Tag: Tonino Loris Paroli

Tonino Loris Paroli, nome di battaglia “Pippo” nasce il 17 Gennaio 1944 a Casina, venti chilometri da Reggio Emilia, dove vive fino a quindici anni con la zia di sua madre.

«All’anagrafe risulto figlio di n.n. Mia madre s’era scoperta incinta, poco dopo che mio padre era stato deportato in Germania. Come non bastasse, anche una sua amica aspettava un bambino dallo stesso uomo! Tornato dalla prigionia, mio padre chiese a mia madre di sposarlo, ma lei rifiutò, reazione che ebbe anche l’altra donna. Mia madre sposò invece un partigiano e da lui ebbe due figli. Dal matrimonio di mio padre con un’altra donna nacquero due bambine gemelle e un maschio. Ricapitolando, ho sei fratelli, ma io considero davvero tali quelli avuti da mia madre. Quando fui arrestato i fratelli nati da mia madre mi seguirono come familiari. Il figlio della donna rimasta incinta contemporaneamente a mia madre mi scriveva in carcere. Ci siamo sempre frequentati, avevamo fatto anche le elementari insieme».

La madre di Tonino non può tenerlo con sé, deve lavorare in campagan: chi può prendersi cura di quel bambino? Così, lo affida a una sua zia, che lo accoglie come il figlio che lei non ha mai potuto avere. Tonino cresce in un ambiente dai saldi valori cristiani e contadini. Una famiglia povera che però condivide tutto quello che ha con altri poveri e bisognosi.

Dopo le elementari va in corriera a Reggio Emilia all’Avviamento, la scuola di Avviamento Professionale; a quindici anni si ricongiunge con sua madre a Puianello (RE) dove inizia a lavorare come tornitore.

Nel 1960, dopo i morti di Reggio Emilia a Luglio, Tonino va in città a scrivere scritte antifasciste sui muri.

A formarlo politicamente è un collega operaio, Libero Biondi, ma è soltanto quando viene assunto alla Lombardini, la più grande fabbrica di Reggio Emilia che conosce appieno la condizione di sfruttato e della lotta.

Rimane a Reggio Emilia come “brigatista part time” fino al 1974, quando viene chiamato a Torino dalla colonna delle BR per sostituire un compagno arrestato. Lo va a prendere Mara Cagol nel Giugno 1974, lo porta direttamente a Cascina Spiotta, che era stata acquistata da Mara e Curcio.

Il suo nome di battaglia è Pippo, come il partigiano che sposò sua madre.

Partecipa al blitz che porta all’evasione di Renato Curcio dal carcere.

Viene arrestato a Torino il 30 Aprile 1975.

Ha scontato sedici anni di carcere.

  • 28 Aprile 1977

    A Torino le Brigate Rosse uccidono Fulvio Croce, presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati.

    Le BR tornano a uccidere: la vittima è un avvocato. Un avvocato particolare: si chiama Fulvio Croce e ha cominciato a morire quasi un anno prima, quando il 17 Maggio 1976 era iniziato a Torino il processo contro la «banda armata denominata Brigate Rosse».

    Tra gli imputati, alcuni nomi eccellenti dell’organizzazione, quali Pietro Bassi, Pietro Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Valerio De Ponti, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Tonino Paroli.

    Il rifiuto dei brigatisti imputati di accettare la difesa d’ufficio minacciando vendette aveva fatto rinviare il processo al 3 maggio 1977.

