Tag: Fabrizio Pelli

Proviene da una famiglia di destra, il padre è un camionista, un padroncino.

Fabrizio era il leader di un gruppo di anarchici, ragazzini di quindici-sedici anni che in qualche modo avevano già avuto il loro battesimo del fuoco, se così possiamo dire. Avevano sparato, senza colpirlo, a un avvocato dirigente nazionale del Pli, Alberto Farioli.

La sede degli anarchici era proprio di fronte all’abitazione dell’avvocato. Dal loro tetto, tutte le mattine alla stessa ora, potevano vederlo benissimo, mentre si radeva davanti a uno specchio appoggiato alla finestra. Gli avevano sparato con un fucile Flobert, solo che, invece di colpire lui, centrarono lo specchietto. Li arrestarono e li rinchiusero nel carcere minorile.

Due mesi dopo, uscirono dal carcere ed entrarono nella FGCI di Reggio, dove incontra Alberto Franceschini. La FAI, la Federazione anarchica italiana, li aveva espulsi e il gruppo si era sciolto.

La FGCI di Reggio allora era un luogo molto accogliente, dove tutti i soggetti in qualche modo antagonisti potevano trovare un rifugio.

  • 18 Gennaio 1976

    Viene arrestato a Milano Renato Curcio.

    Curcio viene di nuovo arrestato, e di nuovo in circostanze dense di ambiguità e sospetti.

    Il capo-fondatore delle Br – che secondo gli inquirenti «non è più il leader della organizzazione, è oramai emarginato, forse superato politicamente» – sarebbe stato individuato fin dall’Agosto 1975 dai carabinieri, mediante il pedinamento della brigatista Nadia Mantovani, ma «il contatto» si era perso ed era «ripreso almeno mezza dozzina di volte.

    Infine, ai primi di Gennaio 1976, [viene] individuato l’appartamento che Curcio e la giovane abitano: una stanza, servizi e ampio terrazzo al quarto piano in via Maderno 5. Lo hanno affittato da Adriano Colombo, operaio dell’Alfa di Arese. Di fronte alla casa sorge la chiesa di Santa Maria di Caravaggio.

    Dal parroco, don Luigi Lattuada, i carabinieri ottengono il permesso di appostarsi sul campanile: con teleobiettivi e macchine a raggi infrarossi fotografano ripetutamente Curcio e la Mantovani.

    Da Nadia Mantovani i carabinieri sono risaliti anche a un altro gruppo: due uomini e una donna, che per i loro spostamenti usano spesso una 127 con targa uguale a quella di un mezzo pubblico. L’operazione è decisa per la terza domenica del mese. Nella rete cadono prima i tre sconosciuti che vengono arrestati mentre camminano per strada intorno alle 9:00, prima la donna poi i suoi compagni. Si dichiarano “prigionieri politici”. I loro nomi, che vengono tenuti segreti per ventiquattr’ore, non dicono troppo: Vincenzo Guagliardo, un tunisino da anni in Italia, e sua moglie Silvia Rossi Marchesa di Cavour, entrambi di ventisette anni, oltre a Dario Lo Cascio, ventotto anni, di Catania. Soltanto tre giorni dopo quest’ultimo, davanti al magistrato, dirà di chiamarsi in realtà Angelo Basone.

    Secondo la versione ufficiale, dunque, l’individuazione della base di via Maderno sarebbe stata una pura casualità. Fatto sta che nel tardo pomeriggio di domenica 18 gennaio, appena Curcio e la Mantovani rientrano nell’appartamento-base, i carabinieri procedono all’arresto dei due brigatisti, che avviene dopo una furiosa sparatoria col ferimento di un brigadiere e dello stesso Curcio.

    Ricorderà Franceschini:

    «Quando tornò in carcere (eravamo alle Nuove di Torino, al VI braccio, nel 1976) Curcio disse di avere raggiunto la certezza che Moretti fosse una spia. Raccontò che Mario stava a Genova, e venerdì 16 era venuto a Milano per partecipare alla riunione del Comitato esecutivo in programma quel giorno.

