Tag: Alfredo Bonavita

Nato ad Avellino, operaio elettrotecnico. E’ uno dei fondatori delle Brigate Rosse. Ha partecipato alle prime imprese dell’organizzazione: i sequestri dimostrativi come quello del dirigente della Fiat, Ettore Amerio, e del sindacalista della Cisnal, Bruno Labate, indirizzati al mondo della fabbrica, e quello del giudice Mario Sossi.

Entra a far parte del comitato esecutivo delle Br nell’ottobre 1974, e nel novembre successivo viene sorpreso da una pattuglia, a Torino, mentre sta rubando un’auto con Prospero Gallinari.

Non ha mai ucciso, non ha mai ricevuto alcun beneficio di legge, ha scontato 14 anni di carcere. Iscritto al Pci e alla CGIL aveva lascaito partito e sindacato nel 1969, dopo essere entrato in contatto con Giangiacomo Feltrinelli. Nel 1971 era entrato in clandestinità partecipando, con Renato Curcio, Mara Cagol, Maurizio Ferrari e Fabrizio Pelli alla creazione della colonna torinese.

Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 2 Ottobre 1979

    I brigatisti detenuti all’Asinara organizzano una feroce rivolta.

    A settembre viene arrestato Gallinari con in tasca una mappa dell’isola e dei chiari riferimenti all’evasione dei brigatisti detenuti. D conseguenza, nel carcere scatta una mastodontica perquisizione che coglie di sorpresa i brigatisti, che nel frattempo in preparazione della fuga avevano stivato armi all’interno del carcere.

    Da quel momento il clima in carcere cambia radicalmente: regime rigorosissimo, isolamento totale, nessuna
    attività in comune, silenzio assoluto degli agenti di custodia.

    La scoperta del piano di fuga dall’Asinara, seguito dal giro di vite all’interno del penitenziario, induce i brigatisti detenuti a una disperata ribellione collettiva. La rivolta scoppia il 2 ottobre, ed è particolarmente cruenta: si protrae per ore, e termina con la completa distruzione della sezione speciale di Fornelli.

    Poco dopo l’Amministrazione penitenziaria deciderà di procedere, gradualmente, alla chiusura del vecchio penitenziario devastato durante la rivolta.

    Ricorda Alfredo Bonavita:

    «Noi del gruppo storico (Curcio, Franceschini, Bonavita, Ferrari, Mantovani, Ognibene, Bassi, Bertolazzi, Basone, Parali, Isa, Lintra-mi) eravamo in una posizione di durissime critiche rispetto alla gestione dell’organizzazione nella quale prevaleva la linea militarista che veniva identificata nel Moretti. La critica divenne sempre più aspra fino ad acuirsi con il sequestro Moro e la gestione politica susseguente… Si creò un acceso dibattito nell’organizzazione tra i compagni più periferici che condividevano la linea di massa affermata dal gruppo storico, e le strutture di direzione dell’organizzazione che sostenevano una linea più militarizzata. La contraddizione più grossa esplose a Milano, dove i compagni delle Br costrinsero alle dimissioni altri compagni della direzione di colonna, probabilmente Moretti e Balzerani; li accusavano di aver falsificato la posizione dei compagni prigionieri… I compagni di Milano lamentavano anche che nella organizzazione c’era una gestione verticistica, nel senso che alcune persone avevano un potere enorme e lo gestivano senza alcuna democrazia»

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 17 Maggio 1976

    Comincia a Torino il processo alla “banda armata denominata Brigate Rosse”.

    Il processo avviene in un clima socio-politico di estrema tensione, per i fatti che vanno dal febbraio 1973 (sequestro Labate) alla fine del 1975 (compreso il sequestro Sossi).

    Dei 46 imputati, 12 detenuti presenti in aula appartengono al nucleo originario delle BR: Pietro Bassi, Piero Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Umberto Farioli, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Arialdo Lintrami, Piero Morlacchi, Roberto Ognibene, Tonino Parali, Giorgio Semeria; in più, c’è il morettiano ex Superclan Prospero Gallinari.

    La lista dei capi di imputazione è copiosa, fra le accuse rapina, sequestro di persona, furto, lesioni gravissime, cospirazione politica mediante associazione, sostituzione di persona, associazione sovversiva costituita in banda armata.

    I brigatisti colgono l’occasione per trasformare l’aula in una specie di campo di battaglia, per gestire il dibattimento e condurre un «processo di guerriglia». Contestano clamorosamente i propri difensori.

    In un documento redatto durante la notte sostengono:

    Se difensori devono esservi, questi servono a voi, egregie «eccellenze»! Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai vostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso che fossero nominati d’ufficio a rifiutare ogni collaborazione col potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello stato!

