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  • 24 Aprile 1978

    Viene trovato verso mezzogiorno il Comunicato n°8 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.
    Vengono emessi i mandati di cattura dalla Procura di Roma per la strage di Via Fani. Manca il nome di Mario Moretti.

    Testo completo del Comunicato n°8 delle BR del Sequestro Moro

    La risposta della Democrazia Cristiana

    Alle nostre richieste del comunicato n. 7 la DC ha risposto con un comunicato di due frasi. Di questo comunicato si può dire tutto tranne che è “chiaro” e “definitivo”. Nella prima frase la DC afferma la sua “indefettibile fedeltà allo Stato, alle sue istituzioni, alle sue leggi”. Che di questo Stato della borghesia imperialista la DC è il pilastro fondamentale non è una novità; le leggi dello Stato imperialista la DC non solo le rispetta ma, scegliendosi di volta in volta i complici, le leggi le fa, le impone, e le applica sulla pelle del proletariato. Basta ricordare l’ultimo pacchetto di leggi speciali varate con un decreto del governo Andreotti con cui si sancisce il diritto delle varie polizie del regime di perquisire, arrestare, torturare, chiunque e dovunque, senza alcun limite alla propria ferocia. Per fare queste leggi la DC e il suo Governo hanno impiegato poco più di un quarto d’ora e i loro complici le hanno felicemente approvate. Quindi, la prima frase del comunicato della DC non dice con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta dello scambio di prigionieri politici. Da parte nostra riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: diano la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” dei campi di concentramento.
    Nessun equivoco è più possibile, ed ogni tentativo della DC e del suo Governo di eludere il problema con ambigui comunicati e sporche e dilatorie manovre, sarà interpretato come il segno della loro viltà e della loro scelta (questa volta chiara e definitiva) di non voler dare alla questione dei prigionieri politici l’unica soluzione possibile.
    Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà.

    Innanzi tutto nelle carceri, nei lager di regime sono rinchiusi a centinaia dei proletari comunisti l’avanguardia del movimento proletario che lotta e combatte per una società comunista. Tra questi ci sono dei condannati alla “morte lenta”: sono quei compagni che nel seno della lotta proletaria hanno imbracciato il fucile, hanno scelto di porsi alla testa del movimento rivoluzionario e di costruire l’organizzazione strategica per la vittoria della rivoluzione comunista e l’instaurazione del potere proletario.
    Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di TUTTI i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: SANTE NOTARNICOLA, MARIO ROSSI, GIUSEPPE BATTAGLIA, AUGUSTO VIEL, DOMENICO DELLI VENERI, PASQUALE ABATANGELO, GIORGIO PANIZZARI, MAURIZIO FERRARI, ALBERTO FRANCESCHINI, RENATO CURCIO, ROBERTO OGNIBENE, PAOLA BESUSCHIO e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportate in battaglia, CRISTOFORO PIANCONE.

    Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Mario Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti.
    A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite e solo una risposta immediata e positiva della DC e del suo Governo data senza equivoci, e concretamente attuata potrà consentire ii rilascio di Aldo Moro.
    SE COSI NON SARÀ, TRARREMMO IMMEDIATAMENTE LE DEBITE CONSEGUENZE ED ESEGUIREMO LA SENTENZA A CUI ALDO MORO È STATO CONDANNATO.

    La DC e il suo Governo nel tentativo di scaricare le proprie responsabilità incaricano (ma anche in questo caso non vogliono essere chiari) la Caritas Internationalis a prendere “contatti”.
    Noi allo stato attuale delle cose non abbiamo bisogno di alcun “mediatore”, di nessun intermediario. Se la DC e il suo governo designano la Caritas Internationalis come loro rappresentante e la autorizzano a trattare la questione dei prigionieri politici, lo facciano esplicitamente e pubblicamente.
    Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”.

    Gli appelli umanitari

    Alcune personalità del mondo borghese e alcune autorità religiose, ci hanno inviato con molto clamore appelli cosiddetti umanitari per il rilascio di Aldo Moro. Ne prendiamo atto ma non possiamo fare a meno di nutrire qualche sospetto; che cioè dietro il presunto spirito umanitario ci sia invece un concreto sostegno politico e propagandistico alla Democrazia Cristiana, e sia in realtà un “far quadrato” intorno alla cosca democristiana come sta avvenendo per tutte le componenti Nazionali ed Internazionali della borghesia imperialista e delle sue organizzazioni, da quelle americane e quelle europee.
    Ora queste insigni personalità hanno tredici nomi di altrettanti uomini condannati a morte, e per la liberazione dei quali hanno la possibilità di appellarsi alla DC e al suo governo in nome della stessa “umanità”, “dignità cristiana” o altri “supremi ideali” ai quali dicono di riferirsi, dimostrando così la loro proclamata imparzialità ed estraneità ad ogni calcolo politico.
    Sta ad essi ora dimostrare che il loro appello si pone veramente al di sopra delle parti e non è invece una turpe e subdola mistificazione, e che i nostri sospetti nei loro confronti sono soltanto dei pregiudizi.

