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  • 18 Febbraio 1975

    Renato Curcio viene fatto evadere dal carcere di Casale Monferrato.

    Nel pomeriggio un commando di cinque brigatisti, armati di mitra e guidati da Mara Cagol, fa irruzione e libera Curcio con estrema facilità, senza dover sparare una sola pallottola. Alla preparazione del piano ha partecipato il brigatista-informatore “Rocco” (Francesco Marra), e del commando che libera Curcio fa parte anche Moretti.

    La giornata nel carcere di Casale scorre tranquilla fino a pochi minuti dopo le 16, quando due auto, una Fiat 124 gialla e una 128 blu, arrivano nei pressi del carcere. Scendono un uomo e una donna dai capelli biondi che suona al portone del penitenziario. Una guardia apre lo spioncino, la ragazza sorride.
    «Devo consegnare un pacco a un detenuto» dice.
    È giorno di visite e tutto sembra normale, la guardia richiude lo spioncino e apre il portone, ma non fa in tempo ad allungare le mani per prendere il pacco che la canna di un mitra gli si pianta contro il petto:
    «Non ti muovere o sparo».
    Alle spalle della ragazza spuntano alcune persone vestite con le tute blu da operai, che si precipitano all’interno del carcere e tagliano i fili del telefono. Sempre sotto la minaccia del mitra, la donna costringe l’agente che le aveva aperto a chiamare il maresciallo che comanda le guardie. Il maresciallo sopraggiunge dall’interno del carcere, mentre al piano superiore Curcio vede arrivare di corsa un detenuto che lancia l’allarme:
    «Giù nella rotonda ci sono degli uomini armati».
    La sua cella è ancora aperta perché la conta non è terminata, e il capo brigatista capisce che l’ora tanto attesa è arrivata. Davanti alle guardie impietrite e impreparate comincia a correre lungo il corridoio e giù per le scale, finché si trova davanti a un cancello chiuso.

    Attraverso le sbarre vede sua moglie Mara camuffata con una parrucca bionda e i compagni travestiti da operai. Uno si avvicina e gli passa una pistola. Mara, col mitra spianato, ordina a una delle guardie di aprire il cancello, l’uomo ci mette un po’ a individuare la chiave giusta e quando la trova fa fatica a infilarla nella toppa. Alla fine ci riesce, le sbarre si aprono e Curcio si precipita fuori.

    Prima di andarsene i brigatisti chiudono il maresciallo e le altre guardie nell’ufficio matricola. Un detenuto comune che stava pulendo il corridoio chiede di poter uscire anche lui, ma gli uomini del commando gli intimano di non muoversi. Il pacco portato da Mara rimane sul pavimento della rotonda. Più tardi arriveranno gli artificieri nel timore che contenga una bomba, ma quando l’apriranno scopriranno che ci sono solo cartacce.

    Sul piazzale del carcere Curcio trova tre macchine e altri compagni ad attenderlo. Sale a bordo della prima, che parte a razzo seguita dalle altre due. Il capo delle Brigate rosse, prigioniero da cinque mesi, è stato liberato con un’azione durata meno di cinque minuti che non ha richiesto un solo sparo.

    Tonino Loris Paroli, nome di battaglia “Pippo” è a bordo di una delle auto usate nella fuga, poi abbandonate. Quando vede il suo amico Renato al cambio macchina organizzato al di là del passaggio a livello, tensione e paura finalmente si sciolgono. Ma non c’è nemmeno il tempo per un abbraccio, bisogna correre per allontanarsi il più possibile.

    Giungono alla cascina Spiotta che ormai si sta facendo buio. A Curcio vengono tinti i capelli, poi il viaggio ricomincia alla volta della Liguria, fino a una casa sul mare ad Alassio, dove Renato si ricongiunge a Mara. «Allora, finalmente, potei dare libero sfogo alla mia gioia, e anche alla commozione», racconterà.

    Al di là dell’aspetto romantico di una moglie che guida l’assalto a un carcere per liberare il marito, l’evasione di Curcio è un successo delle Br che riempie di entusiasmo e soddisfazione anche un militante posato e razionale come Pippo, che festeggia a modo suo: in silenzio, riflettendo su un’azione andata a buon fine e su come si può continuare la lotta armata contro lo Stato borghese, anche dopo il «tradimento» di Frate Mitra, la scoperta di alcune «basi» e gli arresti di diversi compagni, proseguiti fino alla vigilia della liberazione di Renato.