    È una mossa a sorpresa alla quale segue il rifiuto dei difensori designati dalla corte. In un silenzio assoluto, con voce ferma, Paolo Maurizio Ferrari, legge il lungo documento:

    La nostra decisione di presentarci in aula non modifica le valutazioni che già in altre sedi abbiamo espresso rispetto al ruolo e alla funzione della legalità borghese, ma tende al contrario a denunciare l’uso politico che la borghesia, nelle sue diverse componenti (dai reazionari ai democratici ai revisionisti), intende farne in questa particolare congiuntura politica.

    Il processo, aggiunge il brigatista,

    tende a colpire una tendenza storica, un programma strategico: la lotta armata per il comunismo! Ma volendo essere il processo alla rivoluzione proletaria, esso sancisce per ciò stesso la sua impossibilità. S’illude infatti questa corte di poter esorcizzare la lotta armata per il comunismo con il terrore delle condanne, perché è nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle galere, ovunque vi sia un proletario, che essa vive e si sviluppa. Cero la rivoluzione comunista passa anche dai vostri tribunali, ma non in veste di imputata: Sossi, Di Gennaro, Margariti, Paolino Dell’Anno hanno tracciato la strada e per tutti quelli della loro risma è solo questione di tempo!

    Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermato questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo: gli «imputati» non hanno niente da cui difendersi, mentre, al contrario, gli «accusatori» hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano.

    La dichiarazione pone tuttavia in evidenza lo stato di isolamento politico in cui le bierre sembrano trovarsi. È il «compromesso storico», l’idea di una collaborazione fra comunisti e cattolici, che viene posta sotto accusa:

    Gli agenti riformisti operano per modificare la struttura della coscienza di classe del proletariato. La manipolazione consiste nel dirottare il potenziale di violenza accumulato in ogni proletario verso falsi obiettivi non pericolosi per la sopravvivenza del sistema.

    Ancora:

    Il «compromesso storico», al di là delle sue velleità e dei fronzoli ideologici di cui si ammanta, non può che rappresentare una soluzione tutta interna alla controrivoluzione imperialista. Nel migliore dei casi sarà un proiettile di gomma nel fucile degli sbirri.

    Inutili, anzi dannose, quindi, le elezioni politiche:

    Mai come in questo momento diventa chiaro che partecipare alla farsa elettorale significa eleggere i propri carnefici! Mai come in questo momento diventa chiaro che l’interesse proletario è quello di acutizzare la guerra civile in atto e trasformarla in lotta armata per il comunismo!

    Indispensabile, dunque

    portare l’attacco al cuore dello stato; costruire l’unità del movimento rivoluzionario nel partito combattente! Se lo stato è lo strumento della controrivoluzione, compito delle forze rivoluzionarie è disarticolarlo nei suoi centri vitali, portando l’attacco a tutte le sue articolazioni a partire dai suoi apparati direttamente coercitivi.

    Il dibattimento, conclude la lunga dichiarazione, dovrà diventare

    una occasione di confronto politico militare e di unità nella prospettiva del partito combattente per tutte le organizzazioni comuniste.

    Il processo è rinviato. Nodo centrale e complesso è la difesa d’ufficio, che lo stato al tempo stesso offre e impone all’imputato: i brigatisti la rifiutano, non vogliono mediatori, spiegano, fra sé e la corte. È finito il tempo dei «processi di connivenza», sostengono. Gli avvocati di fiducia hanno anticipato che non sosterranno difese d’ufficio e le bierre nel «Diario al processo» commentano:

    Accogliendo l’invito a rifiutare la difesa anche d’ufficio gli avvocati si allontanano non solo dal processo ma chiudono un’epoca: quella dei processi politici. Da questo momento in avanti questo processo assume i connotati di un’azione di guerriglia (Processo di guerriglia!)

    Con lo smantellamento del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, e dopo gli arresti di Curcio e Semeria, lo Stato sembra pago, e l’azione anti-BR delle forze dell’ordine sta segnando il passo.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 25 Luglio 1975

    Bruno Caccia deposita la requisitoria per le attività delle Brigate Rosse.

    Bruno Caccia è il rappresentante della pubblica accusa.

    Nelle 332 pagine illustra le richieste di rinvio a giudizio per 32 imputati: Curcio, Franceschini, Ferrari, Buonavita, Bassi, Bertolazzi, Gallinari, Lazagna, Levati, Carnelutti, Micaletto, Galeotto, Leonetti, Sabatino, Muraca, Raffaele, Savino, Legoratto, Zaini, Carletti, Bolazzi, Peusch, Borgna, Caldi, Costa, Sartoretti, Rabozzi, De Ponti, Ognibene, Lintrani, Paroli, Morlacchi.