    Pochi giorni prima di quella data quindi, le BR colpiscono il presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino. Croce ha settantasei anni e vive sulle colline torinesi. Il suo ruolo gli impone di risolvere la più grossa grana che gli sia capitata in cinquant’anni di professione: quella di nominare i difensori d’ufficio per i cinquanta brigatisti (di cui una trentina in carcere e una ventina a piede libero) nel “processone” contro le BR. I militanti della stella a cinque punte l’hanno detto chiaramente: nessuno assuma la nostra difesa, pena la morte, perché la rivoluzione non si processa. «Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati», aveva detto in aula Maurizio Ferrari, «ci professiamo combattenti, e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo, viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Considereremo gli avvocati che accetteranno il mandato d’ufficio collaborazionisti e complici del tribunale di regime. Essi si assumeranno tutte le responsabilità che ciò comporta di fronte al movimento rivoluzionario».

    Nessun difensore quindi. Né di fiducia né d’ufficio. E senza difensori, niente processo. Chiaro. Inoltre, non si trovano giudici popolari. Chi riceve la comunicazione del Tribunale risponde con un certificato medico.

    Nel suo studio in via Perrone, Fulvio Croce deve risolvere la grana degli avvocati: i dieci difensori d’ufficio che ha nominato hanno rifiutato in massa. Così manda nuove nomine e al primo posto della nuova lista scrive il suo nome.

    Il 28 aprile, Croce esce con la sua FIAT 125 dalla sua abitazione in via Val Pattonera, raggiunge via Perrone, parcheggia come sempre dentro il cortile del palazzo, scende dall’auto e viene raggiunto dalle sue segretarie Gabriella e Tiziana, arrivate anch’esse in quel momento. Insieme si avviano verso le scale, quando dal cortile giungono tre persone: una si ferma sul portone d’ingresso, le altre due avanzano verso Croce. «Avvocato!». Il tempo di girarsi, e l’avvocato Croce riceve due pallottole. Gabriella si volta, sta per ridiscendere gli scalini che intanto ha salito: «Ferma o sparo», le intima una donna che le punta una pistola. Intanto Croce viene raggiunto da altri tre proiettili: alla fine se ne conteranno due alla testa e tre al torace. È tutto finito: le segretarie possono raggiungere il corpo dell’avvocato mentre il commando si dilegua.

    «Qui Brigate Rosse, siamo stati noi a sopprimere il servo del potere capitalista Fulvio Croce, segue comunicato».

    La telefonata arriva a «La Stampa» e all’ANSA, il processo alle BR salta e viene rinviato a data da destinarsi. I brigatisti in carcere firmano un documento che porta i nomi di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Tonino Paroli, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli:

    Il primo degli avvocati di regime che si era assunto questo compito infame, Fulvio Croce, è stato giustiziato. Ribadiamo ancora una volta che chiunque accetta coscientemente il ruolo di agente attivo della controrivoluzione imperialista deve essere anche disposto ad assumersi sin da ora le sue responsabilità.

    Fanno parte del commando che uccide l’avvocato Croce Angela Vai, Rocco Micaletto, Lorenzo Betassa e Raffaele Fiore.

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    Il cortile dell’agguato in Via Perrone
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    Testi

  • 25 Luglio 1975

    Bruno Caccia deposita la requisitoria per le attività delle Brigate Rosse.

    Bruno Caccia è il rappresentante della pubblica accusa.

    Nelle 332 pagine illustra le richieste di rinvio a giudizio per 32 imputati: Curcio, Franceschini, Ferrari, Buonavita, Bassi, Bertolazzi, Gallinari, Lazagna, Levati, Carnelutti, Micaletto, Galeotto, Leonetti, Sabatino, Muraca, Raffaele, Savino, Legoratto, Zaini, Carletti, Bolazzi, Peusch, Borgna, Caldi, Costa, Sartoretti, Rabozzi, De Ponti, Ognibene, Lintrani, Paroli, Morlacchi.

    Insieme alle certezze, il pubblico ministero esprime numerosi dubbi, considera la situazione «non matura» per altre 28 persone e, per costoro, richiede supplementi d’istruttoria. Gli interrogativi riguardano il gruppo del collettivo politico «La comune» di Lodi, tornato in evidenza, sottolineano glil inquirenti, con l’arresto di Maraschi, il gruppo redazionale di «Controinformazione»; stralciate anche le posizioni degli avvocati Di Giovanni e Stasi.

