Tag: Guido Viola

Giovane e attivo, interpreta il ruolo del magistrato in chiave assai moderna. Le indagini di polizia giudiziaria lo vedono in prima linea. Quando vengono scoperti i covi milanesi dell’organizzazione clandestina, è presente, a fianco di ufficiali e agenti. È armato, un giorno uscendo di corsa dall’ufficio gli cade dalla tasca una grossa rivoltella. Da quel momento diventa «il magistrato con la Colt». Spiega: «Partecipando di persona alle azioni anch’io mi armavo. Tenevo la pistola nella cintura. Ma non mi ricordo di che marca fosse, comunque non una Colt».

La prima requisitoria sulle attività della «banda armata denominata Brigate Rosse» è sua. Scrive: «Le vicende e i protagonisti del processo per certi aspetti hanno caratterizzato, e in maniera non marginale, uno dei periodi più oscuri della storia contemporanea. L’inchiesta ha spaziato sul problema della lotta armata, scelta come unico mezzo per abbattere il sistema. Dai GAP di Feltrinelli alle attuali Brigate Rosse, il discorso è, quindi, uno: la necessità storica, secondo i predetti gruppi, della lotta armata da parte delle masse operaie, per la conquista dello stato».

Si chiede: «In sostanza, che cosa sono le Brigate Rosse, cosa vogliono, quali le loro prospettive? Rispondiamo a queste domande attraverso l’esame dei loro stessi documenti e attraverso dichiarazioni rese da alcuni esponenti delle stesse. L’originalità delle tesi delle BR consiste nell’aver sostenuto che la lotta rivoluzionaria andava spostata negli agglomerati urbani delle grandi metropoli, nei quartieri periferici delle città industriali dove, per necessario e inarrestabile processo storico, dovevano scoppiare le crisi della società capitalistico-borghese, le c.d. “contraddizioni” del sistema di cui alle tesi maoiste».

E ancora, la questione più controversa: «Ma questi brigatisti sono veramente “rossi”? Molti sostengono al contrario che si tratta di “provocatori” al servizio della reazione; altri li considerano “avventuristi” politicamente inconsistenti e staccati dalle masse. Noi diciamo che le brigate rosse sono le Brigate Rosse; rappresentano cioè, un’esperienza storica, un metodo di lotta, un’organizzazione rivoluzionaria e clandestina particolarmente pericolosa, però, per le sorti della democrazia. Il loro obiettivo resta la vittoria del comunismo, attuato, però, attraverso la lotta armata». E precisa: «Non sono emersi, comunque, collegamenti organici e documentali con i partiti della sinistra parlamentare, anche se molti appartenenti alle Brigate Rosse provengono spesso dalle file della sinistra sia tradizionale che extraparlamentare. Pur concedendo loro una “buona fede” di fondo non si può sottacere però che le loro imprese criminali tornino di esclusivo giovamento alle forze reazionarie. Il pericolo che le Brigate Rosse arrecano alle libertà democratiche è immenso in quanto con i loro delitti non fanno progredire di un sol palmo il movimento operaio per il quale, invece, affermano di battersi. La loro forza sta nel fatto che attraverso azioni odiose, sanguinarie ed ecclatanti, possono ricattare lo stato, approfittando della debolezza insita nei sistemi democratici allorché vengono in contatto con organizzazioni criminali di tal fatta».

Conclude: «La risposta alle Brigate Rosse deve essere, soprattutto, politica. Le Brigate Rosse non giovano certamente alla sinistra. Le tragiche esperienze dei Tupamaros in Urugay e dei Montoneros in Argentina dovrebbero far meditare tutti. Le forze veramente democratiche hanno tutto l’interesse a stroncare l’attività dell’organizzazione. Alimentare la c.d. “strategia della tensione” significa solo portare giovamento alle forze più retrive del paese».

Dopo le bierre, Viola ha costruito altri processi importanti, fra gli altri si è occupato del crack Sindona.

Lasciata la toga nel Marzo 1991, ha intrapreso la carriera di avvocato.

