Tag: Aforismi di un pazzo

  • Toccare il fondo

    Toccare il fondo

    Toccare il fondo. Esperienza incredibile di un viaggio chiamato vita. Cercare di tirarsi su. E non riuscirci, percè il fondo è ormai lì a un passo.

    Toccare il fondo. Accorgersi di non farcela più. Toccare il fondo non è una scritta su una maglietta: è il destino di ogni uomo e donna, prima o poi. E’ questa l’ironia di tutta la merda che ci sforziamo di fare.

    Dove andremo a finire? Io non lo so, ma so che sarà un posto che tende al punto più basso della terra.

    Toccare il fondo non è un hobby. E’ un lavoro lento e difficoltoso, inconscio e non voluto. E’ un lavoro su cui si deve continuare per anni.

    Toccare il fondo vuol dire raggiungere uno stato definito. Vuol dire guardarsi un attimo al centro di un delirio di un delirio di droga e rendersi conto delle proprie condizioni. E riderci sopra. Avere una donna, denaro per comprare tanta merda inutile, credere di amare e pensare di non esserlo…

    Questo non ha importanza. L’importante è riconoscere la propria condizione, vuol dire fermarsi e capire di avere sbagliato tutto.

    Toccare il fondo vuol dire fumare sigarette disperate ad un’ora imprecisata della notte e chiedersi cosa vogliamo fare delle nostre fottute esistenze.

    Toccare il fondo non è una ricerca zen. E’ l’unica ricerca che è possibile ai giovani occidentali del ventunesimo secolo.

    Toccare il fondo significa morire mille morti e scoprire di essere vivi la mattina dopo: una sorpresa di cui avremmo fatto volentieri a meno.

    Toccare il fondo non significa non poter scendere più in basso: significa soltanto che si è pronti a sprofondare nell’altro emisfero…

    Toccare il fondo vuol dire vedere la vita da un punto di vista totalmente diverso: vuol dire capire il non senso dell’esistenza umana.

    Toccare il fondo significa stare in quattro in una stanza senza parlare, perchè ogni parola sarebbe assolutamente inutile. Dov’è la strada che ci riporterà verso l’alto? Persa tra le terrificanti ombre del nostro inconscio.

    Toccare il fondo vuol dire sedersi davanti ad un monitor acceso pur essendo in condizioni penose, per sfogare confessioni ad una macchina che non potrà mai capirci. Sono troppo in basso anche per deprimermi. Il fondo non è un posto deprimente, è il posto dove non c’è più nulla. Il limbo dei disperati. A cosa serve tutto questo? Ci sbattiamo a seguire un sistema che ci odia: abbiamo seguito Dio per secoli credendo che ci amasse… Quale ironia venire a sapere che non gli stiamo più così simpatici da quando gli abbiamo ucciso l’unico figlio… Inni di disperati.

    Toccare il fondo. Senza un motivo preciso. Solo stupide facciate del nostro prenderci per il culo. Se essere sinceri con se stessi fosse la via per la salvezza, avremmo trovato un altro modo per lasciarci scivolare sempre più giù, perchè la sincerità verso noi stessi ce la siamo lasciata alle spalle, se mai l’avevamo avuta…

    Ecco come toccare il fondo.

    Volere dormire ed estraniarsi dagli altri. Toccare il fondo, con un rumore sordo e ovattato. Punf! Perchè non riusciamo a dormire con la merda che ci circola nelle vene, e non sopportiamo gli altri perchè non abbiamo nemmeno la forza di pensare a noi stessi.

    Ecco la vera vita.

    Sdraiarsi per terra con un viaggio costruito dai neuroni più drogati del nostro cervello, mentre “The passenger” di Iggy Pop ci gira per la testa come una ninna nanna insegnataci dai popoli di Atlantide prima della loro scomparsa nelle acque schiumose dell’oceano.

    Dov’è il fondo? Non accorgersi di averlo appena toccato con forza. E

    ssere troppo pazzi per vivere ancora. Essere troppo pazzi per morire di nuovo. A culo tutto. Cerchiamo di risalire, a respirare aria pura. A scegliere con veemenza la vita.

    “Oh, the passenger He rides and he rides He sees things from under glass He looks through his windows eye He sees the things he knows are his He sees the bright and hollow sky He sees the city asleep at night He sees the stars are out tonight And all of it is yours and mine And all of it is yours and mine Oh, lets ride and ride and ride and ride…”

    The passenger
    Iggy Pop

  • Insonnia

    Insonnia

    Sdraiarsi in un letto sfatto a guardare il soffitto e non riuscire a dormire per il bianco di ciò che abbiamo negli occhi e della merda in testa.