    LIBERTA PER TUTTI I COMUNISTI IMPRIGIONATI!
    CREARE, ORGANIZZARE OVUNQUE IL POTERE PROLETARIO ARMATO!
    RIUNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE!

    Per il comunismo
    Brigate rosse

    I contenuti sono di nuovo contraddittori e stupefacenti. Infatti le BR ignorano il loro stesso ultimatum, rilevano che la DC non ha detto «con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta del lo scambio di prigionieri politici», e scrivono:

    «Riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico, e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: dia la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” nei campi di concentramento [le carceri speciali, ndr]… Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà… Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di tutti i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportare in battaglia, Cristoforo Piancone. Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti. A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite, e solo una risposta immediata e positiva della De e del suo Governo, data senza equivoci, e concretamente attuata, potrà consentire il rilascio di Aldo Moro. E se così non sarà, trarremo immediatamente le debite conseguenze e eseguiremo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato».

    Al comunicato n. 8 (nel quale è inclusa l’enigmatica frase: «Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”»), i brigatisti allegano una ultimativa lettera di Moro indirizzata al segretario democristiano Zaccagnini («Per una evidente incompatibilità», scrive il prigioniero, «chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito»), La richiesta di scarcerazione dei 13 detenuti “comunisti” (molti dei quali condannati con sentenza definitiva per gravi reati di sangue) è chiaramente pretestuosa e improponibile: l’accettazione, totale o parziale, costituirebbe un vero e proprio suicidio dello Stato di diritto. Infatti lo stesso Psi, motore politico della linea contraria alla fermezza, è costretto a definire la richiesta dei terroristi «inaccettabile».

    Lettera di Aldo Moro a Benigno Zaccagnini del 24 Aprile 1978

    «Caro Zaccagnini,

    ancora una volta, come qualche giorno fa, m’indirizzo a te con animo profondamente commosso per la crescente drammaticità della situazione. Siamo quasi all’ora zero: mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell’eccidio. Naturalmente mi rivolgo a te, ma intendo parlare individualmente a tutti i componenti della Direzione (più o meno allargata) cui spettano costituzionalmente le decisioni, e che decisioni!, del partito. Intendo rivolgermi ancora alla immensa folla dei militanti che per anni ed anni mi hanno ascoltato, mi hanno capito, mi hanno considerato l’accorto divinatore dell funzione avvenire della Democrazia Cristiana. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con la folla dei militanti. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con gli amici della Direzione del Partito o dei Gruppi parlamentari. Anche negli ultimi difficili mesi quante volte abbiamo parlato pacatamente tra noi, tra tutti noi, chiamandoci per nome, tutti investiti di una stessa indeclinabile responsabilità. Ora di questa vicenda, la più grande e più gravida di conseguenze che abbia investito da anni la Dc, non sappiamo nulla o quasi. Non conosciamo la posizione del Segretario né del Presidente del Consiglio; vaghe indiscrezioni dell’On. Bodrato con accenti di generico carattere umanitario. Nessuna notizia sul contenuto; sulle intelligenti sottigliezze di Granelli, sulle robuste argomentazioni di Misasi (quanto contavo su di esse), sulla precisa sintesi politica dei Presidenti dei Gruppi e specie dell’On. Piccoli. Mi sono detto: la situazione non è matura e ci converrà aspettare. È prudenza tradizionale della Dc. Ed ho atteso fiducioso come sempre, immaginando quello che Gui, Misasi, Granelli, Gava, Gonella (l’umanista dell’Osservatore) ed altri avrebbero detto nella vera riunione, dopo questa prima interlocutoria. Vorrei rilevare incidentalmente che la competenza è certo del Governo, ma che esso ha il suo fondamento insostituibile nella Dc che dà e ritira la fiducia, come in circostanze così drammatiche sarebbe giustificato. È dunque alla Dc che bisogna guardare. Ed invece, dicevo, niente. Sedute notturne, angosce, insofferenze, richiami alle ragioni del Partito e dello Stato. Viene una proposta unitaria nobilissima, ma che elude purtroppo il problema politico reale.