    Dopo la riunione, a sera, Moretti aveva detto di essere troppo stanco per tornarsene subito a Genova, e aveva insistito per passare la notte nell’appartamento-base dove stava Curcio insieme a Nadia Mantovani (era in via Maderno 5, ma per la compartimentazione nessun altro brigatista lo sapeva).

    Così Renato l’aveva ospitato per la notte nella base e l’indomani, Sabato, Mario se n’era tornato a Genova. La domenica, la polizia aveva fatto irruzione e aveva arrestato sia Curcio sia Nadia Mantovani… Renato diceva che se i carabinieri avessero fatto l’irruzione il venerdì sera o il sabato mattina, avrebbero arrestato pure Mario, ma invece l’avevano fatta di domenica, a colpo sicuro».

    È sera quando viene tentata l’irruzione nella casa di via Maderno. Curcio e la sua compagna sono rientrati da poco, gli uomini dei nuclei speciali salgono con cautela le scale fino al quarto piano. La casa è circondata da decine di uomini, tutti armati. I carabinieri suonano il campanello. Quanto segue è incerto. Da una cronaca:

    «Curcio, siete circondati, vi dovete arrendere», gridano i carabinieri. E subito dopo un ufficiale ha aggiunto: «Nadia vieni fuori».

    Dall’interno dell’appartamento, Curcio: «So che volete ucciderci». Poi il finimondo.

    Racconta il capitano Giovanni Digati, del nucleo investigativo:

    «Sono stati venticinque minuti d’inferno, con pallottole che fischiavano da tutte le parti, noi lo costringevamo a non affacciarsi, avevamo paura delle bombe a mano. Gli uomini sparavano raffiche di mitra a intervalli regolari: lui è uno che se ne intende, ha capito che in quella situazione non avrebbe potuta cavarsela. Nello scontro Curcio è ferito alla spalla sinistra, colpito anche il brigadiere Lucio Prati, al braccio e al calcagno. Ancora pochi minuti di sparatoria, poi dall’interno della casa, Curcio grida: «Se non mi sparate esco». Gli viene data assicurazione e Curcio esce camminando all’indietro, con le mani alzate.»

    Renato Curcio viene medicato al Fatebenefratelli e trasferito alla caserma dei carabinieri in via Moscova. Parla a lungo con i carabinieri e dice: «Io non ce l’ho con voi personalmente, ma con le istituzioni, con il sistema». Qualcuno gli obietta che anche l’Arma ha fatto la Resistenza. «Non l’Arma», ribatte il brigatista, «ma solo alcuni comportamenti individuali, tutti apprezzabili». Poi contesta aspramente l’uccisione di Mara:

    Voi carabinieri avete giustiziato Mara finendola con un colpo al cuore quando era già gravemente ferita al torace, il colpo mortale fu esploso a bruciapelo. Non avete atteso che morisse magari in ospedale, l’avete finita, insomma l’avete giustiziata.

    Curcio continua a parlare, e fra le altre cose dice:

    Con il mio arresto le BR hanno perduto semplicemente un uomo, anzi alcuni uomini, ma siamo in molti, tanti, quanti nemmeno potete immaginare. Siamo cresciuti subito e continueremo a crescere, ora più rapidamente di prima. Non sappiamo con esattezza quanti siamo: i rivoluzionari riescono a contarsi soltanto a rivoluzione finita.

    Il generale Giovanni Romeo, capo dell’Ufficio D del Sid, molti anni dopo attribuirà i meriti del secondo arresto di Curcio alla «attività preparatoria» effettuata dal suo reparto, così come l’Ufficio D del servizio segreto aveva propiziato il primo arresto di Curcio e Franceschini nel settembre 1974:

    «Quando tutti parlavano di dover affrontare il terrorismo mediante infiltrazioni, il reparto D del Sid lo aveva già fatto».

