Tag: FIAT

  • 30 Marzo 1980

    Le Brigate Rosse con una telefonata all’ANSA fanno ritrovare il volantino di commemorazione per i brigatisti morti il 28 Marzo 1980.

    Il volantino è datato 29 Marzo 1980.

    Testo completo del volantino di commemorazione

    “Venerdì 28 marzo 1980 quattro compagni delle Brigate Rosse sono stati uccisi dai mercenari di Dalla Chiesa. Dopo aver combattuto, e trovandosi nell’impossibilità di rompere l’accerchiamento, dopo essersi arresi, sono stati trucidati. Sono caduti sotto le raffiche di mitra della sbirraglia prezzolata di regime i compagni:

    Roberto, operaio marittimo, militante rivoluzionario praticamente da sempre, membro della direzione strategica della nostra organizzazione. Impareggiabile è stato il suo contributo nella guerra di classe che i proletari in questi anni hanno sviluppato a Genova. Dirigente dell’organizzazione dall’inizio della costituzione della colonna che oggi è intitolata a alla memoria di Francesco Berardi, con generosità e dedizione totale ha saputo fornire a tutti i compagni che hanno avuto il privilegio di averlo accanto nella lotta un esempio di militanza rivoluzionaria fatta di intelligenza politica, sensibilità, solidarietà, vera umanità, che le vigliacche pallottole dei carabinieri non potranno distruggere.

    Cecilia: si guadagnava da vivere facendo la segretaria. Come tutte le donne proletarie la borghesia aveva destinato ad una vita doppiamente da sfruttata, doppiamente subalterna e meschina. Non ha accettato questo ruolo aderendo e militando nella nostra organizzazione, dando con tutte le sue forze un enorme contributo per costruire una società diversa, dove la parola donna e la parola proletario non significano sfruttamento.

    Pasquale: operaio della Lancia di Chivasso.

    Antonio. Operaio Fiat e dirigente della nostra organizzazione. Sempre alla testa delle lotte della fabbrica e dei quartieri nei quali vivevano.

    Li hanno conosciuti tutti quegli operai e proletari che non si sono piegati all’attacco scatenato dalla multinazionale di Agnelli e del suo Stato. Proprio perché vere avanguardie avevano capito che lottare per uscire dalla miseria, dalla cassa integrazione, dai ritmi, dai cottimi, dal lavoro salariato, vuol dire imbracciare il fucile e organizzare il potere proletario che sappia liberare le forze per una società
    comunista. Imbracciare il fucile e combattere. Questi compagni erano consapevoli che decidendo di combattere avrebbero affrontato la furia omicida della borghesia e che avrebbero potuto essere uccisi. Ma la certezza che combattere per la vita, per la libertà in una posizione d’avanguardia, in prima fila, è compito che i figli migliori, più consapevoli, del popolo devono assumere su di sé per poter rompere gli argini da cui il movimento proletario spazzerà via la società voluta dai padroni. Per loro, come per molti altri operai, la scelta è stata molto precisa: combattere e vincere con la possibilità di morire; anziché subire e morire a poco a poco da servi e da strumenti usati da un pugno di sciacalli per accumulare profitti.

    Oggi Roberto, Pasquale, Cecilia, Antonio sono caduti combattendo. È grande il dolore per la loro morte, non riusciamo ad esprimere come vorremmo quel che sentiamo perché li hanno uccisi e non li avremo più tra noi. Ma nessuno di noi ha pianto, come sempre quando ammazzano dei nostri fratelli, e la ragione è una sola: altri hanno già occupato il loro posto nella battaglia. Proprio mentre ci tocca lo strazio della loro scomparsa e onoriamo la loro memoria, si rinsalda in noi la convinzione che non sono caduti invano come non sono morti invano tutti i compagni che per il comunismo hanno dato la vita. Alla fine niente resterà impunito”

    Copie del volantino sono diffuse lo stesso giorno nelle maggiori città e nei giorni successivi a Genova nel quartiere di Oregina, in via Napoli, a Granarolo, e a Sampierdarena. In un reparto dell’officina 76 dello stabilimento Fiat Mirafiori a Torino, nei giorni successivi compare una stella a cinque punte con la scritta rossa: “Onore ai compagni caduti a Genova”. Il volantino è chiaro. Non lascia possibilità alcuna di interpretazione. Annamaria Ludmann, “Cecilia”, fino a quel tempo praticamente sconosciuta agli inquirenti, apparteneva all’organizzazione armata, alle Brigate Rosse, quanto Lorenzo Betassa “Antonio”, Piero Panciarelli, “Pasquale” e Riccardo Dura, “Roberto”. Tutti morti con lei il 28 marzo 1980.

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  • 11 Ottobre 1977

    A Torino viene ferito Rinaldo Camaioni, funzionario FIAT.

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    Testi

  • 11 Febbraio 1976

    Le Brigate Rosse appiccano un incendio nel parcheggio sotterraneo dei dirigenti della FIAT nei pressi di Mirafiori Sud.

    L’episodio è illustrato in un comunicato nel quale le Brigate Rosse, sostenuto di aver «incendiato diverse automobili di dirigenti che vi erano parcheggiate», sottolineano come «la FIAT ha molta paura ed è per questo che ha spudoratamente taciuto il fatto, come se nulla fosse successo, mentre si è visto benissimo il movimento dei guardiani che si davano da fare per spegnere l’incendio e ad allontanare gli operai che si avvicinavano nel sotterraneo».

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  • 30 Ottobre 1975

    Due utilitarie vengono parcheggiate davanti a due cancelli della FIAT Mirafiori con degli altoparlanti in funzione.

    Due 600 vengono parcheggiate, una di fronte ai cancelli di Corso Tazzoli e una a quelli di Via Settembrini.