    Articolo da ‘La Stampa’ del 19 Febbraio 1975

    Il capo presunto delle «Brigate rosse», Renato Curcio, è fuggito questo pomeriggio dal carcere di Casale Monferrato dove era detenuto da circa tre mesi. Un «nucleo armato delle Brigate rosse» ha dato l’assalto al vecchio stabile di via Leardi, angolo viale Piave: lo componevano tre uomini e una donna, forse la moglie di Curcio, Margherita Cagol. Mitra spianato, i brigatisti sono penetrati nell’interno, il «capo» era in un corridoio, come in attesa. «Renato, vieni qua», ha detto la giovane; «Eccomi», ha risposto Curcio. Poi se ne sono andati. L’azione è stata rapida, efficace, studiata in ogni dettaglio. Per oltre due anni Renato Curcio era stato l’inafferrabile guerrigliero braccato in tutta Italia. Protagonista, secondo gli inquirenti, delle azioni più clamorose dell’organizzazione clandestina. Sulle sue spalle erano via via caduti ordini e mandati di cattura per rapine in provincia di Reggio Emilia, poi per i sequestri Amerio e Sossi. Le lontane origini politiche di Curcio sono «nere», ma da anni in lui si era registrato un cambiamento radicale che, secondo i brigatisti, è schietto. Curcio aveva scelto la clandestinità dopo il fastoso matrimonio in una abbazia in provincia di Trento, ultima concessione all’«educazione borghese». Durante la lunga detenzione di Mario Sossi, i carabinieri raccolsero la sfida alle istituzioni lanciata dalle «Brigate rosse»: «Colpire il cuore dello Stato». Attorno ai brigatisti cominciò ad essere tessuta una fitta tela di ragno, per la prima volta un «agente provocatore», fra’ Silvano Girotto, ex guerrigliero in America Latina, si inserì nel gruppo. Ebbe tre contatti con Curcio che definì il «grassottello» e al termine dell’ultimo incontro, la mattina di domenica 8 settembre, nella tela del ragno finirono il capo presunto delle «Brigate» con il suo compagno e braccio destro, Alberto Franceschini. Le «Br» reagirono all’arresto con uno stizzoso comunicato nel quale denunciavano l’azione di Silvano Girotto: «I compagni Renato Curcio e Alberto Franceschini sono caduti nelle mani del Sid», dissero nel loro volantino. Per Franceschini venne scelto il carcere di Cuneo, dal quale sembra abbia tentato di fuggire circa due mesi orsono. Curcio finì a Novara, dove fu sottoposto ai primi interrogatori dal giudice istruttore Giancarlo Caselli che conduce l’inchiesta sulle imprese dei brigatisti, dal sequestro Labate in poi. «Non rispondo alle vostre domande; non riconosco la vostra autorità. Mi considero un prigioniero politico », ha ribattuto Curcio alle domande del magistrato. Poi il trasferimento al carcere di via Leardi, a Casale, sembra per ragioni di sicurezza. L’«Antiterrorismo», sembra, ha avvertito, giorni orsono, la magistratura di un piano in atto per far fuggire dal carcere Curcio e Paolo Maurizio Ferrari, detenuto a Genova. La magistratura aveva ordinato per Curcio sorveglianza a vista. La piccola prigione, comunque, sembrava offrire maggiori garanzie di sicurezza che non il moderno carcere di Novara: non ci sono mai molti detenuti, non è considerato difficile tenerli d’occhio anche se si tratta di un «carcere aperto», cioè i reclusi hanno la possibilità di muoversi all’interno in assoluta libertà. Oggi nello stabilimento c’erano 45 detenuti e prestavano servizio 17 delle 19 guardie di custodia. Ore 16,13: due auto, una «124» giallina e un’altra blu, forse una «128» o una vettura straniera, si fermano nei pressi del carcere. Scendono una donna sui trent’anni, carina, bionda, volto affilato, statura media, e un uomo, volto anonimo, baffi folti. La giovane suona. La feritoia viene aperta e al piantone, Pompeo Carelli, mostra un fagotto. È giorno di visita, tutto sembra normale. «Devo consegnare questo pacco ad un detenuto. Mi apra». Sorride, è tranquilla. La guardia chiude lo spioncino, apre il portone. Però nel momento in cui la feritoia viene sbarrata, la donna estrae da sotto il cappotto un mitra dal calcio mozzo. La guardia si trova la canna dell’arma puntata allo stomaco: «Stai buono o sei un uomo morto». Nello stesso istante alle sue spalle arrivano tre uomini. Due indossano tute blu e portano una scala «all’italiana» di alluminio. Montano i due elementi della scala, poi li appoggiano al muro di cinta, all’interno a sinistra del portone; salgono, e ad un’altezza di circa tre metri tranciano i fili del telefono. Intanto la giovane e il compagno costringono l’agente a chiamare il maresciallo Barbato, che si trova oltre il secondo cancello, proprio nel cuore del carcere. Si muovono nervosamente, ma appaiono decisi, attenti. Al sottufficiale intimano di aprire e per persuaderlo battono la canna del mitra contro la schiena dell’ostaggio. Aperta la strada, si trovano direttamente nel corridoio lungo il quale si affacciano alcune celle del pianterreno. «Non muovetevi o facciamo una strage», minacciano facendo mettere faccia al muro il piantone, il maresciallo, gli appuntati Baricelli e Rossi. «Dov’è Renato?» grida la donna. Le risponde Curcio, tranquillo. Un ultimo dialogo: «Sei il dottore?» chiedono i brigatisti rivolti al maresciallo. «No, sono il comandante». «Bene, state buoni e non muovetevi». Se ne vanno, il pacco rimane nel carcere, si attende l’artificiere per aprirlo, e si scoprirà che conteneva della cartaccia. Scatta l’allarme. Ricerche tempestive e inutili. Posti di blocco vengono istituiti, una cintura di uomini armati è stesa intorno alla città. Una 124 rubata ad Alessandria viene trovata, poco dopo, alla periferia, in Via Buozzi. Potrebbe essere una delle auto usate dal nucleo armato. Al carcere accorrono il questore di Alessandria, dottor De Stasio, il comandante del gruppo carabinieri, colonnello Musti, il capo del nucleo antiterrorismo per il Piemonte, dottor Criscuolo, il capitano Seno del nucleo speciale dei carabinieri. Il telefono squilla alle 16:50 nella stanza numero 11, al quarto piano dell’ufficio istruzione di Torino. Al dott. Caselli un ufficiale dei carabinieri del nucleo speciale comunica: «È fuggito Curcio, c’è stato un assalto al carcere di Casale Monferrato». Il magistrato accoglie con calma la notizia. Dice soltanto: «Abbiamo lavorato tanto, dovremo ricominciare».

    La clamorosa evasione del capo delle BR scatena una tempesta politica. Le polemiche, roventi, investono il governo Moro, il Viminale, il ministero della Giustizia, la magistratura di Torino, la Questura di Alessandria.

    Il procuratore generale di Torino Carlo Reviglio della Veneria ammette che la Procura aveva ricevuto segnalazioni sulla possibile evasione di Curcio, ma afferma che erano «generiche», e precisa: «D’altra parte è la prima volta che viene fatta un’azione del genere, dall’esterno».

    Il giornalista Giorgio Bocca non crede a quella che definisce «favola delle Brigate rosse», e scrive:

    «La storia vera di queste BR non la sapremo mai, come tante altre storie di questa nostra mediocre stagione politica; non sapremo in che parte fanno da loro e in che parte vengono strumentalizzate, quanti vi sono entrati e vi rimangono in buona fede, e quanti vi sono stati infiltrati o corrotti… Questa storia è penosa al punto da dimostrare il falso, il marcio che ci sta dietro: perché nessun militante di sinistra si comporterebbe, per libera scelta, in modo da rovesciare tanto ridicolo sulla sinistra».

    L’evasione di Curcio è una nuova conferma che gli apparati dello Stato, pur disponendo di infiltrati e informatori all’interno delle BR, non hanno l’univoca volontà di combattere l’eversione terroristica: c’è chi opera per tenere viva l’insidia brigatista, e c’è chi è attivo per spingere le BR verso il militarismo sanguinario. Infatti, benché abbia riacquistato la libertà, Curcio è il latitante più ricercato d’Italia, e in quanto tale è un leader precario e dimezzato; degli altri due “politici” del vertice brigatista, Alberto Franceschini è in carcere, mentre la latitante Mara Cagol ha le settimane contate.

    Quanto a Moretti, è impegnato a Genova nell’organizzare la colonna genovese delle BR che presto insanguinerà il capoluogo ligure.

    Testo integrale del comunicato delle BR sulla liberazione di Renato Curcio

    “Il 18 Febbraio un nucleo armato delle BR ha assaltato e occupato il carcere di Casale Monferrato liberando il compagno Renato Curcio. Questa operazione si inquadra nella guerra di resistenza al fascio di forze della controrivoluzione che oggi nel nostro paese sta attuando un vero e proprio “golpe bianco” seguendo le istruzioni dei superpadroni imperialisti Ford e Kissinger. Queste forze usando il paravento dell’antifascismo democratico tentano di far credere che il grosso pericolo al quale si va incontro sia la ricaduta nel fascismo tradizionale. Per questa via esse ricattano le sinistre mentre attuano il vero fascismo imperialista. Siamo giunti cioè al punto in cui la drammatica crisi di egemonia della borghesia sul proletariato sfocia nell’uso terroristico dell’intero apparato di coercizione dello stato.