    Invece dev’essere chiaro che politicamente il tema non è quello della pietà umana, pur così suggestiva, ma dello scambio di alcuni prigionieri di guerra (guerra o guerriglia come si vuole), come si pratica là dove si fa la guerra, come si pratica in paesi altamente civili (quasi la universalità), dove si scambia non solo per obiettive ragioni umanitarie, ma per la salvezza della vita umana innocente. Perché in Italia un altro codice? Per la forza comunista entrata in campo e che dovrà fare i conti con tutti questi problemi anche in confronto della più umana posizione socialista?

    Vorrei ora fermarmi un momento sulla comparazione dei beni di cui si tratta: uno recuperabile, sia pure a caro prezzo, la libertà; l’altro, in nessun modo recuperabile, la vita. Con quale senso di giustizia, con quale pauroso arretramento sulla stessa legge del taglione, lo Stato con la sua inerzia, con il suo cinismo, con la sua mancanza di senso storico consente che per una libertà che s’intenda negare si accetti e si dia come scontata la più grave ed irreparabile pena di morte? Questo è un punto essenziale che avevo immaginato Misasi sviluppasse con la sua intelligenza ed eloquenza. In questo modo si reintroduce la pena di morte che un Paese civile come il nostro ha escluso sin dal Beccaria ed espunto nel dopoguerra dal codice come primo segno di autentica democratizzazione. Con la sua inerzia, con il suo tener dietro, in nome della ragion di Stato, l’organizzazione statale condanna a morte e senza troppo pensarci su; perché c’è uno stato di detenzione preminente da difendere. È una cosa enorme. Ci vuole un atto di coraggio senza condizionamenti di alcuno. Zaccagnini, sei eletto dal Congresso. Nessuno ti può sindacare. La tua parola è decisiva. Non essere incerto, pencolante, acquiescente. Sii coraggioso e puro come nella tua giovinezza.

    E poi, detto questo, io ripeto che non accetto l’iniqua ed ingrata sentenza della Dc. Ripeto: non assolverò e non giustificherò nessuno. Nessuna ragione politica e morale mi potranno spingere a farlo. Con il mio è il grido della mia famiglia ferita a morte, che spero possa dire autonomamente la sua parola. Non creda la Dc di avere chiuso con il suo problema, liquidando Moro.

    Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi.

    Per questa ragione, per una evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore.

    Cordiali Saluti
    Aldo Moro

    P.S. Diffido a non prendere decisioni fuori degli organi competenti di partito.»

    Il capo delle BR, intanto, continua a essere un terrorista straordinariamente fortunato. Se ne ha una riprova alla fine di Aprile, quando la Procura della Repubblica di Roma spicca mandato di cattura a carico di 9 brigatisti: due, Corrado Alunni e Prospero Gallinari, accusati della strage di via Fani e del sequestro Moro; gli altri sette – Adriana Faranda, Patrizio Peci, Enrico Bianco, Franco Pinna, Oriana Marchionni, Susanna Ronconi, Valerio Morucci – di costituzione di banda armata; manca solo il nome del capo delle BR, del regista della strage di via Fani, del domìnus del sequestro Moro.

    «Il nome di Mario Moretti non c’era, il nome del capo brigatista non compariva tra i catturandi per l’eccidio di via Fani, e neppure per la costituzione della banda armata “Brigate rosse”. Dopo essere sfuggito all’arresto per ben tre volte, Moretti risultava assurdamente escluso dai mandati di cattura emessi dall’autorità giudiziaria romana il 24 aprile 1978 – era l’ennesima, incredibile “coincidenza”».

    Dunque, benché a carico di Moretti già ci siano ben tre mandati di cattura emessi dalla Procura di Milano, benché sia notoriamente latitante dal 1972, benché la sua foto sia stata inclusa tra quelle diffuse dal Viminale il 16 marzo, benché sia ben noto al Sismi e all’Ucigos come «elemento pericolosissimo, uno dei maggiori esponenti della organizzazione terroristica», nei mandati di cattura emessi dalla Procura romana a fine aprile – cioè in pieno sequestro Moro – il nome di Moretti non c’è.

    Una omissione così assurda da legittimare qualunque tipo di sospetto.

    Biglietto a Eleonora Moro

    «Carissima Noretta,

    come ultimo tentativo fai una protesta e una preghiera con tutto il fiato che hai in gola, senza sentire i consigli di prudenza di chicchessia e dello stesso Guerzoni.

    Ti abbraccio forte forte

    Aldo

    Lettera di Aldo Moro alla famiglia (recapitata tra il 24 e il 25 Aprile)

    «A tutti i miei carissimi ed a Noretta, amata sposa e madre. Mi piacerebbe avere un cenno, anche minimo di risposta, per tranquillizzarmi sulla salute di tutti.