    «Dichiara non doversi procedere nei confronti di Cagol Margherita in Curcio perché i reati a lei ascritti sono estinti per la morte dell’imputata».

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  • 3 Maggio 1975

    Arialdo Lintrami e Tonino Paroli vengono arrestati a Torino.

    Il 2 Maggio i carabinieri continuano a controllare gli acquirenti-ombra di case, box e rustici e trovano un appartamento di due stanze e servizi al quarto piano di Via Pianezza 90, nel quartiere popolare di Madonna di Campagna. Il proprietario è indicato come Romano Chiesi, ma il nome all’anagrafe non risulta.

    Il 3 Maggio un cospicuo gruppo di agenti guidati dal dott. Criscuolo si avvicina allo stabile. Due agenti salgono le scale, si presentano alla porta di Romano Chiesi e bussano. Di fronte al battente ci sono il maresciallo Rosario Berardi e il brigadiere Fernando D’Aiuto. «Chi è?» domanda dall’interno una voce assonnata. «Dobbiamo controllare i contatori della luce». L’altro borbotta qualcosa, poi apre. La canna di una pistola all’altezza del viso è la prima cosa che intravede nell’incerta luce. Anche il suo compagno, che sta arrivando nell’ingresso, è colto di sorpresa. Inevitabile la resa. «Ci consideriamo prigionieri di guerra», dichiarano. E aggiungono: «Siamo delle Brigate Rosse». I soldati catturati sono Arialdo Lintrami, 28 anni, di Milano, studente, sposato con due figli; Tonino Paroli, 31 anni, meccanico, originario di Cascina nell’Emilia, abitante a Reggio. Personaggi nuovi o quasi, dicono gli inquirenti. Il nome di Lintrami appare nella requisitoria di Viola sulle attività delle Brigate Rosse nell’«elenco delle persone perquisite e non imputate»; su Paroli i sospetti della polizia risalivano ad alcuni mesi prima.

    Nell’appartamento arredato con tre brande, un tavolo di formica marrone e uno scaffale di faesite, vengono ritrovati libri sulla guerriglia in Cile, su Mussolini, su Hegel; cinque pistole calibro 22 e 7,65; un mitra MAS, anno di fabbricazione 1938; tramila colpi di vario calibro; uno schedario con 5 mila nomi; nell’elenco dirigenti di PS, il capitano dei carabinieri Gustavo Pignero, magistrati, industriali; volantini con la stella asimmetrica; numerose copie di un documento ad uso interno sulle norme di sicurezza, ciclostilati sulle imprese delle bierre soprattutto a Torino; foto inedite di Amerio nei giorni della prigionia e di Bruno Labate; appunti sul sequestro Sossi; una radio ricevente sintonizzata sulla lunghezza d’onda dell’ufficio politico della questura; un registratore; un milione e mezzo in contanti; due macchine per scrivere. Sotto casa è parcheggiata una 126 con targa falsa.

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  • 30 Aprile 1975

    30 Aprile 1975

    A Torino viene arrestato Tonino Loris Paroli.

    Poco dopo l’alba, gli uomini dell’Ispettorato antiterrorismo e della polizia politica bussarono alla porta di un appartamento al quarto piano di via Pianezza 90, vicino al carcere delle Vallette. Dall’interno una voce chiese chi fosse, e quelli risposero che erano i tecnici della luce. “È da un po’, in effetti, che non arrivano le bollette”, pensò l’inquilino ancora assonnato. Aprì, e si ritrovò una pistola puntata alla tempia.
    «Non ti muovere o sparo. Dove sono le bombe?» domandò il poliziotto che gli era saltato addosso.
    «Non ci sono bombe e io non mi muovo, ma tu stai calmo sennò ti parte un colpo» ribatté l’uomo, più impaurito che deciso a resistere.

