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Appartenente alla colonna genovese delle BR, muore il 28 Maggio 1980. I carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fanno irruzione nella base di Via Fracchia a Genova e uccidono Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli, Anna Maria Ludmann e Riccardo Dura.

Durante l’operazione rimane ferito il maresciallo dei carabinieri Riccardo Rena.

È il responsabile dell’uccisione del sindacalista Guido Rossa.

  • 30 Marzo 1980

    Le Brigate Rosse con una telefonata all’ANSA fanno ritrovare il volantino di commemorazione per i brigatisti morti il 28 Marzo 1980.

    Il volantino è datato 29 Marzo 1980.

    Testo completo del volantino di commemorazione

    “Venerdì 28 marzo 1980 quattro compagni delle Brigate Rosse sono stati uccisi dai mercenari di Dalla Chiesa. Dopo aver combattuto, e trovandosi nell’impossibilità di rompere l’accerchiamento, dopo essersi arresi, sono stati trucidati. Sono caduti sotto le raffiche di mitra della sbirraglia prezzolata di regime i compagni:

    Roberto, operaio marittimo, militante rivoluzionario praticamente da sempre, membro della direzione strategica della nostra organizzazione. Impareggiabile è stato il suo contributo nella guerra di classe che i proletari in questi anni hanno sviluppato a Genova. Dirigente dell’organizzazione dall’inizio della costituzione della colonna che oggi è intitolata a alla memoria di Francesco Berardi, con generosità e dedizione totale ha saputo fornire a tutti i compagni che hanno avuto il privilegio di averlo accanto nella lotta un esempio di militanza rivoluzionaria fatta di intelligenza politica, sensibilità, solidarietà, vera umanità, che le vigliacche pallottole dei carabinieri non potranno distruggere.

    Cecilia: si guadagnava da vivere facendo la segretaria. Come tutte le donne proletarie la borghesia aveva destinato ad una vita doppiamente da sfruttata, doppiamente subalterna e meschina. Non ha accettato questo ruolo aderendo e militando nella nostra organizzazione, dando con tutte le sue forze un enorme contributo per costruire una società diversa, dove la parola donna e la parola proletario non significano sfruttamento.

    Pasquale: operaio della Lancia di Chivasso.

    Antonio. Operaio Fiat e dirigente della nostra organizzazione. Sempre alla testa delle lotte della fabbrica e dei quartieri nei quali vivevano.

    Li hanno conosciuti tutti quegli operai e proletari che non si sono piegati all’attacco scatenato dalla multinazionale di Agnelli e del suo Stato. Proprio perché vere avanguardie avevano capito che lottare per uscire dalla miseria, dalla cassa integrazione, dai ritmi, dai cottimi, dal lavoro salariato, vuol dire imbracciare il fucile e organizzare il potere proletario che sappia liberare le forze per una società
    comunista. Imbracciare il fucile e combattere. Questi compagni erano consapevoli che decidendo di combattere avrebbero affrontato la furia omicida della borghesia e che avrebbero potuto essere uccisi. Ma la certezza che combattere per la vita, per la libertà in una posizione d’avanguardia, in prima fila, è compito che i figli migliori, più consapevoli, del popolo devono assumere su di sé per poter rompere gli argini da cui il movimento proletario spazzerà via la società voluta dai padroni. Per loro, come per molti altri operai, la scelta è stata molto precisa: combattere e vincere con la possibilità di morire; anziché subire e morire a poco a poco da servi e da strumenti usati da un pugno di sciacalli per accumulare profitti.

    Oggi Roberto, Pasquale, Cecilia, Antonio sono caduti combattendo. È grande il dolore per la loro morte, non riusciamo ad esprimere come vorremmo quel che sentiamo perché li hanno uccisi e non li avremo più tra noi. Ma nessuno di noi ha pianto, come sempre quando ammazzano dei nostri fratelli, e la ragione è una sola: altri hanno già occupato il loro posto nella battaglia. Proprio mentre ci tocca lo strazio della loro scomparsa e onoriamo la loro memoria, si rinsalda in noi la convinzione che non sono caduti invano come non sono morti invano tutti i compagni che per il comunismo hanno dato la vita. Alla fine niente resterà impunito”

    Copie del volantino sono diffuse lo stesso giorno nelle maggiori città e nei giorni successivi a Genova nel quartiere di Oregina, in via Napoli, a Granarolo, e a Sampierdarena. In un reparto dell’officina 76 dello stabilimento Fiat Mirafiori a Torino, nei giorni successivi compare una stella a cinque punte con la scritta rossa: “Onore ai compagni caduti a Genova”. Il volantino è chiaro. Non lascia possibilità alcuna di interpretazione. Annamaria Ludmann, “Cecilia”, fino a quel tempo praticamente sconosciuta agli inquirenti, apparteneva all’organizzazione armata, alle Brigate Rosse, quanto Lorenzo Betassa “Antonio”, Piero Panciarelli, “Pasquale” e Riccardo Dura, “Roberto”. Tutti morti con lei il 28 marzo 1980.

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  • 28 Marzo 1980

    Gli agenti di Dalla Chiesa irrompono nel covo Br di via Fracchia a Genova (sede della Direzione strategica).

    Uccidono i quattro brigatisti che vi sono all’interno (Anna Maria Ludmann, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli e Riccardo Dura); nel covo sarebbe stata trovata copia dei manoscritti di Moro, ma nei verbali di perquisizione e di sequestro compilati dai carabinieri ciò non risulta.

    La casa è di proprietà di Anna Maria Ludmann, fino a quel momento inimmaginabile come appartenente alle Brigate Rosse.

    Le confessioni di Peci sono devastanti per l’organizzazione brigatista, e anche per Prima linea: nelle BR c’è chi – come Lauro Azzolini – sospetta che Peci fosse un infiltrato dei carabinieri, forse addirittura un sottufficiale dell’Arma.

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  • 8 Gennaio 1980

    Un commando brigatista stermina a Milano una pattuglia di Polizia di Stato.

    Alle ore 8.30, in via Schievano, Moretti guida il commando brigatista (comprendente la Balzerani e due irregolari, Nicolò De Maria e Nicola Giancola) che stermina una pattuglia di PS formata dal vicebrigadiere Rocco Santoro, dall’appuntato Antonio Cestari, e dalla guardia Michele Tatuili.

    Nel commando stragista, due dei tre terroristi-killer indossano passamontagna, mentre il terzo – Moretti – agisce a viso scoperto, e verrà riconosciuto da un testimone. Dei trenta bossoli trovati sul luogo della strage, 13 risulteranno sparati dalla pistola calibro 9 Parabellum che verrà sequestrata a Moretti quando verrà arrestato a Milano.

    L’eccidio morettiano dei tre lavoratori di Pubblica sicurezza coincide con le lotte, all’interno del Corpo della polizia, del movimento democratico per i diritti di libertà sindacale e dignità professionale (mentre il Parlamento sta discutendo la legge di riforma della Polizia).

    Il comitato esecutivo Br (Moretti, Seghetti, Dura e Micaletto) ha deciso di contrastare e colpire quei fermenti
    democratici all’interno della Pubblica sicurezza.

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  • 24 Gennaio 1979

    A Genova Guido Rossa viene ucciso dalle Brigate Rosse.

    Viene così reciso l’ultimo filo che tiene legate le Brigate Rosse alla sinistra italiana.

    Guido Rossa è un sindacalista della FIOM dell’Italsider e militante del PCI. Gli si imputa di aver denunciato, l’Ottobre precedente, Francesco Berardi detto “Cesare”, un operaio che aveva distribuito dentro la fabbrica i volantini delle BR.

    Berardi si suiciderà in carcere e la colonna genovese prenderà il suo nome.

    Gli assassini sono i brigatisti Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi.

    In sede giudiziaria Guagliardo dirà che Rossa avrebbe dovuto essere solo “gambizzato”: ma dopo avergli sparato alle gambe, e mentre il terzetto si stava allontanando, Dura è tornato indietro e ha finito l’operaio comunista sparandogli un colpo al cuore.

    Dura è il pupillo di Moretti, che lo ha voluto a capo della colonna genovese; quale “premio” per il delitto Rossa, Moretti promuoverà Dura nel Comitato esecutivo.

    La città di Genova risponde all’uccisione di Rossa con un compatto sciopero generale e una grande manifestazione dai connotati antifascisti, a conferma del totale isolamento delle Br. All’interno dell’organizzazione terroristica l’uccisione dell’operaio comunista provoca contraccolpi: un volantino Br recapitato all’Ansa di Roma definisce il delitto «un errore» della «colonna genovese» – una sostanziale sconfessione pubblica decisa da Morucci e Faranda, che provocherà tensioni con la triade Moretti-Gallinari-Micaletto che quel delitto ha approvato e avallato.

    Riconoscerà Mario Moretti:

    «Guido Rossa non bisognava neanche ferirlo».

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