    Insieme alle certezze, il pubblico ministero esprime numerosi dubbi, considera la situazione «non matura» per altre 28 persone e, per costoro, richiede supplementi d’istruttoria. Gli interrogativi riguardano il gruppo del collettivo politico «La comune» di Lodi, tornato in evidenza, sottolineano glil inquirenti, con l’arresto di Maraschi, il gruppo redazionale di «Controinformazione»; stralciate anche le posizioni degli avvocati Di Giovanni e Stasi.

    «Dichiara non doversi procedere nei confronti di Cagol Margherita in Curcio perché i reati a lei ascritti sono estinti per la morte dell’imputata».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 16 Luglio 1975

    A Torino viene arrestata Cesarina Carletti, di 63 anni come complice delle Brigate Rosse.

    Cesarina Carletti ha 63 anni, si guadagna da vivere dietro ad un banco di chincaglierie a Porta Palazzo, dove tutti la conoscono come «Nonna Mao». Durante la Resistenza è stata staffetta partigiana. L’accusa è di «apologia dell’associazione sovversiva e partecipazione»: più volte, dicono gli inquirenti, ha avuto contatti con brigatisti rossi, soprattutto con Buonavita, e la sua bancarella è stata sovente luogo di distribuzione dei comunicati dell’organizzazione: per questi reati l’arresto è obbligatorio. Alle spalle ha un’esistenza tragica. Di famiglia antifascista, aveva intrapreso studi classici, ma superato il primo anno di liceo, rinunciò al diploma quando le fecero capire che era «opportuno procurarsi la tessera di “giovane fascista”». S’impiegò in uno studio notarile. Otto anni di tranquillo lavoro, ottenne quindi un posto in banca: vi rimase sei mesi, poi la direzione scoprì che non aveva la tessera del PNF. Licenziamento. Dall’8 Settembre 1943 fa parte delle formazioni partigiane «Giustizia e Libertà». Viene chiamata «Cesi», le affidano l’incarico di mantenere i contatti fra i gruppi che operano in città e le formazioni di montagna, nelle valli di Lanzo. Si sposta di continuo, nel manicotto di pelliccia tiene sempre la pistola. Di giorno porta ordini, la notte attacca manifesti sui muri delle case del fascio. Colloca anche cariche di esplosivo, e molti la indicano come «la dinamitarda». È arrestata il 10 Dicembre 1943, mentre accompagna in montagna alcune reclute partigiane: due sono spie. Cinque giorni di «casa littoria», centoventi ore di incubo. Interrogatori, percosse, poi il trasferimento nella caserma in via Asti. Sevizie, torture, altri interrogatori massacranti: si pretendono, da lei, nomi e indirizzi. Incapaci di strapparle la verità, le «brigate nere» la consegnano alle SS. Scomparve nell’Albergo Nazionale, quartier generale dei torturatori tedeschi: per tre giorni venne tenuta nella stanza numero 33. Altre sevizie, quindi trasferimento alle carceri «Nuove», in attesa di processo. Sette mesi, due processi, la condanna a morte, poi trasformata in deportazione in un lager tedesco. La lunga strada verso l’ignoto cominciò il 26 Giugno 1944, in un carro bestiame: destinazione Schoenfeld. Quando l’avevano catturata era 70 chili, il giorno che venne liberata dalle truppe sovietiche ne pesava meno della metà.

    Anche se il suo nome appare più volte nei fascicoli del processo numero 594/74 sulle attività delle Brigate Rosse, Cesarina Carletti ha sovente affermato di non condividere la condotta dell’organizzazione. Il giudice istruttore la interroga, due giorni dopo l’arresto la rimette in libertà provvisoria. È rinviata a giudizio

    «per avere in Torino, dal 1972 all’autunno del ’74, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in concorso con altri e in particolare con Buonavita Alfredo, fatto pubblica istigazione alla commissione del delitto di associazione sovversiva e costituzione di banda armata e apologia di delitti detti reati e di altri connessi (sequestri di persona, rapine) diffondendo al pubblico ciclostilati stampati dalle BR in occasione dei sequestri Macchiarini, Labate, Amerio, Sossi, del duplice omicidio della sede del MSI di Padova, dell’arresto di Curcio e Franceschini, nei quali, esaltando l’attività dell’associazione sovversiva delle BR e i singoli fatti criminosi da esse commessi tra l’altro, si istigava il pubblico alla lotta armata al cuore dello stato e a “trasformare la crisi di regime in lotta armata per il comunismo”».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 5 Novembre 1974

    La squadra mobile di Torino arresta Alfredo Buonavita e Prospero Gallinari. (altro…)

  • 23 Maggio 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi, dopo la sua liberazione a Milano.
    Il generale Dalla Chiesa comincia a preparare un Nucleo Antiterrorismo dei Carabinieri.