    Subito dopo la seconda e definitiva cattura di Curcio, viene diffusa la voce (ripresa da alcuni giornali) che il suo successore alla guida delle Br sarebbe Corrado Alunni.

    Per due anni, cioè fino al delitto Moro, il nome di Alunni nuovo leader delle BR viene citato al posto di quello del vero nuovo capo brigatista, Mario Moretti, favorendo di fatto la clandestinità dell’ex pupillo dei Casati Stampa.

    Nell’appartamento dove sono stati arrestati Curcio e la Mantovani le forze dell’ordine hanno trovato le matrici del ciclostile predisposte per la pubblicazione di un numero di “Lotta armata per il comunismo” (bollettino ufficiale delle Br), e nella rubrica “Diario di lotta” c’è scritto: «Pavia: viene scoperta la base di un nucleo clandestino rivoluzionario. La stampa e le autorità di polizia attribuiranno erroneamente alle Br l’appartenenza politica di quel nucleo».

    È evidente che Curcio intendeva “scaricare” Pelli, Alunni e Susanna Ronconi, terroristi della fazione militarista delle Br e in quanto tali brigatisti “dissidenti”: fra l’altro, Pelli aveva capeggiato il commando responsabile del duplice delitto nella sede missina di Padova.

  • 24 Dicembre 1975

    Viene arrestato nel covo di Via Scarenzio 6 a Pavia il brigatista Fabrizio Pelli.

    Alla vigilia di Natale 1975 le BR subiscono un nuovo colpo. Accade alla periferia di Pavia, ed è l’ennesimo episodio gravido di ambiguità.

    In via Scarenzio 6, nel tardo pomeriggio di mercoledì 24, il continuo fragore dello sciacquone del bagno ininterrottamente in funzione nell’appartamento attiguo induce la condomina Mariarosa Piccinini – preoccupata per un possibile malore del vicino (che non risponde al campanello), o di un guasto che provochi allagamenti – a chiamare il 113.

    I Vigili del fuoco, accompagnati da una volante della polizia, salgono sul balcone dell’appartamento, forzano la persiana chiusa, raggiungono il bagno e chiudono la maniglia dello sciacquone che effettivamente era stato lasciato aperto; ma basta un’occhiata intorno per capire che si tratta di un covo brigatista: in bella mostra ci sono armi e munizioni, targhe false, timbri per contraffare documenti, volantini BR, una radio rice-trasmittente, e banconote per 4 milioni.

    Ne viene subito informata la Questura, e sul posto arriva il dirigente dell’Ufficio politico Michele Cera, mentre da Milano arriva il responsabile dell’antiterrorismo Vito Plantone.

    L’appartamento risulta abitato da una giovane coppia, che lo ha affittato da pochi mesi, e da un terzo individuo. La polizia organizza un appostamento intorno all’edificio, e alle ore 22.30 viene tratto in arresto l’uomo della coppia, che ha una falsa patente intestata Maurizio Bianchi, ma in realtà viene subito identificato come il brigatista latitante Fabrizio Pelli.

    La sua partner, e il terzo uomo, non si fanno vivi e si sottraggono alla cattura. La donna viene identificata in Susanna Ronconi; i giornali scrivono che il terzo uomo potrebbe essere Renato Curcio, mentre la polizia accerterà che si tratta di Corrado Alunni; secondo altre fonti, il terzo uomo sarebbe stato Mario Moretti.

    Forte è il sospetto che la scoperta del covo di Pavia sia stata provocata con l’espediente dello sciacquone del bagno lasciato aperto – è la stessa tecnica che verrà utilizzata per provocare la scoperta della base BR di via Gradoli 96, a Roma, il 18 aprile 1978, durante il sequestro Moro.

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  • 17 Giugno 1974

    17 Giugno 1974

    A Padova un commando brigatista irrompe nella sede provinciale del MSI e uccide le persone che ci sono all’interno.
    Giovanna Legoratto e Antonio Savino vengono nuovamente arrestati.