    Vedere una finestra aperta sul mondo che ci crolla addosso mentre stiamo sorridendo;

    Sentire l’eco di una bomba che esplode nei tristi occhi di un bambino, sganciata da un uomo che vola verso la morte perché non può più perdere nulla se non la sua sofferenza.

    Un’altra bomba atomica redimerà forse gli stessi errori fatti decenni fa.

    Ripetuti oggi, da potenti che si dividono il mondo.

    Gli altri intanto aspettano fiduciosi. Una soluzione qualunque.

    Dio forse è morto. In ogni caso sembra non sentirci; ed è meglio così.

    Sedersi di fronte allo schermo vuoto di un computer, cercando di sopravvivere.

    Pensare ai cancri del mondo, che lo stanno degradando per i nostri figli.

    E poi accendere il televisore chiedendosi cosa passano in prima serata.

    Bandiera Bianca
    Franco Battiato

  • Descrizione in viaggio

    Descrizione in viaggio

    Due occhi azzurri si muovono frenetici alla ricerca del paesaggio… Occhi che ondeggiano, alla ricerca di dettagli nel passato. Faccia malinconica, non ancora triste, Disinteresse riguardo a tutto ciò che non è passato. O futuro.

    Il presente sembra importarle poco, la separa da due persone fondamentali, lontane nello spazio ed estremi del suo tempo.

    Gli occhi si fermano su dettagli insignificanti permettendogli di vedere oltre… Forse di abbandonare definitivamente il suo passato, proiettandosi appieno nel suo futuro felice. Forse non regge alla malinconia. Abbandonare questo luogo per l’ennesima volta, abbandonare lui, stavolta forse per sempre.

    Viene distratta da altro, si gira per un attimo verso di me e sorride. Poi ritorna con lo sguardo, gli occhi e la mente ai suoi pensieri. Pensieri che lei crede felici, anche se mistificati con quella strana nebbia di dolore che definisce ciò che è stato una volta e che ora non è più.

    Il treno si ferma, con lui i pensieri vorticosi di lei. Incomprensibile, nel suo bisogno di continua fuga. Le labbra sono compresse e spinte all’infuori, come a trattenere ricordi che la stanno lasciando. Ancora non riesco a capirla, nonostante questo ultimo stretto contatto.

    C’è qualcosa che mi sfugge.

    La sua tristezza mi ricorda la mia, sembra però che non voglia darla a vedere. La manifesta soltanto quando crede che nessuno la guardi. Forse non riesce a capire che felicità e tristezza sono incompatibili, o una o l’altra.

    O forse ha trovato il senso della vita: l’essere umano – contraddizione si realizza solo nel bisogno di tristezza e gioia. Tristezza e gioia. L’amore

    Le passanti
    Fabrizio De Andrè

  • Sopra il palco

    Sopra il palco

    Perchè ci sbattiamo tanto? Il senso della vita è dare un senso alla vita. Siamo piccole stelle vagabonde, belle e splendenti, che non hanno la minima idea di come procedere. Ci ritroviamo soli ad ogni angolo, soli e sperduti nel cosmo delle nostre esistenze, le esistenze che non importano a nessuno.

    Recitiamo una parte scitta da noi stessi, il copione della nostra vita ce lo scegliamo in base a quanto ci stimiamo. Ecco la verità. Ci prepariamo le nostre battute, ci inventiamo rapporti con le persone che ci circondano… Tante piccole vite scontate, perchè i poeti sono pochi.

    Ma pensare all’esistenza come totalità, quello no. Per noi comete infelici questo è troppo. Magari ci proviamo anche qualche volta, quando incrociamo altre stelle depresse quanto noi da questa Matrix da quattro soldi che ci circonda. Ne parliamo con loro, per un attimo ci sentiamo parte di qualcosa di grande.

    Per un attimo solo.

    Poi ci dimentichiamo del resto del mondo. Perchè ci siamo noi a cui pensare. La nostra Vita. Scegliere. Tra il bene e il male. Tra il paradiso e l’inferno. Scegliere la donna con cui passare il resto della nostra vita, arrivare persino a credere che lei possa essere addirittura la nostra vita. Poi, quando tutto finisce (ed ogni cosa finisce in natura, è una legge fisica che ci dice che nulla si crea e tutto si disperde e si distrugge…) pensiamo che sia finita anche la nostra vita.

    Poi scopriamo che la cosa veramente importante eravamo noi stessi, e che si può andare avanti benissimo anche senza di lei. Questo per noi si chiama vivere. In realtà è una commedia. L’unica cosa reale delle nostre esistenze è la morte. Di quello non possiamo decidere nulla. Noi non siamo vivi. Siamo cadaveri in putrefazione avanzata che ancora non sanno che la parola fine sulla loro sceneggiatura non la scriveranno loro.