    Mentre gli operai entrano per il turno pomeridiano, dagli altoparlanti viene diffuso un messaggio: «Siamo delle Brigate Rosse. Il rapimento di Vincenzo Casabona a Sampierdarena e l’aggressione al dottor Enrico Boffa della Singer di Leinì non sono altro che aspetti della lotta contro la borghesia che continua la sua opera nefasta ai danni degli operai e che vuole la repubblica presidenziale e il compromesso storico».

    Ogni tanto il messaggio è interrotto dall’avvertimento: «Non aprite le portiere, le macchine sono minate».

    Sulle auto, rubate due giorni prima, non sono però state messe cariche esplosive.

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  • 25 Novembre 1974

    Le Brigate Rosse a Torino incendiano 5 auto di dirigenti FIAT.

    Le brigate, nella notte fra Domenica 24 e Lunedì 25 incendiano 5 auto. Spiega il comunicato diffuso 24 ore dopo:

    È il primo avvertimento a 5 fieri rappresentanti del progetto controrivoluzionario della FIAT.

    Seguono i nomi: Giulio Alimonti, Benedetto Mastroienni, Pier Mario Grisotto, Angelo Trevisano, Battista Nicola; la lista di proscrizione è stata fatta «affinché d’ora in poi essi non possano più muovere tranquillamente i loro passi né in fabbrica, né in quartiere e neppure nelle loro case».

    Prosegue il documento:

    L’intero fascio delle forze della controrivoluzione sta sferrando un attacco concentrico decisivo alla classe operaia della FIAT. I padroni e le forze politiche governative vogliono strangolare la lotta operaia laddove essa ha raggiunto i livelli più alti di organizzazione e si è posta come punto di riferimento generale, creandosi un’avanguardia armata operante sul terreno dello scontro di potere. La sconfitta della classe operaia FIAT sarebbe quindi un primo passo decisivo verso la sconfitta della intera classe operaia italiana. Questa è dunque oggi la condizione preliminare ad ogni progetto di ristrutturazione economica e di stabilizzazione del regime politico in Italia. In questa guerra, combattuta con battaglie durissime, Agnelli mira a: 1) distruggere l’organizzazione del potere operaio in fabbrica. Per portare questo attacco la FIAT fa uso di diversi strumenti come: il terrorismo economico; l’attacco sistematico e selettivo delle avanguardie politiche e di lotta; le manovre scissionistiche nei sindacati e il rilancio dell’odiato sindacato padronale Sida. 2) Ricostruire e rafforzare la sua struttura di comando per garantire una ristrutturazione nel senso dell’efficientismo produttivista. «I capi devono poter ritrovare la grinta degli anni passati» (dice U. Agnelli).

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  • 18 Ottobre 1974

    A Roma vengono lanciate bombe molotov contro due filiali della FIAT e la sede dell’Istituto Finanziario Italiano.

    Nella notte tra il 17 e il 18 Ottobre, contro due filiali della Fiat e la sede dell’Istituto finanziario italiano, vengono lanciate bombe molotov. Un comunicato spedito per posta, fra l’altro spiega: «Oggi un nostro nucleo armato ha colpito la Fiat del boia Agnelli. Contro la cassa integrazione, contro lo sfruttamento, abbiamo colpito e colpiremo ancora. Viva la lotta armata del proletariato.

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  • 18 Dicembre 1973

    Il dirigente della FIAT Amerio viene liberato dalle BR, dopo essere stato rapito 8 giorni prima.

    Alle 5:55 di mattina, mentre Amerio dorme profondamente sulla branda da carcerato nella prigione del popolo, viene scosso a una spalla: «Sveglia. Si vesta, presto». Obbedisce, si infila giacca e pantaloni, poi guarda incerto le pantofole che i rapitori gli hanno dato. «Tienile pure». Poco dopo lo bendano e gli fanno mettere un paio di occhiali da sole. «Non si preoccupi: è finita. Fra poco sarà libero». Lo guidano, a piedi, per alcuni metri. Poi un viaggio in auto di 30-40 minuti, con molte curve che gli fanno pensare a giri viziosi. Indicare anche solo con grande approssimazione dove si trovi il «carcere del popolo» ad Amerio sarà impossibile.

    Alle 6:10 la macchina si arresta, i brigatisti fanno scendere Amerio  e lo accompagnano fino ad una panchina.
    «Stia qui. Aspetti qualche minuto e poi torni a casa. È libero».

    Pochi momenti di attesa, poi il dirigente FIAT si toglie la benda e si guarda attorno. È in Piazza Zara, di fronte, sull’altra riva del Po, c’è l’ospedale maggiore delle Molinette, poco oltre un parcheggio di Taxi.

    Alle 6:30 il taxi si ferma sotto casa di Amerio. La corsa costa mille lire, Amerio ne dà diecimila all’autista e non aspetta il resto. Suona al campanello, gli risponde la moglie.

    Amerio è libero.

    Dichiarerà alla stampa:

    “Mi sento bene, benissimo […] Sono stati gentili […] mi hanno fornito pantofole di stoffa […] mi hanno anche dato un paio di mutande lunghe di lana […] fin dal primo giorno i rapitori mi hanno detto quando sarei stato liberato […]. Questa esperienza mi aiuterà a meditare e a lavorare per un futuro migliore.

     

    Alle 11:00 il questore Massagrande tiene una conferenza stampa:

    Dal momento del rilascio del cavalier Amerio sono scattati tutti i dispositivi predisposti in questi giorni. Dalle prime ore di stamani cerchiamo di raccogliere il frutto del lavoro fatto i giorni scorsi. Quelli che erano sospetti, indagini, identificazioni, cerchiamo ora di renderli concreti per inviare così un rapporto alla magistratura che, comunque, di ora in ora è tenuta al corrente della situazione.

    Nonostante queste premesse, alle 12:45 squilla il telefono dell’ANSA. Una giovane voce, in falsetto, con leggero accento piemontese dice:

    Nella cabina di Corso Vinzaglio angolo Corso Vittorio ci sono dei volantini.

