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  • 4 Marzo 1974

    Un gruppo armato delle Brigate Rosse fa irruzione nella sede CISNAL di Mestre. (altro…)

  • 28 Giugno 1973

    Le Brigate Rosse rapiscono l’ingegner Michele Mincuzzi, dirigente tecnico dell’Alfa Romeo iscritto all’UCID.

    Michele Mincuzzi è originario di Bari ma vive al nord da molto tempo. Ha 56 anni, è sposato e ha due figli.

    Da tempo all’Alfa Romeo sono in corso lunghe e non facili trattative sindacali. Il 28 Giugno è proprio il giorno dopo la fine della soluzione della vertenza.

    Alle 19:30 l’ingegnere lascia lo stabilimento e sale sulla sua Alfetta. Mezz’ora di strada e sarà a casa, in via Ruffini 8. Gli aggressori lo aspettano sotto l’abitazione, sanno che il momento più favorevole è quando l’uomo scende dall’auto per aprire il cancello del box.

    Quando infila la chiave nella serratura qualcuno alle spalle gli chiede un’informazione. Si volta, ha appena il tempo di di intravedere il volto di un uomo a meno di un metro. Scorge altri due con un passamontagna rossa che si avvicinano. Pensa a una rapina, ha lo stipendio in tasca. Tenta di reagire, ma viene colpito al naso, che si frattura.

    I tre gli mettono un cappuccio in testa e se ne vanno con un furgone 850 targato MI 902338, targa presa da almeno tre testimoni.

    Viene portato in un covo e interrogato dalle 21:30.

    Di quella strana udienza Mincuzzi dirà:

    Non lo chiamerei un processo. È stata più che altro una discussione abbastanza pacata. I miei rapitori esponevano le loro teorie sulla società, ma mi permettevano di controbattere.

    Mario Moretti, armato e mascherato, fa parte del commando che lo rapisce.

    Le modalità dell’azione sono le solite: l’ingegnere viene aggredito, caricato su un furgone (legato mani e piedi, imbavagliato e incappucciato) e condotto in un covo, dove viene interrogato; quindi, di nuovo incatenato e imbavagliato, viene abbandonato sul bordo di una strada con un cartello appeso al collo, in un campo a poche decine di metri dallo stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese:

    Mincuzzi Michele dirigente fascista dell’Alfa Romeo, processato dalle Brigate rosse. Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo armato. Per il comunismo.

    Ma diversamente dal solito, sul cartello il simbolo brigatista – la stella cerchiata – non è a cinque punte, ma a sei: è cioè la stella israelita di David.

    Il responsabile dell’errore grafico è proprio Mario Moretti.

    Alberto Franceschini dirà:

    “Lui era incaricato di preparare il cartello per la foto di rivendicazione, e invece del nostro simbolo disegnò la stella di Davide… Disse che si era sbagliato, ma io oggi mi domando se non fosse un messaggio per qualcuno.”

    Per pura combinazione, poco tempo dopo il servizio segreto di Israele, il Mossad, prende contatti con le BR.

    Scriverà Franceschini:

    “Gli uomini dei servizi segreti di Tel Aviv, come prova della loro affidabilità, ci avevano dato l’indirizzo di Friburgo dove si era nascosto Pisetta dopo le sue soffiate, e i nomi di alcuni operai della Fiat che, per conto dei Servizi italiani, stavano cercando di infiltrarsi al nostro interno. Volevano fornirci armi e munizioni moderne senza chiedere una lira in cambio: avremmo solo dovuto continuare a fare quello che stavamo facendo, a loro interessava che i Paesi mediterranei come l’Italia, [in buoni] rapporti con i palestinesi, continuassero a vivere in una situazione di instabilità al loro interno. Non fu necessaria una lunga discussione tra noi, eravamo tutti d’accordo: niente armi dagli israeliani, anche se le notizie che ci avevano fornito erano assolutamente esatte e ci furono utili. Stavamo per far entrare in una brigata della Fiat un falso compagno pagato dai carabinieri.”

    Tra le schede individuali “requisite” nel raid all’UCID, c’è anche quella dell’ingegnere Michele Mincuzzi, un dirigente dell’Alfa specializzato in organizzazione del lavoro. Informazione che viene utilizzata dalle BR, che lo sequestrano pochi mesi dopo, esattamente il 28 giugno: un’azione strettamente collegata con l’attacco alla sede degli imprenditori cattolici e inquadrata nella lotta contro «il fascismo in camicia bianca».

    Accanto a Mincuzzi i brigatisti lasciano anche un comunicato che spiega le ragioni di quell’azione. Tornato libero, Mincuzzi viene sequestrato dalla stampa: gli si vuole estorcere un giudizio negativo sulle BR ma, soprattutto, fargli confermare che i brigatisti sono fascisti mascherati da rossi. Il «Corriere della Sera» gli domanda se sia possibile che i discorsi del “giudice” mascherino posizioni di destra. «Se è così», rispondeMincuzzi, «il mio interlocutore non si è mai tradito». Il «Corriere» commenta: «Ora a Milano abbiamo anche un Tribunale volante che sequestra e giudica. Un Tribunale di cui non si sa nulla e che domani potrebbe ricomparire e imporre le sue leggi di violenza». Si tratta di un «ennesimo episodio di violenza inserito nell’atmosfera tesa di una città turbata» che è servito «per montare le tensioni d questi giorni. La condanna perciò non ammette alcuna differenziazione, sia che gli esecutori appartengano alle frange di sinistra, sia che vengano invece dalla parte opposta». «Indaghiamo in tutte le direzioni», dichiara il magistrato D’Alessio, «in particolare sulle BR e sui Giustizieri d’Italia». La stessa tesi degli opposti estremismi viene ripresa dall’«Avanti!», che la integra con la teoria della criminalizzazione della politica. Dure condanne arrivano anche da parte dei sindacati e dell’Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali (ALDAI), mentre la federazione milanese CGL-CSL-UIL condanna gli «organizzatori dell’incivile e banditesco atto» e per il PCI si tratta di una «banditesca organizzazione che agisce con metodi delinquenziali, il cui scopo è quello di alimentare la strategia della tensione».

    Testo del comunicato del Sequestro Mincuzzi

    Giovedì 28 Giugno 1973 alle ore 20 un nucleo armato delle Brigate Rosse ha prelevato, interrogato e processato Mincuzzi Michele, dirigente dell’Alfa Romeo. Per capire chi effettivamente sia costui, iniziamo con alcune delle sue frasi celebri: «L’appiattimento delle categorie è contro natura», «l’equalitarismo è disumano». Queste frasi sono il perno dell’impostazione politica dei corsi di addestramento per dirigenti intermedi che tiene periodicamente in fabbrica. Mincuzzi non si accontenta di essere un maestro degli aguzzini che ci impongono i ritmi e i tempi infernali ai quali siamo sottoposti all’Alfa Romeo, ma impartisce i suoi insegnamenti fascisti anche  ai dirigenti di altre fabbriche, tenendo corsi all’UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti).

    In fabbrica è uno dei massimi responsabili della direzione della produzione (Dipro), ed è lui che dirige l’organizzazione dei tempi e dei ritmi delle linee. È sempre lui che decide e controlla i passaggi di categoria. Per le sue «alte qualità» è ritenuto dall’Alfa Romeo un «esperto» nelle questioni sindacali e ne rappresenta gli interessi nelle vertenze e nelle contrattazioni. Siamo in molti a ricordare la sua attiva collaborazione al controsciopero dei dirigenti per il «diritto al lavoro» e contro la «violenza» che ci ha fatto finalmente conoscere chi sono realmente i nostri padroni di stato. E c’è da credere ai suoi sentimenti «contro ogni violenza» visto che il 2-12-1971 non ha esitato un attimo a sfondare con la propria auto un picchetto, in accordo con la polizia che successivamente ha caricato gli operai.

    […]

    Anche più recentemente Mincuzzi si è distinto nelle manovre che la direzione ha posto in atto contro l’autonomia operaia e le sue manifestazioni di lotta, come i cortei interni, gli scioperi a scacchiera, ecc. L’ultimo fatto, poi, (1.000 operai sospesi in seguito allo sciopero della verniciatura), dimostra che i nostri padroni di stato hanno intenzione di essere all’avanguardia della repressione antioperaia. Mincuzzi è dunque un gerarca in camicia bianca, è della stirpe dei Macchiarini e dei tanti altri che nelle fabbriche private e statali cercano di far pagare la crisi agli operai usando gli strumenti del ricatto, del caro vita, del terrorismo, della provocazione, in una parola della violenza anti-operaia.

    […]

    Il gerarca Mincuzzi ha molti soci dentro e fuori la fabbrica. Uno di questi è Pierani Luigi, della direzione del personale, che pur agendo nell’ombra, è tra i più accaniti esecutori della repressione padronale. Sul suo conto c’è un lungo elenco di pesanti colpe ultima tra le quali, quella di aver architettato l’affare Calandra. Diamo a Calandra, elemento debole e corruttibile, quel che è di Calandra,  senza giustificazione alcuna, ma ai dirigenti che hanno progettato la sporca macchinazione, giocando cinicamente sulle sue condizioni materiali e familiari, non esitando a farlo arrestare e licenziare per poi comprarlo, la parte che gli spetta. Pierani, a quanto pare, è talmente cosciente della sua funzione che si fa scortare dal «gorilla» di turno che gli passa la questura e fa tenere costantemente sotto controllo la sua abitazione da un paio di auto civetta. Pierani non ha capito una cosa, che se i padroni hanno la memoria lunga, i proletari hanno una pazienza smisurata, e che alla fine niente resterà impunito.

    […]

    Compagni, rafforziamo in ogni reparto della fabbrica gli strumenti del nostro potere. Impariamo a conoscere ad uno ad uno i nostri nemici, a controllarli e a punirli ogni qualvolta si rendano direttamente responsabili di iniziative anti-operaie. Le politiche terroristiche dei padroni camminano con piedi ben definiti e sono quelli dei nostri dirigenti, dei nostri capi e dei loro servi fascisti. Il pesce puzza dalla testa, ma a squamarlo si comincia dalla coda. Questa è la premessa per andare avanti sulla strada aperta con le lotte del ’69-73 per sviluppare i temi della guerra all’organizzazione capitalistica del lavoro e della resistenza alla ristrutturazione antioperaia, per consentire al movimento di massa di avanzare nella lotta per una società comunista. Lotta armata per il comunismo.

    Per qualche tempo Mincuzzi rimane in mezzo al prato, non lontano dalla strada deserta. Soltanto alle 23:30 lo scorge l’autista di un pullman. Mincuzzi è medicato all’infermeria dello stabilimento Alfa, poi è condotto all’ospedale San Carlo di Milano.

    Stavolta l’azione ottiene un considerevole successo. Il «Corriere della Sera» dedica al fatto un titolo a quattro colonne in prima pagina:

    Rapito a Milano e ritrovato un dirigente dell’Alfa Romeo

    Tornando alle reazioni sul sequestro Mincuzzi, «il Manifesto» tace. Non così Avanguardia Operaia, che non ha alcun dubbio che si tratti di una provocazione messa in atto da agenti della strategia della tensione. Condanna anche da parte di «Lotta Continua», che fornisce tuttavia un giudizio più articolato e meditato. L’unico a dare il pieno appoggio alle BR è «Potere Operaio»: Si è colpito con l’intera organizzazione di fabbrica titola un articolo a tutta pagina. Per POTOP le serrate discussioni fatte tra compagni confermano che l’iniziativa armata è attuale. L’organo di Potere Operaio apre poi una polemica violenta e dai toni sprezzanti con Lotta Continua, cui rimprovera l’essersi allineata a «il manifesto». Il voltafaccia viene evidenziato dalla riproduzione fotografica su una pagina di «Potere Operaio» del lunedì di due articoli di LC, messi in contrapposizione e illustranti il primo il sequestro Macchiarini, il secondo il rapimento Mincuzzi. L’articolo di LC su Mincuzzi, intitolato Frutti di stagione viene da POTOP parafrasato in Opportunismi di stagione. Ma la voce di POTOP è debole e isolata. Il concentrarsi della repressione statale su questo gruppo, violentissima dopo l’incendio di Primavalle13 (che ha ucciso due figli di un missino) in cui sono coinvolti alcuni suoi appartenenti, unitamente a una singolare forma di scomunica da parte di LC (il rifiuto quasi sistematico di partecipare a manifestazioni, assemblee, firmare volantini insieme a POTOP) danno a questo gruppo il colpo di grazia: molti militanti di POTOP confluiscono nelle fila dell’autonomia operaia, e la sigla Potere Operaio scompare quasi del tutto.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 29 Settembre 1972

    Marco Pisetta scrive il memoriale sulle Brigate Rosse.

    (altro…)

  • 20 Maggio 1972 (?)

    Mario Moretti ritrova molti brigatisti, dopo il blitz di Via Boiardo. (altro…)

  • 4 Maggio 1972

    La Questura emette mandati di cattura per numerosi Brigatisti.
    (altro…)

  • 2 Maggio 1972

    2 Maggio 1972

    A Milano viene scoperta la base brigatista di Via Boiardo e viene arrestato Marco Pisetta, compagno di università di Renato Curcio.

    Cinque giorni prima delle elezioni anticipate, a Milano, la polizia ha l’opportunità di sgominare le BR. Ma qualcosa non va – o non viene fatta andare – per il verso giusto, e tutto il vertice brigatista si sottrae con facilità alla cattura

    Dopo «meticolose indagini condotte dall’Ufficio politico milanese agli ordini del suo dirigente, dottor Antonino Allegra» 38, vengono scoperti due covi – in via Boiardo 33, e in via Delfico 20 – e fermate una decina di persone, fra le quali i brigatisti Marco Pisetta e Giorgio Semeria, nonché la moglie di Mario Moretti, Amelia C. I giornali scrivono che nei due covi sono stati trovati – insieme a quantità di armi, munizioni, esplosivi, apparecchiature radio, documenti di identità in bianco e materiale propagandistico – un passaporto dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, e i negativi delle foto scattate all’ingegner Macchiarini durante il sequestro.

    All’interno del covo di via Boiardo (un ex negozio di vini con sottostante scantinato) viene trovata anche una cella insonorizzata, con un aspiratore d’aria e un impianto di registrazione, preparata dai brigatisti – scrivono i giornali – in vista del sequestro del noto esponente della destra DC milanese Massimo De Carolis.

    Nei giorni successivi la polizia scoprirà altri due covi: in via Pelizza da Volpedo 7 (dove fra l’altro viene trovata una radiografia appartenente a Maria Carla Brioschi), e in via Carlo D’Adda 37 (sede di una attrezzata officina, allestita per conto delle BR da Umberto Farioli, dipendente della Sit-Siemens).

    L’operazione dell’Ufficio politico della Questura milanese, cinque giorni prima delle elezioni, è tuttavia gravida di ambiguità, e non solo perché sembra essere un «colpo di scena elettorale».

    Anzitutto, non si sa come gli inquirenti siano arrivati a via Boiardo: alcuni giornali scrivono che «non è stata una soffiata» bensì il fatto che la polizia «sorvegliava da mesi i terroristi», in particolare pedinava Giorgio Semeria, «uno dei capi delle BR segnato sul taccuino del dirigente dell’Ufficio politico dottor Allegra»; ma la circostanza è molto dubbia, date le modalità temporali e operative del blitz.

    L’aspetto più grave della vicenda è che il 2 maggio le forze dell’ordine hanno la possibilità di arrestare lo stato maggiore brigatista al gran completo, ma l’opportunità viene vanificata dal repentino arrivo sul posto di una frotta di giornalisti.

    Infatti la polizia entra nel covo di via Boiardo alle ore 5 del mattino, e vi si apposta in attesa dell’arrivo dei brigatisti. Ma finiscono nella trappola solo Marco Pisetta e Giorgio Semeria, poiché fin dalla prima mattinata in via Boiardo accorrono giornalisti e cameraman.

    Lo confermerà, molti anni dopo, Antonino Allegra:

    «Purtroppo si verificò un fatto che… forse dipese da un po’ di leggerezza da parte di chi ritenne di indire una conferenza-stampa in quel posto, in contrasto con quelle che erano state le nostre decisioni, cioè lasciare [dei poliziotti nel covo]… La conferenza stampa fu indetta dal questore Allitto [Ferruccio Allitto Bonanno, nclr]. Noi fummo contrariati, perché pensavamo che egli intendesse dare lustro alla Questura, o forse credeva di fare bella figura con la stampa (ci teneva a diventare, forse, vice capo della Polizia). Sta di fatto che, una volta che i giornalisti erano stati avvertiti, noi non potevamo fare più niente».

    Fra i giornalisti accorsi in via Boiardo c’è Enzo Tortora, liberale di destra che collabora al mensile “Resistenza Democratica”, la rivista ufficiale dei CRD di Sogno.

    Il primo beneficiario dell’improvvido arrivo mattutino dei giornalisti in via Boiardo (richiamati sul posto non si sa da chi) è colui che diventerà il più fortunato terrorista della storia delle BR, Mario Moretti.

    Ecco come lui racconterà gli accadimenti del 2 maggio:

    «Quella volta la scampai per miracolo, perché avevo passato la notte a discutere con un compagno recuperato dai disciolti GAP di Feltrinelli, e quando la mattina alle 8 andai in via Boiardo, la polizia c’era già da diverse ore… Arrivo sulla meravigliosa 500 blu di mia moglie, intontito dal sonno, e mentre la parcheggio fra due macchine davanti alla base, qualcosa mi scatta dentro, c’è qualcosa che non va. Scendo, mi guardo attorno, la macchina davanti alla mia ha un tipo di antenna particolare. Polizia. Non penso che sia lì per noi, vicino c’è una piazzetta in cui fanno un po’ di traffico di sigarette, forse si prepara una retata. Comunque mi dirigo dalla parte opposta della strada, e aspetto, tenendo d’occhio i due che ho individuato come poliziotti… Ero seduto in un bar col giornale, non si decidevano a andarsene, avevo sonno, ancora un po’ e sarei finito per entrare [nel covo, ndr]. In quella arriva Enzo Tortora con una troupe della Tv e un codazzo di gente. E si appoggia proprio sul tetto della mia 500 per scrivere qualcosa su un taccuino. Chiedo a una vecchina: ma che succede? E lei: hanno trovato uno scantinato pieno di armi. Tutto quel trambusto era per noi, la frittata è fatta, devo andarmene alla svelta. Se soltanto Tortora non fosse appoggiato alla mia macchina… Sono in un bel casino. Perdipiù la macchina è intestata a mia moglie. Tento di recuperare la macchina andando in un bar più distante e chiamando mia moglie in ufficio: vieni a prendere la macchina nel tal posto, ti aspetto. Ma quando torno la macchina non c’è più, la polizia l’ha individuata e presa. Me ne devo andare».

    Secondo Allegra, invece:

    «Moretti sfuggì il pomeriggio, pochi minuti prima che si facesse questa conferenza stampa. Arrivò in via Boiardo con la 500 di sua moglie… Già si sapeva che Moretti faceva parte dì questa organizzazione… Una persona del terzo piano ci disse che era scappato qualcuno su quella macchina… E una volta aperta abbiamo visto che era intestata a C. Amelia, abitante in via delle Ande 15, proprio di fronte a casa mia, e nel covo abbiamo trovato una fotografia [di suo figlio]… Io ho poi interrogato la moglie di Moretti; lei diceva che era stata costretta, sebbene non con la forza, a vivere per un po’ di tempo in una comune con un certo Gaio Di Silvestro e altri. A me questa donna fece anche pena. Però già si sapeva che Moretti era un pezzo importante in quel momento, i capi si riteneva fossero Curcio e Franceschini» .

    L’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno e il capo dell’Ufficio politico della Questura di Milano sanno anche di più, come ammetterà in un rapporto Federico D’Amato:

    «Contemporaneamente [alle indagini sui Gap di Feltrinelli] furono intensificate anche le indagini sulle BR, che, si era saputo, si apprestavano a sequestrare, qualche giorno prima delle elezioni politiche del 7 maggio 1972, un esponente democristiano. In conseguenza di riusciti appostamenti e pedinamenti, il 2 maggio la polizia poté operare una serie di perquisizioni che ebbero un vistosissimo risultato».

    Franceschini confermerà che effettivamente da aprile le BR stavano pedinando De Carolis in quanto ne avevano programmato il sequestro, ma da una decina di giorni avevano perso le tracce del politico della destra milanese:

    «Chi aveva il compito di seguirlo ci segnalava che non era più a Milano, e non si riusciva a sapere dove fosse. Evidentemente, informata del progetto brigatista, la polizia aveva preso adeguate misure di sicurezza con “appostamenti e pedinamenti”. Moretti aveva avuto l’incarico di preparare la prigione (insieme a Semeria e Pisetta), così si recava in via Boiardo tutti i giorni e sempre usando la macchina di sua moglie, per cui è molto probabile che fosse stato individuato nei giorni precedenti il 2 maggio».

    Fatto sta che la mattina del 2 maggio non sfugge alla cattura solo Moretti, ma si salvano anche Curcio, la Cagol, Franceschini e Morlacchi, cioè l’intero nucleo dirigente delle Br.

    Ricorderà Franceschini:

    «Quel giorno stavamo per essere arrestati anche noi quattro, sfuggimmo alla polizia quasi per caso… Mara e Renato [vedendo il trambusto dei giornalisti] si allontanarono velocemente… Moretti fuggì lasciando la macchina sul posto. Io avevo usato più prudenza: ero arrivato in metropolitana e mi ero fermato a bere un caffè nel bar da dove si controllava l’ingresso [della base]; avevo visto le cineprese [delle tv, ndr] e mi ero immediatamente allontanato».

    Curcio dirà che il 2 maggio 1972 «le forze dell’ordine sono state a un pelo dal prenderci tutti. Se lo avessero fatto, le BR sarebbero finite sul nascere. Invece, da quel momento, diventarono un gruppo armato, provvisoriamente allo sbaraglio, ma davvero clandestino».

    Ai brigatisti in fuga precipitosa risulta chiaro che il blitz di via Boiardo è stato determinato da una “soffiata”, temono infiltrati, e i sospetti si appuntano su Marco Pisetta, ma non solo.

    Altri sospetti li provoca il fatto che la polizia nel covo di via Delfico ha trovato i negativi delle foto scattate da Moretti all’ingegner Macchiarini durante il sequestro, fotogrammi che permettono agli inquirenti di identificare agevolmente uno dei sequestratori, il brigatista Giacomo Cattaneo detto
    Lupo.

    Franceschini:

    «Erano negativi di foto che non dovevano stare là, avrebbero dovuto essere stati distrutti, e Moretti ci aveva garantito di averli distrutti! Erano gravi prove a carico di compagni ancora sconosciuti che avevano partecipato al sequestro, e infatti per quei negativi Lupo è stato poi arrestato. Moretti si giustificò dicendo di essersi sbagliato in quanto i negativi si erano incollati fra loro e lui non se n’era accorto, poi tentò di dare la colpa alla Besuschio… Ma quello fu un episodio gravissimo. La presenza di quei negativi in via Delfico era talmente assurda che Giacomo Cattaneo, arrestato a causa di quelle foto, si era convinto che Moretti fosse una spia».

    Non è tutto: nel covo di via Boiardo la polizia trova anche una foto di Curcio, foto che Moretti ha “dimenticato” di distruggere dopo avere preparato un falso passaporto per il capo brigatista.

    Osserverà Franceschini:

    «La foto di Curcio non venne trovata nel covo dove c’erano gli attrezzi per la falsificazione dei documenti e dove era stato confezionato il falso passaporto [cioè in via Delfico, ndr], ma venne trovata nella “prigione del popolo” di via Boiardo, e questo nonostante che a Moretti fosse stato raccomandato di eliminare da quella sede-prigione ogni cosa superflua, dato che eravamo alla vigilia del programmato rapimento di De Carolis».

    Anni dopo, uno dei giornalisti presenti il 2 maggio in via Boiardo, Marco Nozza, scriverà:

    «Era arrivata una Cinquecento e aveva accostato al marciapiede opposto. Ne era disceso un giovanotto, piccolo di statura, la faccia strana, gli occhi scuri, il quale, come aveva visto tutta quella gente, era risalito svelto in macchina, aveva cercato di innestare la retromarcia e non c’era riuscito, aveva fatto solo un gran fracasso. Allora aveva abbandonato la macchina e s’era dato alla fuga, inseguito da tre fotografi. Uno dei tre aveva preso il numero di targa. Ed è stato grazie a quel numero di targa che siamo venuti a sapere a chi apparteneva l’auto. Apparteneva a una certa signora Amelia C., abitante a Milano in via Gallarate 131… Il marito si chiamava Mario Moretti […].»

    La polizia, intanto, ha arrestato Marco Pisetta. Interrogato in questura da Calabresi e Viola, viene convinto a collaborare:

    “Il dottor viola mi ha chiesto se volevo quindici anni di galera […] oppure uscire subito […]. «Diciamo che tu non hai mai partecipato alle bande rosse, eri lì per dare una mano a imbiancare l’ufficio». Mentre diceva queste cose, il dottor Viola mi sventolava sotto il naso il mandato di scarcerazione.”

    La scoperta di questa base convincerà le BR a scegliere la clandestinità totale.

    Spiegheranno in un documento:

    “La clandestinità si è posta nei suoi termini reali solo dopo il 2 Maggio 1972. Fino ad allora, impigliati come eravamo una situazione di semilegalità, essa era vista più nei suoi aspetti tattici e difensivi che nella sua portata strategica.”

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 15 Marzo 1972

    Il corpo di Giangiacomo Feltrinelli viene trovato a Segrate (MI).

    Mentre a Milano è in corso il XIII Congresso del PCI, viene trovato il corpo di Giangiacomo Feltrinelli dilaniato dal tritolo ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate (Milano). L’editore milanese, fondatore e capo dei GAP (Gruppi di azione partigiana), era in rapporti sia con le BR sia col Superclan. Secondo la polizia, Feltrinelli è morto in modo accidentale, mentre collocava un ordigno sul traliccio per un attentato che avrebbe provocato un black out elettrico su Milano; secondo la sinistra extraparlamentare, l’editore rivoluzionario sarebbe stato assassinato.

    Il corpo non viene riconosciuto subito, nella tasca della giubba di foggia militare viene ritrovato un documento di identità a nome di Vincenzo Maggioni, 46 anni, di Novi Ligure. All’anagrafe della cittadina piemontese però non risulta alcun cittadino con questo nome.

    Soltanto in serata si comincerà ad associare il corpo a Giangiacomo Feltrinelli, alla caserma dei carabinieri di Via Boscova. La conferma arriverà però solo il giorno dopo, quando si scopre che all’ufficio carte d’identità della questura era stata depositata a nome dell’editore una fotografia uguale a quella sul documento.

    Dopo un mese di indagini condotte dal capo dell’Ufficio politico della Questura Allegra, la polizia arriva a identificare alcuni collaboratori di Feltrinelli, e a scoprire un covo in via Subiaco, dove vengono arrestati Giuseppe Saba e Augusto Viel del gruppo genovese “XXII Ottobre”. L’intestataria dell’appartamento-covo è Bruna Anselmi, falsa identità della brigatista Paola Besuschio: dipendente della Sit-Siemens iscritta alla Uil, nonché nuova partner del clandestino Mario Moretti.

    Il timer difettoso che ne causa la morte è identico a quello utilizzato per l’attentato all’ambasciata di Atene del 2 Settembre 1970.

    Le Brigate Rosse emetteranno un comunicato sulla morte di Feltrinelli il 30 Marzo 1972.

    Antonio Bellavita, succeduto ad Emilio Vesce nella direzione del periodico «Controinformazione» ricostruirà su nastri la sua ricostruzione della morte di Feltrinelli.

    Il materiale verrà ritrovato in un covo delle Brigate Rosse a Robbiano di Mediglia il 15 Ottobre 1974.

    Trascrizione dei nastri di ‘Controinformazione’ sulla morte di Feltrinelli

    Vanno… Salgono sulla loro macchina… vanno verso il luogo fissato dell’appuntamento. Lì parcheggiano l’automobile, scendono e si mettono a passeggiare; poco dopo sul luogo fissato dell’appuntamento, che era vicino al cinema «Vox» poco dopo vedono il pullmino parcheggiato più in là e Osvaldo che aspetta. Salgono sul pullmino con Osvaldo e si dirigono verso Segrate. Il luogo dove si dirigevano non era loro noto, ma era noto sin dal Sabato precedente l’obiettivo. Cioè l’obiettivo della serata. Infatti ne discussero con lui Sabato stesso in presenza di altri compagni. A loro quindi era noto cosa andavano a fare, ma non dove andavano a farlo. Nella serata di Sabato avevano espresso, insieme agli altri, la propria opinione circa il tipo di obiettivo che dovevano mettere in atto, ma Osvaldo era stato in grado di imporre lo stesso, comunque, la cosa. Quella sera si trattava di una opposizione di tipo psicologico, ed in parte anche politico; infatti accusa i due di mancanza di coraggio e di cattiva volontà. Il giorno precedente il 13, li mando infatti in giro intorno a Milano, verso, dalle parti, in direzione di Bergamo per ricercare dei tralicci, con il compito di localizzarli, misurarli, calcolarne le dimensioni, e per metterli insieme alla lista di possibili obiettivi della giornata. I due infatti fecero tutto questo, andarono verso Bergamo, e individuarono un grossissimo traliccio di cui presero le misure. Si infangarono anche, solo che… Osvaldo poi disse che il traliccio era troppo distante da Milano, troppo lontano e che lui aveva già provveduto a questo. Sembra che volesse semplicemente mettere alla prova la… Volontà di collaborare dei due amici. Loro di questo in fondo ne erano da un lato coscienti e dall’altro tendevano a dimostrare la loro volontà. Il rapporto tra i tre è abbastanza strano, Osvaldo era una persona che faceva di tutto per dimostrare agli altri di essere più proletario di loro, o almeno quanto loro. Sembra che non si lavasse per intere settimane, ma loro dicono addirittura mesi, questo per annerire le mani, renderle callose, per ridurre il suo volto e le sue mani stesse così a livello degli operai che lavorano nelle fabbriche. Anche il suo modo di vestire, di atteggiarsi, di comportarsi in pubblico era un modo di… era un modo che… esprimeva questa… queste forti volontà di assomigliare alla classe… di rendersi il più possibile simile… confondibile con la classe operaia. I due amici erano da un lato meravigliati , dall’altro certamente affascinati da questo personaggio che loro sapevano chi fosse, ma di cui dovevano… con il quale dovevano fingere di non sapere chi fosse. Indubbiamente li affascinava, era un uomo importante, un personaggio sulla bocca di tutti, ricchissimo, il suo comportamento da padrone, il suo continuo attaccarsi a loro, costringerli all’azione, indubbiamente esercitava su di loro un… rapporto antitetico, ma è indubbio il fascino che ha esercitato non solo sui due amici, ma anche sugli altri. Ma torniamo al traliccio, verso le 7,30 circa, grosso modo, si incontrano con Osvaldo e salgono sul pullmino e partono.

    Osvaldo è teso, molto nervoso, sembra che durante la strada avessero anche rischiato… di fare un paio di incidenti stradali, tanto che uno dei due gli disse di fermarsi. Parlava a scatti, poi Osvaldo e il secondo si misero a scherzare a dire battute spiritose, e poi cominciarono a parlare di quello che avrebbero fatto dopo, l’indomani. Tutta l’attenzione del momento veniva proiettata a… a quello che sarebbe successo dopo il fatto, più tardi, dopo l’azione della sera. L’indomani, disse Osvaldo, i due avrebbero dovuto andare in giro a cercarsi un appartamento, localizzarlo e individuare una base dove avrebbero dovuto incominciare a costruire la loro base operativa. Poi parlarono delle azioni da fare, di come organizzarsi, di tutto quello che era… era già in atto, della sua organizzazione. Bisogna ricordare però, che Osvaldo sembra fosse uno che guidava sempre molto male, così non stupisce che anche questa sera fosse così maldestro nella guida. Ma indubbiamente questa sera qui si andava… andava all’appuntamento con un azione… ad un appuntamento da solo, con due inesperti, andava ad una verifica con sé stesso, di fatto… Gli altri, i compagni più esperti coloro che potevano dargli una mano, erano altrove. Osvaldo era vestito con un cappotto elegante, non fecero caso al pantalone e alle scarpe che indossava, ma finché era un viaggio, nel pullmino, sembrava vestire in maniera normale, come gli altri.

    Arrivano sul posto e portano il pullmino vicino al campo distante dal traliccio circa qualche centinaio dicono 500 metri; lì lo fermarono, scendono dal pullmino e Osvaldo entra nel pullmino dalla parte posteriore, cioè all’interno, e dice agli altri di aspettare. Sta dentro un 10 minuti circa. Grosso modo sono arrivati sul posto attorno alle otto e venti, più o meno. Quando esce dal pulmino, gli altri lo guardano stupiti perché, tolto il cappotto ha indossato una casacca di tipo militare, dicono che è vestito come un «castrista», non dicono nulla ma notano i pantaloni con le sacche, la giacca con molte tasche, come un castrista dicono. La cosa li stupisce un poco, però è nello spirito… nella psicologia del personaggio anche questo atteggiarsi. Scaricano tutti gli oggetti dal pulmino e vanno verso il traliccio, il tempo è umido, pioviggina un poco o è umido. È quasi buio, si vedono delle luci in lontananza, i due non riescono a comprendere o a localizzare bene la natura delle luci. Ci sono delle case in fondo. Il tragitto dal pullmino al traliccio avviene con difficoltà, perché le scarpe sprofondano nel terreno molle. Giunti sul posto portano a quanto pare, il materiale del… di entrambi… o del primo o di entrambi tralicci, questo non è chiaro. Comunque, giunti sul posto, iniziano il lavoro. I due si occupano dell’ agganciamento dei candelotti di dinamite a pacchetti di otto – sembra – attorno al primo pilastro. Questi candelotti vengono schiacciati all’interno del pilastro, compressi con delle tavole di legno e legati con del filo di ferro. Da questo pacchetto di candelotti, esce un filo già preparato, che viene appeso ad uno dei tiranti del traliccio. A questo punto sembra che Osvaldo si renda conto che i fili di collegamento ai cavi elettrici sono troppo corti, si incazza, bestemmia, decide di usare tutto il materiale dei due tralicci programmati per farne uno solo, e di fare una cosa in grande. Va quindi verso il pullmino, porta tutto il materiale del traliccio… del secondo traliccio. Il programma è quello di mettere cariche ovunque; in pratica le tre o le quattro – non è chiaro – cariche del primo traliccio dovrebbero venire… dovrebbero essere applicate alle zampe del traliccio stesso. Le altre tre o quattro cariche del secondo traliccio progettano, su consiglio del primo dei due accompagnatori, di attaccarla i tiranti superiori, cioè alla… alla… ai longheroni della piattaforma orizzontale che dista da terra circa due metri e mezzo.

    Si accingono a questo lavoro, Osvaldo, sempre su consiglio del primo decide che la cosa migliore da fare è quella di andare in alto e applicare lì, subito, tutti i congegni. Va quindi verso l’alto, il lavoro è difficoltoso, bisogna scalare il traliccio. Osvaldo quindi sale sul traliccio e si mette al centro della… del longherone orizzontale, per passare il materiale. Il primo consiglia di fare una scala, una catena cioè per passare il materiale. Osvaldo si trova in alto appollaiato con le gambe all’interno, che penzolano all’interno del traliccio, la schiena all’esterno, seduto. Il primo resta per terra quasi sotto Osvaldo, a distanza di tre metri circa, tutti i sacchetti sono disposti per terra, il secondo si mette a metà strada dai due sul traliccio, cioè un braccio, il braccio destro, è attorno al… al… al pilastro portante destro. I piedi sono sul… sul… ai longheroni e sui tiranti inferiori, l’altro braccio è libero gli serve per prendere il materiale e passarlo a Osvaldo. Il… Il pilastro già minato è quello di sinistra, quindi Osvaldo si trova in alto con le gambe all’interno, penzoloni, seduto; il secondo si trova in terra, il terzo… il primo cioè, si trova a metà strada tra Osvaldo ed il secondo, in piedi sul traliccio con il braccio destro attorno al… al… pilastro portante destro, saldamente agganciato a questo pilastro. Passano allora per primo i candelotti, poi la pila, poi l’orologio; ricevuto il primo orologio sentono Osvaldo imprecare, l’orologio è rotto, non è funzionante. Sembra che si sia staccato… staccata la saldatura posteriore, quella sulla cassa o qualcosa del genere. Comunque l’orologio non è in buone condizioni, Osvaldo impreca, getta a terra sotto di sé l’orologio dove verrà probabilmente trovato. Si fa passare il secondo orologio, il secondo compagno cerca il secondo orologio nel cassetto dove erano contenuti, lo passa al primo che lo passa ad Osvaldo. Poi il secondo compagno volta le spalle ad Osvaldo si mette cioè di spalle al traliccio, e, accucciato per terra sulla punta dei piedi, guarda in lontananza le luci, in fondo, per vedere se qualcuno si avvicina, se qualcosa si muove.

    Il primo passa l’orologio ad Osvaldo; all’inizio il… Osvaldo aveva il… candelotti di dinamite, della carica che serviva a far saltare il longherone centrale; in mezzo alle gambe, tra le due gambe strette. Poi la posizione scomoda lo fa muovere, si trova impacciato nella posizione, impreca, allora si muove, sposta i candelotti all’esterno non più fra le due gambe. Si suppone probabilmente sotto la prima gamba, cioè la gamba sinistra. È in questa posizione seduto con i candelotti sotto la gamba in modo che li tiene fermi che dovrebbe… che sembra che prepari l’innesco, cioè il congegno di scoppio. Tutto il progetto era quello di preparare il congegno, sistemarli, poi agganciare i candelotti al tutto, far pendere i fili e agganciare alla fine il tutto assieme agli altri posti sui piloni. Il… è in questo momento che il primo, quello a mezz’aria sul traliccio, sente uno scoppio fortissimo, uno scoppio secco, viene investito dall’esplosione, ma si aggrappa fortemente con il braccio al pilastro, il braccio destro, sente un dolore sulla… nell’orecchio sinistro, cade per terra, o almeno si cala per terra, guarda verso l’alto ma non vede nulla, guarda verso il basso e vede Osvaldo a terra, rantolante, la sua impressione immediata è che abbia perso entrambe le gambe. Si scuote, va dall’altro. L’altro si sente investire da un forte colpo, ha un dolore forte alla gamba, più che un dolore un colpo caldo, alla coscia destra, viene buttato in terra dal colpo. L’altro va da lui immediatamente e gli dice: «Osvaldo… Osvaldo non c’è, è scoppiato», l’altro guarda in alto, e non vede nulla, allora guarda per terra, e vede Osvaldo. Il problema delle gambe, uno dice: «ha perso entrambe le gambe», poi gli sembra di ricordare che una delle gambe, la gamba destra, si è rovesciata sotto il corpo cioè in posizione che vedrà dopo. La gamba sinistra non c’è, è troncata; il secondo ricorda il particolare del braccio, il braccio destro di Osvaldo rattrappito sul petto con la mano rivolta all’esterno. Non riescono a capire esattamente cosa è successo e come, i due terrorizzati scappano, il primo… il secondo cioè urla il primo lo richiama, sente un forte dolore all’orecchio, non sente più nulla, ha l’occhio gonfio, investito dall’onda dell’esplosione. Poi lo richiama, fanno pochi metri, circa 10-15 metri, poi ritornano indietro, Osvaldo sta rantolando, ancora per pochi minuti, poi ha un ultimo rantolo forte e non sente più nulla.

    Sono terrorizzati, non sanno che cosa fare, il pullmino, poi non ci pensano, scappano attraverso i campi aiutandosi l’un l’altro, arrivano sulla strada, non si sa quanto tempo ci mettano ad attraversare il campo. L’esplosione avviene verso le nove meno dieci, nove meno cinque circa, più tardi che prima. Questo particolare viene notato dal primo che ricorda di aver guardato l’orologio perché aveva promesso di tornare verso le otto e mezza a casa, si accorge che le otto e mezza erano già passate e in quell’attimo, quando vede l’orologio che segnava circa le nove, che sente l’esplosione. I due arrivano vicino al ciglio della strada, salgono e piano piano si avvicinano… si avviano sulla strada. In quel mentre passano delle persone, allora cercano di darsi un’aria così… normale, si mettono a parlare di sport. Sono molto nervosi, stanchi, spaventati stranamente, anche a quel modo, il ferito non perde molto sangue. Il colpo, un taglio grosso circa cinque, sette o otto centimetri per quattro, lo colpisce sulla parte estera della coscia destra… della coscia destra. Non colpisce delle vene grosse, perde poco sangue, però il dolore incomincia a farsi sentire. Zoppicando arrivano vicino alla stazione degli autobus che li porta verso Milano, e lì salgono sull’autobus e si mettono nei sedili dietro. Il primo si mette alla destra del secondo in modo da nascondere la ferita, come prima facevano quando camminavano. Quando scendono dall’autobus, arrivati alla stazione, ripuliscono con il fazzoletto il sedile, un poco sporco di sangue, lì scendono, e vicino alla stazione li mette… lì lascia il primo ai giardini per andare a cercare la sua macchina, per aiutarlo. Il primo, nella tragedia è ancora abbastanza fiducioso, ricorda che Osvaldo gli aveva parlato di Ospedale, di una organizzazione complessa ed attrezzata, che era in grado di affrontare questo genere di problemi, rincuora il secondo dicendogli: «Coraggio, vedrai che sistemeremo tutto, adesso ci pensiamo noi, andiamo dall’amico… e ci pensiamo noi a sistemarci, mettiamo a posto tutto». La tragedia e lo sconforto era troppo, quando si accorgeranno che non c’è nulla, che nessuno è in grado di aiutarli, che gli avevano… che dovranno con pochi compagni, provvedere da soli a sistemare tutto. Quella sera Osvaldo non portava la rivoltella che era… che portava abitualmente, quasi sempre. Infatti, era il tipo di obiettivo ove andavano, sembra che avessero deciso di non portarsi… non portare con sé armi, questo parrebbe sotto il consiglio…. con il consiglio… o grazie al consiglio del primo dei due compagni. Il particolare della gamba rivoltata sotto il corpo, non è molto chiaro, lui dice di non aver visto più la gamba e di essersi accorto solo in un secondo momento che la gamba destra era sotto il corpo, rovesciata all’indietro, però dato il particolare stato di tensione nervosa, non è assolutamente attendibile, o almeno questo fatto può essere semplicemente un errore del compagno stesso. Tutto il fatto, si è svolto dal momento dell’arrivo al momento dello scoppio, nell’arco di circa 40 minuti, il tempo è stato necessario… tutto questo tempo è stato necessario, per fare tutto quello che… che è successo, in quanto ci sono voluti vari minuti per andare e venire dal pullmino un paio di volte, in particolare nella seconda fase, quando Osvaldo ha dovuto tornare al pullmino a prendere il materiale restante.

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    15 Marzo 1972

    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 4 Dicembre 1971

    Rapina alla Coin di Corso Vercelli a Milano, attribuita alle Brigate Rosse. (altro…)

  • Novembre 1971

    Mario Moretti si licenzia dalla Sit-Siemens. (altro…)

  • 30 Luglio 1971

    Le Brigate Rosse compiono una rapina a mano armata a Pergine Valsugana.

    Dalla sentenza del 1° Aprile 1979 del Tribunale di Milano, I Corte d’assise:

    «Verso le 12.30, in Pergine Valsugana, due giovani armati di pistola e con il volto travisato da una calza di nylon nera entrano nella locale filiale della banca di Trento e Bolzano e asportano, sotto la minaccia delle armi, la somma di lire 9.431.846, parte custodita dal cassiere per le operazioni correnti, parte giacente nella cassaforte. Appena impossessatisi della somma, i rapinatori si allontanano velocemente a bordo di una Fiat 128 con altri due complici rimasti in attesa, l’uno all’esterno della porta di ingresso della banca, l’altro al volante di detta autovettura… Di questa rapina [verranno] incolpati Morlacchi Piero e la moglie Heide Ruth Peusch, Moretti Mario, e Taiss Giorgio»

    Al termine del processo, i colpevoli della rapina verranno assolti con formula dubitativa perché le dichiarazioni del brigatista pentito Marco Pisetta non saranno ritenute fonte di prova. Nel 1993 Moretti confermerà che quella rapina fu «la prima azione armata della mia vita».

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