    La mattina di lunedì 17 giugno 1974 un duplice delitto fa perdere alle BR l’immagine incruenta trasformandole in una banda omicidiaria.

    A Padova un commando brigatista irrompe nella sede provinciale del Movimento sociale, in via Zabarella, e uccide le due persone che vi sono all’interno.

    È un attentato sanguinario che somiglia a un’efferata esecuzione: le due vittime – il trentenne Graziano Giralucci, e il sessantenne ex appuntato dei carabinieri Giuseppe Mazzola – sono state ammanettate, e secondo le autopsie fatte sdraiare per terra e freddate con un colpo di pistola alla nuca.

    L’eco dei due colpi viene udito alle 10:10 da Luigia Zambianchi, assistente sanitaria dell’ambulatorio Enpas, al piano di sotto. Corre a dare l’allarme e sparano alla porta del gabinetto dentistico del dottor De Martini. Un suo paziente, missino, sale al piano di sopra e rinviene i cadaveri.

    Si scatena una ridda di ipotesi su piste nere e regolamenti di conti tra fascisti, fino a che le BR non diffondono un comunicato in cui si assumono la responsabilità di un duplice omicidio comunque non voluto e addebitando l’accaduto alla reazione inconsulta dei due missini. Nell’azione, Martino Serafini era il “palo”, Giorgio Semeria guidava l’auto, Susanna Ronconi attendeva sulle scale con una borsa per prelevare i documenti dalla sede missina, mentre Roberto Ognibene e Fabrizio Pelli erano i due brigatisti entrati negli uffici e, dei due, solo il Pelli avrebbe sparato a fronte di un tentativo di reazione di Mazzola e Giralucci. Per quanto funestata da “un incidente sul lavoro”, l’azione di Padova non modifica certamente la linea strategica né l’impostazione tattica delle BR. Essa infatti va ricollegata, per gli obbiettivi che si poneva, alle altre incursioni incruente compiute contro il cri e il Centro Sturzo a fini “di inchiesta”.

    Un’anonima telefonata al Corriere della Sera di Milano avverte che in una cabina di Piazzale Lavater, fra le pagine dell’elenco telefonico, c’è un messaggio delle Brigate Rosse. Una seconda copia del volantino i brigatisti la lasciano a Ponte di Brenta, a pochi chilometri da Padova.

    In serata le BR diffondono un comunicato di imbarazzata rivendicazione, giustificando il duplice delitto con una presunta reazione delle vittime.

    Leggi il testo integrale del Comunicato

    «Un nucleo armato delle Brigate rosse ha occupato la sede provinciale del MSI a Padova, in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati. Il MSI di Padova è la fucina da cui escono e sono usciti gruppi e persone protagonisti del terrorismo antiproletario di questi ultimi anni.

    [I fascisti padovani] hanno diretto le trame nere dalla strage di piazza Fontana in poi. Il loro più recente delitto è la strage di Brescia. Questa strage è stata voluta dalla Democrazia cristiana e da Taviani per tentare di ricomporre le laceranti contraddizioni aperte al suo interno dalla secca sconfitta del referendum e dal “caso” Sossi: più in generale, per rilanciare, anche attraverso le “leggi speciali” sull’ordine pubblico, il progetto neogollista.

    Gli 8 compagni trucidati a Brescia non possono essere cancellati con un colpo di spugna dalla coscienza del proletariato. Essi segnano una tappa decisiva della guerra di classe, sia perché per la prima volta il potere democristiano attraverso i sicari fascisti scatena il suo terrorismo bestiale direttamente contro la classe operaia e le sue organizzazioni; sia perché le forze rivoluzionarie sono da Brescia in poi legittimate a rispondere alla barbarie fascista con la giustizia armata del proletariato».

    Il comunicato brigatista, dunque, tenta non solo di giustificare il duplice delitto adducendo una “violenta reazione” delle due vittime, ma anche di motivare politicamente l’irruzione nella sede padovana del MSI come risposta militante alla strage di Brescia e alle “trame nere” del neofascismo.