    La campagna costruita ad arte e scatenata negli ultimi mesi in principal modo dalla DC sull’ordine pubblico lo dimostra. Le caratteristiche fondamentali di questo attacco controrivoluzionario sono due:

    1. la volontà di ridurre ad una funzione neocorporativa il movimento sindacale e la sinistra;
    2. la pratica di annientamento per via militare di ogni focolaio di resistenza.

    La crisi di regime non evolve dunque verso la catastrofica dissoluzione delle istituzioni,ma al contrario gli elementi di dissoluzione sono gli anticorpi di una ristrutturazione efficentistica e militare dell’intero apparato statale. Il terreno di resistenza alla controrivoluzione si pone così come terreno principale per lo sviluppo della lotta operaia.

    Il movimento operaio ha infatti di fronte a sé il problema di trasformare l’egemonia politica che già oggi esercita in tutti i campi,in un’effettiva pratica di potere e cioè deve porre all’ordine del giorno la necessità della rottura storica con la DC e della sconfitta della strategia del compromesso storico. Deve porre un primo piano la questione del potere,della dittatura del proletariato.

    Compito dell’avanguardia rivoluzionaria oggi e quello di combattere a partire dalle fabbriche,il golpismo bianco in tutte le sue manifestazioni,battere nello stesso tempo la repressione armata dello stato e il neocorporativismo dell’accordo sindacale.

    La liberazione dei detenuti politici fa parte di questo programma. Liberiamo e organizziamo tutte le forze rivoluzionarie per la resistenza al golpe bianco.

    Lotta armata per il comunismo
    Brigate Rosse

  • 8 Settembre 1974

    8 Settembre 1974

    Renato Curcio e Alberto Franceschini vengono arrestati a Pinerolo.

    I carabinieri hanno deciso la cattura di Curcio, tentano soltanto di non scoprire il confidente.

    Curcio è puntuale. «Vieni con noi». L’ex-frate risponde che anche lui è in macchina e che deve lasciarla a Torino. «Seguici, lascia l’auto a Torino, dove vuoi, e poi vieni con noi». Appena il brigatista si allontana, per radio Girotto dà il via all’operazione. Il frate si ferma ancora per chiedere quale sia la macchina da seguire. Curcio non è più solo, al fianco ha un giovane, media statura, magro, con gli occhiali, silenzioso: Alberto Franceschini. «Non venirci dietro, ci vediamo a Torino tra un’ora,» ordina Curcio. Si dividono. Girotto continua a trasmettere, imbocca un senso vietato, un vigile lo ferma e lo multa. La 128 blu con i guerriglieri si allontana in direzione di Torino, ma alle porte dell’abitato un passaggio a livello li costringe a fermarsi. Un momento dopo sopraggiungono due macchine. Le portiere si spalancano e uomini armati di mitra e pistole balzano a terra. Curcio, al volante, rimane impassibile, il suo compagno reagisce, cerca di scappare a piedi verso i campi, ma sei mani lo immobilizzano. Inutilmente si divincola, grida, rivolto agli stupiti passanti: «Aiutatemi, è un’aggressione fascista».

    La versione dei fatti che racconterà Moretti è la seguente:

    «Terminiamo [la riunione di Parma] nel tardo pomeriggio [di sabato 7 settembre]. Io me ne vado per primo, tornando a Milano. Curcio mi dice che resterà a dormire a Parma per andare a Pinerolo la mattina dopo a incontrare Girotto.

    Franceschini ripartirà per Roma la sera stessa. Arrivo a Milano e trovo ad aspettarmi Attilio Casaletti, Nanni, che mi fa: guarda, attraverso un giro un po’ lungo è arrivata la notizia che un compagno di Torino ha ricevuto una telefonata anonima in cui si avverte che domenica Curcio verrà arrestato a Pinerolo. Cristo santo, io so che è vero, domani Curcio va a Pinerolo. Ma perché dovrebbe essere arrestato? Che è successo?…

    Risalgo in macchina e con Nanni mi precipito a Parma dove Curcio, tre ore prima, mi aveva detto che sarebbe rimasto la notte. Arriviamo un po’ dopo le dieci, non ho le chiavi, non è una base della colonna di Milano, suono il campanello, non funziona. Dobbiamo avvertirlo assolutamente, cerchiamo di farci sentire, ma la casa non ha finestre sul davanti e non possiamo metterci a urlare in piena notte davanti a una base. Nessuno ci sente. Ma non può sfuggirci, dovrà uscire molto presto per andare a Pinerolo, ci mettiamo in macchina davanti al portone e aspettiamo. Dopo qualche tempo ci viene in mente che, se nessuno risponde, è forse perché Curcio ha cambiato idea e se ne è andato a Torino, nella base dove sta con Margherita. Io quella base non saprei trovarla neanche se mi ci portassero davanti, c’ero stato una volta sola per una riunione d’emergenza, ed è abitudine di clandestini non memorizzare quel che può nuocere alla compartimentazione: la sola cosa che non potrai mai dire è quella che non sai…

    Rimaniamo a Parma fino all’alba e quando siamo certi che Curcio lì non c’è andiamo sulla strada per Pinerolo, separandoci sui due percorsi che portano a quella cittadina, e ci mettiamo sul bordo della strada sperando che Curcio ci noti mentre passa. Non è un granché, è quasi impossibile che funzioni, ma non possiamo fare altro».

    Curcio dirà:

    «Negli anni successivi ho condotto una serie di indagini per capire la meccanica della vicenda, e mi sono convinto che Moretti non è responsabile di colpe più gravi di quelle da addebitare a una certa sbadataggine e smemoratezza… Il messaggio [la “soffiata”, ndr] arriva a Moretti tra giovedì e venerdì. Ma lui non ritiene di agire subito perché sa che io e Franceschini stiamo lavorando [in una base] di Parma e che da quel posto non mi sarei mosso fino a sabato notte o domenica mattina.

    Pensa dunque di avvertirmi nella giornata di sabato… Tenta di farlo ma non ci riesce. Arriva a Parma sabato pomeriggio, quando noi eravamo già partiti. Infatti io, che dovevo essere a Pinerolo domenica mattina, non avevo voglia di fare tutta una tirata in macchina e avevo preferito tornarmene a Torino nel pomeriggio di sabato. Da lì sarebbe stato più agevole raggiungere il luogo dell’appuntamento la mattina seguente. E avevo chiesto a Franceschini di accompagnarmi».