    Tonino Loris Paroli, aveva trentuno anni e veniva da Reggio Emilia. Abitava lì da qualche mese insieme ad Arialdo Lintrami, un milanese di ventotto anni, anche lui bloccato a terra sotto il tiro delle armi.

    Dalla perquisizione saltarono fuori molti libri di storia, filosofia e teoria politica, diverse cassette musicali soprattutto con le canzoni di Fabrizio De André, cinque pistole calibro 22 e 7,65, un mitra Mas del 1938 e tremila proiettili di vario calibro, uno schedario con migliaia di nomi tra i quali quelli di poliziotti, carabinieri, magistrati e dirigenti industriali, volantini, opuscoli e una radio ricevente sintonizzata sul canale della polizia, un milione e mezzo di lire in contanti e due macchine da scrivere.

    Gli arrestati furono portati via con le manette ai polsi e davanti ai fotografi Paroli alzò il pugno chiuso. Poco prima aveva detto ai poliziotti:

    «Mi dichiaro prigioniero politico, sono un militante delle Brigate rosse».

    Tonino Loris Paroli viene arrestato per una perdita d’acqua. Sembra una costante questa dei problemi idraulici nella storia delle Brigate Rosse: la base di Via Gradoli a Roma sarà scoperta per una perdita d’acqua. Tonino, il suo problema di rubinetteria lo spiega così:

    Mi arrestarono di mattina. Una donna del piano di sotto lamentava da qualche giorno un’infiltrazione d’acqua originata dal mio appartamento e io avevo chiamato immediatamente l’idraulico, così, quando avevano suonato il campanello ero convinto che fosse lui, ma nell’aprire la porta mi sono trovato davanti i poliziotti dell’antiterrorismo. Uno mi ha puntato la pistola in faccia. Ho alzato subito le mani e gli ho detto: «Guarda che io non faccio resistenza, abbassa per favore quell’arma e stai calmo». Era un pischello, un giovane senza esperienza. Un altro urlava come un ossesso «dove sono le bombe? Dove sono le bombe?». Io, mantenendo sempre la calma, risposi che se cercavano le bombe, lì non ne avrebbero trovate. Mi portarono in questura, dove rimasi per tre giorni prima di essere trasferito nel terzo braccio delle Nuove di Torino, dove incontrai Ermanno Gallo di “Controinformazione”, arrestato da poco. Fui interrogato dal giudice Caselli solo diversi giorni dopo. Caselli si dimostrò un democratico e spiegò a uno come me che non era mai stato arrestato come funzionassero certe cose. Per prima cosa mi avvertì che potevo rispondere o meno alle sue domande, perché era un mio diritto. Durante l’interrogatorio mi informò sui diritti che avevo. La mia vita da carcerato inizia quel giorno di Maggio, con Caselli che mi interroga. Finisce la mia attività di brigatista fuori dal carcere e inizia quella dentro, con De André a farmi da colonna sonora con un verso illuminante: «Adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali, tranne qual’è il crimine giusto per non passare da criminali».

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  • 18 Febbraio 1975

    Renato Curcio viene fatto evadere dal carcere di Casale Monferrato.

    Nel pomeriggio un commando di cinque brigatisti, armati di mitra e guidati da Mara Cagol, fa irruzione e libera Curcio con estrema facilità, senza dover sparare una sola pallottola. Alla preparazione del piano ha partecipato il brigatista-informatore “Rocco” (Francesco Marra), e del commando che libera Curcio fa parte anche Moretti.