  • 9 Settembre 1974

    Mario Sossi fa avere una prima “memoria” al Giudice Caselli

    Vi si legge, tra l’altro:

    «I brigatisti elogiarono più volte i magistrati dott. Ciro De Vincenzo, Fiasconaro e Alessandrini, per il “modo di gestire” i processi contro esponenti della “sinistra rivoluzionaria” e nutrirono la fiducia che il dott. De Vincenzo si sarebbe occupato della mia vicenda. Tali accenni mi indussero a evitare, per quanto possibile, qualsiasi contatto, al momento della mia liberazione, con la magistratura e la polizia giudiziaria milanesi».

    Ancora:

    «Il maresciallo Nanni Benito, del nucleo di p.g. dei CC di Genova ed ora, pare, in forza allo speciale nucleo “antiterrorismo” dovrebbe essere in possesso di dati relativi agli accertati collegamenti fra un giornalista genovese ed elementi coinvolti nella indagine condotta a Genova dopo la morte di Feltrinelli G. Giacomo, dai sostituti procuratori di Milano, dott. Viola e dott. Colato.»

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  • 15 Gennaio 1973

    Le Brigate Rosse irrompono in una sede dell’UCID.

    Il 15 gennaio un gruppo di brigatisti armati e mascherati – fra i quali c’è l’informatore della polizia Francesco Marra – fa irruzione nella sede dell’UCID (Unione cristiana imprenditori dirigenti, legata alla destra DC), nel centro di Milano.

    Legano e imbavagliano il segretario dell’associazione, Giulio Barana di 50 anni,  rubano documenti e schedari degli iscritti, dopodiché fuggono lasciando sul posto un volantino di rivendicazione con scritto:

    «In questa situazione vogliamo dimostrare come la DC non sia soltanto lo strumento che per trent’anni ha sorretto fedelmente il potere dei padroni, ma sia essa stessa una mostruosa macchina di oppressione e sfruttamento. Infatti oltre ai fascisti assassini di Almirante operano, ugualmente pericolosi, i fascisti in camicia bianca di Andreotti: coloro che in fabbrica ci controllano, ci schedano, ci licenziano, che fuori parlano di libertà e di democrazia ma che in realtà organizzano la più spietata repressione antioperaia.
    Contro tutti questi nemici i proletari hanno cominciato a organizzarsi per resistere, riaffermando che risponderanno al sopruso con la giustizia proletaria, alla violenza dei padroni con la lotta rivoluzionaria degli sfruttati. Contro i fascisti assassini di Almirante, contro il fascismo in camicia bianca della DC di Andreotti, i proletari costruiranno la resistenza armata!».

    Quando stanno per andarsene entra Claudio Massazza di 20 anni. È il commesso di una salumeria che doveva consegnare un pacco in un’abitazione vicina ma, distratto, ha infilato il portone sbagliato. Prima di rendersi conto di quel che accade è afferrato e immobilizzato.

    Il gruppo quindi si allontana indisturbato.

    Benché incruenta, l’irruzione brigatista all’Ucid suscita scalpore. Il “Corriere della Sera” gli dedica un’intera pagina di cronaca. Ne scrive anche il quotidiano comunista “Il manifesto” (che fino a quel momento ha censurato col silenzio le azioni brigatiste): ma per mettere in dubbio «che il commando appartenga alle BR», e per esprimere i «dubbi che già da tempo esistono sulla stessa esistenza delle BR».

    Questa attenzione verso l’azione delle Brigate Rosse è dovuta alla giornata di tensione vissuta dai cittadini di Milano: una bomba era scoppiata davanti alla sede del gruppo neofascista di Avanguardia Nazionale in Via Adige, 4; un altro ordigno sventra alle 3:15 la serranda a maglie della sede del MSI in Viale dei Mille a Lambrate; una bomba a miccia lenta devasta il Caffè Motta in Piazza San Babila, cuore nero di Milano.