    Considerato che la polizia ha deciso di non perdere d’occhio la cabina telefonica di Piazza Statuto, i brigatisti hanno deciso di cambiare e hanno infilato il comunicato in una cabina a 200 metri dalla questura.

    Comunicato ‘Non siamo noi che dobbiamo avere paura!’

    «Non siamo noi che dobbiamo avere paura!»

    Sequestro Amerio, comunicato rilasciato in occasione della liberazione del dirigente FIAT

    Oggi, Martedì 18 Dicembre, nelle prime ore del mattino è stato rimesso in libertà il capo del personale FIAT auto Ettore Amerio.

    Negli otto giorni di detenzione egli è stato sottoposto a precisi interrogatori sulle questioni dello spionaggio FIAT, dei licenziamenti, del controllo delle assunzioni, delle assunzioni selezionate di fascisti e più in generale sull’organizzazione e la storia della controrivoluzione all’interno della FIAT.

    Egli ha “collaborato” in modo soddisfacente.

    Durante la sua detenzione la FIAT ha ritirato ogni minaccia di messa in cassa integrazione.

    Negli stessi otto giorni:

    • Le forze di polizia, nonostante le false dichiarazioni e il terrorismo usato contro militanti di sinistra e in particolare contro alcune avanguardie operaie, sono state seccamente sconfitte;
    • I giornali di Agnelli non sono riusciti a nascondere la qualità politica della nostra azione e contemporaneamente hanno messo sotto gli occhi di tutti le loro disinvolte manipolazioni, le loro “audaci” interpretazioni, riconfermando un’antica convinzione proletaria: la «Stampa» È BUGIARDA;
    • I giornali riformisti sono andati oltre la manipolazione. Essi hanno inventato di sana pianta storie infami, storie che – sia chiaro –  mai uscirebbero dalla testa di un comunista, soprattutto perché discreditano più il movimento operaio che la nostra organizzazione.

    Gli uni e gli altri hanno operato una significativa “censura” sui problemi di fondo che abbiamo agitato: il FASCISMO FIAT e la QUESTIONE DEI LICENZIAMENTI. Sono questi i primi frutti del compromesso storico?

    Compagni, otto giorni fa imprigionando Amerio sottolineavamo una cosa soprattutto: NON SIAMO NOI CHE DOBBIAMO AVERE PAURA. Al contrario dobbiamo armarci e accettare la guerra perché vincere è possibile.

    Oggi rilasciandolo vogliamo cancellare un’illusione: che portando all’estremo una battaglia si possa vincere una guerra. Non siamo che all’inizio.

    Siamo nella fase di apertura di una profonda crisi di regime, che soprattutto è crisi politica dello Stato e che tira verso una “rottura istituzionale”, verso un mutamento in senso reazionario dell’intero quadro politico.

    Nostro compito in questa crisi, compagni, è quello di costruire nelle grandi fabbriche e nei rioni popolari i primi centri del POTERE OPERAIO PROLETARIO ARMATO! CREARE COSTRUIRE ORGANIZZARE IL POTERE PROLETARIO ARMATO! NESSUN COMPROMESSO COL FASCISMO FIAT! I LICENZIAMENTI NON RESTERANNO IMPUNITI! LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO

    18 Dicembre 1973
    BRIGATE ROSSE

    Per la prima volta i comunicati sono scritti con una macchina IBM e il ciclostile, con ogni probabilità, è un Gestetner.

    Il sottosegretario agli Interni Pucci commenta così il sequestro:

    “L’episodio rappresenta una manifestazione dello espandersi di un certo tipo di criminalità, che impone la mobilitazione di tutte le energie dello Stato”

    E coglie l’occasione per tracciare un bilancio dell’azione preventiva della polizia del 1972:

    • 1.200.000 persone identificate
    • 4252 arresti
    • 11.575 denunce a piede libero

    E aggiunge che si può fare di più e meglio.

    I giornali scrivono che per gli inquirenti il “carcere del popolo” dove Amerio è stato tenuto prigioniero otto giorni sarebbe nascosto in collina, e che come autori del sequestro si sospettano i brigatisti Curcio, Franceschini, Cagol, Bonavita, Ferrari, Bertolazzi, Bassi.

    Nessun giornale fa il nome di Mario Moretti.

    Nel 1975 gli inquirenti sospetteranno che a far parte del gruppo erano:

    • Alfredo Buonavita
    • Renato Curcio
    • Margherita Cagol
    • Paolo Maurizio Ferrari
    • Alberto Franceschini
    • Pietro Bertolazzi
    • Pietro Bassi

    Ad interrogare il “testimone” pare essere stato proprio Renato Curcio.

