Tag: Valerio Morucci

Studente-playboy fanatico di armi, capo della struttura paramilitare di Potere operaio.

Franceschini ne parlerà scrivendo:

«Stavamo riorganizzando le Br dopo la prima ondata di arresti e Valerio ci aveva fatto sapere più volte che voleva parlarci. Era il capo del servizio militare di Potere operaio e lo conoscevamo di nome, anche perché era considerato un esperto di armi… [Lo incontrammo io e Moretti a Milano, in viale Sarca]. Arrivò in Mini-minor, una giacca blu con bottoni d’oro, camicia di seta, cravatta, occhiali Ray-ban: sembrava un fascistello sanbabilino. Parlò soprattutto lui, e di armi: voleva farci sapere che le conosceva bene, che uno come lui sarebbe stato indispensabile per la nostra organizzazione… Ci chiese di entrare nelle BR, [ma nessuno di noi] fu d’accordo nell’accogliere Valerio. La nostra diffidenza per quelli di Potere operaio era congenita, li consideravamo dei mezzi
aristocratici che volevano giocare alla rivoluzione. Mi fu sufficiente raccontare ai compagni come si era presentato vestito all’appuntamento con noi perché la richiesta di Valerio venisse respinta. Si decise soltanto di continuare a tenere con lui il rapporto che già avevamo, esclusivamente logistico, e di cui venne incaricato Moretti, l’unico che aveva cercato di difendere, seppur timidamente, la sua causa»

La passione per le armi (e quella per le donne) accomunano l’austero Moretti e il playboy Morucci, che si incontrano a più riprese. In un’occasione si danno  appuntamento nell’area di servizio Cantagallo
(Bologna) dell’Autostrada del sole; altri incontri fra i due avvengono nel nord Italia, per le forniture di armi.

Morucci entrerà nelle BR nell’estate del 1976, ammessovi da Moretti ormai padrone dell’organizzazione.

Del capo brigatista, Morucci scriverà:

«Ogni tanto, tra il serio e il faceto, gli scappava di dire che era “il capo” e che lasciava impronte dappertutto perché i giornali, all’epoca, non lo nominavano mai, e temeva che la polizia volesse giocarselo come spia»;

e della propria militanza brigatista:

«Alcuni – come Moretti -interpretavano il riposo del guerriero come avere una donna in ogni città, e anche più d’una, all’occorrenza. Mi assoggettai anch’io alla sicurezza
e ai vantaggi delle regole»

  • 29 Maggio 1979

    Adriana Faranda e Valerio Morucci vengono arrestati a Roma.

    I due erano usciti dalle Brigate Rosse già dall’Aprile del 1979. Erano coinquilini di Giuliana Conforto, del tutto ignara della loro identità.

    Alle 23:00 suonano il campanello dell’appartamento. Adriana e Valerio erano in una stanza, Giuliana nell’altra. Fortunatamente le due figlie di Giuliana non c’erano. Adriana cerca di bloccare la padrona di casa, ma non fa in tempo. Dall’uscio appena dischiuso sbuca un mitra. Adriana Faranda finge di non sapere che cosa stia succedendo, dà le generalità false, ma un poliziotto le da due ceffoni che la fanno cadere a terra. Valerio cerca di difenderla, ma lo bloccano.

    I due vengono portati alla Questura centrale e messi in isolamento. Solo la mattina dopo verranno trasferiti in carcere.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 9 Maggio 1978

    Aldo Moro viene ucciso, e il suo cadavere viene fatto ritrovare nel baule di una Renault 4 rossa in Via Caetani, a Roma.

    Intorno alle sei e mezzo sette del mattino, ad Aldo Moro vengono riconsegnati i vestiti, spruzzati di acqua e della sabbia di Ostia per depistare le indagini. Non gli viene detto che va a morire. Aldo Moro va a salutare tutti i suoi carcerieri, anche quelli che non ha mai visto. Viene bendato, chiuso in una gerla di vimini e condotto nel garage, dov’è parcheggiata la Renault rossa.

    Anna Laura Braghetti ricorda:

    «Era molto presto, forse le sei e mezzo, le sette. Casualmente quella mattina, proprio in quel momento uscì una signora della casa. Io ero fuori dal box e, poichè la serranda non era completamente chiusa, lei vide la parte posteriore della Renault. Nel garage c’era già Aldo Moro e anche chi lo avrebbe ucciso… La signora si allontanò quasi subito… Insegnava fuori Roma… I colpi furono sparati con il silenziatore, e di lì a breve la macchina uscì da Via Montalcini».