    A commento della vicenda, Franceschini scriverà:

    «Non capii il comportamento di Mario [Moretti], sapevo che, al di là della sicurezza che palesava, era capace di perdersi in un bicchier d’acqua. Ma quella volta aveva fatto esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto. Invece che girare avanti e indietro per mezza Italia, come aveva raccontato, avrebbe potuto, semplicemente, attenderci sulla strada che portava al luogo dell’appuntamento (conosceva il percorso che avremmo seguito e anche la macchina che avremmo usato) per avvisarci del pericolo che stavamo per correre. Mario lo incontrai sette anni dopo… nel carcere di Cuneo, e gli chiesi subito conto di quell’8 settembre 1974: “Perché non ci avvisasti che stavano per arrestarci?”.

    Lui mi guardò stupito, come se non si aspettasse quella domanda: “Ma come vuoi che faccia a ricordarmi di cosa successe sette anni fa? Tu ti ricordi tutto perché quel giorno ti beccarono”. Avrei voluto picchiarlo».

    In sede di Commissione parlamentare stragi, molti anni dopo, sia il presidente Giovanni Pellegrino, sia Silvano Girotto, esprimeranno incredulità nel constatare la scarsa fantasia del capo brigatista che gestirà il sequestro di Moro.

    Sarebbe bastata una telefonata anonima per dire che alla stazione di Pinerolo c’era una bomba, oppure bastava incendiare un cassonetto di spazzatura nella piazza, e la zona si sarebbe riempita di forze dell’ordine: Curcio, abituato a stare all’erta, avrebbe facilmente schivato la trappola.

    Ma chi aveva fatto la telefonata a casa Levati per avvertire le BR che a Pinerolo c’era la trappola?

    «Non lo so», dirà Moretti, «è l’unico mistero di tutta la storia delle BR che né io né altri ci sappiamo spiegare».

    In realtà di “misteri” la vicenda di Pinerolo ne assomma vari altri. E il solo fatto certo è che l’Arma dei carabinieri eviterà di fare un’inchiesta per scoprire chi avrebbe voluto impedire l’arresto di Curcio. Informato da Levati della telefonata, Girotto ne parla col capitano dei carabinieri Gustavo Pignero, il quale si dice stupito in quanto i carabinieri che hanno proceduto all’arresto di Curcio e Franceschini sono stati informati dell’obiettivo della operazione solo poche ore prima: secondo Girotto, «lo sapevano lui, il generale Dalla Chiesa e qualcuno al ministero dell’interno», e il capitano «disse che poi avrebbe verificato, ma con mio stupore, nell’incontro seguente con il capitano, quando ripresi l’argomento (perché mi aspettavo che fosse diventato un argomento di primo piano, da chiarire), gli chiesi se stavano indagando per quella fuga di notizie, perché era una cosa grave. Ricordo che ho ricevuto una risposta vaga, ha lasciato cadere il discorso, non ha voluto approfondire l’argomento, mi ha detto che stavano vedendo».

    Franceschini si dirà convinto, «pur senza averne elementi di prova», che la “soffiata” arrivasse dal Mossad: «Solo gli israeliani [erano] in ottimi rapporti con carabinieri e servizi segreti e, come avevano dimostrato offrendoci armi, per nulla ostili all’attività delle BR».

    Secondo il magistrato Luigi Moschella, «c’era qualcuno in ambiente qualificato [il Viminale, ndr] che aveva interesse a che le scorrerie delle BR continuassero e che cercò quindi di evitare l’arresto di Curcio… Possiam credere che le BR avessero un informatore all’Ufficio affari riservati»

    Fatto sta che a Pinerolo la mattina di domenica 8 settembre Curcio e Franceschini si incontrano con “Frate mitra”. Girotto (che è in contatto-radio con i carabinieri) dice ai due capi brigatisti di essere arrivato anche lui in macchina, e di doverla però riportare subito a Torino perché se l’è fatta prestare; così concordano di vedersi un’ora dopo in città, e si separano – è l’espediente deciso dai carabinieri per procedere all’arresto di Curcio senza “bruciare” l’informatore.

    I due capi delle Br vengono arrestati pochi minuti dopo, mentre con la loro auto sono fermi a un passaggio a livello chiuso.

    Sempre allo scopo di non “bruciare” l’infiltrato Girotto, i carabinieri del Nucleo speciale del generale Dalla Chiesa inviano alla magistratura torinese un primo rapporto sull’operazione, attribuendone l’origine al fatto che un brigadiere «in servizio nell’abitato di Pinerolo, si accorgeva della presenza di un individuo che… presentava forte somiglianza con [il brigatista ricercato] Franceschini».

    A tutta prima Girotto è ancora “coperto”, tanto è vero che, dopo l’arresto di Curcio e Franceschini, si incontra un’altra volta con Enrico Levati. Ma è solo questione di giorni.

    Resterà senza risposta un altro interrogativo cruciale: perché i carabinieri di Dalla Chiesa hanno di fatto concluso l’infiltrazione di Girotto nelle Br l’8 settembre, dopo soli tre incontri? Se fosse proseguita, l’operazione avrebbe potuto essere molto più efficace, sarebbe penetrata in profondità e avrebbe permesso ai carabinieri di scoprire di più e meglio l’articolazione delle BR e l’identità di molti altri brigatisti.

    Non verrà mai accertato se si sia trattato di “un errore” di Dalla Chiesa, o se invece il generale abbia dovuto eseguire ordini superiori: del comandante della divisione Pastrengo generale Giovanbattista Palumbo, o del comandante generale dell’Arma Enrico Mino (entrambi risulteranno poi affiliati alla Loggia massonica segreta P2).

    Un’altra ipotesi è che lo scopo del blitz non fosse solo l’arresto dei due capi brigatisti, ma anche la necessità di recuperare le carte dei Crd di Sogno che Curcio e Franceschini, prima di partire per Pinerolo, avevano riposto nel portabagagli della loro automobile.

    Racconterà Curcio:

    «Avevamo compiuto un’incursione negli uffici milanesi di Edgardo Sogno impadronendoci di centinaia di lettere e elenchi di nomi di politici, diplomatici, militari, magistrati, ufficiali di polizia e dei carabinieri: insomma tutta la rete delle adesioni al cosiddetto “golpe bianco” preparato dall’ex partigiano liberale con l’appoggio degli americani. Giudicavamo quel materiale esplosivo e lo volevamo raccogliere in un documento da rendere pubblico.

    Purtroppo avevamo tutto il malloppo con noi al momento dell’arresto e così anche quella documentazione preziosa finì in mano ai carabinieri. Qualche anno dopo, al processo di Torino, chiesi al presidente Barbaro di rendere noto il contenuto del fascicolo che [era stato trovato] nella mia macchina quando mi arrestarono, e lui rispose imbarazzato: “Non si trova più… Qualcuno deve averlo trafugato dagli archivi giudiziari”. E la cosa finì lì. Sarebbe stato interessante invece sapere qualcosa di più su quella sparizione»

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  • 7 Settembre 1974

    Si riunisce il direttivo delle Brigate Rosse in un appartamento di Parma.