    A queste due motivazioni si atterrà Curcio, quando anni dopo parlerà del duplice delitto di via Zabarella:

    «Non furono morti programmate: giunsero improvvise, inattese, imbarazzanti. Come cinicamente è stato detto, si è trattato di un “incidente sul lavoro”… L’incursione nella sede padovana del MSI per cercare qualche documento collegato alla strage di Brescia fu l’iniziativa autonoma di un gruppo di compagni veneti… Il clima di quei giorni può fornire una certa spiegazione dell’episodio pur senza giustificarlo: i morti e i feriti della strage di piazza della Loggia, aggiungendosi a quelli di tutte le altre stragi precedenti, avevano suscitato una grande commozione e indignazione; immaginare una perquisizione in una sede missina, anche se non rientrava nei progetti delle BR, era in sintonia con le forti tensioni presenti in ampi settori del movimento.

    Comunque, si è trattato di un’azione organizzata malamente e sfortunata. Durante la perquisizione ci fu uno scontro imprevisto con i missini, e uno dei nostri compagni, per evitare che gli altri venissero sopraffatti e catturati, sparò e uccise.

    Che fare? Dire o non dire che eravamo stati noi? Ne discussi con Margherita, Moretti, Franceschini e altri. Il clima in giro era bollente: una certa fetta del movimento applaudiva all’azione sostenendo che i fascisti colpevoli della strage andavano ammazzati… Mi preoccupai moltissimo. C’era il rischio di stravolgere l’immagine delle BR, pazientemente costruita per quattro anni, riducendola a quella di un gruppo di scalmanati che dava ordine di andare ad ammazzare la gente nelle sedi missine.

    Non nascondo che la tentazione di non rivendicare l’azione c’è stata… I morti di via Zabarella li considerai subito un disastro politico, un errore molto grave».

    In realtà il doppio delitto di Padova, più che collegato alla strage di Brescia, è probabilmente conseguenza dello scontro che all’interno delle BR contrappone i “politici” (capeggiati da Curcio e Franceschini) ai “militaristi” (guidati da Moretti).

    Vittoriosi i primi con la conclusione incruenta del sequestro Sossi, i secondi hanno inteso pareggiare il conto con la sanguinaria impresa di via Zabarella.

    Molti anni dopo, Moretti sosterrà – mentendo – che l’azione di Padova era stata autorizzata dal vertice dell’organizzazione:

    «I compagni del Veneto ci dissero che volevano perquisire con le armi la sede del Msi di Padova, demmo l’assenso… L’azione andò male. Nell’entrare, un compagno rimase isolato, venne assalito dai due missini presenti e sopraffatto. Quando sopraggiunse il secondo compagno, inesperto e agitato, sparò e li uccise entrambi».

    Tesi smentita non solo dai rilievi medico-legali circa la dinamica del delitto, ma anche da Franceschini

    «Né io né Curcio sapevamo che erano state le BR a compiere quell’azione, infatti passarono parecchie ore prima del nostro comunicato. Se fosse stata un’azione preparata e condivisa, il volantino di rivendicazione sarebbe stato lasciato sul posto o comunque diffuso immediatamente».

    Anche la brigatista Susanna Ronconi confermerà che quella di Padova «non fu un’azione decisa dalle BR».

    Le due persone uccise nella sede del MSI di Padova erano collaboratori dello spione Tom Ponzi, impegnato in uno scontro interno al servizio segreto di cui faceva parte, e in una faida all’interno del MSI – infatti i giornali l’indomani ipotizzano che il doppio delitto possa essere un regolamento di conti tra neofascisti. Secondo altre voci, il vero bersaglio dell’attentato era l’ex appuntato dei carabinieri Mazzola, il quale, alle prese con un’inchiesta all’interno della federazione missina di Padova, aveva scoperto alcuni infiltrati che sarebbero stati «collegati alle Brigate rosse».