    Renato Curcio commenta il sequestro Amerio

    “Scegliemmo il cavalier Ettore Amerio perché, come capo del personale della FIAT Auto e vecchio dirigente presente in fabbrica fin dai tempi di Valletta, rappresentava un simbolo del padrone, ed era al corrente di tutti i segreti del reclutamento di quel serbatoio di spioni e di provocatori che avevamo eletto nostri avversari diretti […]. Il sequestro fu preparato da me, con Margherita [Cagol, n.d.a.], Ferrari e Bonavita, ma vennero ad aiutarci anche dei compagni della colonna milanese. Prendemmo Amerio la mattina, sotto casa sua, in pieno centro di Torino. Il solito “ci segua”, “salga su quella macchina”, poi i batuffoli di ovatta sugli occhi e tutto come da copione, senza problemi.
    Lo portammo in un appartamento dove avevamo preparato una piccola stanza insonorizzata. Non gli venne fatta nessuna violenza, anzi, poiché faceva freddo gli comprammo degli abiti adatti. Con un cappuccio in testa, fui io a interrogare il sequestrato. In realtà si trattò di lunghe chiacchierate. Gli chiedevo di raccontarmi la strategia aziendale, la tecnica dei controlli, i criteri di selezione nelle assunzioni. Lui cominciò a discutere anche di politica. «Ma come», esclamava sinceramente sbalordito, «la FIAT sta cercando di aprire delle fabbriche in URSS, lì le cose per noi vanno benissimo, non c’è mai uno sciopero, gli operai lavorano senza protestare. E voi mi dite che volete la rivoluzione per creare una società sul tipo di quella sovietica!». In certi momenti mi sembrava più perplesso e stupito che non amareggiato per la sua sorte. Io gli spiegavo che noi volevamo un sistema sociale capace di far vivere i principi ideali del comunismo e non una società sul modello Sovietico. Ma in fondo il povero cavalier Amerio non aveva tutti i torti quando mi ripeteva: «Proprio non vi capisco». […] La sua liberazione era prevista. All’epoca l’eliminazione di un sequestrato non ci passava per la testa. Non ponemmo nessuna esplicita condizione al suo rilascio perché non volevamo esporci a un braccio di ferro che avrebbe potuto risultare perdente”

    Moretti sul sequestro di Amerio

    “È ancora un conflitto in fabbrica, non è ancora quel che chiameremo l’attacco al cuore dello Stato, ma è una enorme insubordinazione. Gli operai non ci sono abituati, e tantomeno i sindacati e i partiti. La conseguenza è che la pressione poliziesca si fa molto meno approssimativa. Ma anche una risposta entusiasmante dalla base operaia, ci cercano, affluiscono. Ma sarebbe sbagliato dilatare l’organizzazione clandestina. A Milano quell’anno avevamo cercato di promuovere forme di organizzazione non clandestine, i NORA, Nuclei operai di resistenza armata. Se ne sono formati molti nelle fabbriche, ma anche nei quartieri e in zone come il Lodigiano, da sempre attive nella militanza antifascista. Ma non funzionerà, i NORA avranno vita effimera […] presso i compagni: o se ne andarono o diventarono militanti delle BR.”

    Franceschini sul sequestro Amerio

    “Fu portato nel solito furgone e chiuso nella prigione che era stata preparata. Sarebbe stato il nostro primo sequestro “lungo” e avevamo scelto con cura dove custodire il prigioniero. A Milano, quando volevamo rapire De Carolis, stavamo preparando la prigione, poi scoperta, nella cantina di un negozio. Per Amerio stemmo attenti a non ripeterci. Utilizzammo un magazzino diviso in due con un muro: davanti scatoloni e materiali vari, proprio come fosse un deposito, dietro, impossibile da scorgersi, il locale rivestito di polistirolo e catrame dove avremmo rinchiuso il dirigente FIAT. Fu una buona precauzione perché polizia e carabinieri setacciarono tutti i negozi sospetti della città: saremmo stati senz’altro scoperti. L’azione fu realizzata senza intralci.”

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  • 17 Dicembre 1973 (?)

    Giovanna Legoratto e il marito Antonio Savino vengono arrestati alla FIAT Mirafiori. (altro…)

  • 10 Dicembre 1973

    Le Brigate Rosse sequestrano Ettore Amerio, direttore del personale FIAT gruppo auto.

    Anche a causa della grande austerità causata dall’embargo petrolifero del conflitto arabo-israeliano la FIAT licenzia 250 operai.

    Le Brigate Rosse rispondono sequestrando il cavalier Ettore Amerio, capo del personale della FIAT. Al sequestro partecipano Renato Curcio, Alberto Franceschini e Paolo Maurizio Ferrari.

    Alle 7:30 un commando brigatista travestito con tute della SIP (la ex Telecom) scende da un furgoncino e lo preleva dall’autorimessa dove sostava la sua auto e lo porta in una “prigione del popolo”.

    La scelta non è casuale, il suo nome viene fatto da Bruno Labate durante il sequestro.

    Ettore Amerio ha 58 anni, è sposato con Anna Zacchiero e ha due figli. Abita in un appartamento di Corso Tassoni 57, una casa dignitosa ma senza lusso. In passato ha avuto un infarto e soffre ancora di tachicardia.

    Quest’ultimo fatto verrà pero criticato aspramente da Lotta Continua nell’editoriale del giorno successivo al sequestro:

    Difficile trovare, fra gli operai, commenti pietistici nei confronti del rapito, del quale già le note di agenzia si preoccupano di informare che è malato di cuore. Si scopre che sono tutti malati di cuore questi funzionari del capitale: eppure adottano tranquilli, senza infarti e senza lacrime i licenziamenti di rappresaglia, i trasferimenti punitivi, le minacce di lasciare senza lavoro decine di migliaia di operai. Amerio tra gli operai è notissimo per la spregiudicatezza con cui tratta quest’armamentario. Ora è toccato a lui, e non c’è nessuno che ci pianga sopra, se non i suoi colleghi di sfruttamento.

    Viene processato il giorno stesso, mentre in una cabina telefonica viene fatto rinvenire il volantino della rivendicazione.