    Sabato 7 settembre nella base parmense Alberto Franceschini e Renato Curcio vengono raggiunti da Moretti (assente la Cagol, rimasta a Torino), e il vertice diventa una resa dei conti dello scontro interno divampato durante il sequestro Sossi: il “politico” Franceschini vuole che il “militarista” Moretti esca dall’esecutivo BR per il bene dell’organizzazione; a sorpresa, un autocritico e remissivo Moretti si dice d’accordo.

    Al termine della riunione, Curcio informa Franceschini del suo appuntamento con Girotto, l’indomani a Pinerolo, e gli chiede di accompagnarlo.

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  • 6 Settembre 1974

    Una telefonata anonima a Enrico Levati invita Renato Curcio a non incontrare l’8 Settembre Frate Mitra.

    Il pomeriggio di venerdì 6 settembre nell’abitazione di Enrico Levati arriva una telefonata anonima: «Dica a Curcio di non andare domenica a Pinerolo, perché sarà arrestato, c’è una trappola».

    Dei confusi e ambigui avvenimenti successivi, la sola cosa certa è che la “soffiata” viene riferita a Moretti, ma Curcio ne rimane all’oscuro.

    Dai primi di settembre Curcio e Franceschini sono chiusi in una base di Parma, impegnati in un lavoro importante: esaminare il ricco materiale documentale sottratto dall’archivio della sede milanese dei CRD il 2 maggio, per ricavarne un opuscolo che denunci il progetto autoritario neogollista di Edgardo Sogno.

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  • 31 Agosto 1974

    Renato Curcio e Mario Moretti incontrano Silvano Girotto, detto “Frate Mitra”. (altro…)

  • 17 Giugno 1974

    17 Giugno 1974

    A Padova un commando brigatista irrompe nella sede provinciale del MSI e uccide le persone che ci sono all’interno.
    Giovanna Legoratto e Antonio Savino vengono nuovamente arrestati.

    La mattina di lunedì 17 giugno 1974 un duplice delitto fa perdere alle BR l’immagine incruenta trasformandole in una banda omicidiaria.

    A Padova un commando brigatista irrompe nella sede provinciale del Movimento sociale, in via Zabarella, e uccide le due persone che vi sono all’interno.

    È un attentato sanguinario che somiglia a un’efferata esecuzione: le due vittime – il trentenne Graziano Giralucci, e il sessantenne ex appuntato dei carabinieri Giuseppe Mazzola – sono state ammanettate, e secondo le autopsie fatte sdraiare per terra e freddate con un colpo di pistola alla nuca.

    L’eco dei due colpi viene udito alle 10:10 da Luigia Zambianchi, assistente sanitaria dell’ambulatorio Enpas, al piano di sotto. Corre a dare l’allarme e sparano alla porta del gabinetto dentistico del dottor De Martini. Un suo paziente, missino, sale al piano di sopra e rinviene i cadaveri.

    Si scatena una ridda di ipotesi su piste nere e regolamenti di conti tra fascisti, fino a che le BR non diffondono un comunicato in cui si assumono la responsabilità di un duplice omicidio comunque non voluto e addebitando l’accaduto alla reazione inconsulta dei due missini. Nell’azione, Martino Serafini era il “palo”, Giorgio Semeria guidava l’auto, Susanna Ronconi attendeva sulle scale con una borsa per prelevare i documenti dalla sede missina, mentre Roberto Ognibene e Fabrizio Pelli erano i due brigatisti entrati negli uffici e, dei due, solo il Pelli avrebbe sparato a fronte di un tentativo di reazione di Mazzola e Giralucci. Per quanto funestata da “un incidente sul lavoro”, l’azione di Padova non modifica certamente la linea strategica né l’impostazione tattica delle BR. Essa infatti va ricollegata, per gli obbiettivi che si poneva, alle altre incursioni incruente compiute contro il cri e il Centro Sturzo a fini “di inchiesta”.

    Un’anonima telefonata al Corriere della Sera di Milano avverte che in una cabina di Piazzale Lavater, fra le pagine dell’elenco telefonico, c’è un messaggio delle Brigate Rosse. Una seconda copia del volantino i brigatisti la lasciano a Ponte di Brenta, a pochi chilometri da Padova.

    In serata le BR diffondono un comunicato di imbarazzata rivendicazione, giustificando il duplice delitto con una presunta reazione delle vittime.

    Leggi il testo integrale del Comunicato

    «Un nucleo armato delle Brigate rosse ha occupato la sede provinciale del MSI a Padova, in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati. Il MSI di Padova è la fucina da cui escono e sono usciti gruppi e persone protagonisti del terrorismo antiproletario di questi ultimi anni.

    [I fascisti padovani] hanno diretto le trame nere dalla strage di piazza Fontana in poi. Il loro più recente delitto è la strage di Brescia. Questa strage è stata voluta dalla Democrazia cristiana e da Taviani per tentare di ricomporre le laceranti contraddizioni aperte al suo interno dalla secca sconfitta del referendum e dal “caso” Sossi: più in generale, per rilanciare, anche attraverso le “leggi speciali” sull’ordine pubblico, il progetto neogollista.

    Gli 8 compagni trucidati a Brescia non possono essere cancellati con un colpo di spugna dalla coscienza del proletariato. Essi segnano una tappa decisiva della guerra di classe, sia perché per la prima volta il potere democristiano attraverso i sicari fascisti scatena il suo terrorismo bestiale direttamente contro la classe operaia e le sue organizzazioni; sia perché le forze rivoluzionarie sono da Brescia in poi legittimate a rispondere alla barbarie fascista con la giustizia armata del proletariato».

    Il comunicato brigatista, dunque, tenta non solo di giustificare il duplice delitto adducendo una “violenta reazione” delle due vittime, ma anche di motivare politicamente l’irruzione nella sede padovana del MSI come risposta militante alla strage di Brescia e alle “trame nere” del neofascismo.

    A queste due motivazioni si atterrà Curcio, quando anni dopo parlerà del duplice delitto di via Zabarella:

    «Non furono morti programmate: giunsero improvvise, inattese, imbarazzanti. Come cinicamente è stato detto, si è trattato di un “incidente sul lavoro”… L’incursione nella sede padovana del MSI per cercare qualche documento collegato alla strage di Brescia fu l’iniziativa autonoma di un gruppo di compagni veneti… Il clima di quei giorni può fornire una certa spiegazione dell’episodio pur senza giustificarlo: i morti e i feriti della strage di piazza della Loggia, aggiungendosi a quelli di tutte le altre stragi precedenti, avevano suscitato una grande commozione e indignazione; immaginare una perquisizione in una sede missina, anche se non rientrava nei progetti delle BR, era in sintonia con le forti tensioni presenti in ampi settori del movimento.

