai sospesi in seguito allo sciopero della verniciatura), dimostra che i nostri padroni di stato hanno intenzione di essere all’avanguardia della repressione antioperaia. Mincuzzi è dunque un gerarca in camicia bianca, è della stirpe dei Macchiarini e dei tanti altri che nelle fabbriche private e statali cercano di far pagare la crisi agli operai usando gli strumenti del ricatto, del caro vita, del terrorismo, della provocazione, in una parola della violenza anti-operaia.

    […]

    Il gerarca Mincuzzi ha molti soci dentro e fuori la fabbrica. Uno di questi è Pierani Luigi, della direzione del personale, che pur agendo nell’ombra, è tra i più accaniti esecutori della repressione padronale. Sul suo conto c’è un lungo elenco di pesanti colpe ultima tra le quali, quella di aver architettato l’affare Calandra. Diamo a Calandra, elemento debole e corruttibile, quel che è di Calandra,  senza giustificazione alcuna, ma ai dirigenti che hanno progettato la sporca macchinazione, giocando cinicamente sulle sue condizioni materiali e familiari, non esitando a farlo arrestare e licenziare per poi comprarlo, la parte che gli spetta. Pierani, a quanto pare, è talmente cosciente della sua funzione che si fa scortare dal «gorilla» di turno che gli passa la questura e fa tenere costantemente sotto controllo la sua abitazione da un paio di auto civetta. Pierani non ha capito una cosa, che se i padroni hanno la memoria lunga, i proletari hanno una pazienza smisurata, e che alla fine niente resterà impunito.

    […]

    Compagni, rafforziamo in ogni reparto della fabbrica gli strumenti del nostro potere. Impariamo a conoscere ad uno ad uno i nostri nemici, a controllarli e a punirli ogni qualvolta si rendano direttamente responsabili di iniziative anti-operaie. Le politiche terroristiche dei padroni camminano con piedi ben definiti e sono quelli dei nostri dirigenti, dei nostri capi e dei loro servi fascisti. Il pesce puzza dalla testa, ma a squamarlo si comincia dalla coda. Questa è la premessa per andare avanti sulla strada aperta con le lotte del ’69-73 per sviluppare i temi della guerra all’organizzazione capitalistica del lavoro e della resistenza alla ristrutturazione antioperaia, per consentire al movimento di massa di avanzare nella lotta per una società comunista. Lotta armata per il comunismo.

    Per qualche tempo Mincuzzi rimane in mezzo al prato, non lontano dalla strada deserta. Soltanto alle 23:30 lo scorge l’autista di un pullman. Mincuzzi è medicato all’infermeria dello stabilimento Alfa, poi è condotto all’ospedale San Carlo di Milano.

    Stavolta l’azione ottiene un considerevole successo. Il «Corriere della Sera» dedica al fatto un titolo a quattro colonne in prima pagina:

    Rapito a Milano e ritrovato un dirigente dell’Alfa Romeo

    Tornando alle reazioni sul sequestro Mincuzzi, «il Manifesto» tace. Non così Avanguardia Operaia, che non ha alcun dubbio che si tratti di una provocazione messa in atto da agenti della strategia della tensione. Condanna anche da parte di «Lotta Continua», che fornisce tuttavia un giudizio più articolato e meditato. L’unico a dare il pieno appoggio alle BR è «Potere Operaio»: Si è colpito con l’intera organizzazione di fabbrica titola un articolo a tutta pagina. Per POTOP le serrate discussioni fatte tra compagni confermano che l’iniziativa armata è attuale. L’organo di Potere Operaio apre poi una polemica violenta e dai toni sprezzanti con Lotta Continua, cui rimprovera l’essersi allineata a «il manifesto». Il voltafaccia viene evidenziato dalla riproduzione fotografica su una pagina di «Potere Operaio» del lunedì di due articoli di LC, messi in contrapposizione e illustranti il primo il sequestro Macchiarini, il secondo il rapimento Mincuzzi. L’articolo di LC su Mincuzzi, intitolato Frutti di stagione viene da POTOP parafrasato in Opportunismi di stagione. Ma la voce di POTOP è debole e isolata. Il concentrarsi della repressione statale su questo gruppo, violentissima dopo l’incendio di Primavalle13 (che ha ucciso due figli di un missino) in cui sono coinvolti alcuni suoi appartenenti, unitamente a una singolare forma di scomunica da parte di LC (il rifiuto quasi sistematico di partecipare a manifestazioni, assemblee, firmare volantini insieme a POTOP) danno a questo gruppo il colpo di grazia: molti militanti di POTOP confluiscono nelle fila dell’autonomia operaia, e la sigla Potere Operaio scompare quasi del tutto.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 29 Settembre 1972