    Aldo»

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  • 9 Maggio 1974

    Scoppia una rivolta nel carcere di Alessandria, a pochi chilometri dalla prigione del Popolo di Mario Sossi.
    Le Brigate Rosse emettono il Comunicato n°5.

    Nel carcere di Alessandria (a pochi chilometri dalla “prigione” dove i brigatisti tengono Sossi), scoppia una rivolta: tre detenuti armati catturano un gruppo di ostaggi (personale carcerario), e chiedono la libertà in cambio del loro rilascio.

    Sul posto vengono fatti affluire reparti di carabinieri guidati dal generale Dalla Chiesa. Fingendo una trattativa, il procuratore Carlo Reviglio della Veneria e il generale preparano un’azione di forza.

    L’esito del blitz è disastroso: 7 morti (di cui 5 fra gli ostaggi) e 14 feriti.

    Scriverà Franceschini:

    «I giornali presentarono la vicenda come fosse direttamente collegata con il sequestro Sossi, ed esaltarono l’azione di Dalla Chiesa arrivando a definirla come la prova generale di quello che sarebbe potuto succedere una volta trovata la prigione di Sossi.

    Per noi, chiusi con il magistrato a non più di 15 chilometri dal luogo della strage, quella minaccia fu più concreta che mai. Feci leggere i giornali al prigioniero e ne fu terrorizzato: intuì, ancora una volta, come la sua vita fosse strettamente collegata alle nostre, quelle di cui parlavano i giornali non erano soltanto minacce ma avvertimenti precisi.

    Quella volta Sossi restò un po’ in silenzio, come stesse valutando lucidamente la situazione. Poi si rivolse a me: “So che la mia vita, per lo Stato, non vale nulla. Però nella mia attività di magistrato mi sono capitate tra le mani inchieste particolarmente delicate, che ho insabbiato per ordini superiori e di cui conosco bene gli estremi. Se ve le racconto e voi le rendete pubbliche forse riusciamo a salvarci tutti”.

    E cominciò a parlarci di un traffico di diamanti con una nazione africana in cui, in cambio delle pietre preziose, venivano fornite partite di armi. Il tutto con la complicità di Catalano, allora capo della squadra politica della questura di Genova e uomo di fiducia di Taviani. Ci sembrò di entrare nei segreti dello Stato, le rivelazioni di Sossi ci esaltarono, le rendemmo pubbliche. Fu da quel momento che noi e Sossi diventammo realmente complici»

    Nel frattempo un gruppo di amici di Mario Sossi raccoglie un riscatto da offrire alle Brigate Rosse in cambio della liberazione. Raccolgono quasi 300 milioni di lire. A fare da intermediario pare debba essere un ambiguo personaggio che comparirà a breve nella storia delle Brigate Rosse: Silvano Girotto (alias Padre Leone, alias Frate Mitra) un frate cattolico finito a fare il guerrigliero in America Latina e ora rientrato in Italia.

    Anche la moglie di Sossi cerca di contattare i brigatisti, avendo

    proposte concrete da sottporvi. Chiedo un dialogo o un contatto diretto. Posso comunicare telefonicamente o con messaggi scritti nella forma e con le modalità che mi verranno indicate da voi. Posso venire personalmente, accompagnata da persona provata di assoluta fiducia e prestigio, nel luogo e nelle condizioni che mi verranno indicate. Detta persona può venire anche sola. Verrei io stessa da sola se non temessi per le mie bambine già tanto addolorate in questi giorni. Assicuro comunque il più assoluto segreto: la garanzia maggiore, per voi, è sapere mio marito nelle vostre mani.

    Le Brigate Rosse restano assolutamente indifferenti a queste ricerche di contatto.

    Sossi comincia quindi a parlare. La sera le Brigate Rosse depositano il messaggio a Genova, in una cassetta delle lettere di Via Goito 18. Impaziente, il «postino» telefona due volte, a distanza di mezz’ora, alle redazioni del «Corriere Mercantile» e del «Secolo XIX». E rischia di essere sorpreso da due cronisti precipitatisi sul posto.Il tono del documento è aspro, risentito. Sono i brigatisti ora a prendere le distanze dai rappresentanti del sistema, dagli uomini del governo. Il documento è intitolato “Non trattiamo con i delinquenti!”.

    Testo Integrale del Comunicato n°5 del Sequestro Sossi

    “Non trattiamo con i delinquenti!