    Invece della solita colazione, caffè e fette biscottate, a Sossi viene dato un sedativo. Poi gli bendano gli occhi con un cerotto, gli infilano grossi occhiali scuri, in capo gli calcano un berretto a visiera; gli restituiscono gli oggetti tolti al momento della cattura, tranne la “ventiquattrore” e le due agende. Prima di spingerlo sul sedile posteriore di un auto gli consegnano un foglio, il comunicato n. 8, intimandogli di farlo giungere al “Corriere della Sera” pena rappresaglie contro il p.g. Coco e il ministro Taviani. Il prigioniero viene avvisato che sarà rilasciato a Milano, ma che la cosa migliore, per lui, è tornare a Genova col primo treno. Ogni sua mossa, lo avvertono, sarà controllata.

    Testo integrale del Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi

    “Perché rilasciamo Mario Sossi

    Primo: la Corte d’Assise d’Appello di Genova ha concesso la libertà provvisoria agli 8 compagni comunisti del 22 Ottobre subordinandola a garanzie sulla incolumità e la liberazione del prigioniero; queste garanzie sono state volutamente ignorate da Coco, servo fedele di Taviani e del governo. Coco vorrebbe così costringerci ad un braccio di ferro che si protragga nel tempo, in modo da poter invalidare il preciso significato politico della ordinanza della Corte d’Assise d’Appello. Non intendiamo fornire nessun pretesto a questo gioco. Liberando Sossi mettiamo Coco e chi lo copre di fronte a precise responsabilità: o liberare immediatamente i compagni, o non rispettare le loro stesse leggi.

    Secondo: in ogni battaglia bisogna “combattere fino in fondo.” Combattere fino in fondo in questo momento significa sviluppare al massimo le contraddizioni che in questi 35 giorni si sono manifestate all’interno e fra i vari organi dello stato, e non fornire pretesti per una loro sicura ricomposizione. Questa battaglia ci ha fatto conoscere più a fondo il nostro nemico: la sua forza tattica e la sua debolezza strategica: la sua maschera democratica e il volto sanguinario e fascista. Questa battaglia ha riconfermato che tutte le contraddizioni in questa società si risolvono solo sulla base di precisi rapporti di forza. Mai come ora dunque diventa chiaro il senso strategico della nostra scelta: la classe operaia prenderà il potere solo con la lotta armata. Riconfermiamo che punto irrinunciabile del nostro programma politico è la liberazione di tutti i compagni detenuti politici.”

    Durante il suo ritorno a casa Sossi ha un comportamento assai strano. Durante il viaggio Milano-Genova si nasconde a tutti. Solo poco prima dell’arrivo si rivela a un compagno di viaggio e lo prega di accompagnarlo, avendo paura di rimanere solo. Giunto a Genova, anziché telefonare alla famiglia o alla polizia, telefona a un suo amico medico legale e si fa rilasciare un certificato che attesta la sua sanità mentale. Più tardi dichiarerà: «Non ho telefonato a mia moglie perché il mio telefono è controllato. Non volevo arrivare a casa da solo e per giunta preannunciandomi col risultato di far correre polizia e carabinieri». Per non tornare a casa solo infatti, il giudice si procura la scorta di due amici avvocati, uno dei quali più tardi dirà: «Che forse dovevo servire a parargli una pallottola l’ho pensato più tardi, e mi tremano ancora le gambe». In una conferenza stampa, alla domanda: «Lei ha paura dottor Sossi, lo dice e si vede anche, ma di che ha paura?», così risponde: «Delle BR no». «E allora di chi?» «È una cosa vaga, non posso dire di chi… Forse voi lo capite». Riferisce inoltre «Panorama» che Sossi

    rifiuta la scorta della polizia e esce soltanto se lo accompagnano quattro guardie di finanza che conosce da tempo. Evita di parlare al telefono perché è controllato. Si sposta su un’alfetta blu della Finanza che appena possibile semina le giulie della questura incaricate di pedinarlo.

    Quando dovrà fugare alcuni sospetti sorti sul suo viaggio Milano-Genova e sullo strano comportamento da lui tenuto, fornirà dei testimoni solo in un secondo tempo, chiedendo interrogatori immediati, quasi temesse che chi era in grado di confermare il suo racconto potesse essere fatto sparire. Le sue prime dichiarazioni sono di rispetto per le BR:

    Nessuno mi ha imposto di scrivere messaggi, sono io che ho chiesto di farlo. Non sono mai stato costretto con la violenza a dire cose importanti alle BR. Non ho subito cioè maltrattamenti o torture… Alla fine i rapporti tra me e i due brigatisti erano, se non cordiali, almeno civili.