    «Ricordo che avevo il cuore in gola. Nel box della donna c’erano due macchine… Per prendere la sua ne doveva spostare una e andava molto di fretta. Da dove si trovava, la signora poteva vedere benissimo il fascione della Renault, un particolare inconfondibile… Mi prese il panico, non sapevo cosa fare: infine, mi offrii di aiutarla. Lei mi rispose gentilmente che non era necessario, che doveva far presto. Fece molto rumore. Io ero agitatissima. Dentro al box con Moro c’erano già Moretti e il “quarto uomo”… Prospero Gallinari era rimasto a casa».

    A sparare a Moro è stato Mario Moretti.

    «Non avrei permesso che lo facesse un altro. Era una prova terribile, uno si porta addosso la cicatrice per tutta la vita… Eravamo nel box dell’auto di Lauretta. Con Moro. Era buio. Controlliamo che dalle scale non stia scendendo nessuno. Il colpi sono di due armi, tutti con il silenziatore…»

    Valerio Morucci incontra Bruno Seghetti intorno alle sette del mattino. Poco dopo, a bordo di una Simca verde, i due brigatisti si affiancano alla Renault 4 rossa che sta trasportando il cadavere di Aldo Moro. Il luogo prescelto per il contatto è l’isola Tiberina. Da lì le due auto procedono insieme fino a Via Caetani, con la Simca in testa a fare da battistrada, una strada attigua a via delle Botteghe Oscure e a pochi passi da Piazza del Gesù. La Renault rossa viene parcheggiata al posto di un’altra auto che stava tenendo il posto, e che se ne va al momento opportuno.

    La scelta cade su Morucci all’ultimo momento, prima era stata presa in considerazione Adriana Faranda.

    Sulla Renault 4 viaggiano Mario Moretti e Germano Maccari, sulla Simca oltre a Valerio Morucci viaggia Bruno Seghetti.

    Alle 11 Valerio Morucci e Adriana Faranda si incontrano alla Piramide davanti alla stazione della metropolitana. Durante tutta l’operazione Adriana resta in ascolto alle radio della polizia. Solo quando passa abbastanza tempo senza che si sappia nulla si reca al luogo dell’incontro.

    Poi si recano insieme alla Stazione Termini, un luogo pieno di gente, per chiamare il professor Tritto, per annunciargli dove era stato lasciato il cadavere di Moro.

    Ci arrivano poco dopo mezzogiorno. Era sempre Valerio a telefonare per conto delle Brigate Rosse.

    Trascrizione della telefonata di Valerio Morucci al professor Tritto

    «È il professor Tritto?»
    «Chi parla?»
    «Il dottor Nicolai.»
    «Chi, Nicolai?»
    «È lei il professor Franco Tritto?»
    «Sì, ma voglio sapere chi parla.»
    «Brigate rosse, ha capito.»
    «Sì.»
    «Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’onorevole Aldo Moro. Mi sente?»
    «Che devo fare? Se può ripetere…»
    «Non posso ripetere. Guardi. Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Moro in Via Caetani. Via Caetani. Lì c’è una Renault 4 rossa. I primi numeri di targa sono N5…»
    «Devo telefonare?»
    «No, dovrebbe andare personalmente.»
    «Non posso…»
    «Non può? Dovrebbe per forza.»
    «Per cortesia, no, mi dispiace…»
    «Se lei telefona, verrebbe meno all’adempimento delle richieste che ci aveva fatto espressamente il presidente.»
    «Parli con mio padre, la prego.»
    «Va bene.»
    «Pronto…»
    «Guardi, lei dovrebbe andare dalla famiglia dell’onorevole Moro, oppure mandare suo figlio, comunque telefonare. Basta che lo sappiano. Il messaggio ce l’ha già suo figlio.»
    «Non posso andare io?»
    «Certamente, purché lo faccia con urgenza, perché la volontà, l’ultima volontà dell’onorevole è questa, cioè di comunicare alla famiglia, perché la famiglia doveva riavere il suo corpo… Va bene? Arrivederci.»
    «Va bene».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun video presente
  • 8 Maggio 1978

    Vengono organizzati gli ultimi dettagli per l’omicidio di Aldo Moro.
    Fanfani si impegna con Craxi a intervenire all’indomani, durante la direzione DC, s favore della trattativa.

    Si incontrano in “Ufficio”, l’appartamento di Via Cabrera, alle spalle della basilica di San Paolo, Mario Moretti, Barbara Balzerani e Bruno Seghetti.

    L’incarico di guidare la Simca verde da affiancare alla Renault 4 rossa che trasporta il cadavere di Moro viene in un primo momento affidato ad Adriana Faranda. Poi la scelta ricade su Valerio Morucci.