    Il sostituto procuratore Guido Viola esprime perplessità su questa azione, considerando che in quel momento le BR hanno trenta militanti in libertà provvisoria, dieci latitanti e due capi in attesa di scarcerazione che «debbono rispondere di reati ben precisi». Possibile che non si rendano conto di peggiorare la loro situazione? Intanto i sindacati, unitariamente, emettono un duro comunicato in cui l’impresa è definita criminale e inquadrata nella strategia della tensione. «L’Unità» è sulla stessa lunghezza d’onda, parlando di «gravi provocazioni a Milano per ricreare un clima di tensione». Dopo aver ricordato che il Barana è padre di sei figli, conclude ammonendo che «in vista del congresso fascista di Roma maggiore deve essere l’unità antifascista per combattere e vincere le forze eversive».

    E le varie forze politiche? Mentre il Partito Liberale chiede a gran voce maggiori mezzi per polizia e carabinieri, i socialisti non fanno uscire neanche un rigo su l’«Avanti!», imitati da Avanguardia Operaia, nel cui «Quotidiano dei lavoratori» non si trova traccia dell’episodio. Da parte sua, «il Manifesto» per la prima volta dà un qualche rilievo alle BR, per metterne però in dubbio la stessa esistenza, mentre «Lotta continua», dopo aver colto l’occasione per polemizzare con «il Manifesto» sul tema della violenza, critica le «velleità delle BR», anche se un mese dopo ritornerà sull’azione contro l’UCID rivedendo la propria posizione rispetto a quella presa in occasione del sequestro Macchiarini. Ma per le BR, che valore aveva questa azione? La “perquisizione” all’UCID è un segnale preciso nella fase della propaganda armata, perché rappresenta il primo atto diretto contro il vero nemico: la Democrazia Cristiana, di cui bisogna smascherare la vera natura reazionaria. In questa ottica vanno lette altre azioni immediatamente successive, quali quelle a Torino contro il Centro Sturzo, e l’altra a Milano contro il democristiano di destra Massimo De Carolis.

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  • 16 Giugno 1972

    Giacomo Cattaneo viene arrestato per la seconda volta. (altro…)

  • 17 Maggio 1972

    Il commissario Luigi Calabresi viene ucciso per strada in Via Cerubini 6.

    In un’abitazione di via Cherubini il giornale radio delle 7:30 parla di un operaio caduto da un’impalcatura a Dalmine, della visita di Nixon a Mosca, dello sciopero di trecentomila statali e della guerra in Vietnam. Come tanti a quell’ora, anche il commissario Luigi Calabresi lo ascolta mentre si prepara per recarsi nel suo ufficio nella questura milanese.

    Quasi due ore dopo, esattamente alle 9:15, alla centrale operativa di via Fatebenefratelli, sede della questura, arriva la comunicazione radio di un equipaggio della squadra volante: «C’è un uomo ferito da colpi di pistola in via Cherubini», dice, «bisogna trasportarlo all’ospedale San Carlo». Alla centrale chiedono spiegazioni e la risposta è raggelante: «Si tratta del commissario Luigi Calabresi, ferito da colpi di pistola, sta sanguinando dal capo, chiamate altre vetture, che arrivino subito, fate presto, non si può perdere un attimo». I poliziotti che raggiungono il civico 6 di via Cherubini trovano «un uomo privo di sensi, ricurvo, col volto sporco di sangue, le punte dei piedi e le ginocchia appoggiate al suolo, il braccio sinistro piegato sotto il petto e la spalla inclinata verso terra». Calabresi, caduto tra la sua Cinquecento rossa e una Opel Kadett, parcheggiate con la parte anteriore accostata allo spartitraffico, viene trasportato all’ospedale San Carlo da un’autolettiga della Croce Bianca, con i lettighieri Zamproni e Bassi. Muore alle 9:47. Vani risultano infatti i tentativi di rianimazione da parte della dottoressa Crapis e dell’infermiere Monteleone su un corpo che presenta ferite d’arma da fuoco al capo, alla base dell’emitorace destro e alla regione media polmonare sinistra posteriore. Il giornale radio ha già trasmesso un’edizione straordinaria sull’uccisione del commissario di polizia dell’ufficio politico della questura di Milano. Uno dei primi giornalisti che assiste alla scena dell’omicidio è Carlo Rossella – all’epoca inviato di «Panorama» – che molti anni dopo, a «Italia Radio», fornirà questa ricostruzione:

    Stavo al giornale e un poliziotto mi ha avvertito che il commissario Luigi Calabresi era stato ammazzato da un killer. Presi la macchina, una veloce, e arrivai sul posto che il cadavere era ancora sul selciato. C’erano poliziotti arrabbiati, davano subito la colpa alla sinistra extraparlamentare, al clima di veleni. Un commissario amico di Calabresi disse che c’era una guerra in corso. C’era un’atmosfera molto pesante. Iniziai a raccogliere voci, testimonianze. Venne fuori che gran parte dei testimoni oculari videro un uomo sparare e una donna a bordo di una FIAT 125. Descrissero una donna dai lunghi capelli, dal volto affilato. Tutti andavano in quella direzione. In questura dissero che bisognava indagare negli ambienti della sinistra extraparlamentare, su Potere Operaio, su Lotta Continua, sui GAP. A Milano c’era un’atmosfera plumbea. Era stato trovato morto Giangiacomo Feltrinelli sul traliccio di Segrate, cortei duri invadevano le strade, c’era tensione. Polizia e carabinieri si consideravano in guerra contro i gruppi della sinistra.

    Calabresi, stretto collaboratore di Antonino Allegra, cade tra una Cinquecento rossa e una Opel Kadett. Viene trasportato all’Ospedale San Carlo dalla Croce Bianca (lettighieri Zamproni e Bassi).

    Muore alle 9:47.

    Sono vani i tentativi di rianimazione della dottoressa CRapis e dell’infermiere Monteleone.

    Nessuna organizzazione rivendica il delitto.

    Una parte della sinistra extraparlamentare accusava Calabresi per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli (ingiustamente indiziato della strage di piazza Fontana, e precipitato dalla finestra della Questura milanese il 15 dicembre 1969 durante un interrogatorio).

    “Lotta continua”, che ha condotto una vera e propria campagna contro Calabresi, titola a tutta pagina: «Ucciso Calabresi, il maggiore responsabile dell’assassinio di Pinelli», e definisce il delitto «un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Il settimanale “Potere operaio” dedica al delitto un artìcolo in prima pagina («Morte di un poliziotto») sostenendo che «quello che era successo Luigi Calabresi se lo era andato a cercare e, tutto sommato, anche meritato»

    Carlo Rossella, giornalista, all’epoca inviato di “Panorama”, ricostruirà così l’evento:

    “Stavo al giornale e un poliziotto mi ha avvertito che il commissario Luigi Calabresi era stato ammazzato da un killer. Presi la macchina, una veloce, e arrivai sul posto che il cadavere era ancora sul selciato. C’erano poliziotti arrabbiati, davano subito la colpa alla sinistra extraparlamentare, al clima dei veleni. Un commissario amico di Calabresi disse che c’era una guerra in corso. C’era un’atmosfera molto pesante. Iniziai a raccogliere voci, testimonianze. Venne fuori che gran parte dei testimoni oculari videro un uomo sparare e una donna a bordo di una FIAT 125. Descrissero una donna dai lunghi capelli, dal volto affilato. Tutti andavano in quella direzione. In questura dissero che bisognava indagare sulla sinistra extraparlamentare, su Potere Operaio, su Lotta Continua, sui GAP. A Milano c’era un’atmosfera plumbea. Era stato trovato morto Giangiacomo Feltrinelle sul traliccio di Segrate, cortei duri invadevano le strade, c’era tensione. Polizia e Carabinieri si consideravano in guerra contro i gruppi della sinistra.”