    Pone anche l’accento sul carattere pedagogico della sua detenzione: per dura che sia stata la drammatica esperienza, è pur sempre un’esperienza, aggiungendo che in una cosa erano assolutamente d’accordo lui e le BR: «Che l’indipendenza della magistratura è un’utopia… questo le BR lo sapevano già. Io l’ho capito in quei trentacinque giorni».

    Sossi arriva in incognito alla stazione di Genova, telefona a un amico, e si fa portare a casa, da dove chiama il collega pretore Gianfranco Amendola. Poi si consegna alla Guardia di finanza, di cui si fida. «Per amore di verità debbo dire che durante la detenzione mi è stato usato un trattamento umano», dichiara. «Non sono mai stato costretto con la violenza a dire alle BR cose importanti, cioè non ho subito maltrattamenti né torture». E dei brigatisti dice: «Li rispetto come nemici di una certa lealtà. Sono però fuori dalla realtà, sono a sinistra di qualunque sinistra. Sostanzialmente sono anticomuniste, nel senso che sono contro il Partito comunista».

    Il procuratore generale Coco afferma che «l’ordinanza di scarcerazione è ineseguibile perché non sono state rispettate le modalità del lo scambio: Sossi è libero fisicamente ma non spiritualmente… Il trauma psichico perdura per un tempo variabile anche dopo la liberazione». Sossi gli replica: «Il dottor Coco è più stanco di me, è anziano, per lui è stato un brutto periodo». Secondo il “Corriere della Sera”, «questi dubbi sull’equilibrio psico-fisico di Sossi sono soltanto l’inizio di una manovra per dichiararlo folle o non sano di mente, e invalidare tutto ciò che egli può aver detto o fatto durante i giorni della prigionia». Il settimanale “L’Espresso” commenta: «L’ultima mossa dei brigatisti, quella di fare arrivare il giudice Sossi sano e salvo a casa, si sta rivelando la più scaltra del loro lungo duello con lo Stato italiano… Se lo avessero ucciso, si sarebbero isolati totalmente… Essi volevano porre l’opinione pubblica di fronte a una nuova drammatica domanda: è giusto reagire alla illegalità e alla violenza fisica di un sequestro con l’illegalità e la violenza della menzogna di Stato? Ci sono riusciti».

    Prima di liberarlo Alberto Franceschini gli dice:

    “Vai Mario, metti giudizio”.

    In effetti, l’operazione Girasole è un clamoroso successo per le BR. Nella città più operaia e antifascista d’Italia, i brigatisti hanno sequestrato, senza spargimento di sangue, un giudice-simbolo della destra reazionaria come Mario Sossi, e minacciando di ucciderlo hanno chiesto e ottenuto dalla magistratura una sentenza di scarcerazione per 8 “detenuti politici”.

    Durante il lungo sequestro (protrattosi per più di un mese senza che le forze dell’ordine siano riuscite a interromperlo), l’ostaggio ha rivelato torbidi retroscena dei vari apparati dello Stato, e i brigatisti li hanno puntualmente divulgati. Infine, mantenendo gli impegni assunti (disattesi invece dallo Stato), hanno liberato il prigioniero incolume, e il ritorno di Sossi sta provocando altre imbarazzanti situazioni.

    Ciò spiega il favore di cui cominciano a godere le BR presso consistenti settori della sinistra operaia, studentesca e intellettuale. Un risultato sociopolitico che sarebbe stato ben diverso se il magistrato prigioniero fosse stato assassinato come pretendeva Mario Moretti.

    Benché sia stato chiaro nella dinamica dei fatti, limpido nella gestione e conseguente nella conclusione, il sequestro Sossi successivamente farà emergere zone d’ombra e gravi ambiguità. Emergerà per esempio che il capo del Sid generale Vito Miceli, in pieno sequestro, ha organizzato una riunione con alcuni suoi stretti collaboratori illustrando un piano per intervenire, piano che presupponeva la conoscenza del luogo dove Sossi era tenuto prigioniero.

    Secondo la testimonianza di un ufficiale del servizio segreto militare presente a quella riunione, il generale Miceli avrebbe voluto «attivare il Sid non per contrastare l’azione dei sequestratori, ma per affiancarla e portarla a un tragico compimento».