    1. Perché Taviani vuole fare di Mario Sossi un “eroe morto”? Taviani non è un “uomo forte.” È un uomo che trema, un uomo che ha paura. Dietro la sua difesa dello stato democratico non ci sono tanto motivi morali e politici, ma bassi motivi di delinquenza comune. È vergognoso per le “istituzioni democratiche” che sia così; ma è più vergognoso ancora che forze presunte di sinistra tacciano come gangs mafiose e si raccolgano intorno a lui. E ora diciamo perché.

    2. Tutto il traffico clandestino di armi di Genova (e non solo di Genova, perché vi sono solidi contatti anche con Milano) è controllato, diretto e rifornito dal dottor Umberto Catalano. Attraverso questa “rete” che passa per una serie di armerie genovesi, di cui una è la armeria Diana di Traverso Renzo e del fascista Lantieri entrambi confidenti e strumenti dell’ufficio politico, viene rifornita la delinquenza comune e viene tentata l’infiltrazione nei gruppi rivoluzionari. È anche con questo strumento che si è cercato di incastrare i compagni del 22 Ottobre.
    Questo traffico consente al dottor Catalano e ad una serie di sottoufficiali dell’ufficio politico di Genova di incamerare lauti guadagni. E’ direttamente dalla questura di Genova che escono i mitra “Mab” perfettamente efficienti che riforniscono il mercato. Esiste a tale riguardo un procedimento penale, che finora è stato tenuto coperto dagli alti vertici della magistratura (Coco e Castellano).
    Questo fatto è a conoscenza del ministro Taviani il quale fornisce la sua autorevole copertura a questa attività criminale dell’ufficio politico di Genova. Adesso si capisce perché nelle così sbandierate “operazioni di ordine pubblico” vengono trovati tanti depositi di armi. E si capisce anche perché Taviani preferirebbe oggi fare di Sossi un “eroe morto”; se necessario su questa squallida vicenda potremo fornire anche una documentazione dettagliata. Per questo rispondiamo al ministro di polizia: non trattiamo con i delinquenti!

    3. È il momento in cui ciascuno si deve assumere le sue responsabilità. Spetta alla magistratura concedere la libertà provvisoria agli 8 compagni del 22 Ottobre. Nella fase attuale è la corte di appello di Genova che deve decidere. In uno “stato di diritto” fondato sulla separazione dei poteri, il governo non può minimamente intervenire. Spetta alla magistratura decidere se rendersi complice o meno della volontà criminale del ministro degli Interni.
    Ripetiamo: vogliamo libertà per Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino, Gino Piccardo, Aldo De Scisciolo.

    4. Anche sotto il fascismo i compagni comunisti venivano tacciati come delinquenti, criminali e banditi. La classe operaia di Genova deve scioperare non al fianco di Taviani ma per la liberazione degli 8 compagni del 22 Ottobre! Per il comunismo.

    Si chiedono perché Paolo Emilio Taviani voglia far diventare Sossi un martire e perché le “forze di sinistra” li dipingono come gang mafiose.

    Ribadiscono inoltre la richiesta di liberazione per i detenuti della 22 Ottobre.

    Taviani viene trattato come un delinquente, vengono fatte rivelazioni sul traffico di armi (grazie alle rivelazioni di Sossi) che fanno rabbrividire magistrati e poliziotti di Genova. Gli appunti di Sossi e il verbale dell’interrogatorio verranno rielaborati dalle BR ed inviati come relazione a “L’Espresso”.

    Insieme al comunicato viene diffuso anche un altro messaggio di Sossi alla moglie.

    Visto l’atteggiamento che l’UMI ha tenuto nei suoi confronti (consigliando alla politica di non cedere al ricatto delle BR), Sossi dichiara l’intenzione di dimettersi dall’associazione:

    “Cara Grazia, stai tranquilla e tieni tranquille le bambine e la mamma. Sto bene e riconfermo i miei precedenti messaggi. Ora per mia esclusiva iniziativa, ti prego di comunicare al segretario generale dell’UMI, a Roma, dottor De Matteo, Palazzo di Giustizia, la mia irrevocabile decisione di dimettermi dall’UMI con effetto immediato. Prosegui la tua battaglia. Baci a voi tutti Mario.”

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  • 5 Maggio 1974

    Le Brigate Rosse diffondono un comunicato in cui chiedono il rilascio dei detenuti della 22 Ottobre per liberare Mario Sossi.

    Al comunicato brigatista contenente «l’infame ricatto» (come lo definisce la stampa) risponde il ministro dell’Interno Taviani con una dichiarazione lapidaria: «Non si tratta con i criminali».

    La classe politica è unanime nel respingere il ricatto brigatista. Il quotidiano “La Stampa” commenta: «È la prima volta che in Italia un gruppo di terroristi sfida lo Stato… Il ricatto è di una crudeltà sconfinata», e cedere significherebbe scardinare «i princìpi su cui si fonda lo Stato».

    L’UMI (la corrente di destra della magistratura alla quale aderisce Sossi, e il cui presidente è Carlo Reviglio della Veneria) si schiera con la linea della fermezza: no a qualunque cedimento al ricatto brigatista. Il procuratore generale Coco dichiara: «La vittima può essere uccisa anche se si cede al ricatto, e il cedimento incoraggerebbe altre imprese criminali».

    Testo integrale del Comunicato n°4 sul Sequestro Sossi

    “Gli interrogatori del prigioniero Mario Sossi sono terminati. Abbiamo sentito la sua versione dei fatti, la sua autodifesa, la sua autocritica. Ora è il momento delle decisioni.

    In breve, tre sono i punti fondamentali:

    1. egli ha ammesso che il processo al gruppo 22 Ottobre è stato il frutto, velenoso, di una serie di macchinazioni controrivoluzionarie tendenti a liquidare sul nascere la lotta armata del nostro paese. Queste macchinazioni sono state progettate e messe in atto dalla polizia (Catalano – Nicoliello), dal nucleo investigativo dei carabinieri (Pensa), dai responsabili del SID (Dallaglio, Saracino) e coperte da una parte della magistratura (Coco-Castellano).
    2. Egli ha convenuto di essere ricorso ad un metodo vigliacco per incastrare senza prove molti compagni del 22 Ottobre. La costruzione del suo castello di accuse, infatti, poggiava non su prove ma su voci raccolte da piccoli artigiani della provocazione (Mezzani, La Valle, Astara, Vandelli, Rinaldi) e su deboli di carattere cinicamente ricattati (Sanguineti).
    3. Dopo aver ricostruito macchinazioni, modi di agire, tecniche e scopi della infiltrazione e riconosciuto le sue specifiche responsabilità nel processo di regime contro il 22 Ottobre, Mario Sossi ha puntato il dito contro chi, protetto dalla grande ombra del potere, lo ha pilotato in questa miserabile avventura: Francesco Coco, procuratore generale della repubblica.

    La borghesia, dopo aver lanciato un’offensiva repressiva senza precedenti e senza risultati contro la nostra organizzazione e contro il popolo, è costretta oggi ad ammettere di aver perso la partita tanto sul terreno politico che su quello militare. Il ricorso alle taglie è un anacronismo quasi ridicolo che denuncia la totale sconfitta degli uomini più abili di cui dispongono le forze di polizia. E sinceramente ci risulta difficile capire come qualcuno possa ragionevolmente credere di potersi godere, dopo un’eventuale delazione, quegli sporchi denari.

    Mario Sossi è un prigioniero politico. Come tale è stato trattato senza violenze né sadismi. Sono stati rispettati i principi della convenzione di Ginevra, come egli ha chiesto. Gli interrogatori sono stati da lui liberamente accettati e per questo sono stati effettuati.

    Rispetto al popolo, alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare, rispetto alla sinistra rivoluzionaria egli si è macchiato di gravi crimini, peraltro ammessi, per scontare i quali non basterebbero 4 ergastoli e qualche centinaio di anni di galera, tanti quanti lui ne ha chiesti per i compagni comunisti del 22 Ottobre.

    Tuttavia a chi ha potere e tiene per la sua libertà lasciamo una via di uscita: lo scambio di prigionieri politici. Contro Mario Sossi vogliamo libertà per: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino, Gino Piccardo, Aldo De Scisciolo. Nulla deve essere nascosto al popolo. Dunque non ci saranno trattative segrete.

    Ecco le modalità dello scambio. Gli 8 compagni dovranno essere liberati insieme in uno dei seguenti paesi: Cuba, Corea del Nord, Algeria. Essi dovranno essere accompagnati da persone di loro fiducia. Mario Rossi dovrà confermare la avvenuta liberazione. Entro le 24 ore successive alla conferma dell’avvenuta liberazione degli 8 compagni – 24 ore che dovranno essere di tregua generale e reale – avverrà la liberazione anche di Mario Sossi. Questa è la nostra parola.

    Garantiamo la incolumità del prigioniero solo fino alla risposta. In una guerra bisogna saper perdere qualche battaglia. E voi, questa battaglia l’avete persa. Accettare questo dato di fatto può evitare ciò che nessuno vuole ma che nessuno può escludere.”

    Il comunicato viene sequestrato al “Corriere Mercantile” da Catalano, che lo trattiene per un giorno prima di mostrarlo a Grisolia e alla stampa.

    La famiglia Sossi, vista la mancata risposta dello Stato al ricatto, comincia ad avere paura.

    Grazia Sossi invia telegrammi al papa Paolo VI e al presidente Leone, col quale tenta invano più volte di mettersi in contatto.

    Al capo dello stato e presidente del consiglio superiore della magistratura On. Giovanni Leone. Invoco urgente et immediato intervento vostra massima autorità a favore di mio marito in gravissimo pericolo soltanto per avere compiuto scrupolosamente proprio dovere di magistrato della Repubblica stop Mie figlie supplicano et confidano vostra sensibilità uomo padre e magistrato affinché loro papà possa tornare a casa Grazia Sossi.

    Imploro alto intervento Santità vostra per vita mio marito stop Confido vostra illuminata parola possa salvare un innocente stop In preghiera assieme at mie bambine attendiamo con fede.

    Nel frattempo la polizia segue la “pista del mare”. A Genova la polizia trova una grotta con un letto all’interno, e circolano voci di alcuni uomini che se ne allontanano in barca.

    Qualche giornale coglie l’occasione per collegare le Brigate Rosse al mondo del contrabbando, con la malavita internazionale pronta a finanziarle.

    L’indagine del sequestro di Sossi viene trasferita a Torino al dottor Silvestro, che già si era occupato del sequestro Amerio.

    Lotta Continua ne dà un ritratto inquietante per quanto è ridicolo: viene definita persona esemplare un uomo che ha militato in organizzazioni fasciste, era entrato in magistratura negli anni Trenta restando fedelissimo del regime.

    La questura mette una taglia di venti milioni sui rapitori.

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  • 24 Aprile 1974

    Viene trovato un Comunicato delle Brigate Rosse sul Sequestro Sossi.

    Poco dopo la mezzanotte squilla il telefono in casa di un noto avvocato, Giovanni Gramatica. Una voce di uomo avverte che in una cabina telefonica di Piazza Verdi c’è un comunicato: la richiesta alle Brigate Rosse da parte di alcuni del gruppo XXII Ottobre perché esigano, per la liberazione di Sossi, quella di alcuni del gruppo Genovese.

    Premesso che «per Mario Sossi non occorrono processi» il documento prosegue:

    Nelle carceri dello stato, che Sossi ha servito fedelmente, sono ancora rinchiusi coloro che per essersi ribellati allo sfruttamento dei padroni sono stati condannati con anni di galera come monito per tutti gli altri rivoluzionari. Ci riferiamo soprattutto ai nostri compagni del «GAP XXII Ottobre». Fuori Rossi o a morte Sossi…

    Compagni delle BR, ogni altra soluzione sarebbe oltre che una scelta ingiusta, un errore politico, una sconfitta, perché conforterebbe nel nemico il sospetto che la lotta armata sia destinata a restare per molto tempo un simbolo che non porta a risultati concreti. Chiediamo pertanto, in cambio del rilascio del magistrato fascista Mario Sossi, la liberazione dei compagni: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Aldo De Scisciolo, Cesare Maino, Gino Piccardo, Silvio Malagoli e, in considerazione del suo stato di salute, di Adolfo Sanguineti.

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  • 30 Marzo 1972

    Le Brigate Rosse emettono un comunicato sulla morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli del 15 Marzo 1972.

    Testo completo del comunicato sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli

    Posti di fronte alla campagna di annientamento che la borghesia dopo aver assassinato il compagno Feltrinelli, ha scatenato contro le forze rivoluzionarie, certi «democratici» hanno fatto con lodevole tempismo una precisa scelta di campo: si sono schierati con gli assassini. In fondo non si tratterebbe di una gran perdita se ciò non coincidesse con un fatto più grave: la delazione. Il compagno Giobatta Lazagna è infatti rinchiuso nel carcere di San Vittore in seguito alle irresponsabili e fantasiose dichiarazioni dell’avvocato Milanese Leopoldo Leon e di alcuni suoi amici tra i quali spicca l’avvocato Giuliano Spazzali, che certamente è un valido collaboratore dei magistrati milanesi. Ma non è tutto. Gli avvocati «democratici» infatti, non contenti della gravissima provocazione, hanno emesso un comunicato in cui si affrettano a dissociare le loro responsabilità da quelle dei gruppi «che non agiscono alla luce del sole» e a stabilire i limiti politici del loro intervento. Un comunicato per tranquillizzare De Peppo e i padroni!

    Ma ci va bene lo stesso tanto che intendiamo aiutarli «in questo difficile compito» affermando che nessun militante delle Brigate Rosse si è fatto o si farà difendere da loro, perché i nemici è meglio averli di fronte che mascherati da comunisti tra le file dei combattenti. E poi, vale per gli «avvocati democratici» ciò che ha scritto il compagno Mario Rossi: «…I democratici dicono che c’è una differenza, oggi possiamo difenderci. Ma anche a questo proposito ho qualcosa da confessare. Di che taglia siano i difensori, almeno quelli genovesi, l’ho potuto constatare di persona non appena mi hanno arrestato. L’avvocato da me nominato, comunista, pare, non ha voluto sporcarsi le mani con me e mi ha abbandonato; stranamente però ha ritenuto di non sporcarsele con Rinaldi e Rinaldi è stato il primo a parlare, a «vuotare il sacco» come dicono i giornalisti. L’avvocato, anch’egli di sinistra, che ha avuto la compiacenza di accettare la mia difesa consiglia, stranamente, anche a me di vuotare il sacco: non voglio avanzare dubbi, certo è che queste confessioni, consigliate per difendere il cliente, hanno ottenuto l’effetto di aggravare la posizione dei compagni, dentro e fuori. Dopo sei mesi confesso di essermi convinto che la difesa se serve a qualcuno, serve Innanzitutto all’avvocato, poi al magistrato, mai all’imputato… Per il comunismo».

  • 16 Aprile 1970

    Prima interferenza dei G.A.P.

    Alle 20.33 del 16 aprile 1970 per la prima volta una voce si inserisce nel telegiornale, proprio mentre Tito Stagno illustra il rientro della sfortunata missione degli astronauti dell’Apollo 13 e l’interferenza viene chiaramente ascoltata in alcun zone di Genova, particolarmente a Marassi, Sampierdarena e Cornigliano.

    Gli autori dell’operazione si presentano con un testo trasmesso che ha la caratteristica dello slogan:

    “Questa e’ radio Gap, del gruppo XXII Ottobre. Qui Gap. Il fascismo e’ risorto. Ricordiamo i fatti del luglio 1960 (Tambroni). Prepariamoci a scendere in lotta. Morte ai fascisti e ai padroni”.

    Il messaggio ha come sottofondo le note di “Bandiera rossa”, mentre la voce clandestina invita ad impedire che il sabato successivo si svolga una manifestazione a Genova del segretario del Movimento sociale italiano, Giorgio Almirante.

    I disturbatori avevano raggiunto i ripetitori del Monte Fasce, alle spalle di Genova. Verranno chiamati “Tupamaros della Val Bisagno“, ma in realtà erano i precursori delle BR guidati dall’ “ideologo” Mario Rossi: qualche mese più tardi si renderanno responsabili del rapimento di Sergio Gadolla, primogenito della famiglia allora più ricca di Genova, e dell’ omicidio del fattorino Alessandro Floris.

    Parlavano a nome di “Radio Gap“, Gruppi di azione partigiana, la stessa sigla dell’ organizzazione terroristica di Giangiacomo Feltrinelli, che in quei giorni mise a segno altre interferenze nei Tg1.

    Il telegiornale della sera del 16 aprile 1970 viene aperto con la notizia che a Strasburgo il Consiglio d’Europa, con quindici voti (compreso quello italiano) su diciassette, ha invitato il regime di Atene a ristabilire immediatamente i diritti dell’uomo e a ripristinare le libertà costituzionali, oltre a desistere immediatamente da ogni pratica di tortura. Passando alle notizie dall’interno, informa della querela presentata dal commissario Luigi Calabresi contro Pio Baldelli, direttore responsabile di «Lotta Continua», che aveva pubblicato un articolo in cui si accusava il commissario della questura milanese della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli.

    Inoltre, in Calabria si svolge lo sciopero regionale per le riforme, mentre a Roma gli studenti hanno violentemente contestato la presenza all’università La Sapienza di Melvin Calvin, noto per aver perfezionato il napalm utilizzato in Vietnam. Poi, mentre s’informa la nazione dell’elezione dell’industriale tessile Renato Lombardi alla presidenza della Confindustria in sostituzione di Angelo Costa, una voce s’inserisce nel telegiornale: «Attenzione: qui Radio GAP, Gruppi di azione partigiana…».

    Panico in RAI, sconcerto nelle case di milioni di italiani, la maggior parte dei quali non capisce bene cosa stia accadendo: prove tecniche di trasmissione per un nuovo canale? Ma quali prove tecniche, quelli parlano di comunismo!

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