    Sull’omicidio ci sono diversi testimoni:

    • Emma Maffini
    • Paolo Ratti (amico personale di Luigi Calabresi)
    • Pietro Pappini
    • Adelia Dal Piva
    • Margherita Decio
    • Luciano Gnappi
    • Giuseppe Musicco

    Anche Renato Curcio commenta l’omicidio di Calabresi:

    “L’omicidio Calabresi capitò in un momento particolare della nostra esistenza: quando, con l’acqua alla gola, eravamo in fuga. La notizia ci colse completamente di sorpresa. Negli ambienti che frequentavamo non avevamo avuto nessun sentore che si stesse preparando qualcosa del genere. Si trattava di un’azione dirompente che ci preoccupò parecchio, perché poteva avere conseguenze gravi e anche imprevedibili. Quale sarebbe stata la reazione repressiva nei confronti del movimento e dei gruppi dell’ultrasinistra? Era un’iniziativa isolata o preludeva ad altri episodi di quel tipo? Queste domande ci coinvolgevano direttamente. Comunque capimmo subito che si trattava di un gesto compiuto da appartenenti a un’area della sinistra molto vicina alla nostra. Un atto “giustizialista” che raccoglieva evidentemente tutte le tensioni espresse nella manifestazioni di piazza e nelle campagne di stampa contro Calabresi, “assassino” di Pinelli.”

    Edgardo Sogno è prontissimo a cavalcare l’uccisione del commissario. In un telegramma indirizzato al ministro dell’Interno Rumor, il capo dei Crd non ha dubbi sulla matrice del misterioso delitto:

    «I tupamaros che si annidano nella nostra società, cercando di scalzare l’ordine e distruggere la democrazia, hanno barbaramente assassinato il commissario capo Luigi Calabresi».

    E il numero di maggio della rivista “Resistenza Democratica”, sotto il titolo «La morte rossa colpisce a Milano», scrive che «un filo inquietante unisce piazza Fontana e Feltrinelli, le Brigate rosse, la pista nera e il delitto Calabresi»; per la rivista dei Crd, il commissario assassinato era «il grande nemico dei rivoluzionari rossi», dunque gli assassini sono loro.

    Come ormai di consueto, le espressioni di sdegno per l’ultima azione delle BR si uniscono a quelle di solidarietà per il rapito. Per la FLM di Torino «un fatto del genere rappresenta una provocazione di chiara marca fascista. La FLM si augura che i responsabili vengano al più presto individuati, anche per fare luce». I dirigenti FIAT «esternano il loro più amaro sdegno per il ripetersi di fenomeni criminosi che hanno il chiaro obiettivo di distruggere i principi di una civile convivenza e di scatenare l’odio di classe». Luciano Lama, segretario generale della CGIL, tuona: «Chiunque si mette contro la legge, da qualunque parte pretenda di essere, deve essere rapidamente colpito e punito». Il procuratore capo di Torino La Marca, incarica dell’inchiesta il suo vice e braccio destro Severino Rosso, mentre Taviani, ministro dell’Interno, ordina di «agire con la massima energia» incaricando il vicecapo della polizia Parlato di affiancare il questore di Torino Massagrande.

    Sergio Flamigni tra le righe attribuisce l’omicidio al Superclan di Giorgio Simioni.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 2 Maggio 1972

    2 Maggio 1972

    A Milano viene scoperta la base brigatista di Via Boiardo e viene arrestato Marco Pisetta, compagno di università di Renato Curcio.

    Cinque giorni prima delle elezioni anticipate, a Milano, la polizia ha l’opportunità di sgominare le BR. Ma qualcosa non va – o non viene fatta andare – per il verso giusto, e tutto il vertice brigatista si sottrae con facilità alla cattura

    Dopo «meticolose indagini condotte dall’Ufficio politico milanese agli ordini del suo dirigente, dottor Antonino Allegra» 38, vengono scoperti due covi – in via Boiardo 33, e in via Delfico 20 – e fermate una decina di persone, fra le quali i brigatisti Marco Pisetta e Giorgio Semeria, nonché la moglie di Mario Moretti, Amelia C. I giornali scrivono che nei due covi sono stati trovati – insieme a quantità di armi, munizioni, esplosivi, apparecchiature radio, documenti di identità in bianco e materiale propagandistico – un passaporto dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, e i negativi delle foto scattate all’ingegner Macchiarini durante il sequestro.