    Il generale Miceli voleva attivare il Sid perché il sequestro Sossi avesse un tragico epilogo così concepito: rapire e uccidere l’avvocato Giovambattista Lazagna (ex partigiano genovese, militante dell’estrema sinistra, già implicato nell’inchiesta sui Gap di Feltrinelli); poi, il luogo dove Sossi era detenuto – «“scoperto” da qualcuno che già lo conosceva», cioè la polizia – sarebbe stato «accerchiato e si sarebbe sparato. E dentro avrebbero trovato i cadaveri dei brigatisti, il cadavere di Sossi, e il cadavere di Lazagna».

    Il piano non era stato attuato per le forti perplessità di alcuni degli ufficiali del servizio segreto militare presenti alla riunione. Ma testimonia di come settori di apparati dello Stato fossero impegnati a alimentare il terrorismo e a “pilotarlo”, anziché combatterlo, così da accrescere l’allarme sociale e i conseguenti riflessi politici; per questo
    erano più opportune BR “sanguinarie”, e non solo “dimostrative” e propagandistiche.

    Nel 1981 il brigatista pentito Alfredo Bonavita, impegnato a raccontare ai magistrati la dinamica del sequestro Sossi, elencherà i nomi dei 18 brigatisti che avevano attivamente partecipato all’operazione, ma avrà cura di non citare “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra.

    Invece di fare il nome di Marra (che insieme a lui aveva materialmente afferrato Sossi al momento del rapimento), Bonavita tirerà in ballo Mario Moretti (che al sequestro non ha affatto partecipato).

    Un espediente per tenere nascosta l’identità dell’informatore, che infatti resterà “coperto” per molti anni.

    Lo stesso giorno in cui le Br rilasciano Sossi, il 23 maggio 1974, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa incomincia a preparare un Nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri.

    Alcuni giuristi, confrontando la parola delle BR e quella dello Stato, giungono ad amare conclusioni. È il caso di Conso e dell’ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca; quest’ultimo dichiara che, mancando alla parola data, quello Stato cui si chiede di essere autorevole finisce col perdere ogni credibilità. Lo Stato non deve attaccarsi a cavilli e usare il potere dei propri organi costituzionali per tenere in galera coloro ai quali, attraverso il potere di altri organi altrettanto costituzionali, ha in precedenza garantito la libertà, concludendo con una domanda allarmante: chi ci garantisce che uno Stato incapace di mantenere oggi la parola data ai delinquenti saprà mantenerla domani ai cittadini onesti?

    Con queste ultime lacerazioni all’interno dello Stato e dell’establishment, le BR ottengono il risultato di prolungare l’effetto della loro azione: giornali, periodici, radio e televisioni fanno a gara a commentare l’onestà delle BR e la disonestà dello Stato. La stella a cinque punte brilla più che mai.

  • 18 Dicembre 1973

    Il dirigente della FIAT Amerio viene liberato dalle BR, dopo essere stato rapito 8 giorni prima.

    Alle 5:55 di mattina, mentre Amerio dorme profondamente sulla branda da carcerato nella prigione del popolo, viene scosso a una spalla: «Sveglia. Si vesta, presto». Obbedisce, si infila giacca e pantaloni, poi guarda incerto le pantofole che i rapitori gli hanno dato. «Tienile pure». Poco dopo lo bendano e gli fanno mettere un paio di occhiali da sole. «Non si preoccupi: è finita. Fra poco sarà libero». Lo guidano, a piedi, per alcuni metri. Poi un viaggio in auto di 30-40 minuti, con molte curve che gli fanno pensare a giri viziosi. Indicare anche solo con grande approssimazione dove si trovi il «carcere del popolo» ad Amerio sarà impossibile.

    Alle 6:10 la macchina si arresta, i brigatisti fanno scendere Amerio  e lo accompagnano fino ad una panchina.
    «Stia qui. Aspetti qualche minuto e poi torni a casa. È libero».

    Pochi momenti di attesa, poi il dirigente FIAT si toglie la benda e si guarda attorno. È in Piazza Zara, di fronte, sull’altra riva del Po, c’è l’ospedale maggiore delle Molinette, poco oltre un parcheggio di Taxi.

    Alle 6:30 il taxi si ferma sotto casa di Amerio. La corsa costa mille lire, Amerio ne dà diecimila all’autista e non aspetta il resto. Suona al campanello, gli risponde la moglie.

    Amerio è libero.

    Dichiarerà alla stampa:

    “Mi sento bene, benissimo […] Sono stati gentili […] mi hanno fornito pantofole di stoffa […] mi hanno anche dato un paio di mutande lunghe di lana […] fin dal primo giorno i rapitori mi hanno detto quando sarei stato liberato […]. Questa esperienza mi aiuterà a meditare e a lavorare per un futuro migliore.

