Tag: Barbara Balzerani

  • 8 Gennaio 1980

    Un commando brigatista stermina a Milano una pattuglia di Polizia di Stato.

    Alle ore 8.30, in via Schievano, Moretti guida il commando brigatista (comprendente la Balzerani e due irregolari, Nicolò De Maria e Nicola Giancola) che stermina una pattuglia di PS formata dal vicebrigadiere Rocco Santoro, dall’appuntato Antonio Cestari, e dalla guardia Michele Tatuili.

    Nel commando stragista, due dei tre terroristi-killer indossano passamontagna, mentre il terzo – Moretti – agisce a viso scoperto, e verrà riconosciuto da un testimone. Dei trenta bossoli trovati sul luogo della strage, 13 risulteranno sparati dalla pistola calibro 9 Parabellum che verrà sequestrata a Moretti quando verrà arrestato a Milano.

    L’eccidio morettiano dei tre lavoratori di Pubblica sicurezza coincide con le lotte, all’interno del Corpo della polizia, del movimento democratico per i diritti di libertà sindacale e dignità professionale (mentre il Parlamento sta discutendo la legge di riforma della Polizia).

    Il comitato esecutivo Br (Moretti, Seghetti, Dura e Micaletto) ha deciso di contrastare e colpire quei fermenti
    democratici all’interno della Pubblica sicurezza.

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  • 8 Maggio 1978

    Vengono organizzati gli ultimi dettagli per l’omicidio di Aldo Moro.
    Fanfani si impegna con Craxi a intervenire all’indomani, durante la direzione DC, s favore della trattativa.

    Si incontrano in “Ufficio”, l’appartamento di Via Cabrera, alle spalle della basilica di San Paolo, Mario Moretti, Barbara Balzerani e Bruno Seghetti.

    L’incarico di guidare la Simca verde da affiancare alla Renault 4 rossa che trasporta il cadavere di Moro viene in un primo momento affidato ad Adriana Faranda. Poi la scelta ricade su Valerio Morucci.

    Il cambio di scelta è causato dalla forte avversione all’incarico di Adriana Faranda: insieme a Valerio Morucci era la parte minoritaria che sosteneva con fermezza la non uccisione di Moro. Impartire quell’incarico ad Adriana Faranda le sembrava una scelta gratuita e perfida, oltre che molto violenta.

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  • 30 Aprile 1978

    Mario Moretti telefona a Eleonora Moro per cercare di dare una svolta alle trattative per la liberazione di Aldo Moro.

    Anche la DC opta per la “Linea Dura”. Nei giorni successivi, la medesima fermezza verrà adottata dalle segreterie dei cinque partiti della maggioranza di governo.

    La chiamata di Mario Moretti avviene alle 16:30 da una cabina telefonica nei pressi della Stazione Termini, mentre Adriana Faranda, Valerio Morucci e Barbara Balzerani sono di copertura.

    Una mossa arrischiata (dato che il telefono di casa Moro è ovviamente tenuto sotto controllo dalla polizia) e altrimenti incomprensibile. Moretti dice alla figlia di Moro, che risponde al telefono:

    «Io sono uno di quelli che hanno a che fare con suo padre… Le devo fare un’ultima comunicazione, questa telefonata è per puro scrupolo. Siete stati un po’ ingannati e state ragionando sull’equivoco. Finora avete fatto soltanto cose che non servono assolutamente a niente. Ma crediamo che ormai i giochi siano fatti e abbiamo già preso una decisione. Nelle prossime ore non possiamo fare altro che eseguire ciò che abbiamo detto nel comunicato numero 8. Quindi chiediamo solo questo: che sia possibile l’intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore in questo senso. Se ciò non avviene, rendetevi conto che non potremmo fare altro che questo. Mi ha capito esattamente? Ecco, è possibile solo questo. L’abbiamo fatto semplicemente per scrupolo, nel senso che, sa, una condanna a morte non è una cosa che si possa prendere alla leggera. Noi siamo disposti a sopportare le responsabilità che ci competono, e vorremmo appunto, siccome sono stati zitti… non siete intervenuti direttamente, perché mal consigliati… Il problema è politico, e a questo punto deve intervenire la DC. Abbiamo insistito moltissimo su questo, è l’unica maniera in cui si può arrivare a una trattativa. Se questo non avviene… solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore, preciso di Zaccagnini può modificare la situazione. Noi abbiamo già preso una decisione, nelle prossime ore accadrà l’inevitabile. Non possiamo fare altrimenti. Non ho nient’altro da dirle».