    All’interno del covo di via Boiardo (un ex negozio di vini con sottostante scantinato) viene trovata anche una cella insonorizzata, con un aspiratore d’aria e un impianto di registrazione, preparata dai brigatisti – scrivono i giornali – in vista del sequestro del noto esponente della destra DC milanese Massimo De Carolis.

    Nei giorni successivi la polizia scoprirà altri due covi: in via Pelizza da Volpedo 7 (dove fra l’altro viene trovata una radiografia appartenente a Maria Carla Brioschi), e in via Carlo D’Adda 37 (sede di una attrezzata officina, allestita per conto delle BR da Umberto Farioli, dipendente della Sit-Siemens).

    L’operazione dell’Ufficio politico della Questura milanese, cinque giorni prima delle elezioni, è tuttavia gravida di ambiguità, e non solo perché sembra essere un «colpo di scena elettorale».

    Anzitutto, non si sa come gli inquirenti siano arrivati a via Boiardo: alcuni giornali scrivono che «non è stata una soffiata» bensì il fatto che la polizia «sorvegliava da mesi i terroristi», in particolare pedinava Giorgio Semeria, «uno dei capi delle BR segnato sul taccuino del dirigente dell’Ufficio politico dottor Allegra»; ma la circostanza è molto dubbia, date le modalità temporali e operative del blitz.

    L’aspetto più grave della vicenda è che il 2 maggio le forze dell’ordine hanno la possibilità di arrestare lo stato maggiore brigatista al gran completo, ma l’opportunità viene vanificata dal repentino arrivo sul posto di una frotta di giornalisti.

    Infatti la polizia entra nel covo di via Boiardo alle ore 5 del mattino, e vi si apposta in attesa dell’arrivo dei brigatisti. Ma finiscono nella trappola solo Marco Pisetta e Giorgio Semeria, poiché fin dalla prima mattinata in via Boiardo accorrono giornalisti e cameraman.

    Lo confermerà, molti anni dopo, Antonino Allegra:

    «Purtroppo si verificò un fatto che… forse dipese da un po’ di leggerezza da parte di chi ritenne di indire una conferenza-stampa in quel posto, in contrasto con quelle che erano state le nostre decisioni, cioè lasciare [dei poliziotti nel covo]… La conferenza stampa fu indetta dal questore Allitto [Ferruccio Allitto Bonanno, nclr]. Noi fummo contrariati, perché pensavamo che egli intendesse dare lustro alla Questura, o forse credeva di fare bella figura con la stampa (ci teneva a diventare, forse, vice capo della Polizia). Sta di fatto che, una volta che i giornalisti erano stati avvertiti, noi non potevamo fare più niente».

    Fra i giornalisti accorsi in via Boiardo c’è Enzo Tortora, liberale di destra che collabora al mensile “Resistenza Democratica”, la rivista ufficiale dei CRD di Sogno.

    Il primo beneficiario dell’improvvido arrivo mattutino dei giornalisti in via Boiardo (richiamati sul posto non si sa da chi) è colui che diventerà il più fortunato terrorista della storia delle BR, Mario Moretti.

    Ecco come lui racconterà gli accadimenti del 2 maggio:

    «Quella volta la scampai per miracolo, perché avevo passato la notte a discutere con un compagno recuperato dai disciolti GAP di Feltrinelli, e quando la mattina alle 8 andai in via Boiardo, la polizia c’era già da diverse ore… Arrivo sulla meravigliosa 500 blu di mia moglie, intontito dal sonno, e mentre la parcheggio fra due macchine davanti alla base, qualcosa mi scatta dentro, c’è qualcosa che non va. Scendo, mi guardo attorno, la macchina davanti alla mia ha un tipo di antenna particolare. Polizia. Non penso che sia lì per noi, vicino c’è una piazzetta in cui fanno un po’ di traffico di sigarette, forse si prepara una retata. Comunque mi dirigo dalla parte opposta della strada, e aspetto, tenendo d’occhio i due che ho individuato come poliziotti… Ero seduto in un bar col giornale, non si decidevano a andarsene, avevo sonno, ancora un po’ e sarei finito per entrare [nel covo, ndr]. In quella arriva Enzo Tortora con una troupe della Tv e un codazzo di gente. E si appoggia proprio sul tetto della mia 500 per scrivere qualcosa su un taccuino. Chiedo a una vecchina: ma che succede? E lei: hanno trovato uno scantinato pieno di armi. Tutto quel trambusto era per noi, la frittata è fatta, devo andarmene alla svelta. Se soltanto Tortora non fosse appoggiato alla mia macchina… Sono in un bel casino. Perdipiù la macchina è intestata a mia moglie. Tento di recuperare la macchina andando in un bar più distante e chiamando mia moglie in ufficio: vieni a prendere la macchina nel tal posto, ti aspetto. Ma quando torno la macchina non c’è più, la polizia l’ha individuata e presa. Me ne devo andare».

    Secondo Allegra, invece:

    «Moretti sfuggì il pomeriggio, pochi minuti prima che si facesse questa conferenza stampa. Arrivò in via Boiardo con la 500 di sua moglie… Già si sapeva che Moretti faceva parte dì questa organizzazione… Una persona del terzo piano ci disse che era scappato qualcuno su quella macchina… E una volta aperta abbiamo visto che era intestata a C. Amelia, abitante in via delle Ande 15, proprio di fronte a casa mia, e nel covo abbiamo trovato una fotografia [di suo figlio]… Io ho poi interrogato la moglie di Moretti; lei diceva che era stata costretta, sebbene non con la forza, a vivere per un po’ di tempo in una comune con un certo Gaio Di Silvestro e altri. A me questa donna fece anche pena. Però già si sapeva che Moretti era un pezzo importante in quel momento, i capi si riteneva fossero Curcio e Franceschini» .

    L’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno e il capo dell’Ufficio politico della Questura di Milano sanno anche di più, come ammetterà in un rapporto Federico D’Amato:

    «Contemporaneamente [alle indagini sui Gap di Feltrinelli] furono intensificate anche le indagini sulle BR, che, si era saputo, si apprestavano a sequestrare, qualche giorno prima delle elezioni politiche del 7 maggio 1972, un esponente democristiano. In conseguenza di riusciti appostamenti e pedinamenti, il 2 maggio la polizia poté operare una serie di perquisizioni che ebbero un vistosissimo risultato».

    Franceschini confermerà che effettivamente da aprile le BR stavano pedinando De Carolis in quanto ne avevano programmato il sequestro, ma da una decina di giorni avevano perso le tracce del politico della destra milanese:

    «Chi aveva il compito di seguirlo ci segnalava che non era più a Milano, e non si riusciva a sapere dove fosse. Evidentemente, informata del progetto brigatista, la polizia aveva preso adeguate misure di sicurezza con “appostamenti e pedinamenti”. Moretti aveva avuto l’incarico di preparare la prigione (insieme a Semeria e Pisetta), così si recava in via Boiardo tutti i giorni e sempre usando la macchina di sua moglie, per cui è molto probabile che fosse stato individuato nei giorni precedenti il 2 maggio».

    Fatto sta che la mattina del 2 maggio non sfugge alla cattura solo Moretti, ma si salvano anche Curcio, la Cagol, Franceschini e Morlacchi, cioè l’intero nucleo dirigente delle Br.

    Ricorderà Franceschini:

    «Quel giorno stavamo per essere arrestati anche noi quattro, sfuggimmo alla polizia quasi per caso… Mara e Renato [vedendo il trambusto dei giornalisti] si allontanarono velocemente… Moretti fuggì lasciando la macchina sul posto. Io avevo usato più prudenza: ero arrivato in metropolitana e mi ero fermato a bere un caffè nel bar da dove si controllava l’ingresso [della base]; avevo visto le cineprese [delle tv, ndr] e mi ero immediatamente allontanato».