    La giornata nel carcere di Casale scorre tranquilla fino a pochi minuti dopo le 16, quando due auto, una Fiat 124 gialla e una 128 blu, arrivano nei pressi del carcere. Scendono un uomo e una donna dai capelli biondi che suona al portone del penitenziario. Una guardia apre lo spioncino, la ragazza sorride.
    «Devo consegnare un pacco a un detenuto» dice.
    È giorno di visite e tutto sembra normale, la guardia richiude lo spioncino e apre il portone, ma non fa in tempo ad allungare le mani per prendere il pacco che la canna di un mitra gli si pianta contro il petto:
    «Non ti muovere o sparo».
    Alle spalle della ragazza spuntano alcune persone vestite con le tute blu da operai, che si precipitano all’interno del carcere e tagliano i fili del telefono. Sempre sotto la minaccia del mitra, la donna costringe l’agente che le aveva aperto a chiamare il maresciallo che comanda le guardie. Il maresciallo sopraggiunge dall’interno del carcere, mentre al piano superiore Curcio vede arrivare di corsa un detenuto che lancia l’allarme:
    «Giù nella rotonda ci sono degli uomini armati».
    La sua cella è ancora aperta perché la conta non è terminata, e il capo brigatista capisce che l’ora tanto attesa è arrivata. Davanti alle guardie impietrite e impreparate comincia a correre lungo il corridoio e giù per le scale, finché si trova davanti a un cancello chiuso.

    Attraverso le sbarre vede sua moglie Mara camuffata con una parrucca bionda e i compagni travestiti da operai. Uno si avvicina e gli passa una pistola. Mara, col mitra spianato, ordina a una delle guardie di aprire il cancello, l’uomo ci mette un po’ a individuare la chiave giusta e quando la trova fa fatica a infilarla nella toppa. Alla fine ci riesce, le sbarre si aprono e Curcio si precipita fuori.

    Prima di andarsene i brigatisti chiudono il maresciallo e le altre guardie nell’ufficio matricola. Un detenuto comune che stava pulendo il corridoio chiede di poter uscire anche lui, ma gli uomini del commando gli intimano di non muoversi. Il pacco portato da Mara rimane sul pavimento della rotonda. Più tardi arriveranno gli artificieri nel timore che contenga una bomba, ma quando l’apriranno scopriranno che ci sono solo cartacce.

    Sul piazzale del carcere Curcio trova tre macchine e altri compagni ad attenderlo. Sale a bordo della prima, che parte a razzo seguita dalle altre due. Il capo delle Brigate rosse, prigioniero da cinque mesi, è stato liberato con un’azione durata meno di cinque minuti che non ha richiesto un solo sparo.

    Tonino Loris Paroli, nome di battaglia “Pippo” è a bordo di una delle auto usate nella fuga, poi abbandonate. Quando vede il suo amico Renato al cambio macchina organizzato al di là del passaggio a livello, tensione e paura finalmente si sciolgono. Ma non c’è nemmeno il tempo per un abbraccio, bisogna correre per allontanarsi il più possibile.

    Giungono alla cascina Spiotta che ormai si sta facendo buio. A Curcio vengono tinti i capelli, poi il viaggio ricomincia alla volta della Liguria, fino a una casa sul mare ad Alassio, dove Renato si ricongiunge a Mara. «Allora, finalmente, potei dare libero sfogo alla mia gioia, e anche alla commozione», racconterà.

    Al di là dell’aspetto romantico di una moglie che guida l’assalto a un carcere per liberare il marito, l’evasione di Curcio è un successo delle Br che riempie di entusiasmo e soddisfazione anche un militante posato e razionale come Pippo, che festeggia a modo suo: in silenzio, riflettendo su un’azione andata a buon fine e su come si può continuare la lotta armata contro lo Stato borghese, anche dopo il «tradimento» di Frate Mitra, la scoperta di alcune «basi» e gli arresti di diversi compagni, proseguiti fino alla vigilia della liberazione di Renato.