    Il cambio di scelta è causato dalla forte avversione all’incarico di Adriana Faranda: insieme a Valerio Morucci era la parte minoritaria che sosteneva con fermezza la non uccisione di Moro. Impartire quell’incarico ad Adriana Faranda le sembrava una scelta gratuita e perfida, oltre che molto violenta.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 7 Maggio 1978

    Adriana Faranda e Valerio Morucci cercano di posticipare di qualche giorno la sentenza di morte di Aldo Moro, dopo essersi incontrati con Lanfranco Pace di Potere Operaio.

    Adriana Faranda e Valerio Morucci si incontrano con Lanfranco Pace in un bar di Piazza Cola di Rienzo, un locale spazioso e tranquillo che le BR avevano usato spesso in passato per i loro appuntamenti.

    «Potrebbe essere un segnale importante», aveva fatto notare Pace: per il 9 Maggio 1978 era stato messo in programma un intervento di Fanfani. Le parole di un uomo così rappresentativo avrebbero potuto attenuare l’opposizione della DC all’ipotesi dello scambio preteso dalle BR per la liberazione di Moro. Se non nella sostanza almeno nella forma. Ma era soltanto una speranza, troppo poco perché Moretti potesse convocare di nuovo l’Esecutivo e congelare la decisione già presa.

    I due brigatisti informano Mario Moretti che durante la direzione DC fissata per la mattina del 9 Maggio, sarebbe finalmente intervenuto Fanfani. I due avevano insistito che un piccolo passo era stato compiuto: era stata annunciata la convocazione del Consiglio Nazionale, proprio come Moro aveva inutilmente chiesto tante volte nelle sue lettere. Dunque, perché non aspettare ancora… Almeno qualche giorno?

    Moretti reagisce con durezza. La DC non avrebbe ceduto di un millimetro, quell’ennesimo stratagemma si sarebbe rivelato soltanto un’ulteriore presa in giro e le parole di Fanfani sarebbero state acqua fresca. Quindi. aveva concluso il capo delle Brigate Rosse confermando la condanna a morte dell’ostaggio, non ci sarebbe stato più alcun rinvio.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 30 Aprile 1978

    Mario Moretti telefona a Eleonora Moro per cercare di dare una svolta alle trattative per la liberazione di Aldo Moro.

    Anche la DC opta per la “Linea Dura”. Nei giorni successivi, la medesima fermezza verrà adottata dalle segreterie dei cinque partiti della maggioranza di governo.

    La chiamata di Mario Moretti avviene alle 16:30 da una cabina telefonica nei pressi della Stazione Termini, mentre Adriana Faranda, Valerio Morucci e Barbara Balzerani sono di copertura.

    Una mossa arrischiata (dato che il telefono di casa Moro è ovviamente tenuto sotto controllo dalla polizia) e altrimenti incomprensibile. Moretti dice alla figlia di Moro, che risponde al telefono:

    «Io sono uno di quelli che hanno a che fare con suo padre… Le devo fare un’ultima comunicazione, questa telefonata è per puro scrupolo. Siete stati un po’ ingannati e state ragionando sull’equivoco. Finora avete fatto soltanto cose che non servono assolutamente a niente. Ma crediamo che ormai i giochi siano fatti e abbiamo già preso una decisione. Nelle prossime ore non possiamo fare altro che eseguire ciò che abbiamo detto nel comunicato numero 8. Quindi chiediamo solo questo: che sia possibile l’intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore in questo senso. Se ciò non avviene, rendetevi conto che non potremmo fare altro che questo. Mi ha capito esattamente? Ecco, è possibile solo questo. L’abbiamo fatto semplicemente per scrupolo, nel senso che, sa, una condanna a morte non è una cosa che si possa prendere alla leggera. Noi siamo disposti a sopportare le responsabilità che ci competono, e vorremmo appunto, siccome sono stati zitti… non siete intervenuti direttamente, perché mal consigliati… Il problema è politico, e a questo punto deve intervenire la DC. Abbiamo insistito moltissimo su questo, è l’unica maniera in cui si può arrivare a una trattativa. Se questo non avviene… solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore, preciso di Zaccagnini può modificare la situazione. Noi abbiamo già preso una decisione, nelle prossime ore accadrà l’inevitabile. Non possiamo fare altrimenti. Non ho nient’altro da dirle».