    Curcio dirà che il 2 maggio 1972 «le forze dell’ordine sono state a un pelo dal prenderci tutti. Se lo avessero fatto, le BR sarebbero finite sul nascere. Invece, da quel momento, diventarono un gruppo armato, provvisoriamente allo sbaraglio, ma davvero clandestino».

    Ai brigatisti in fuga precipitosa risulta chiaro che il blitz di via Boiardo è stato determinato da una “soffiata”, temono infiltrati, e i sospetti si appuntano su Marco Pisetta, ma non solo.

    Altri sospetti li provoca il fatto che la polizia nel covo di via Delfico ha trovato i negativi delle foto scattate da Moretti all’ingegner Macchiarini durante il sequestro, fotogrammi che permettono agli inquirenti di identificare agevolmente uno dei sequestratori, il brigatista Giacomo Cattaneo detto
    Lupo.

    Franceschini:

    «Erano negativi di foto che non dovevano stare là, avrebbero dovuto essere stati distrutti, e Moretti ci aveva garantito di averli distrutti! Erano gravi prove a carico di compagni ancora sconosciuti che avevano partecipato al sequestro, e infatti per quei negativi Lupo è stato poi arrestato. Moretti si giustificò dicendo di essersi sbagliato in quanto i negativi si erano incollati fra loro e lui non se n’era accorto, poi tentò di dare la colpa alla Besuschio… Ma quello fu un episodio gravissimo. La presenza di quei negativi in via Delfico era talmente assurda che Giacomo Cattaneo, arrestato a causa di quelle foto, si era convinto che Moretti fosse una spia».

    Non è tutto: nel covo di via Boiardo la polizia trova anche una foto di Curcio, foto che Moretti ha “dimenticato” di distruggere dopo avere preparato un falso passaporto per il capo brigatista.

    Osserverà Franceschini:

    «La foto di Curcio non venne trovata nel covo dove c’erano gli attrezzi per la falsificazione dei documenti e dove era stato confezionato il falso passaporto [cioè in via Delfico, ndr], ma venne trovata nella “prigione del popolo” di via Boiardo, e questo nonostante che a Moretti fosse stato raccomandato di eliminare da quella sede-prigione ogni cosa superflua, dato che eravamo alla vigilia del programmato rapimento di De Carolis».

    Anni dopo, uno dei giornalisti presenti il 2 maggio in via Boiardo, Marco Nozza, scriverà:

    «Era arrivata una Cinquecento e aveva accostato al marciapiede opposto. Ne era disceso un giovanotto, piccolo di statura, la faccia strana, gli occhi scuri, il quale, come aveva visto tutta quella gente, era risalito svelto in macchina, aveva cercato di innestare la retromarcia e non c’era riuscito, aveva fatto solo un gran fracasso. Allora aveva abbandonato la macchina e s’era dato alla fuga, inseguito da tre fotografi. Uno dei tre aveva preso il numero di targa. Ed è stato grazie a quel numero di targa che siamo venuti a sapere a chi apparteneva l’auto. Apparteneva a una certa signora Amelia C., abitante a Milano in via Gallarate 131… Il marito si chiamava Mario Moretti […].»

    La polizia, intanto, ha arrestato Marco Pisetta. Interrogato in questura da Calabresi e Viola, viene convinto a collaborare:

    “Il dottor viola mi ha chiesto se volevo quindici anni di galera […] oppure uscire subito […]. «Diciamo che tu non hai mai partecipato alle bande rosse, eri lì per dare una mano a imbiancare l’ufficio». Mentre diceva queste cose, il dottor Viola mi sventolava sotto il naso il mandato di scarcerazione.”

    La scoperta di questa base convincerà le BR a scegliere la clandestinità totale.

    Spiegheranno in un documento:

    “La clandestinità si è posta nei suoi termini reali solo dopo il 2 Maggio 1972. Fino ad allora, impigliati come eravamo una situazione di semilegalità, essa era vista più nei suoi aspetti tattici e difensivi che nella sua portata strategica.”

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 4 Dicembre 1971

    Rapina alla Coin di Corso Vercelli a Milano, attribuita alle Brigate Rosse. (altro…)