    Articolo da ‘La Stampa’ del 19 Febbraio 1975

    Il capo presunto delle «Brigate rosse», Renato Curcio, è fuggito questo pomeriggio dal carcere di Casale Monferrato dove era detenuto da circa tre mesi. Un «nucleo armato delle Brigate rosse» ha dato l’assalto al vecchio stabile di via Leardi, angolo viale Piave: lo componevano tre uomini e una donna, forse la moglie di Curcio, Margherita Cagol. Mitra spianato, i brigatisti sono penetrati nell’interno, il «capo» era in un corridoio, come in attesa. «Renato, vieni qua», ha detto la giovane; «Eccomi», ha risposto Curcio. Poi se ne sono andati. L’azione è stata rapida, efficace, studiata in ogni dettaglio. Per oltre due anni Renato Curcio era stato l’inafferrabile guerrigliero braccato in tutta Italia. Protagonista, secondo gli inquirenti, delle azioni più clamorose dell’organizzazione clandestina. Sulle sue spalle erano via via caduti ordini e mandati di cattura per rapine in provincia di Reggio Emilia, poi per i sequestri Amerio e Sossi. Le lontane origini politiche di Curcio sono «nere», ma da anni in lui si era registrato un cambiamento radicale che, secondo i brigatisti, è schietto. Curcio aveva scelto la clandestinità dopo il fastoso matrimonio in una abbazia in provincia di Trento, ultima concessione all’«educazione borghese». Durante la lunga detenzione di Mario Sossi, i carabinieri raccolsero la sfida alle istituzioni lanciata dalle «Brigate rosse»: «Colpire il cuore dello Stato». Attorno ai brigatisti cominciò ad essere tessuta una fitta tela di ragno, per la prima volta un «agente provocatore», fra’ Silvano Girotto, ex guerrigliero in America Latina, si inserì nel gruppo. Ebbe tre contatti con Curcio che definì il «grassottello» e al termine dell’ultimo incontro, la mattina di domenica 8 settembre, nella tela del ragno finirono il capo presunto delle «Brigate» con il suo compagno e braccio destro, Alberto Franceschini. Le «Br» reagirono all’arresto con uno stizzoso comunicato nel quale denunciavano l’azione di Silvano Girotto: «I compagni Renato Curcio e Alberto Franceschini sono caduti nelle mani del Sid», dissero nel loro volantino. Per Franceschini venne scelto il carcere di Cuneo, dal quale sembra abbia tentato di fuggire circa due mesi orsono. Curcio finì a Novara, dove fu sottoposto ai primi interrogatori dal giudice istruttore Giancarlo Caselli che conduce l’inchiesta sulle imprese dei brigatisti, dal sequestro Labate in poi. «Non rispondo alle vostre domande; non riconosco la vostra autorità. Mi considero un prigioniero politico », ha ribattuto Curcio alle domande del magistrato. Poi il trasferimento al carcere di via Leardi, a Casale, sembra per ragioni di sicurezza. L’«Antiterrorismo», sembra, ha avvertito, giorni orsono, la magistratura di un piano in atto per far fuggire dal carcere Curcio e Paolo Maurizio Ferrari, detenuto a Genova. La magistratura aveva ordinato per Curcio sorveglianza a vista. La piccola prigione, comunque, sembrava offrire maggiori garanzie di sicurezza che non il moderno carcere di Novara: non ci sono mai molti detenuti, non è considerato difficile tenerli d’occhio anche se si tratta di un «carcere aperto», cioè i reclusi hanno la possibilità di muoversi all’interno in assoluta libertà. Oggi nello stabilimento c’erano 45 detenuti e prestavano servizio 17 delle 19 guardie di custodia. Ore 16,13: due auto, una «124» giallina e un’altra blu, forse una «128» o una vettura straniera, si fermano nei pressi del carcere. Scendono una donna sui trent’anni, carina, bionda, volto affilato, statura media, e un uomo, volto anonimo, baffi folti. La giovane suona. La feritoia viene aperta e al piantone, Pompeo Carelli, mostra un fagotto. È giorno di visita, tutto sembra normale. «Devo consegnare questo pacco ad un detenuto. Mi apra». Sorride, è tranquilla. La guardia chiude lo spioncino, apre il portone. Però nel momento in cui la feritoia viene sbarrata, la donna estrae da sotto il cappotto un mitra dal calcio mozzo. La guardia si trova la canna dell’arma puntata allo stomaco: «Stai buono o sei un uomo morto». Nello stesso istante alle sue spalle arrivano tre uomini. Due indossano tute blu e portano una scala «all’italiana» di alluminio. Montano i due elementi della scala, poi li appoggiano al muro di cinta, all’interno a sinistra del portone; salgono, e ad un’altezza di circa tre metri tranciano i fili del telefono. Intanto la giovane e il compagno costringono l’agente a chiamare il maresciallo Barbato, che si trova oltre il secondo cancello, proprio nel cuore del carcere. Si muovono nervosamente, ma appaiono decisi, attenti. Al sottufficiale intimano di aprire e per persuaderlo battono la canna del mitra contro la schiena dell’ostaggio. Aperta la strada, si trovano direttamente nel corridoio lungo il quale si affacciano alcune celle del pianterreno. «Non muovetevi o facciamo una strage», minacciano facendo mettere faccia al muro il piantone, il maresciallo, gli appuntati Baricelli e Rossi. «Dov’è Renato?» grida la donna. Le risponde Curcio, tranquillo. Un ultimo dialogo: «Sei il dottore?» chiedono i brigatisti rivolti al maresciallo. «No, sono il comandante». «Bene, state buoni e non muovetevi». Se ne vanno, il pacco rimane nel carcere, si attende l’artificiere per aprirlo, e si scoprirà che conteneva della cartaccia. Scatta l’allarme. Ricerche tempestive e inutili. Posti di blocco vengono istituiti, una cintura di uomini armati è stesa intorno alla città. Una 124 rubata ad Alessandria viene trovata, poco dopo, alla periferia, in Via Buozzi. Potrebbe essere una delle auto usate dal nucleo armato. Al carcere accorrono il questore di Alessandria, dottor De Stasio, il comandante del gruppo carabinieri, colonnello Musti, il capo del nucleo antiterrorismo per il Piemonte, dottor Criscuolo, il capitano Seno del nucleo speciale dei carabinieri. Il telefono squilla alle 16:50 nella stanza numero 11, al quarto piano dell’ufficio istruzione di Torino. Al dott. Caselli un ufficiale dei carabinieri del nucleo speciale comunica: «È fuggito Curcio, c’è stato un assalto al carcere di Casale Monferrato». Il magistrato accoglie con calma la notizia. Dice soltanto: «Abbiamo lavorato tanto, dovremo ricominciare».

    La clamorosa evasione del capo delle BR scatena una tempesta politica. Le polemiche, roventi, investono il governo Moro, il Viminale, il ministero della Giustizia, la magistratura di Torino, la Questura di Alessandria.

    Il procuratore generale di Torino Carlo Reviglio della Veneria ammette che la Procura aveva ricevuto segnalazioni sulla possibile evasione di Curcio, ma afferma che erano «generiche», e precisa: «D’altra parte è la prima volta che viene fatta un’azione del genere, dall’esterno».

    Il giornalista Giorgio Bocca non crede a quella che definisce «favola delle Brigate rosse», e scrive:

    «La storia vera di queste BR non la sapremo mai, come tante altre storie di questa nostra mediocre stagione politica; non sapremo in che parte fanno da loro e in che parte vengono strumentalizzate, quanti vi sono entrati e vi rimangono in buona fede, e quanti vi sono stati infiltrati o corrotti… Questa storia è penosa al punto da dimostrare il falso, il marcio che ci sta dietro: perché nessun militante di sinistra si comporterebbe, per libera scelta, in modo da rovesciare tanto ridicolo sulla sinistra».

    L’evasione di Curcio è una nuova conferma che gli apparati dello Stato, pur disponendo di infiltrati e informatori all’interno delle BR, non hanno l’univoca volontà di combattere l’eversione terroristica: c’è chi opera per tenere viva l’insidia brigatista, e c’è chi è attivo per spingere le BR verso il militarismo sanguinario. Infatti, benché abbia riacquistato la libertà, Curcio è il latitante più ricercato d’Italia, e in quanto tale è un leader precario e dimezzato; degli altri due “politici” del vertice brigatista, Alberto Franceschini è in carcere, mentre la latitante Mara Cagol ha le settimane contate.

    Quanto a Moretti, è impegnato a Genova nell’organizzare la colonna genovese delle BR che presto insanguinerà il capoluogo ligure.

    Testo integrale del comunicato delle BR sulla liberazione di Renato Curcio

    “Il 18 Febbraio un nucleo armato delle BR ha assaltato e occupato il carcere di Casale Monferrato liberando il compagno Renato Curcio. Questa operazione si inquadra nella guerra di resistenza al fascio di forze della controrivoluzione che oggi nel nostro paese sta attuando un vero e proprio “golpe bianco” seguendo le istruzioni dei superpadroni imperialisti Ford e Kissinger. Queste forze usando il paravento dell’antifascismo democratico tentano di far credere che il grosso pericolo al quale si va incontro sia la ricaduta nel fascismo tradizionale. Per questa via esse ricattano le sinistre mentre attuano il vero fascismo imperialista. Siamo giunti cioè al punto in cui la drammatica crisi di egemonia della borghesia sul proletariato sfocia nell’uso terroristico dell’intero apparato di coercizione dello stato.

    La campagna costruita ad arte e scatenata negli ultimi mesi in principal modo dalla DC sull’ordine pubblico lo dimostra. Le caratteristiche fondamentali di questo attacco controrivoluzionario sono due:

    1. la volontà di ridurre ad una funzione neocorporativa il movimento sindacale e la sinistra;
    2. la pratica di annientamento per via militare di ogni focolaio di resistenza.

    La crisi di regime non evolve dunque verso la catastrofica dissoluzione delle istituzioni,ma al contrario gli elementi di dissoluzione sono gli anticorpi di una ristrutturazione efficentistica e militare dell’intero apparato statale. Il terreno di resistenza alla controrivoluzione si pone così come terreno principale per lo sviluppo della lotta operaia.

    Il movimento operaio ha infatti di fronte a sé il problema di trasformare l’egemonia politica che già oggi esercita in tutti i campi,in un’effettiva pratica di potere e cioè deve porre all’ordine del giorno la necessità della rottura storica con la DC e della sconfitta della strategia del compromesso storico. Deve porre un primo piano la questione del potere,della dittatura del proletariato.

    Compito dell’avanguardia rivoluzionaria oggi e quello di combattere a partire dalle fabbriche,il golpismo bianco in tutte le sue manifestazioni,battere nello stesso tempo la repressione armata dello stato e il neocorporativismo dell’accordo sindacale.

    La liberazione dei detenuti politici fa parte di questo programma. Liberiamo e organizziamo tutte le forze rivoluzionarie per la resistenza al golpe bianco.

    Lotta armata per il comunismo
    Brigate Rosse

  • 17 Febbraio 1975

    Mara Cagol e Tonino Loris Paroli fanno gli ultimi sopralluoghi per l’evasione di Renato Curcio.

    I preparativi riguardano soprattutto il controllo degli orari di apertura e chiusura di un passaggio a livello che si dovrà attraversare durante la fuga. Sono rimasti in macchina per un’ora, parcheggiati lungo un viottolo di campagna, senza parlare, in sottofondo le canzoni di Bob Dylan suonate da un registratore portatile, mentre i pensieri di Pippo scorrazzavano dai compagni in galera alla famiglia abbandonata, fino alla paura di non rivedere più nessuno.

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