    L’intrepido Moretti è fino alla fine il padrone assoluto del sequestro. I tre brigatisti della presunta “prigione” di via Montalcini continuano a svolgere diligentemente le loro mansioni: di copertura la Braghetti e Maccari, di guardiano del prigioniero Gallinari. I due brigatisti “postini”, la coppia Morucci e Faranda, continuano a ubbidire a Moretti recapitando i comunicati Br e le lettere di Moro che lui gli dà, e autorizzati da Moretti tengono contatti con i capi di Autonomia operaia Lanfranco Pace e Franco Piperno (i quali a loro volta sono in contatto con la segreteria del Psi per la pseudotrattativa “umanitaria”). Il Comitato esecutivo brigatista è più che mai un organismo-fantasma puramente formale che in sostanza ratifica l’operato di Moretti. Il capo brigatista è il crocevia del sequestro, il dominus dell’intera operazione: è lui che ha “interrogato” il prigioniero dopo avergli fornito le domande (scritte non si sa da chi), e che ha prelevato personalmente dalla prigione le risposte manoscritte di Moro; è lui che ha esaminato le circa 100 lettere scritte dal prigioniero, è lui che ha stabilito di recapitarne solo 30 censurando tutte le altre 9; è lui che tiene i contatti col Comitato esecutivo, è lui che dirige, dà gli ordini, fa e disfa – Moretti è il solo brigatista che sa tutto, e per il quale non vale la regola della compartimentazione.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 19 Aprile 1978

    A Roma le Brigate Rosse assaltano la caserma Talamo dei carabinieri.

    L’agguato prevedeva il lancio di tre bombe artigianali sul muro dei locali adibiti al parcheggio dei mezzi pesanti dei carabinieri. Contemporaneamente i brigatisti avrebbero colpito l’edificio a colpi di mitra.

    Ricorda Adriana Faranda:

    «Oltre a me, nel commando c’erano Valerio, Franco Piccioni, Varo Loiacono e Renato Arreni. Ci incontrammo in una piazzetta dell’incrocio tra la Via Olimpica e la Via Salaria. Uno snodo delicato, con una strada di defilamento non molto trafficata, ma parecchio pericolosa. Cominciò male: qualcuno arrivò in ritardo, qualcun’altro aveva dimenticato i guanti, un altro ancora non aveva indossi i baffi che avrebbe dovuto avere. Insomma la tensione si tagliava a fette. […] A Piccioni era stato affidato il compito di lanciare le tre bombe. Lo fece, ma una non esplose. Io avrei dovuto sparare sull’edificio subito dopo Valerio. Ma il suo via non arrivava. Mi girai verso di lui, interdetta. Compresi che il suo mitra non funzionava, poiché cercava di sbloccarlo sbattendone il calcio contro il muro. Allora decisi di anticiparlo e di aprire io il fuoco di copertura, finché anche lui non riuscì a sparare. […] Fuggimmo. In ordine sparso arrivammo alla macchina che ci aspettava, senza rispettare le posizioni previste. Infine riuscimmo comunque a montare su tutti. Avevamo progettato di coprirci la fuga spargendo sul terreno olio e chiodi a quattro punte per evitare che qualcuno ci potesse inseguire. L’incarico lo aveva Piccioni, ma se ne dimenticò. E pensò bene di rimediare quando eravamo già tutti a bordo. Lanciò i chiodi dal finestrino, proprio sotto le nostre ruote. E naturalmente… fummo noi i primi a bucare. Arreni, che era al volante, cominciò a sbraitare. Allora Piccioni, per riuscire a gettare la bottiglia d’olio e gli ultimi chiodi senza provocare ulteriori disastri, aprì lo sportello anteriore di destra, proprio mentre  a tutta velocità percorrevamo una curva, e gli cadde fuori la pistola. Arreni non si fermò e Piccioni perse la sua arma. La scampammo per puro miracolo. […] Il giorno successivo, non ci eravamo ancora ripresi da quella disfatta, leggiamo sui giornali che alla caserma Talamo dormiva spesso in tutta segretezza il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Grossi titoloni inneggiavano alla nostra potenza militare e ipotizzavano la presenza della solita “talpa” per spiegare come potevamo essere entrati in possesso della riservatissima informazione. Trasecoliamo, soprattutto ripensando a com’era andata nella realtà. Noi quella caserma l’avevamo scelta solo perché custodiva i mezzi pesanti dei carabinieri. E perché era considerata un simbolo rappresentativo delle forze dell’ordine. […] Ricordo perfettamente come andò: eravamo in Ufficio e avevamo già preparato il volantino con la rivendicazione. Ovviamente lo buttammo nel cestino e ne preparammo un altro. Aggiornato con le rivelazioni dei giornali. Non potevamo certo perdere l’occasione di valorizzare la nostra azione. Sebbene per caso, anche la nostra immagine – quanto a potere di informazione e di penetrazione – aveva guadagnato parecchio terreno».

  • Fine Dicembre 1975

    Mario Moretti prende in affitto a Roma l’appartamento di Via Gradoli 96. (altro…)