    The End
    The Doors

  • Il bambino sul baratro

    Il bambino sul baratro

    Sospesi sul baratro del nostro passaggio all’età adulta. Spaventati da una profondità e da rischi che nemmeno avremmo immaginato. Mollata l’università, la scuola dove i docenti ti insegnano a smettere di sognare.

    Accolto a braccia aperte il mondo del lavoro, il mondo dove i sogni sono stati annegati nella Quotidianità. Poche speranze di tirare avanti come si è sempre fatto finora. Poche speranze nei sogni. Sogni. Infranti con forza. Tutto come da copione. Rimane una macchina insensibile di nome Abulafia ad accogliere la parte di noi che si sta liquefacendo.

    Abulafia, l’unico non-essere a conoscere la nostra rabbia di gabbiani in gabbia. Gabbiani che sapevano volare, gabbiani a cui prima hanno tarpato le ali e a cui poi le hanno spezzate con violenza.

    Giusto per non correre rischi inutili.

    Lettera dopo lettera, come un Demiurgo malato di insonnia che non sa più che fare per tirare avanti. Un Demiurgo fallito, che forse starebbe meglio in gabbia, al posto di quel famoso gabbiano.

    Il baratro è a un passo. Il nostro io bambino ci intima piangendo di non avanzare oltre. Naturalmente non vuole morire. Solo un passo, solo un semplice passo.

    Soldi, soldi, soldi.

    Per pagarci scampoli di libertà, ore d’aria a pagamento dalla gabbia che rinchiude il nostro gabbiano. Cerchiamo la droga per esiliarci e avere visioni. Ma non siamo Toro Seduto. Siamo la speranza del ventunesimo secolo, siamo le nuove generazioni.

    Identiche a quelle precedenti.

    Forse qualcosa peggio. Abbiamo cinquant’anni in più di educazione televisva sulle spalle. E non è poco. Cinque, otto, dieci ore al giorno poter comprare. Libertà, libertà, libertà. Dove?

    E’ tutta una gabbia… Non c’è più via d’uscita. Il nostro io bambino, quello che ancora sa qualcosa dei sogni, ci guarda triste, ma credo che abbia compreso. Non c’è speranza. Solo un modo per andare avanti e sopravvivere. Lo guardiamo per l’ultima volta. Gli passiamo una mano affettuosa nei capelli, ricordandogli che non avevamo scelta.

    E poi una spinta decisa. Il nostro io bambino non emette alcun suono, mentre vola nel baratro profondo e infinito della dimenticanza. Benvenuto nella vita adulta, uomo.

    Eskimo
    Francesco Guccini

  • Generazione post psichedelica

    Generazione post psichedelica

    Queste droghe non ci appartengono. L’hashish è dei nepalesi, degli indiani, che si lanciano in una corsa indiavolata tra filari di canapa, uscendone coperti di sudore e charas. La marijuana è Jamaicana, non viene dal più infimo pusher della periferia di Milano. Non faccio moralismi, io non insegno alla gente come vivere. Dico la mia, in un mondo virtuale che forse è la nostra nuova droga del terzo millennio.

    La nostra droga tradizionale è l’alcol.

    Ah, dimenticavo, in Italia questa non è droga, nemmeno l’abuso. Le droghe sono un rito per esaudire la loro funzione. E i riti vanno conosciuti, assimilati, prima di compierli, non il contrario come abbiamo fatto noi. Siamo i figli del sessantotto, siamo i figli delle droghe leggere, dell’amore libero e della grande rivoluzione sessuale. Ci ritroviamo a dipendere da piccoli pusher di quartiere al servizio dei grandi narcotrafficanti internazionali, abbiamo un papa che invece di prendere posizione sul preservativo per salvare vite umane dall’aids e dall’abbandono è tornato a un pulpito del ’15-’18. Le figlie di quelle donne che prima bruciavano i reggiseni usano la vagina come merce di scambio, come l’ultima delle prostitute, per fare da motore alla nostra economia e alla loro carriera. Siamo i figli di un mondo che dopo la più grande guerra mai esistita guarda i conflitti in tv come se fosse l’ultima produzione di Hollywood. Fanculo.

    Siamo falliti figli di un cambiamento fallito, siamo alla deriva, siamo confusi e spaventati, come ci urla Hank a gran voce. Cerchiamo una via d’uscita in dipendenze sempre più forti. Sempre di più. Sempre di più. E intanto la vita ci scorre via, come il fumo dei braceri di cyloom e narghilè. Ci scivola via, come acqua fresca subito evaporata. Siamo la generazione post psichedelica. E non c’è più nulla di mistico o spirituale nei nostri viaggi anfetaminici. Hoffman ci ha bruciato con la sua bicicletta verde. Lo vediamo correre via, troppo fottutamente sballati per rincorrerlo.