     

    Alle 11:00 il questore Massagrande tiene una conferenza stampa:

    Dal momento del rilascio del cavalier Amerio sono scattati tutti i dispositivi predisposti in questi giorni. Dalle prime ore di stamani cerchiamo di raccogliere il frutto del lavoro fatto i giorni scorsi. Quelli che erano sospetti, indagini, identificazioni, cerchiamo ora di renderli concreti per inviare così un rapporto alla magistratura che, comunque, di ora in ora è tenuta al corrente della situazione.

    Nonostante queste premesse, alle 12:45 squilla il telefono dell’ANSA. Una giovane voce, in falsetto, con leggero accento piemontese dice:

    Nella cabina di Corso Vinzaglio angolo Corso Vittorio ci sono dei volantini.

    Considerato che la polizia ha deciso di non perdere d’occhio la cabina telefonica di Piazza Statuto, i brigatisti hanno deciso di cambiare e hanno infilato il comunicato in una cabina a 200 metri dalla questura.

    Comunicato ‘Non siamo noi che dobbiamo avere paura!’

    «Non siamo noi che dobbiamo avere paura!»

    Sequestro Amerio, comunicato rilasciato in occasione della liberazione del dirigente FIAT

    Oggi, Martedì 18 Dicembre, nelle prime ore del mattino è stato rimesso in libertà il capo del personale FIAT auto Ettore Amerio.

    Negli otto giorni di detenzione egli è stato sottoposto a precisi interrogatori sulle questioni dello spionaggio FIAT, dei licenziamenti, del controllo delle assunzioni, delle assunzioni selezionate di fascisti e più in generale sull’organizzazione e la storia della controrivoluzione all’interno della FIAT.

    Egli ha “collaborato” in modo soddisfacente.

    Durante la sua detenzione la FIAT ha ritirato ogni minaccia di messa in cassa integrazione.

    Negli stessi otto giorni:

    • Le forze di polizia, nonostante le false dichiarazioni e il terrorismo usato contro militanti di sinistra e in particolare contro alcune avanguardie operaie, sono state seccamente sconfitte;
    • I giornali di Agnelli non sono riusciti a nascondere la qualità politica della nostra azione e contemporaneamente hanno messo sotto gli occhi di tutti le loro disinvolte manipolazioni, le loro “audaci” interpretazioni, riconfermando un’antica convinzione proletaria: la «Stampa» È BUGIARDA;
    • I giornali riformisti sono andati oltre la manipolazione. Essi hanno inventato di sana pianta storie infami, storie che – sia chiaro –  mai uscirebbero dalla testa di un comunista, soprattutto perché discreditano più il movimento operaio che la nostra organizzazione.

    Gli uni e gli altri hanno operato una significativa “censura” sui problemi di fondo che abbiamo agitato: il FASCISMO FIAT e la QUESTIONE DEI LICENZIAMENTI. Sono questi i primi frutti del compromesso storico?

    Compagni, otto giorni fa imprigionando Amerio sottolineavamo una cosa soprattutto: NON SIAMO NOI CHE DOBBIAMO AVERE PAURA. Al contrario dobbiamo armarci e accettare la guerra perché vincere è possibile.

    Oggi rilasciandolo vogliamo cancellare un’illusione: che portando all’estremo una battaglia si possa vincere una guerra. Non siamo che all’inizio.

    Siamo nella fase di apertura di una profonda crisi di regime, che soprattutto è crisi politica dello Stato e che tira verso una “rottura istituzionale”, verso un mutamento in senso reazionario dell’intero quadro politico.

    Nostro compito in questa crisi, compagni, è quello di costruire nelle grandi fabbriche e nei rioni popolari i primi centri del POTERE OPERAIO PROLETARIO ARMATO! CREARE COSTRUIRE ORGANIZZARE IL POTERE PROLETARIO ARMATO! NESSUN COMPROMESSO COL FASCISMO FIAT! I LICENZIAMENTI NON RESTERANNO IMPUNITI! LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO

    18 Dicembre 1973
    BRIGATE ROSSE

    Per la prima volta i comunicati sono scritti con una macchina IBM e il ciclostile, con ogni probabilità, è un Gestetner.

    Il sottosegretario agli Interni Pucci commenta così il sequestro:

    “L’episodio rappresenta una manifestazione dello espandersi di un certo tipo di criminalità, che impone la mobilitazione di tutte le energie dello Stato”

    E coglie l’occasione per tracciare un bilancio dell’azione preventiva della polizia del 1972:

    • 1.200.000 persone identificate
    • 4252 arresti
    • 11.575 denunce a piede libero

    E aggiunge che si può fare di più e meglio.