    Comunque, si è trattato di un’azione organizzata malamente e sfortunata. Durante la perquisizione ci fu uno scontro imprevisto con i missini, e uno dei nostri compagni, per evitare che gli altri venissero sopraffatti e catturati, sparò e uccise.

    Che fare? Dire o non dire che eravamo stati noi? Ne discussi con Margherita, Moretti, Franceschini e altri. Il clima in giro era bollente: una certa fetta del movimento applaudiva all’azione sostenendo che i fascisti colpevoli della strage andavano ammazzati… Mi preoccupai moltissimo. C’era il rischio di stravolgere l’immagine delle BR, pazientemente costruita per quattro anni, riducendola a quella di un gruppo di scalmanati che dava ordine di andare ad ammazzare la gente nelle sedi missine.

    Non nascondo che la tentazione di non rivendicare l’azione c’è stata… I morti di via Zabarella li considerai subito un disastro politico, un errore molto grave».

    In realtà il doppio delitto di Padova, più che collegato alla strage di Brescia, è probabilmente conseguenza dello scontro che all’interno delle BR contrappone i “politici” (capeggiati da Curcio e Franceschini) ai “militaristi” (guidati da Moretti).

    Vittoriosi i primi con la conclusione incruenta del sequestro Sossi, i secondi hanno inteso pareggiare il conto con la sanguinaria impresa di via Zabarella.

    Molti anni dopo, Moretti sosterrà – mentendo – che l’azione di Padova era stata autorizzata dal vertice dell’organizzazione:

    «I compagni del Veneto ci dissero che volevano perquisire con le armi la sede del Msi di Padova, demmo l’assenso… L’azione andò male. Nell’entrare, un compagno rimase isolato, venne assalito dai due missini presenti e sopraffatto. Quando sopraggiunse il secondo compagno, inesperto e agitato, sparò e li uccise entrambi».

    Tesi smentita non solo dai rilievi medico-legali circa la dinamica del delitto, ma anche da Franceschini

    «Né io né Curcio sapevamo che erano state le BR a compiere quell’azione, infatti passarono parecchie ore prima del nostro comunicato. Se fosse stata un’azione preparata e condivisa, il volantino di rivendicazione sarebbe stato lasciato sul posto o comunque diffuso immediatamente».

    Anche la brigatista Susanna Ronconi confermerà che quella di Padova «non fu un’azione decisa dalle BR».

    Le due persone uccise nella sede del MSI di Padova erano collaboratori dello spione Tom Ponzi, impegnato in uno scontro interno al servizio segreto di cui faceva parte, e in una faida all’interno del MSI – infatti i giornali l’indomani ipotizzano che il doppio delitto possa essere un regolamento di conti tra neofascisti. Secondo altre voci, il vero bersaglio dell’attentato era l’ex appuntato dei carabinieri Mazzola, il quale, alle prese con un’inchiesta all’interno della federazione missina di Padova, aveva scoperto alcuni infiltrati che sarebbero stati «collegati alle Brigate rosse».

    Fatto sta che il duplice delitto di Padova vanifica il successo propagandistico ottenuto dalle BR meno di un mese prima con l’incruento sequestro Sossi, e preannuncia la mutazione sanguinaria dell’organizzazione teorizzata da Moretti.

    Lo stesso giorno, Giovanna Legoratto e Antonio Savino, già arrestati nel Dicembre 1973 vengono arrestati per «partecipazione a banda armata». Allo scadere della carcerazione preventiva torneranno in libertà: il giudice ha imposto obblighi di soggiorno a Borgomanero, ma poche settimane dopo Antonio Savino scompare dandosi alla clandestinità. La latitanza finirà il 10 Novembre 1976 quando, a Pavia, gli uomini dell’ufficio politico lo sorprenderanno in un appartamento di galleria Manzoni.

    Evaderà poi il 3 Giugno 1977 dal carcere di Forlì.

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  • 21 Maggio 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°7 sul Sequestro Sossi.

    Allo scopo di vanificare le difficoltà frapposte dal governo per la concessione del passaporto, viene fissato come luogo di asilo per i detenuti liberati l’ambasciata cubana presso la Santa Sede.

    Insieme al comunicato viene consegnato un messaggio autografo in cui Sossi assicura di stare bene mettendo così fine a certe voci circa il suo stato di salute:

    “Avuta notizia dell’avvenuta concessione della libertà provvisoria agli imputati del gruppo 22 Ottobre ed avuta notizia della condizione consistente nella garanzia della mia incolumità attuale, confermo di essere in buona salute.”

    Mario Sossi

    Ma il procuratore generale Coco rifiuta di dare esecuzione alla sentenza della Corte di assise d’appello («Prima venga restituito Sossi vivo, poi attueremo l’ordinanza di libertà provvisoria degli otto detenuti»), e Cuba non è disponibile ad accogliere nella propria ambasciata in Vaticano i detenuti scarcerati. La situazione è di fatto paralizzata.

    Ricorderà Franceschini:

    «Ci riuniamo io, Curcio e Moretti, per decidere cosa fare. La situazione è complicata dal fatto che sulla villetta dove teniamo Sossi ogni tanto passa a volo radente un elicottero; poi in quel posto isolato di campagna, sempre deserto, da qualche giorno si vedono spesso degli strani ciclisti, oppure ci arrivano delle coppiette… Ho l’impressione che ci abbiano scoperti, e che ci stiano tenendo d’occhio. Se è così, è probabile che stiano preparando un blitz, e in quel caso ci ammazzeranno tutti – compreso Sossi – come è successo nel carcere di Alessandria.

    Io voglio liberare il prigioniero, perché comunque, politicamente, abbiamo già vinto su tutta la linea; oltretutto, Sossi è così incazzato che diventerà una mina vagante per lo Stato… Invece Moretti vuole che ammazziamo l’ostaggio, subito. Non capisco perché, mi sembra un’assurdità, ma lui insiste, non sente ragioni, così ci scontriamo con durezza. Curcio fa da mediatore, e propone di consultare i responsabili delle varie brigate per conoscere il loro parere.

    Torno alla villetta, e senza perdere un minuto, insieme a Mara e Bertolazzi che la pensano come me, prepariamo il rilascio di Sossi. Lui ci chiede di “truccarlo” perché nessuno lo riconosca, di dargli un documento falso, e di rilasciarlo lontano da Genova: ha il terrore di finire in mano alla polizia o ai carabinieri e di fare una brutta fine… Così lo “trucchiamo”, gli diamo documenti falsi, lo portiamo in macchina a Milano; là gli diamo un biglietto del treno per Genova, una copia del comunicato numero 8, e lo liberiamo. È il 23 maggio»

    Testo integrale del Comunicato n°7 sul Sequestro Sossi

    Comunicato n°7

    Ci vengono chieste garanzie sulla incolumità e sulla liberazione del prigioniero MARIO SOSSI. Rispondiamo che la sua incolumità e la sua liberazione sono garantite innanzitutto dall’esecuzione dell’ordinanza di libertà provvisoria, nonché dal fatto che gli 8 compagni del 22 Ottobre trovino asilo nell’ambasciata cubana presso lo stato della città del Vaticano. Questo affinché sia garantita la loro incolumità, data la posizione assunta dal governo italiano. Riconfermiamo che nelle 24 ore successive alla liberazione dei compagni secondo le modalità indicate, il prigioniero Mario Sossi verrà senz’altro posto in libertà. Questa è la nostra parola.