    Non dico che fosse giusta la vita, ma quella dell’hippie aveva un senso. Noi il senso ce lo siamo scordati. Noi siamo senza senso. Paradossi viventi. Ossimori. Ombre

    Lucy in the sky with diamonds
    The Beatles

  • Alla Venere Volgare

    Alla Venere Volgare

    Mia Venere Volgare,
    fonte di passione,
    fammi bruciare
    come un incendio immenso,
    perchè io sono tuo,
    vengo da te
    e a te vengo
    perchè tu sola sei la via.

    Mia Venere Volgare
    donami i sospiri degli amanti,
    il sudore di due corpi
    che si fondono,
    urla disperate e distorte
    nel momento di un orgasmo
    in sincronia.

    Mia Venere Volgare
    spalanca le mie ali
    di angelo,
    donami il potere
    di dare pace
    con la sola forza
    del mio corpo.

    Mia Venere Volgare,
    lasciati amare
    nei riti che hai creato,
    il sesso perfetto
    in ogni posizione
    del kamasutra,
    il sesso orale
    che disseta quelli
    che hanno sete di te,
    il sesso tantrico
    fatto di sospiri
    e di tempi perfetti
    come un orologio.

    Mia Venere Volgare,
    perdona gli infedeli
    che si vestono di croci,
    spade capovolte,
    e di bombe da
    vento che credono divino,
    ma costringili
    a ritrovare la pace
    del tuo unico simbolo:
    la tua immagine,
    l’immagine di un corpo perfetto.

    Da amare finché non sorge il sole.

     

    Versi di passione
    Dj Gruff

  • Cani randagi

    Aforismi di un pazzo | Cani randagi

    La nostra vita è la vita di cani randagi, pronti ad uccidersi per un tozzo di pane. Siamo sporchi e puzziamo, sporchi in un animo che è sceso troppe volte a compromessi con se stesso e con il mondo, puzziamo di sconfitta e disonestà da ogni poro di pelle. Siamo cani randagi che pensano solo a se stessi, che pensano soltanto a sopravvivere, a tirare avanti, a non mollare, anche solo per un altro giorno. A vivere ancora, sempre e comunque.

    Siamo i cani randagi che sono capaci delle cose più assurde, anche di sacrificare la nostra vita per un gesto altruista in una vita intera di puro egoismo. Possiamo far finta di non essere dei randagi, ma il resto del mondo se ne accorge: Lo siamo tutti… Cani che non fanno mostre canine, che non sono belli da vedere, che portano cicatrici che forse non guariranno mai… Che passano la vita in attesa di una carezza dolce, una carezza in grado di farli sorridere… Di riempirli d’amore

    Plug in baby
    Muse

  • L’eautontimorumenos

    Aforismi di un pazzo | L'uccisore di se stesso

    Sono come un macellaio, uccido e taglio a pezzi non per cattiveria o follia ma per vocazione, perchè è quello che so fare meglio… Solo il dolore mi disseta, io ci annego dentro, sembra che solo all’interno di questo lago di dolore io sia a mio agio, come se ci fossi abituato; i miei desideri, la mia pace, la mia speranza galleggiano sulle lacrime che piangerei se ne fossi capace.
    Sono io, l’uccisore di me stesso, il carceriere della mia stessa cella, oltre che boia e giudice figlio di puttana; sono io, sono l’accordo stonato nella fottuta Divina Sinfonia

    “Sono il vampiro del mio cuore/ uno di quei grandi derelitti/ condannati al riso eterno/ e incapaci di sorridere”

    Autodafè vs Profondo Rosso
    Frankie HI-Nrg Mc

  • Black Hole

    Black Hole

    Fermo su un foglio per prendermi un attimo e guardarmi dentro, come se ne fossi realmente capace. Scoprire il vuoto più nero. Scoprire che tutto ciò che mi circonda, a partire da una Quotidianità che mi annega, dolce e lenta, mi ha prosciugato. Una cosa che sapevo da tempo, ma che si è materializzata dopo che l’ultima speranza a cui mi ero aggrappato con forza, l’ultimo brandello di quello che ci ostiniamo a chiamare sogno, si è rotto con un rumore smorzato. Vuoto. Depressione? Tristezza? Rabbia? No. Peggio. Il nulla. Come una notte senza luna. Anche il nulla è un’emozione. E, proprio come il nero, assorbe tutte le emozioni. Dalla depressione, alla tristezza… Anche alla Gioia, in un certo senso. La mancanza di un vero e proprio male di essere porta alla Gioia, è uno dei teoremi della filosofia ellenica. Mi fa paura questo nulla che mi consuma dentro… Se non fosse per questi fiochi barlumi di speranza…

    Canzone quasi d’amore
    Francesco Guccini