    Fatto sta che il duplice delitto di Padova vanifica il successo propagandistico ottenuto dalle BR meno di un mese prima con l’incruento sequestro Sossi, e preannuncia la mutazione sanguinaria dell’organizzazione teorizzata da Moretti.

    Lo stesso giorno, Giovanna Legoratto e Antonio Savino, già arrestati nel Dicembre 1973 vengono arrestati per «partecipazione a banda armata». Allo scadere della carcerazione preventiva torneranno in libertà: il giudice ha imposto obblighi di soggiorno a Borgomanero, ma poche settimane dopo Antonio Savino scompare dandosi alla clandestinità. La latitanza finirà il 10 Novembre 1976 quando, a Pavia, gli uomini dell’ufficio politico lo sorprenderanno in un appartamento di galleria Manzoni.

    Evaderà poi il 3 Giugno 1977 dal carcere di Forlì.

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  • 20 Maggio 1972 (?)

    Mario Moretti ritrova molti brigatisti, dopo il blitz di Via Boiardo. (altro…)

  • 14 Luglio 1971

    Quasi in contemporanea assalto alle agenzie della Cassa di Risparmio di Scandiano e Bibbiano. (altro…)

  • 29 Maggio 1971

    Irruzione nell’agenzia del Banco di San Gimignano e San Prospero a Rubiera, attribuita alle Brigate Rosse.

    Vengono indicati come autori della rapina Renato Curcio, Alberto Franceschini, Fabrizio Pelli e Franco Troiano.

    Quattordici milioni di bottino.

    L’ebbrezza di acciuffare quattordici milioni in un paio di minuti – grazie a una pistola che ha il potere d’immobilizzare tutti, anche se è un ferro vecchio che forse non avrebbe nemmeno sparato – s’è mescolata al disagio per un’azione da criminali comuni commessa da gente come Franceschini e i suoi complici che mai sarebbe andata a rubare per fare la bella vita. Ma per sostenere la causa servono i soldi, e i soldi si prendono nelle banche. Per loro fortuna nessuno li ha bloccati, e così sono potuti tornare nell’ombra e nelle vesti dei militanti rivoluzionari, evitando di essere scambiati per dei banditi che vogliono arricchirsi senza lavorare.

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  • 17 Agosto 1970

    A Costa Ferrata in provincia di Reggio Emilia un centinaio di persone si riuniscono in un albergo per decidere la Lotta armata. Viene erroneamente ricordato come il convegno di Pecorile.

    A pochi chilometri dal grappolo di case allineate lungo la Provinciale, che non compare nemmeno sulla carta topografica, l’unica insegna stradale avvisa che ci si trova a Pecorile, il paese prima venendo da Reggio. Dopo, non ci sono più cartelli. E allora, per chi giunge da fuori, il convegno si tiene a Pecorile.

    Il convegno si svolge al ristorante Da Gianni a Costaferrata di Casina, seicentocinquanta metri sui monti intorno a Reggio Emilia, di fronte al castello di Matilde di Canossa.

    Le persone provengono dal CPM, dal Gruppo dell’Appartamento e dalla Facoltà di Sociologia di Trento. Si discute in maniera chiara e precisa la necessità della scelta della Lotta Armata.

    Le persone che partecipano a Pecorile, in un albergo proprietà di un parente di uno dei partecipanti (Tonino Parali) non sono tutti gli appartenenti al CPM, ma sono persone scelte da Curcio e Simioni.

    Partecipano, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Margherita Cagol, Corrado Simioni, Sandro D’Alessandro, Gaio Di Silvestro, Marco Fronza, Alberto Pinotti, Innocente Salvoni, Frantoise Tuscher, Annamaria Bianchi, Elvira Schiavi, Claudio Aguilar, Raffaello De Mori (ex iscritto al Psi), Maurizio Ferrari, Antonio Mottironi, Ivano Prati, Umberto Farioli, Roberto lussi, Dario Angelini, Marco Bazzani, Pietro Sacchi, Franco Troiano, Orietta Tunesi, Oscar Tagliaferri, Ezio Tabacco, Enrico Levati, Ravizza Garibaldi, Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari, Attilio Casaletti, Lauro Azzolini, Ivan Maletti, Gino Simonazzi, Tonino Parali, Strambio De Castiglia (nipote dell’industriale Pirelli), Vanni Mulinaris (figlio del proprietario di un noto pastificio di Udine), Duccio Berio ( figlio di un noto professionista milanese legato al Mossad e genero del deputato comunista Alberto Malagugini), Piero Elefantino.