    Volantino della rivendicazione di Ettore Amerio

    “Lunedì 10 Dicembre alle 7:30 del mattino un nucleo armato delle Brigate Rosse ha prelevato nei pressi della sua abitazione il cavalier Ettore Amerio, capo del personale, gruppo automobili, della FIAT. Egli attualmente è detenuto in un carcere del popolo. Qualunque indagine poliziesca può mettere a repentaglio la sua incolumità. Il periodo di detenzione di questo artefice del terrorismo antioperaio dipende da tre fattori:

    1. Il proseguimento delle manovre antioperaie (cassa integrazione, ecc.) di strumentalizzazione della “crisi” creata e gonfiata ad arte dalla FIAT in combutta con le forze più reazionarie del Paese. Crisi che va nel senso di un mutamento reazionario dell’intero quadro politico.
    2. L’andamento degli interrogatori attraverso i quali intendiamo mettere in chiaro: la politica fascista seguita dalla FIAT nella sua offensiva postcontrattuale contro le avanguardie autonome, l’organizzazione operaia dentro la fabbrica e le forme di lotta; la questione dei licenziamenti usati terroristicamente per piegare la resistenza operaia alle incessanti manovre di intensificazione del lavoro. Dovrà spiegarci, il cavalier Amerio, la qualità e la quantità di questo attacco che solo negli ultimi mesi ha voluto dire l’espulsione dalla fabbrica di oltre 250 avanguardie; l’organizzazione dello spionaggio FIAT più attivo che mai, come dimostrano le motivazioni di alcuni recenti licenziamenti, dopo l’affossamento delle indagini iniziate dal pretore Guariniello; la pratica di assunzioni controllate dai fascisti attraverso la CISNAL e il MSI, visto che proprio il segretario di quello pseudosindacato fascista (da noi arrestato e interrogato nel Febbraio scorso) lo ha chiamato in causa attribuendogli pesanti responsabilità.
    3. La correttezza e la completezza dell’informazione che verrà data in questa azione in particolare e della nostra organizzazione in generale dai giornali di Agnelli.

    Compagni, quando la “paura” si afferma tra le larghe masse il padrone ha già vinto metà della guerra. Questa è la posta in palio nel gioco della “crisi economica” a cui stiamo assistendo. Ma tutti sappiamo che in crisi non è tanto l’economia dei padroni, ma il loro potere, la loro capacità di sfruttamento, di dominio e di oppressione che è stata definitivamente scossa dalle lotte operaie di questi ultimi anni.

    In questa situazione non siamo noi che dobbiamo avere paura, come non l’abbiamo avuta alla fine di Marzo quando abbiamo issato, contro padroni e riformisti, la bandiera rossa sulle più grandi fabbriche di Torino.

    In questa situazione dobbiamo accettare la guerra… Perché non combattere quando è possibile vincere?

    Quello che noi pensiamo è che da questa “crisi” non se ne esce con un “compromesso”. Al contrario siamo convinti che è necessario proseguire sulla strada maestra tracciata dalle lotte operaie degli ultimi 5 anni e cioè:

    • Non concedere tregue che consentano alla borghesia di riorganizzarsi.
    • Operare nel senso di approfondire la crisi di regime. Trasformare questa crisi in primi momenti di potere proletario armato, di lotta armata per il comunismo. Compromesso storico o potere proletario armato: questa è la scelta che i compagni devono oggi fare, perché le vie di mezzo sono state bruciate.

    Una divisione si impone in seno al movimento operaio, ma è da questa divisione che nasce l’unità del fronte rivoluzionario che noi ricerchiamo.

    Questa scelta, del resto, ci si presenta ogni giorno in fabbrica e fuori, posti come siamo di fronte all’aperta aggressione del padrone, del governo e dello Stato, e al deterioramento dei nostri tradizionali strumenti di organizzazione e di lotta.

    Battere l’attendismo!

    Dire no! al compromesso col fascismo FIAT! Accettare la guerra!

    Queste tre cose sono oggi necessarie per andare avanti nella costruzione del potere proletario.

    Creare costruire, organizzare il potere proletario armato! Nessun compromesso col fascismo FIAT!

    I licenziamenti non resteranno impuniti! Lotta armata per il comunismo!

    Torino 10 Dicembre 1973
    BRIGATE ROSSE

    La polizia cerca ovunque a Torino. Il capo della Criminalpol Montesano perquisisce personalmente la residenza in campagna della Famiglia Feltrinelli, mentre al governo, su indicazione di Fanfani, viene proposto un disegno di legge che autorizza la polizia durante i sequestri all’utilizzo delle armi e si consente alla polizia di interrogare prima del magistrato.

    Mentre la caccia ai brigatisti prosegue frenetica, due auto vengono parcheggiate di fronte alla sede della Sit-Siemens, in Piazza Zavattari, a Milano, e alla Breda Siderurgica, in Via Santo Uguzzone, a Sesto San Giovanni. Sul tetto hanno altoparlanti e, a intervalli regolari, vengono diffusi il testo del primo «bollettino» emesso dall’organizzazione clandestina per il sequestro di Amerio, e un avvertimento: «Ai passanti. Non toccare questa macchina. È carica di esplosivo e può dilaniarvi. Sono le Brigate Rosse a lanciare questo avvertimento. Abbiamo sequestrato il cavalier Amerio della FIAT per dare una lezione ai fascisti». È compito degli artificieri aprire le portiere: nelle auto non c’è esplosivo, ma solo sue registratori che ripetono i messaggi.

    Le BR fanno trovare in modo beffardo il comunicato n°2 nella stessa cabina di Piazza Statuto a Torino, esattamente dove era stato lasciato il primo.

    Comunicato n°2 sul sequestro di Ettore Amerio

    «I licenziamenti non resteranno impuniti!»

    Sequestro Amerio, comunicato numero 2

    I licenziamenti non resteranno impuniti!

    Dei tre fattori da cui dipende la detenzione del direttore del personale auto della FIAT Ettore Amerio due sono, per ora, disattesi.

    E cioè:

    • la FIAT continua a far pesare la minaccia della cassa integrazione nella conduzione della trattativa;
    • i giornali di Agnelli (ma anche quelli dei suoi soci) coi loro servizi sull’”incerto colore politico” della nostra organizzazione rendono un pessimo servizio ad uno tra i più fedeli servi del loro padrone.

    Per parte sua, invece, il detenuto Amerio sta “collaborando” in modo soddisfacente.

    Riconfermiamo inoltre che l’insensato comportamento di polizia mette in pericolo l’ostaggio.

    Compagni, gli interrogatori a cui abbiamo sinora sottoposto il capo del personale Amerio:

    1. Hanno confermato l’esistenza, ancora oggi, di una centrale di spionaggio FIAT che fa capo direttamente a Cuttica, quello che rappresenta Agnelli al tavolo delle trattative, in attesa di essere messo da parte perché alla FIAT non piacerebbe avere nei prossimi mesi un capo del personale rinviato a giudizio quale corresponsabile di corruzione di funzionari dello Stato e organizzatore di un mini sifar ad uso privato dei fratelli Agnelli!
      Questa centrale è direttamente manovrata dal cavalier Negri, responsabile in quanto capo dell’ufficio centrale assunzione dei famigerati “servizi generali”;
    2. Hanno confermato il carattere punitivo e persecutorio degli oltre 250 licenziamenti per “troppa mutua” o per “insubordinazione”, che hanno colpito le avanguardie politiche e di lotta dopo il contratto nazionale;
    3. Hanno confermato la pratica sistematica e organizzata dagli accertamenti sul colore politico di chi fa domanda di assunzione, pratica che ora, con maggior prudenza, i “servizi generali” FIAT hanno affidato ad una agenzia privata di investigazioni, l’agenzia Manzini;
    4. Hanno confermato le assunzioni selezionate di fascisti, che come già ci aveva detto Labate, segretario di uno pseudosindacato fascista, da noi interrogato, punito e rapato, avvengono con molta facilità – dato che a capo dell’ufficio centrale assunzioni di palazzo Marconi c’è un boia fascista quale è il cavalier Negri (alla FIAT dagli anni Trenta e che da allora indossa la camicia nera), servo fedele in egual misura di Agnelli e di Abelli.

    Gli interrogatori inoltre hanno confermato altri importanti fatti che renderemo noti e documenteremo quanto prima. Queste, come capirete compagni, sono questioni che possono essere affrontate e risolte solo con uno scontro di potere, uno scontro che è di conseguenza politico e armato. Noi non pensiamo di risolverlo “in proprio”, con una nostra piccola guerra privata. Al contrario la nostra azione è fortemente unitaria con tutte le componenti del movimento operaio che operano nel senso della costruzione delle fabbriche e nei quartieri di un reale potere operaio e popolare armato.

    BRIGATE ROSSE

    Amerio verrà poi rilasciato 8 giorni dopo, il 18 Dicembre 1973.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
  • Giovanni Bianconi, Mi dichiaro prigioniero politico. Storie delle Brigate Rosse.
  • 12 Febbraio 1973

    Un commando delle BR sequestra Bruno Labate.

    A Torino, la mattina, un commando delle BR sequestra il segretario provinciale dei metalmeccanici della CISNAL [il sindacato neofascista, ndr] Bruno Labate, 30 anni.

    Alle 9:30, puntuale, Bruno Labate esce da casa, in Via Biamonti 15, nella zona di Borgo Po. Deve recarsi alla sede del sindacato, sull’altra sponda del Po, in centro. Ha percorso soltanto pochi metri quando, all’incrocio con Via Lanfranchi, di fronte al cinema «Ritz d’essai», è raggiunto da due uomini che lo hanno seguito dal momento in cui ha chiuso il portone.

    Aggredito, percosso, caricato a forza su un furgone, trasportato in un covo e interrogato per quattro ore (registrate dalle BR che ne utilizzeranno alcuni stralci per un volantino “Guerra ai fascisti nelle fabbriche torinesi”), Labate viene poi rapato, fotografato con un cartello appeso al collo, bendato, “imbavagliato” da un nastro adesivo, ritrasportato e abbandonato legato a un palo dell’illuminazione di fronte all’ingresso della Fiat Mirafiori.

    Sul cartello c’è scritto:

    Questo è Bruno Labate segretario provinciale della CISNAL pseudo sindacato fascista che i padroni mantengono nelle fabbriche per dividere la classe operaia, per organizzare il crumiraggio, per mettere a segno aggressioni e provocazioni, per infiltrare ogni genere di spie nei reparti. Lo rimettiamo in libertà e senza braghe per sottolineare ad un tempo il ribrezzo che incutono i fascisti e la necessità di colpirli ovunque, duramente, con ogni mezzo fino alla completa liberazione delle nostre fabbriche e dei nostri quartieri. Guerra al fascismo di Andreotti e di Almirante.

    Un volantino firmato BR lasciato sul posto in molte copie rivendica la paternità dell’accaduto, e insiste sulla necessità di «organizzare la resistenza proletaria sul terreno della lotta armata».

    Stralcio del volantino lasciato ai piedi di Bruno Labate

    Il fronte padronale sta portando a fondo il suo attacco alle lotte operaie e studentesche, all’unità e alle organizzazioni del movimento rivoluzionario.

    […]

    Le forze politiche dell’arco costituzionale «condannano» unite «ogni manifestazione di violenza da qualunque parte essa provenga»; dietro a tutti i padroni manovrano i fili di questa grottesca rappresentazione della «democrazia da salvare». Così, anche se alcuni strillano, come sempre succede nei momenti difficili, che la violenza è «sempre» un male senza voler distinguere la violenza dell’oppressore da quella dello schiavo, sempre più si fa largo, tra le forze che lottano, la convinzione che ormai è urgente organizzare la resistenza proletaria sul terreno della lotta armata. Questa è la parola d’ordine che le Brigate Rosse raccolgono dal movimento di classe e rilanciano al movimento rivoluzionario. I nuclei armati delle Brigate Rosse nelle fabbriche e nei quartieri già combattono insieme alle avanguardie proletarie in questa prospettiva.

    […]

    Lo abbiamo sequestrato alcune ore per fargli domande in merito alle responsabilità sue e di alcuni dirigenti FIAT nella «tratta dei meridionali» assunti tramite la CISNAL; alle responsabilità sue nell’organizzazione di provocazioni attuate dai fascisti in combutta con i carabinieri o con i poliziotti; all’organizzazione del crumiraggio in cui capi e capetti di Agnelli e fascisti di Almirante si dividono i compiti; alle responsabilità sue e della CISNAL nell’organizzazione della rete di spionaggio nei reparti che ha condotto al licenziamento di numerose avanguardie; ai suoi incontri con il ministro del lavoro, visto che la CISNAL, anche se sottobanco, viene fatta partecipare alle trattative.

    Quando alla fine del turno di mattina, gli operai escono dalla Mirafiori, si trovano davanti un uomo incatenato, muto e immobile. Gli si fanno intorno, leggono sorpresi il cartello che ha appeso al collo. Ma non osano avvicinarsi.

    Due giorni dopo, un altro volantino BR intitolato «Guerra ai fascisti nelle fabbriche torinesi» riproduce l’interrogatorio di Labate sulla consistenza numerica della CISNAL alla Fiat, sulle collusioni tra CISNAL e dirigenza aziendale, su assunzioni preferenziali di segnalati dalla CISNAL e, in generale, sulle violenze fasciste nello stabilimento.

    Stralcio del volantino ‘Guerra ai fascisti nelle fabbriche torinesi’

    Nella sinistra si solleva, anche con prove documentarie, il problema delle assunzioni combinate fra la FIAT e la CISNAL allo scopo di infiltrare nei reparti una massa di manovra docile esecutrice di un vasto disegno antioperaio. Visto che il Labate è uno dei responsabili fascisti di questo sporco «giro», abbiamo chiesto direttamente a lui come si svolgono le cose.

    A domanda, Bruno Labate, risponde: «Gli accordi più importanti passano attraverso il partito (MSI) ed è direttamente l’On. Abelli Tullio che se ne occupa. È attraverso il suo interessamento che le domande passano all’ufficio assunzioni dove c’è il dott. Negri che le promuove. A livello di sezioni sono alcuni capi del personale che si interessano affinché quegli operai che noi raccomandiamo vengano assunti nelle sezioni FIAT da noi indicate. Qualche nome?… Beh, il cav. Amerio… per le carrozzerie prima c’era il dott. Annibaldi e adesso il rag. Cassina; per le meccaniche il dott. Dazzi; per Rivalta il dott. Audino».
    «Chi di voi, in particolare, si interessa di questa faccenda?»
    «È un compito dei capigruppo aziendali.»
    «E cioè?»
    «Angelo Trivisano per Mirafiori; Ritota Piero per le carrozzerie; Benetti Giuliano per le meccaniche; Gabriele Mazza per le ausiliarie; Antonio Barone per la ricambi; Domenico Polito per l’Osa Lingotto».
    «Avete affermato ad un settimanale di destra di essere in molti a Mirafiori o comunque alla FIAT. Siete davvero convinti di queste affermazioni?»
    «Beh… no, non è che uno sia convinto logicamente… ma cercate di capire che è un giornale… un giornale ha sempre delle esigenze propagandistiche… e poi sono loro, quelli del giornale, che hanno scritto quelle cifre…»
    «D’accordo, allora visto che non siete poi così tanti, vogliamo sapere chi sono i vostri attivisti, i vostri responsabili alla FIAT. Cominciamo da Mirafiori».
    «Responsabile per Mirafiori è Angelo Trevisano, che lavora alle carrozzerie. È responsabile da quando è stato eletto membro di CI nel ’68, che allora era per una un’unica sezione: Mirafiori. Poi ci sono Giuliano Benetti per le meccaniche e Ritota Piero per le carrozzerie che sono i responsabili dei rispettivi gruppi di sezione».
    «E chi sono i vostri attivisti alle carrozzerie?»
    «Non me li ricordo… non so se…»
    «Fai uno sforzo che tanto abbiamo tempo! (E lo sforzo lo ha fatto. Anzi, dobbiamo dire che la memoria lo ha sorretto bene se si fa eccezione di alcuni nomi che del resto è stato possibile ricostruire utilizzando l’indirizziario che gli è stato sequestrato insieme a una borsa di documenti. L’indirizziario contiene un centinaio di nominativi coi rispettivi numeri di telefono.) Allora, chi sono i vostri attivisti alle carrozzerie, oltre Trivisano e Ritota?»
    «Beh,… c’è Ciglioni Giuseppe, poi i due fratelli Dademo… uno si chiama Antonio e l’altro Francesco… poi c’è Obino Nicola… Romagnoli Sergio… ah sì, Conteduca, e Migliaccio, che sono stati appena nominati… c’è Giacomini Pasquale… Manganiello… Poi c’è Santangelo Luigi… poi ci sono altri iscritti, ma…»
    «Allora passiamo alle meccaniche. Oltre a Benetti, chi sono i più importanti attivisti fascisti?»
    «Alle meccaniche saremo una ventina. C’è il cav. Ferraris, c’è Cortosi Nunzio… poi Tarullo Rocco, ci sono Scavuzzo Vito e Antonio Caruso… poi c’è Rega, che credo si chiami Antonio… Barillaro non mi ricordo come si chiama… direi una bugia… Del Sarto che era capogruppo prima di Benetti… poi c’è Alderucci… Farruggio Giuseppe».
    «E Masera, quel fascista che fa il saluto romano quando passano i cortei?»
    «Io conosco un Masera che è capo reparto delle pulizie, ma non è nostro. Dev’essere di Iniziativa Sindacale».
    «Ora passiamo alle presse. Qui c’è quel gruppetto di provocatori che si è reso recentemente responsabile di una aggressione di fronte alla porta 17. Cos’hai da dire a questo proposito?»
    «…uno non era dei nostri…»
    «Allora dicci gli altri, i vostri».
    «Erano Greco, Mangiola e Meo, tutti e tre RSA. Greco si chiama Antonio, Mangiola credo si chiami Saverio e Meo si chiama Cosimo».
    «C’è qualcun altro alle presse, no?»
    «Beh, sì, c’è il ragionier Festa… Wilson Festa e anche Filippo Greco…»
    «Parliamo adesso delle ausiliarie. Quanti siete e chi è il vostro capogruppo?»
    «Gabriele Mazza».
    «E quali sono gli altri vostri attivisti?»
    «Pochi veramente: praticamente solo lui.»
    «Sentiamo allora al Lingotto chi sono i vostri rappresentanti.»
    «…ma non mi ricordo tutto. Come faccio… Dunque c’è Polito Domenico e anche suo figlio Filippo, poi ci sono Stefano Oldano… c’è Serchimich Stefano.»
    «E Scattaglia te lo dimentichi?»
    «Parlate di Fabrizio Scattaglia? Adesso non è più al Lingotto, ma lavora a Palazzo Marconi all’ufficio del personale…»
    «E alla Motori-Avio?»
    «Lì c’è Paolo Sissia, di altri non ne conosco.»
    «E alla ricambi come stanno le cose?»
    «Ve l’ho già detto: c’è Barone, mi sembra Antonio Barone. Lui è il capogruppo, ma in pratica fa tutto lui. Sono due o tre in tutto. Ma la situazione, lì, è di smobilitazione.»
    «E alle ferriere?»
    «È Sebastiano Palma che ci rappresenta, ma anche lì…»
    «Adesso parliamo di Rivalta, sentiamo qualcosa di Rivalta.»
    «Lì c’è un gruppo aziendale di una trentina di persone, forse un po’ meno. Devo premettere che questi li conosco meno perché essendo decentrata vedo qualcuno solo alle riunioni che facciamo una volta al mese. Loro si riuniscono alla sezione interna. È Guicciardino Giuseppe principalmente che tiene i contatti con noi… Gli altri hanno meno possibilità di frequentare il nostro sindacato perché abitano distanti. Di nomi non ne ricordo molti… tra gli impiegati c’è Ugo Ugolini… altri nomi che mi ricordo… Michele Tancredi, Enrico Di Loreto, poi Mattana, che si chiama Ugo. »
    «Avete dichiarato ad un giornale fascista che avete rappresentanze in diverse piccole fabbriche. Dicci un po’ chi vi rappresenta in queste fabbriche e in quali. »
    «Beh, sono rappresentanze fittizie… più sulla carta che altro. Alla Viberti, per esempio, c’era uno, Leccese, che da diversi mesi è in malattia e che in questi giorni va in pensione o è già andato… ma data la distanza non è che si svolgesse un’attività particolare… »
    «Allora sono frottole quelle che hai raccontato a quel giornale fascista? »
    «Insomma, volevo dire che sono accreditate le nostre rappresentanze in alcune aziende, nient’altro… »
    «In quali, per esempio?»
    «Alla Westinghouse, dove ci sono i due fratelli Caputi, Gaetano e Vincenzo; alla Pininfarina, lì il capogruppo è Aldo Tropea… c’è anche Trevisan… Bugnone è quasi un anno che non è più rappresentante… Ma anche lì la situazione… »
    «E alla Singer di Leinì?»
    «Per noi la situazione fa capo a Vattimo Lorenzo. Anche suo fratello Francesco è del sindacato. Poi ci sono alcune altre persone, la moglie di Lorenzo, qualche altro, ma è una situazione agli inizi…»
    «E nelle piccole fabbriche, cosa avete?»
    «Niente, niente. Non abbiamo rappresentanze sindacali costituite. Una volta avevamo uno anche all’Abarth, ma ora in pratica non abbiamo più nessuno, è solo sulla carta… lì c’è una situazione un po’ particolare…»
    «Non avete rappresentanze ma avete rapporti con qualcuno, no?»
    «Con l’ing. Bosio della Efel; col dott. Molinari alla Cromodora; col dott. Damato Fulvio alla Elcat; con il ragionier Gallo alla Safe; con Finessi alla Amp Italia; con Adamo alla Sait.»
    «Anche se sottobanco, la CISNAL viene fatta partecipare alle trattative. Devi dirci chi di Torino partecipa e in rappresentanza di chi.»
    «In rappresentanza di chi mi sembra inutile dirlo. Comunque per adesso sono andato solo io a Roma.»
    «Vi incontrate di nascosto, naturalmente!»
    «Con noi tratta anche la CISAL, che è un’altra organizzazione… diciamo un po’… No?… »
    «Un po’ cosa, fascista?»
    «Un po’ di destra, insomma. »
    «Chi alla Federmeccanica pensa sia opportuno discutere con voi?»
    «Le prime volte ci siamo incontrati con Valle che è il direttore, poi è venuto Mortillaro, che credo sia il vicedirettore per gli affari sindacali e qualche altro di cui non so il nome. »
    «Con chi avete avuto incontri a Roma?»
    «In sede ministeriale ci siamo incontrati col prof. Guerrieri, con il dott. Pirri e col sottosegretario De Cocci… Il ministro non lo abbiamo ancora incontrato. »

    Non lontano dagli stabilimenti FIAT è rintracciata la 1100 «familiare» di color chiaro usata per il rapimento. Sul vetro di un deflettore viene rilevata un’impronta incompleta ma nitida. Viene inviata al gabinetto scientifico dei Carabinieri a Roma, ma non risulta schedata. Pochi giorni più tardi, invece viene il responso dal gabinetto della scuola superiore di PS: è di Paolo Maurizio Ferrari, 28 anni, nato a Modena, residente a Grosseto ma domiciliato a Torino, è ex operaio della Pirelli Bicocca. Le sue impronte sono state schedate l’anno prima in occasione delle indagini sulla morte di Feltrinelli; prima viene sospettato di far parte del gruppo dell’editore, poi di essere un brigatista, poi viene rimesso in libertà dopo quattro giorni.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”