    Marco Pisetta scrive il memoriale sulle Brigate Rosse.

    (altro…)

  • 17 Agosto 1970

    A Costa Ferrata in provincia di Reggio Emilia un centinaio di persone si riuniscono in un albergo per decidere la Lotta armata. Viene erroneamente ricordato come il convegno di Pecorile.

    A pochi chilometri dal grappolo di case allineate lungo la Provinciale, che non compare nemmeno sulla carta topografica, l’unica insegna stradale avvisa che ci si trova a Pecorile, il paese prima venendo da Reggio. Dopo, non ci sono più cartelli. E allora, per chi giunge da fuori, il convegno si tiene a Pecorile.

    Il convegno si svolge al ristorante Da Gianni a Costaferrata di Casina, seicentocinquanta metri sui monti intorno a Reggio Emilia, di fronte al castello di Matilde di Canossa.

    Le persone provengono dal CPM, dal Gruppo dell’Appartamento e dalla Facoltà di Sociologia di Trento. Si discute in maniera chiara e precisa la necessità della scelta della Lotta Armata.

    Le persone che partecipano a Pecorile, in un albergo proprietà di un parente di uno dei partecipanti (Tonino Parali) non sono tutti gli appartenenti al CPM, ma sono persone scelte da Curcio e Simioni.

    Partecipano, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Margherita Cagol, Corrado Simioni, Sandro D’Alessandro, Gaio Di Silvestro, Marco Fronza, Alberto Pinotti, Innocente Salvoni, Frantoise Tuscher, Annamaria Bianchi, Elvira Schiavi, Claudio Aguilar, Raffaello De Mori (ex iscritto al Psi), Maurizio Ferrari, Antonio Mottironi, Ivano Prati, Umberto Farioli, Roberto lussi, Dario Angelini, Marco Bazzani, Pietro Sacchi, Franco Troiano, Orietta Tunesi, Oscar Tagliaferri, Ezio Tabacco, Enrico Levati, Ravizza Garibaldi, Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari, Attilio Casaletti, Lauro Azzolini, Ivan Maletti, Gino Simonazzi, Tonino Parali, Strambio De Castiglia (nipote dell’industriale Pirelli), Vanni Mulinaris (figlio del proprietario di un noto pastificio di Udine), Duccio Berio ( figlio di un noto professionista milanese legato al Mossad e genero del deputato comunista Alberto Malagugini), Piero Elefantino.

    “Il convegno di Pecorile venne materialmente organizzato da noi del Collettivo di Reggio Emilia su richiesta di Simioni e Curcio. […] Noi del Collettivo eravamo stati iscritti al PCI o alla FGCI. Simioni era venuto più volte a Reggio Emilia per coinvolgerci nei suoi progetti, ci teneva molto ad avere la nostra partecipazione nel costruire l’organizzazione clandestina: sembrava che senza l’impronta di noi ex iscritti al PCI o alla FGCI il progetto della lotta armata non avrebbe avuto senso politico”

    Alberto Franceschini

    Insieme a Simioni al convegno è presente anche Sabina Longhi, che Simioni presenta come sua segretaria, vantandosi anche che Sabina lavorasse i stretta collaborazione con il Segretario Generale della NATO Manlio Brosio (suggerendo che fosse una sua infiltrata).

    Lo scopo del convegno appare chiaro fin dall’intervento introduttivo di Renato Curcio:

    «Il movimento operaio che si sta sviluppando nelle grandi fabbriche manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i “capi”. Per questo
    si muove al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il PCI e i sindacati.
    Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa avanguardia deve sapere unire la “politica” con la “guerra” perché lo Stato moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la “politica” e la “guerra”.
    Diventa quindi inattuale e non proponibile la strategia leninista dell’insurrezione che presuppone una fase politica di agitazione e propaganda sostanzialmente pacifica, seguita poi dalla “spallata finale”, dell’“ora X”, cioè dalla fase propriamente militare. Occorre invece preparare la “guerra civile di lunga durata” in cui il “politico” è, da subito, strettamente unito al “militare”. È Milano, la grande
    metropoli, vetrina dell’impero, centro dei movimenti più maturi, la nostra giungla. Da lì e da ora bisogna partire»

    Incredibilmente a Pecorile non c’è Mario Moretti.

    Tonino Paroli ricorda così il convegno di Pecorile:

    «Fu un vero congresso, e durò dal lunedì al sabato. Parteciparono una settantina di compagni che avevano preso alloggio nelle case del paese e chiesto aiuto anche al parroco, don Emilio Manfredi. Il maresciallo dei carabinieri, avvertito della riunione, si informò se disturbassero, e poi non si occupò più della faccenda. E pensare che fra i partecipanti molti sarebbero stati dei protagonisti negli anni successivi. Come i duri di Reggio, quelli “dell’appartamento” quasi al completo, Sinistra Proletaria, i compagni di Milano, di Torino, di Genova, due di Trento. Tutti ragazzi seri, anche troppo, taciturni. A volte stavano insieme, altre volte si dividevano in gruppetti per boschi e campi.

    Discussioni roventi, ma quando parlava Curcio piombava il silenzio. Al contrario Mara, sua moglie, non era un’oratrice: fece soltanto un mezzo intervento. E verso l’una, tutti da Gianni a mangiare dopo lunghe camminate fra i boschi come se fossero marce sulla Sierra Madre, con Fidel, Ernesto Guevara o Camillo Cianfuegos. Soprattutto venivano letti Il diario del Che in Bolivia e il Piccolo manuale della guerriglia urbana del brasiliano Carlos Marighella. Ci dicevano che la nostra giungla sarebbe stata la strada della città, Roma, Milano, Torino, Genova e non le selve del Vietnam, o della Bolivia».

    Paroli racconta di grandi mangiate a base di prosciutti, salsicce, salame e, ovviamente, vino a volontà da ingollare con tortelli di bietola, lasagne, cannelloni, cappelletti in brodo, arrosti misti, coniglio, faraona, agnello e naturalmente cotechino. Quattromila lire, tutto compreso.

    Dagli interventi pubblici e meno pubblici emergono tre anime all’interno del convegno. La prima, più «movimentista», privilegia lo scontro di massa su larga scala, tutto interno al movimento e senza una guida organizzata; la seconda, sponsorizzata da Curcio, ipotizza un graduale passaggio alla resistenza armata a partire dalle fabbriche, attraverso nuclei ristretti ma sempre collegati con la massa e le «realtà di base»; la terza prevede un’ulteriore, immediata militarizzazione dei gruppi che prelude alla clandestinità, anche rompendo i rapporti col movimento.

    A Pecorile risulterà vincente la linea di Curcio: Simioni e il suo gruppo (Berio, Mulinaris) verranno isolati e tenuti fuori dalla discussione perché accusati di volere conquistare l’egemonia all’interno dell’organizzazione.

    Per la prima volta tra quei monti, in tanti, fra i quali Mara e Renato, proveranno le armi: Curcio denuncia subito la sua inadeguatezza, ma non desiste.

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