    “Il convegno di Pecorile venne materialmente organizzato da noi del Collettivo di Reggio Emilia su richiesta di Simioni e Curcio. […] Noi del Collettivo eravamo stati iscritti al PCI o alla FGCI. Simioni era venuto più volte a Reggio Emilia per coinvolgerci nei suoi progetti, ci teneva molto ad avere la nostra partecipazione nel costruire l’organizzazione clandestina: sembrava che senza l’impronta di noi ex iscritti al PCI o alla FGCI il progetto della lotta armata non avrebbe avuto senso politico”

    Alberto Franceschini

    Insieme a Simioni al convegno è presente anche Sabina Longhi, che Simioni presenta come sua segretaria, vantandosi anche che Sabina lavorasse i stretta collaborazione con il Segretario Generale della NATO Manlio Brosio (suggerendo che fosse una sua infiltrata).

    Lo scopo del convegno appare chiaro fin dall’intervento introduttivo di Renato Curcio:

    «Il movimento operaio che si sta sviluppando nelle grandi fabbriche manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i “capi”. Per questo
    si muove al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il PCI e i sindacati.
    Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa avanguardia deve sapere unire la “politica” con la “guerra” perché lo Stato moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la “politica” e la “guerra”.
    Diventa quindi inattuale e non proponibile la strategia leninista dell’insurrezione che presuppone una fase politica di agitazione e propaganda sostanzialmente pacifica, seguita poi dalla “spallata finale”, dell’“ora X”, cioè dalla fase propriamente militare. Occorre invece preparare la “guerra civile di lunga durata” in cui il “politico” è, da subito, strettamente unito al “militare”. È Milano, la grande
    metropoli, vetrina dell’impero, centro dei movimenti più maturi, la nostra giungla. Da lì e da ora bisogna partire»

    Incredibilmente a Pecorile non c’è Mario Moretti.

    Tonino Paroli ricorda così il convegno di Pecorile:

    «Fu un vero congresso, e durò dal lunedì al sabato. Parteciparono una settantina di compagni che avevano preso alloggio nelle case del paese e chiesto aiuto anche al parroco, don Emilio Manfredi. Il maresciallo dei carabinieri, avvertito della riunione, si informò se disturbassero, e poi non si occupò più della faccenda. E pensare che fra i partecipanti molti sarebbero stati dei protagonisti negli anni successivi. Come i duri di Reggio, quelli “dell’appartamento” quasi al completo, Sinistra Proletaria, i compagni di Milano, di Torino, di Genova, due di Trento. Tutti ragazzi seri, anche troppo, taciturni. A volte stavano insieme, altre volte si dividevano in gruppetti per boschi e campi.

    Discussioni roventi, ma quando parlava Curcio piombava il silenzio. Al contrario Mara, sua moglie, non era un’oratrice: fece soltanto un mezzo intervento. E verso l’una, tutti da Gianni a mangiare dopo lunghe camminate fra i boschi come se fossero marce sulla Sierra Madre, con Fidel, Ernesto Guevara o Camillo Cianfuegos. Soprattutto venivano letti Il diario del Che in Bolivia e il Piccolo manuale della guerriglia urbana del brasiliano Carlos Marighella. Ci dicevano che la nostra giungla sarebbe stata la strada della città, Roma, Milano, Torino, Genova e non le selve del Vietnam, o della Bolivia».

    Paroli racconta di grandi mangiate a base di prosciutti, salsicce, salame e, ovviamente, vino a volontà da ingollare con tortelli di bietola, lasagne, cannelloni, cappelletti in brodo, arrosti misti, coniglio, faraona, agnello e naturalmente cotechino. Quattromila lire, tutto compreso.

    Dagli interventi pubblici e meno pubblici emergono tre anime all’interno del convegno. La prima, più «movimentista», privilegia lo scontro di massa su larga scala, tutto interno al movimento e senza una guida organizzata; la seconda, sponsorizzata da Curcio, ipotizza un graduale passaggio alla resistenza armata a partire dalle fabbriche, attraverso nuclei ristretti ma sempre collegati con la massa e le «realtà di base»; la terza prevede un’ulteriore, immediata militarizzazione dei gruppi che prelude alla clandestinità, anche rompendo i rapporti col movimento.

    A Pecorile risulterà vincente la linea di Curcio: Simioni e il suo gruppo (Berio, Mulinaris) verranno isolati e tenuti fuori dalla discussione perché accusati di volere conquistare l’egemonia all’interno dell’organizzazione.

    Per la prima volta tra quei monti, in tanti, fra i quali Mara e Renato, proveranno le armi: Curcio denuncia subito la sua inadeguatezza, ma non desiste.

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  • 1 Novembre 1969

    Convegno di Chiavari del CPM

    Il convegno dura dall’1 al 5 Novembre 1969; partecipano circa settanta persone provenienti da relatà diversissime.

    Partecipano Renato Curcio, Margherita Cagol, Giorgio Semeria, Giovanni Mulinaris, Corrado Simioni, Duccio Berio, Giorgio Semeria, Franco Troiano, Arialdo Lintrami, Orietta Tunesi, Renato Ferro, Gaio Di Silvestro, Lucia Martini, Antonio Saporiti, Raffaello De Mori, Roberto Iussi, Mario Angelini, Marco Bazzani, Marisa Lupo, Jean Muggia, Lea Melandri, Luciana Negro, Giuseppe Sartori, Tiziana Maiolo, Mario Casati, Fabrizio Pelli, Angela Minella, Enrico Castellani, Daniela Torresini, Luca Balestri, Gabriella Giuliani, Innocente Salvoni, Franfoise Tuscher, Alberto Nason, Maria Zantonello, Domenico Tavoliere, Italo Saugo, Paolo Strambio De Castiglia, Adriana Redaelli, Francesco Mattioli, Carlo Rizzi.

    Il convegno si svolge nella sala Marchesani, adiacente la pensione “Stella Maris“, nel quale un gruppo di partecipanti guidati da Curcio dichiara la propria adesione ad una visione di lotta armata ed il successivo passaggio alla clandestinità.

    La pensione è gestita dalla Curia Arcivescovile, e ufficialmente il convegno viene organizzato dall’organizzazione cattolica “Gioventù Studentesca”. La sala viene concessa proprio perché richiesta con lettera formale dall’alto funzionario della CISL don Giorgio Battifora.

    Per qualcuno è la data di nascita delle BR, anche se molti lo spostano al convegno di Pecorile nell’Agosto del 1970.

    L’ipotesi di passare alla lotta armata diviene concreta. Il convegno produce il «Libretto giallo»: un documento di ventotto pagine dal titolo Lotta sociale e organizzazione nella metropoli che traccia le linee di un movimento che «esprime, in forme ancora embrionali e parziali (spontanee, appunto), una contraddizione antagonistica con il sistema generale di sfruttamento economico, politico, culturale»: la lotta dell’autonomia proletaria deve dunque diventare sociale, superando le limitate posizioni operaiste e studentiste dei gruppuscoli extraparlamentari.

    In un altro passaggio si stigmatizza il “tradimento” del PCI e della sinistra storica, precisando gli obiettivi rivoluzionari del proletariato moderno, e si fa quindi riferimento al modello di guerriglia urbana assunto dai
    Tupamaros uruguaiani.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”