    L’intrepido Moretti è fino alla fine il padrone assoluto del sequestro. I tre brigatisti della presunta “prigione” di via Montalcini continuano a svolgere diligentemente le loro mansioni: di copertura la Braghetti e Maccari, di guardiano del prigioniero Gallinari. I due brigatisti “postini”, la coppia Morucci e Faranda, continuano a ubbidire a Moretti recapitando i comunicati Br e le lettere di Moro che lui gli dà, e autorizzati da Moretti tengono contatti con i capi di Autonomia operaia Lanfranco Pace e Franco Piperno (i quali a loro volta sono in contatto con la segreteria del Psi per la pseudotrattativa “umanitaria”). Il Comitato esecutivo brigatista è più che mai un organismo-fantasma puramente formale che in sostanza ratifica l’operato di Moretti. Il capo brigatista è il crocevia del sequestro, il dominus dell’intera operazione: è lui che ha “interrogato” il prigioniero dopo avergli fornito le domande (scritte non si sa da chi), e che ha prelevato personalmente dalla prigione le risposte manoscritte di Moro; è lui che ha esaminato le circa 100 lettere scritte dal prigioniero, è lui che ha stabilito di recapitarne solo 30 censurando tutte le altre 9; è lui che tiene i contatti col Comitato esecutivo, è lui che dirige, dà gli ordini, fa e disfa – Moretti è il solo brigatista che sa tutto, e per il quale non vale la regola della compartimentazione.

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  • 18 Aprile 1978

    Viene scoperto il covo di Via Gradoli a Roma.
    Viene ritrovato il Comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro. Solo successivamente sarà dichiarato falso.

    A far scoprire il covo di Via Gradoli è una copiosa perdita di acqua; l’inquilina del piano sotto all’interno 11, l’appartamento in cui abitavano Barbara Balzerani e Mario Moretti, chiama i vigili del fuoco, che sfondano la porta e trovano del tutto casualmente il covo brigatista. Barbara Balzerani lo scopre dal telegiornale mentre è con Adriana Faranda nell’Ufficio, in Via Chiabrera.

    Mario Moretti e Barbara Balzerani erano usciti insieme dall’appartamento-covo di via Gradoli 96 alle ore 7.30. L’inquilina che abita l’appartamento sottostante, Nunzia Damiano, viene svegliata da frettolosi passi nell’appartamento soprastante, e poco dopo, verso le ore 8.15, vede che sul soffitto si sta allargando una macchia di infiltrazione d’acqua. Allertato l’amministratore dello stabile, Domenico Catracchia, questi fa accorrere l’idraulico Jean Tschofen, il quale chiama i pompieri.

    La perdita d’acqua è provocata dalla doccia a telefono lasciata aperta e appoggiata con un manico di scopa alla parete piastrellata della vasca da bagno.

    All’interno dell’appartamento c’erano armi (un mitra, un fucile e un paio di bombe a mano), l’intero archivio del “Fronte Logistico” e gli oggetti personali. Forse di nessuna importanza, ma le lenti a contatto ritrovate nell’appartamento porteranno all’identificazione di Barbara Balzerani, nome di battaglia “Sara”

    «Siamo entrati nell’appartamento n° 11», testimonierà il maresciallo dei pompieri Giuseppe Leonardi, «per mezzo di una scala a ganci applicata alla ringhiera del balcone sottostante, cioè il n° 7. Abbiamo trovato il rubinetto della doccia aperto a getto forte. Esso era appoggiato a una scopa che si trovava all’interno della vasca. Il getto dell’acqua era diretto verso la parete sulla vasca. La scopa si trovava nella posizione in cui è rappresentata nella fotografia [orizzontale sui bordi della vasca, ndr]. Il getto d’acqua era diretto verso le mattonelle sul bordo della vasca da bagno, mattonelle che si trovano in corrispondenza del cordone della doccia… In quel punto, tra le mattonelle e il bordo della vasca, si notava una piccola fessura, nella quale con ogni probabilità l’acqua penetrava».

    Ma nell’appartamento i vigili del fuoco non possono non vedere che c’è sparpagliato dappertutto materiale delle BR.

    Dal brogliaccio della Sala operativa della Questura del 18 aprile 1978 (firmato dal commissario di Ps Antonio Esposito, affiliato alla P2) risulta che i vigili del fuoco chiedono l’intervento della polizia in via Gradoli 96 alle ore 10.08. Sul posto viene inviata la volante 5, poi le volanti Beta 3 e 4; vengono allertati l’Ufficio di gabinetto del questore, la Digos, la Squadra mobile, la Criminalpol, il commissariato Flaminio nuovo, la polizia scientifica, un artificiere dell’esercito, i carabinieri, e infine il magistrato Luciano Infelisi. Le volanti accorrono in via Gradoli 96 a sirene spiegate, e quando il funzionario della Digos arriva sul posto, davanti alla palazzina c’è già raccolta una piccola folla di curiosi nonché diversi giornalisti (subito informati, non si sa da chi, della “scoperta” del covo). In pratica, tutto avviene con modalità esattamente contrarie a quelle – ovvie – impiegate dai carabinieri del disciolto Nucleo speciale del generale Dalla Chiesa, per esempio quando avevano scoperto la base Br di Robbiano di Mediglia: con la massima discrezione, avevano atteso l’arrivo dei brigatisti, e li avevano arrestati uno dopo l’altro. In questo caso, invece, la notizia è stata diffusa in tempo reale, e gli stessi inquilini del covo di via Gradoli – cioè i brigatisti Moretti e Balzerani – possono seguire lo svolgersi dei fatti attraverso la Rai-Tv. L’infiltrazione d’acqua è una deliberata manovra finalizzata alla “scoperta” della base Br, preservando però la libertà del capo brigatista che la abita insieme alla partner. Infatti, appena entrati nell’appartamento-covo i vigili del fuoco si sono trovati davanti uno scenario inequivocabile: bombe a mano sparse sul pavimento «tra i piedi del letto e la porta del bagno» con il rischio di inciamparvi; un cassetto, platealmente abbandonato sul letto, contenente «una pistola mitragliatrice, un fucile da caccia e relative munizioni»; abiti tolti dall’armadio e sparpagliati sul pavimento, comprese alcune «divise della Ps e dell’Alitalia» (cioè le divise utilizzate dai terroristi-killer nell’agguato di via Fani); una radio ricetrasmittente in bella evidenza; e sparsi un po’ dappertutto volantini ciclostilati con i comunicati e l’emblema delle Br, e molti documenti falsi (passaporti, carte d’identità, patenti, libretti di circolazione, assicurazioni per le auto, tessere ferroviarie).

    La polizia, chiamata dai vigili del fuoco, entra nell’appartamento-covo alle 10.30. Gli artificieri neutralizzano il materiale esplosivo; la polizia scientifica effettua i rilievi tecnici; le armi e le munizioni vengono portate nei laboratori della polizia scientifica. Tutto il restante materiale presente nel covo viene sequestrato, chiuso in alcuni contenitori e trasportato in Questura per essere inventariato e esaminato. Alle ore 17 le operazioni si concludono, e l’appartamento-covo viene sigillato e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria. Nel verbale del materiale trovato nel covo – compilato in Questura fra il 19 e il 28 aprile – vengono elencati ben 1.115 reperti, comprese le
    targhe delle auto utilizzate dal commando terrorista in via Fani.

    Il comunicato viene annunciato tramite una telefonata al giornale “Il Messaggero” intorno alle 9:30 della mattina del 18 Aprile. Nella telefonata si parla di due messaggi, ma la busta arancione trovata in Piazza Belli a Roma ne contiene uno solo.

    Piazza Belli, tra l’altro, è il luogo dove quasi un anno prima moriva Giorgiana Masi.

    Il messaggio annuncia l’avvenuta esecuzione di Moro e il luogo dove trovare il corpo: il Lago della Duchessa, a 1800 metri d’altitudine in località Cartore (provincia di Rieti).

    La relazione degli esperti garantisce l’autenticità del comunicato, nonostante vi siano numerose differenze:

    • È molto breve;
    • È scritto con uno stile satirico;
    • Contiene diversi errori di ortografia;
    • Non ci sono gli slogan conclusivi;
    • Il foglio è più corto rispetto agli altri
    • Invece del numero “1” viene usata la lettera “l” minuscola;
    • L’intestazione “Brigate Rosse” è scritta a mano
    Comunicato n°7 (falso) delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro

    Il processo ad Aldo Moro

    “Oggi 18 aprile 1978, si conclude il periodo “dittatoriale” della DC che per ben trent’anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro, mediante “suicidio”. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio.
    È soltanto l’inizio di una lunga serie di “suicidi”: il “suicidio” non deve essere soltanto una “prerogativa” del gruppo Baader Meinhof.
    Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime.
    P.S. – Rammentiamo ai vari Sossi, Barbaro, Corsi, ecc. che sono sempre sottoposti a libertà “vigilata”.

    18/4/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    Tra i brigatisti questo falso comunicato fa pensare ad un’azione dei servizi segreti: un’azione che servirebbe a capire la reazione dell’opinione pubblica ad una eventuale morte di Aldo Moro. I brigatisti capiscono che almeno una parte del governo della DC aveva già mollato Moro.

    Nel 1984 si scoprirà che il falso autore del comunicato era stato Alberto Chichiarelli, un falsario di quadri ucciso il 28 Settembre di quell’anno (1984).

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  • 2 Novembre 1977

    A Roma Publio Fiori, capogruppo del Consiglio Regionale DC del Lazio, viene ferito dalle Brigate Rosse.

    La vittima racconta l’agguato a Sergio Zavoli, per “La notte della Repubblica”:

    «Quella mattina, quando uscii di casa, stavano giù ad aspettarmi. Erano loro, i terroristi. Sedevano su una panchina di un giardinetto. Come fossero una coppietta che flirtava. Mi diressi verso di loro, capii chi erano, misi mano alla pistola che da qualche giorno portavo all’interno della giacca, alzai il cane della mia Smith and Wesson 38. Mi vennero incontro: ci incrociammo, non successe niente. Pensai per un attimo che ero stato vittima della psicosi del terrore che si stava diffondendo in tutto il paese. Non feci in tempo a finire questo pensiero, che sentii un ordine secco, la ragazza si voltò e mi sparò una raffica alle gambe. Anch’io mi girai estraendo la pistola e cominciai a sparare. Uno, due, tre colpi. Non mi accorsi che alle mie spalle un altro terrorista mi sparava a sua volta, mirando al bersaglio grosso. Fui colpito da quattro colpi al torace, caddi. Mia moglie aveva assistito a tutta la scena, con in braccio la bambina, la nostra figlia di due mesi…».

    L’anno successivo Fiori riconoscerà Adriana Faranda come la donna che gli aveva sparato da una foto segnaletica. Invece la ragazza del commando è Barbara Balzerani.

    Publio Fiori era un personaggio di spicco della destra democristiana.

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  • 21 Giugno 1977

    Remo Cacciafesta, preside della facoltà di Economia e Commercio, viene aggredito dalle Brigate Rosse a Roma.

    Partecipano all’azione Adriana Faranda, Maria Carla Brioschi, Barbara Balzerani e Bruno Seghetti.

    Mario Moretti è al volante dell’auto a bordo della quale le due brigatiste fuggono dopo l’attentato.

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  • 6 Febbraio 1976

    Mario Moretti e Barbara Balzerani soggiornano all’Hotel Excelsior di Reggio Calabria. (altro…)

  • 15 Dicembre 1975

    Mario Moretti e Barbara Balzarini pernottano al Jolly Hotel di Catania. (altro…)

  • 12 Dicembre 1975

    Mario Moretti e Barbara Balzerani soggiornano al Grand Hotel Costa di Catania. (altro…)