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  • 14 Maggio 1974

    Mario Sossi manda un messaggio al Presidente Leone (altro…)

  • 23 Aprile 1974

    Viene diffuso dalle Brigate Rosse il Comunicato n°2 del sequestro Sossi.

    Al comunicato sono allegate una foto e uno scritto autografo con il quale Sossi chiede alla procura genovese di liberare i detenuti appartenenti alla XXII Ottobre.

    L’opportunità di divulgare lo scritto del prigioniero ha provocato un duro scontro al vertice delle BR tra Moretti e Franceschini, che quest’ultimo racconterà così:

    «Prima del sequestro avevamo discusso, con i compagni delle “forze regolari”, un programma di massima che prevedeva la richiesta di scambio tra Sossi e i compagni della XXII Ottobre [detenuti, ndr], e la eliminazione fisica del prigioniero se l’obiettivo non fosse stato raggiunto.

    Il presupposto di questa nostra linea era la certezza che uno come Sossi, che avevamo visto spietato nelle sue vesti di pubblico ministero, non avrebbe mai collaborato.

    Quando Sossi chiese di scrivere quel messaggio capii invece che non era un duro e che il sequestro stava prendendo una strada diversa da quella che avevamo previsto. Mara [Cagol, ndr], il Nero [Piero Bertolazzi, ndr] e io decidemmo di accogliere la sua richiesta, di fargli scrivere il biglietto. Ma prima di recapitarlo, ritenemmo giusto discuterne almeno con Renato [Curcio, ndr] e Mario [Moretti, ndr], perché decidere di consegnare quel messaggio significava mutare radicalmente la gestione dell’azione.

    Toccò a Mara andare alla cascina Spiotta, una nostra base, dove era stato stabilito che Mario e Renato sarebbero restati durante tutta la durata del sequestro, perché potessero essere facilmente rintracciati in caso ci fossero stati problemi urgenti da discutere.

    Mara partì la mattina, in macchina, con il bigliettino scritto da Sossi, e tornò nel pomeriggio: Mario e Renato erano contrari alla consegna del messaggio, perché sarebbe stato, da parte nostra, un segnale di debolezza, come se si volesse chiedere una tregua. Eppoi, ci mandarono a dire da Mara, c’era un piano discusso e deciso precedentemente da tutta l’organizzazione che non poteva essere cambiato.

    Divenni furente, mi sembrava assurdo che i compagni non capissero quel lo che stava avvenendo, che Sossi, contro ogni nostra previsione, cominciava a collaborare. Continuare come se nulla fosse era veramente stupido.

    Così decisi di andare io a parlare con Mario e Renato, suscitando le reazioni di Mara e del Nero. L’una mi disse che non mi fidavo di lei, come non fosse stata in grado di esporre correttamente il nostro punto di vista. L’altro temette che muovendomi io, ricercato, l’intera operazione avrebbe corso seri rischi: se mi avessero preso sarebbe saltato tutto.

    Ma avevo deciso, presi l’auto e andai alla cascina. Mario e Renato sono sorpresi della mia visita serale e la mia faccia fa chiaramente intendere che non è certo di cortesia. Entro subito in argomento dicendo che non sono assolutamente d’accordo con loro: il messaggio di Sossi deve essere spedito. Spiego che secondo me è importante cominciare a stabilire un eventuale “canale” con la controparte per la futura trattativa. E poi, anche da un punto di vista formale, non siamo noi a chiedere la sospensione delle indagini, ma Sossi; non siamo noi a chiedere una tregua, ma lui stesso. Mario mi risponde che è solo un sofisma nel quale non sarebbe caduto nessuno: è chiaro, sostiene, che se noi facciamo avere il messaggio siamo d’accordo con Sossi e siamo anche noi, quindi, a chiedere di interrompere le ricerche, a voler “trattare”. “Quel messaggio”, conclude, “non si deve recapitare”. Renato tenta una mediazione impossibile tra me e Mario mentre andiamo avanti a discutere per un bel po’ senza arrivare a una posizione comune. Insisto: il messaggio deve essere recapitato al più presto, perché ne parlino i giornali dell’indomani. Discutere non serve più, siamo arenati su sponde diverse.

    “A questo punto”, dico, “decideremo io, Mara e il Nero quello che bisogna fare”. Il prigioniero lo abbiamo noi, e solo noi, grazie alla rigida compartimentazione tra nuclei d’azione che inaugurammo con Sossi, sappiamo dov’è.

    Quindi, di fatto, siamo noi a comandare. Da questo momento, dico, non riconosciamo il potere decisionale di nessun altro, ci assumiamo noi tutte le responsabilità di quello che stiamo facendo e alla fine dell’azione spiegheremo ai compagni dell’organizzazione ogni nostra decisione.

    Mario e Renato non reagirono, non potevano opporsi alla mia presa di posizione e sapevano che sarei andato fino in fondo. Me ne tornai alla prigione, e da quella sera dirigemmo l’operazione in tre: Mara, il Nero e io»

    Insieme al ciclostilato vengono lasciati una foto di Sossi prigioniero e un suo scritto autografo:

    Messaggio. At sostituto procuratore della Repubblica di turno a Genova. Pregoti, in assoluta autonomia, ordinare immediata sospensione ricerche inutili et dannose stop. Mario Sossi. Ai miei familiari: Mamma, curati e stai serena, saluta Sergio e tutti… Grazia, curati e fai studiare le bimbe. Stai serena. Non hai ragioni per preoccuparti. Informa, ringraziandoli, Sterle e Sacchetti che non mi necessita un difensore. Baci Mario.

    La moglie di Sossi vorrebbe sospendere immediatamente le ricerche come richiesto dal marito, ma la polizia non ci sta.

    A sorpresa il sostituto procuratore di turno, Luigi Francesco Meloni, precisa che «l’azione della polizia giudiziaria, oltre ad accertare il reato, deve impedire che esso venga portato ad ulteriori conseguenze, e cioè nel caso di sequestro di persona deve tendere alla salvezza della vittima. Posso dire che la condotta delle forze di polizia si conformerà a tale regola. Non dimentichiamo che è in gioco la vita di un uomo e, se me lo permettete, di un amico, alla cui incolumità dovranno tendere in primo luogo tutti i nostri sforzi».