    I giornali scrivono che per gli inquirenti il “carcere del popolo” dove Amerio è stato tenuto prigioniero otto giorni sarebbe nascosto in collina, e che come autori del sequestro si sospettano i brigatisti Curcio, Franceschini, Cagol, Bonavita, Ferrari, Bertolazzi, Bassi.

    Nessun giornale fa il nome di Mario Moretti.

    Nel 1975 gli inquirenti sospetteranno che a far parte del gruppo erano:

    • Alfredo Buonavita
    • Renato Curcio
    • Margherita Cagol
    • Paolo Maurizio Ferrari
    • Alberto Franceschini
    • Pietro Bertolazzi
    • Pietro Bassi

    Ad interrogare il “testimone” pare essere stato proprio Renato Curcio.

    Renato Curcio commenta il sequestro Amerio

    “Scegliemmo il cavalier Ettore Amerio perché, come capo del personale della FIAT Auto e vecchio dirigente presente in fabbrica fin dai tempi di Valletta, rappresentava un simbolo del padrone, ed era al corrente di tutti i segreti del reclutamento di quel serbatoio di spioni e di provocatori che avevamo eletto nostri avversari diretti […]. Il sequestro fu preparato da me, con Margherita [Cagol, n.d.a.], Ferrari e Bonavita, ma vennero ad aiutarci anche dei compagni della colonna milanese. Prendemmo Amerio la mattina, sotto casa sua, in pieno centro di Torino. Il solito “ci segua”, “salga su quella macchina”, poi i batuffoli di ovatta sugli occhi e tutto come da copione, senza problemi.
    Lo portammo in un appartamento dove avevamo preparato una piccola stanza insonorizzata. Non gli venne fatta nessuna violenza, anzi, poiché faceva freddo gli comprammo degli abiti adatti. Con un cappuccio in testa, fui io a interrogare il sequestrato. In realtà si trattò di lunghe chiacchierate. Gli chiedevo di raccontarmi la strategia aziendale, la tecnica dei controlli, i criteri di selezione nelle assunzioni. Lui cominciò a discutere anche di politica. «Ma come», esclamava sinceramente sbalordito, «la FIAT sta cercando di aprire delle fabbriche in URSS, lì le cose per noi vanno benissimo, non c’è mai uno sciopero, gli operai lavorano senza protestare. E voi mi dite che volete la rivoluzione per creare una società sul tipo di quella sovietica!». In certi momenti mi sembrava più perplesso e stupito che non amareggiato per la sua sorte. Io gli spiegavo che noi volevamo un sistema sociale capace di far vivere i principi ideali del comunismo e non una società sul modello Sovietico. Ma in fondo il povero cavalier Amerio non aveva tutti i torti quando mi ripeteva: «Proprio non vi capisco». […] La sua liberazione era prevista. All’epoca l’eliminazione di un sequestrato non ci passava per la testa. Non ponemmo nessuna esplicita condizione al suo rilascio perché non volevamo esporci a un braccio di ferro che avrebbe potuto risultare perdente”

    Moretti sul sequestro di Amerio

    “È ancora un conflitto in fabbrica, non è ancora quel che chiameremo l’attacco al cuore dello Stato, ma è una enorme insubordinazione. Gli operai non ci sono abituati, e tantomeno i sindacati e i partiti. La conseguenza è che la pressione poliziesca si fa molto meno approssimativa. Ma anche una risposta entusiasmante dalla base operaia, ci cercano, affluiscono. Ma sarebbe sbagliato dilatare l’organizzazione clandestina. A Milano quell’anno avevamo cercato di promuovere forme di organizzazione non clandestine, i NORA, Nuclei operai di resistenza armata. Se ne sono formati molti nelle fabbriche, ma anche nei quartieri e in zone come il Lodigiano, da sempre attive nella militanza antifascista. Ma non funzionerà, i NORA avranno vita effimera […] presso i compagni: o se ne andarono o diventarono militanti delle BR.”

    Franceschini sul sequestro Amerio

    “Fu portato nel solito furgone e chiuso nella prigione che era stata preparata. Sarebbe stato il nostro primo sequestro “lungo” e avevamo scelto con cura dove custodire il prigioniero. A Milano, quando volevamo rapire De Carolis, stavamo preparando la prigione, poi scoperta, nella cantina di un negozio. Per Amerio stemmo attenti a non ripeterci. Utilizzammo un magazzino diviso in due con un muro: davanti scatoloni e materiali vari, proprio come fosse un deposito, dietro, impossibile da scorgersi, il locale rivestito di polistirolo e catrame dove avremmo rinchiuso il dirigente FIAT. Fu una buona precauzione perché polizia e carabinieri setacciarono tutti i negozi sospetti della città: saremmo stati senz’altro scoperti. L’azione fu realizzata senza intralci.”

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente