“La gaiezza non bastava più, il cinismo si era esaurito, la disinvoltura non era mai stata altro che una difesa temporanea. Perciò adesso la gente cercava la droga della finzione, e ciascuno si identificava con un’altra vita e con un altro tempo e un altro luogo – al cinema o alla televisione o nel movimento Finzionista. Ed erano quelli che erano più forti, quelli che non cercavano un sollievo nella violenza o nella droga vera. Perché, fino a quando eri qualcun altro, non avevi bisogno di essere te stesso. Ed era spaventosamente difficile, e sconvolgente, essere se stesso.”
Clifford D. Simak, L’anello intorno al sole
Tag: droga
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Citazioni di Clifford D. Simak: “La gaiezza non bastava più…”
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Toccare il fondo
Toccare il fondo. Esperienza incredibile di un viaggio chiamato vita. Cercare di tirarsi su. E non riuscirci, percè il fondo è ormai lì a un passo.
Toccare il fondo. Accorgersi di non farcela più. Toccare il fondo non è una scritta su una maglietta: è il destino di ogni uomo e donna, prima o poi. E’ questa l’ironia di tutta la merda che ci sforziamo di fare.
Dove andremo a finire? Io non lo so, ma so che sarà un posto che tende al punto più basso della terra.
Toccare il fondo non è un hobby. E’ un lavoro lento e difficoltoso, inconscio e non voluto. E’ un lavoro su cui si deve continuare per anni.
Toccare il fondo vuol dire raggiungere uno stato definito. Vuol dire guardarsi un attimo al centro di un delirio di un delirio di droga e rendersi conto delle proprie condizioni. E riderci sopra. Avere una donna, denaro per comprare tanta merda inutile, credere di amare e pensare di non esserlo…
Questo non ha importanza. L’importante è riconoscere la propria condizione, vuol dire fermarsi e capire di avere sbagliato tutto.
Toccare il fondo vuol dire fumare sigarette disperate ad un’ora imprecisata della notte e chiedersi cosa vogliamo fare delle nostre fottute esistenze.
Toccare il fondo non è una ricerca zen. E’ l’unica ricerca che è possibile ai giovani occidentali del ventunesimo secolo.
Toccare il fondo significa morire mille morti e scoprire di essere vivi la mattina dopo: una sorpresa di cui avremmo fatto volentieri a meno.
Toccare il fondo non significa non poter scendere più in basso: significa soltanto che si è pronti a sprofondare nell’altro emisfero…
Toccare il fondo vuol dire vedere la vita da un punto di vista totalmente diverso: vuol dire capire il non senso dell’esistenza umana.
Toccare il fondo significa stare in quattro in una stanza senza parlare, perchè ogni parola sarebbe assolutamente inutile. Dov’è la strada che ci riporterà verso l’alto? Persa tra le terrificanti ombre del nostro inconscio.
Toccare il fondo vuol dire sedersi davanti ad un monitor acceso pur essendo in condizioni penose, per sfogare confessioni ad una macchina che non potrà mai capirci. Sono troppo in basso anche per deprimermi. Il fondo non è un posto deprimente, è il posto dove non c’è più nulla. Il limbo dei disperati. A cosa serve tutto questo? Ci sbattiamo a seguire un sistema che ci odia: abbiamo seguito Dio per secoli credendo che ci amasse… Quale ironia venire a sapere che non gli stiamo più così simpatici da quando gli abbiamo ucciso l’unico figlio… Inni di disperati.
Toccare il fondo. Senza un motivo preciso. Solo stupide facciate del nostro prenderci per il culo. Se essere sinceri con se stessi fosse la via per la salvezza, avremmo trovato un altro modo per lasciarci scivolare sempre più giù, perchè la sincerità verso noi stessi ce la siamo lasciata alle spalle, se mai l’avevamo avuta…
Ecco come toccare il fondo.
Volere dormire ed estraniarsi dagli altri. Toccare il fondo, con un rumore sordo e ovattato. Punf! Perchè non riusciamo a dormire con la merda che ci circola nelle vene, e non sopportiamo gli altri perchè non abbiamo nemmeno la forza di pensare a noi stessi.
Ecco la vera vita.
Sdraiarsi per terra con un viaggio costruito dai neuroni più drogati del nostro cervello, mentre “The passenger” di Iggy Pop ci gira per la testa come una ninna nanna insegnataci dai popoli di Atlantide prima della loro scomparsa nelle acque schiumose dell’oceano.
Dov’è il fondo? Non accorgersi di averlo appena toccato con forza. E
ssere troppo pazzi per vivere ancora. Essere troppo pazzi per morire di nuovo. A culo tutto. Cerchiamo di risalire, a respirare aria pura. A scegliere con veemenza la vita.
“Oh, the passenger He rides and he rides He sees things from under glass He looks through his windows eye He sees the things he knows are his He sees the bright and hollow sky He sees the city asleep at night He sees the stars are out tonight And all of it is yours and mine And all of it is yours and mine Oh, lets ride and ride and ride and ride…”
The passenger
Iggy Pop -

Generazione post psichedelica
Queste droghe non ci appartengono. L’hashish è dei nepalesi, degli indiani, che si lanciano in una corsa indiavolata tra filari di canapa, uscendone coperti di sudore e charas. La marijuana è Jamaicana, non viene dal più infimo pusher della periferia di Milano. Non faccio moralismi, io non insegno alla gente come vivere. Dico la mia, in un mondo virtuale che forse è la nostra nuova droga del terzo millennio.
La nostra droga tradizionale è l’alcol.
Ah, dimenticavo, in Italia questa non è droga, nemmeno l’abuso. Le droghe sono un rito per esaudire la loro funzione. E i riti vanno conosciuti, assimilati, prima di compierli, non il contrario come abbiamo fatto noi. Siamo i figli del sessantotto, siamo i figli delle droghe leggere, dell’amore libero e della grande rivoluzione sessuale. Ci ritroviamo a dipendere da piccoli pusher di quartiere al servizio dei grandi narcotrafficanti internazionali, abbiamo un papa che invece di prendere posizione sul preservativo per salvare vite umane dall’aids e dall’abbandono è tornato a un pulpito del ’15-’18. Le figlie di quelle donne che prima bruciavano i reggiseni usano la vagina come merce di scambio, come l’ultima delle prostitute, per fare da motore alla nostra economia e alla loro carriera. Siamo i figli di un mondo che dopo la più grande guerra mai esistita guarda i conflitti in tv come se fosse l’ultima produzione di Hollywood. Fanculo.
Siamo falliti figli di un cambiamento fallito, siamo alla deriva, siamo confusi e spaventati, come ci urla Hank a gran voce. Cerchiamo una via d’uscita in dipendenze sempre più forti. Sempre di più. Sempre di più. E intanto la vita ci scorre via, come il fumo dei braceri di cyloom e narghilè. Ci scivola via, come acqua fresca subito evaporata. Siamo la generazione post psichedelica. E non c’è più nulla di mistico o spirituale nei nostri viaggi anfetaminici. Hoffman ci ha bruciato con la sua bicicletta verde. Lo vediamo correre via, troppo fottutamente sballati per rincorrerlo.
Non dico che fosse giusta la vita, ma quella dell’hippie aveva un senso. Noi il senso ce lo siamo scordati. Noi siamo senza senso. Paradossi viventi. Ossimori. Ombre…
Lucy in the sky with diamonds
The Beatles -

Lo strappo
Sono sempre il solito pazzo che si è autoesilato da un mondo che è un insulto per se stesso e per un dio che o si è suicidato oppure non vuole essere coinvolto. In nessun modo. L’ottimismo è il delirio di credere che questo dio sorrida e ami i bambini, che sia una divinità buona e giusta, anzichè un dio con l’hobby dell’omicidio di massa e con il gusto per il sangue sacrificale. Sogno una folla in tumulto, una folla ribelle, in grado di compiere la prima vera rivoluzione della storia: una rivoluzione per disperazione. Cerchiamo la verità, ma non la troveremo mai. Cerchiamo una rivelazione, qualcosa di complesso e articolato in grado di spiegarci tutto. Ma la verità è un’essenza, un’idea, non una campagna pubblicitaria da chiudere in una brochure. Io sono il critico perfetto, un cuore perennemente infranto che cerca la consolazione in un karma perennemente scontento. Combattiamo tutta la vita, moriamo con le armi in pugno, Almeno ci siamo dati la pena di combattere.
Che senso ha?
Sono un’estremista sempre e comunque perchè ho letto Gibran e so che chi non è estremista nei confronti della verità vede solo mezza verità. Mentre la mia folla che doveva essere rivoluzionaria vive la vita come se fosse un turista sfaccendato che deve occupare il tempo. Io sono il cronista di un mondo in rovina e prossimo all’autodistruzione, in equilibrio sulla fune della mia sanità mentale. Prima o poi si spezzerà, io cadrò pesantemente al suolo. E io sono un comico satirico che ride della mia e della nostra disfatta. Poi sarei pessimista? Si, forse bevo più del necessario. Forse ho iniziato a fumare ganja perchè volevo provare e continuo perchè non ho ancora capito se mi piace o no. Sono un fatalista masochista che si crede di poter essere libero di dire qualsiasi cosa, con l’arroganza tipica di chi crede di avere tutte le risposte e invece non ha ancora capito un cazzo. Ma la giusta via è quella della speranza, dell’ottimismo, perchè, io ne sono convinto, prima o poi Berlusconi sfilerà accanto a me in una manifestazione cantando “Contessa”. Speranza… L’unica speranza è l’amore. Sono un sofista, è chiaro. Sophia è l’unica risposta possibile. Sophia e l’amore oppure una Beretta PX4 Storm. Tanto sappiamo come andrà finire, sono un regista da oscar quando si tratta di girare la scena che odio di più: quella in cui il protagonista si fuma la sua ultima sigaretta disperata ad un’ora imprecisata della notte.
Che senso ha?
La libertà non è fatta per noi, diceva Marat. Aveva tutte le ragioni del mondo, non siamo assolutamente capaci di gestirla. Di caprila. Di mantenerla. Lo diceva uno che era uno dei fautori della rivoluzione più liberale della storia: quella francese. Non cambia il senso. Scriviamo bibbie, eleggiamo profeti. Ma abbandoniamo testi sacri in mezzo alla nebbia, e crocifiggiamo i nostri profeti perchè non li capiamo e ne abbiamo paura. Non è catechismo, cazzo, è una metafisica selvatica. Qualche frase di un pazzo… Un quasi uomo perso, depresso… Lacerato indelebilmente da uno strappo…
Che senso ha?
Lo strappo
Zorba + Miriam -

L’eterna primavera della speranza
Sono perso in un mondo che è peggio del labirinto di Cnosso; ci sono migliaia di minotauri in attesa di fottermi, e non c’è nessun costruttore come Dedalo che mi aiuti ad uscirne. Lacrime che bruciano spingono agli angoli degli occhi, ma farle uscire non avrebbe alcun senso, sono quello che ha toccato il fondo e non contento ha continuato a scavare. E quindi uscimmo a riveder le stelle. Si, in un’altra vita, forse. Filtro aria da una canna di ganja, e io sarei il drogato? Molto meglio che ammazzarsi di cocaina, come fanno un sacco di italiani ma sono troppo bigotti per ammetterlo. La vita è sadica: gode nel vederci in bilico su queste funi tese, dobbiamo essere veramente ridicoli. Gode nel vederci sdraiati in lussuose bare, pagando migliaia di euro ai becchini che ingrassano sulle nostre morti e sul dolore dei nostri cari: gode perchè significa che ha vinto lei ancora una volta. Scrivo fogli e fogli di frasi, di rime, di bites virtuali su una tastiera indifferente alla mio dolore, alle mie malinconiche paranoie. Mi ritrovo sempre in crisi nei momenti importanti, nonostante sia così bravo ad autoanalizzarmi: ai bivi importanti scegliere sempre la svolta sbagliata. Troppo masochistico per essere vero. In alto i cuori: O fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire diceva King con la voce di Andy Dufresne. Nemmeno lui sapeva quanto aveva ragione. Cerchiamo continuamente di evadere, per ritrovarci liberi, senza accorgerci di esserci rinchiusi nell’ennesima prigione. Il suicidio è una risposta? No, che cazzo. Abbiamo solo questa vita, nient’altro. Dobbiamo tirare fuori le palle per vivere al meglio di quello che abbiamo. Ci vuol talento a stare al mondo… E noi siamo talentuosi figli di puttana che hanno imparato la sopravvivenza prima di imparare a camminare…
Eviterò un disco dei Pooh, ora…
Aerials
System of a down -
Cavalieri della tempesta

Il buio ci circonda, circonda un gruppo di anime raccolte intorno al fuoco. C’è qualcosa di rituale, di tribale, in tutto questo. Un grande fuoco al centro, un chilum che passa di mano in mano come un calumet, porte della percezione aperte da droghe sintetiche come se fosseropeyote. Porte aperte con forza, scardinate, quasi. Intorno ci sono alberi, alberi da sottobosco delle prealpi. Alberi e una parete di marmo di Botticino, resti di una cava esaurita. Carne si cuoce sulle braci, lontano dalle tende dove nessuno dormirà, stanotte. Cavalchiamo le tempeste, come se fossimo davvero in grado di farlo. Siamo i profeti dell’autodistruzione, ridiamo sguaiati, perchè ce ne rendiamo conto. Aspettiamo l’alba, che sarà forse in grado di risvegliarci dal torpore post delirium di notti all’adiaccio.
Riders on the storm
The Doors