    Il procuratore capo, Grisolia, a quel punto blocca le indagini. Sospese da questo momento, spiega, «per favorire la liberazione del collega Sossi in conformità della sua richiesta. Le ragioni, in parte, sono state esposte dal collega Meloni. Ciò non esclude, e in proposito mi riferisco a quanto detto dal questore, che verranno mantenute delle cautele di pubblica sicurezza, nell’interesse dei cittadini, e per evitare che possa essere frustrata la promessa liberazione in cambio di un rallentamento delle operazioni di ricerca condotte dalla polizia».

    È il primo successo tattico conquistato dalla Brigate Rosse con questo sequestro. Non sarà l’ultimo.

    Comunicato n°2 del Sequestro Sossi

    “In seguito agli innumerevoli falsi che i giornali del mattino e del pomeriggio hanno raccattato senza scrupolo, non certo con l’intento di fornire ai loro lettori un’informazione corretta e completa, facciamo presente che solo i comunicati battuti con la macchina che ha firmato il primo sono autentici. Non si tratta di un gioco e le false informazioni possono soltanto aggravare la posizione del prigioniero.

    [ndr] Allegati al comunicato ci sono una fotografia ed un messaggio autografo di Sossi in cui si chiede la sospensione delle ricerche “inutili e dannose.”

    Ai miei familiari – mamma curati e stai serena saluta Sergio e tutti – Grazia curati e fai studiare le bimbe – stai serena, non hai ragione per preoccuparti, avrai ancora mie notizie… Mario.

    AT Sostituto Procuratore della Repubblica di turno – Genova – Pregoti in assoluta autonomia ordinare immediata sospensione ricerche inutili et dannose – stop Mario Sossi.

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  • 18 Aprile 1974

    Sequestro di Mario Sossi (Operazione Girasole)

    Lo stesso giorno dell’insediamento di Agnelli alla presidenza di Confindustria e dell’anniversario della sconfitta del PCI alle elezioni del 1948, le BR sequestrano Mario Sossi.

    Mario Sossi è un magistrato molto mal visto dall’ambiente dell’estrema sinistra: non uno di primo piano, ma che è spesso stato celebrato dai media per la sua crociata contro l’estrema sinistra.

    Fascista (organizzazione FUAN, eletto anche nel parlamento dell’Università di Genova) e poi iscritto all’UMI, la più a destra delle associazioni dei magistrati.

    Sopranominato “Dottor Manette”, fa arrestare Lazagna (ex partigiano) e fa pervenire avvisi di procedimento a Dario Fo e Franca Rame per la loro attività di assistenza ai carcerati; aveva ordinato la cattura di Vittorio Togliatti, nipote del defunto segretario del PCI e dell’ex moglie, Marisa Calimodio, e dell’architetto Aristo Ciruzzi.
    Inoltre imbastisce il processo contro la 22 Ottobre, chiedendo quattro ergastoli e molti secoli di galera, responsabile del sequestro del giovane Sergio Gadolla e della rapina all’Istituto Case Popolari nel corso della quale viene ucciso il fattorino Alessandro Floris.

    A Genova spesso si possono trovare sui muri scritte come “SOSSI FASCISTA SEI IL PRIMO DELLA LISTA”,“SOSSI SEI NERO TI ASPETTA IL CIMITERO”, “SOSSI BOIA”. Durante il processo d’Appello alla 22 Ottobre era stato affisso per tutta Genova, e anche nei pressi della sua abitazione, un manifesto di AO-LC-manifesto che così ammoniva: “SONO I SOSSI, GLI SPAGNUOLO, I CALAMARI CHE DEVONO RISPONDERE OGGI DELLE LORO PERSECUZIONI ANTIPROLETARIE, DELLE LORO MACCHINAZIONI REAZIONARIE”.

    Nonostante sia mal visto da tutta la sinistra, le reazioni al sequestro sono tutte di condanna, dal PCI a Lotta Continua passando per Il Manifesto. Per «Lotta Continua», «questa azione ha uno squisito sapore di provocazione»; mentre Berlinguer afferma che «il Paese si interroga preoccupato e indignato» e Umberto Terracini è sicuro della matrice fascista dell’azione. Dal più alto scranno istituzionale, il presidente Leone esprime sdegno, manifestando solidarietà alla magistratura colpita in uno dei suoi uomini, mentre il radicale Pannella paventa ripercussioni negative per il prossimo referendum sul divorzio, temendo una deriva conservatrice dell’elettorato. Ma ancora una volta è «il Manifesto» a esprimere il giudizio più duro, parlando apertamente di provocatori fascisti: gli stessi della strage di Stato che ora sfruttano la tensione del referendum.

    La sera del 18 aprile, verso le ore 20, il giudice Sossi viene aggredito mentre sta rientrando a casa, trascinato in un furgone e chiuso in un sacco.

    I brigatisti che afferrano materialmente il magistrato sono due: Alfredo Bonavita e “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra, aiutati da Maurizio Ferrari a caricare l’ostaggio sul furgone. Ce ne sono anche altri (almeno sei in tutto): uno si preoccupa di tenere lontano due passanti, Renato Fabianelli, marito della portinaia della casa dove abita il magistrato, e Rosa Schiaffino.

    A Sossi viene strappata la valigetta che contiene i documenti e le fotocopie degli atti dei processi che sta seguendo.

    Dopo un viaggio in auto che Mario Sossi non riesce a riconoscere perché probabilmente drogato, quando viene slegato e gli viene tolta la benda si trova nella prigione del popolo: una camera più o meno quadrata di circa 2,5 m di lato. Le pareti, forse di polistirolo, rendono l’ambiente perfettamente insonorizzato. Su un lato si apre una porta piccola e bassa: dall’interno si scorgono le tracce di quattro serrature. Non ci sono finestre, solo un foro nel soffitto con una piccola grata e un aeratore che, di tanto in tanto, cambia l’aria. Il pavimento è coperto da una stuoia marrone. La luce proviene da una fioca lampada rossa. Attaccato alla parete un vessillo di stoffa rossa con una stella gialla dalle punte irregolari e, accanto, alcune scritte; in particolare Mario Sossi rimarrà colpito da una: «Portare l’attacco al cuore dello stato». L’arredamento è un tavolinetto a mensola, un seggiolino pieghevole tipo spiaggia e una branda.

    Il sequestrato viene poi affidato al trio Franceschini-Cagol-Bertolazzi, che lo trasporta in una villetta (comprata da Franceschini mesi prima) alla periferia di Tortona, all’interno della quale è celata la cosiddetta “prigione del popolo”
    (una piccola cella insonorizzata con wc chimico, branda e aeratore per il ricambio dell’aria).

    I responsabili tecnico-militari dell’operazione sono Alberto Franceschini e Mara Cagol, ma in totale partecipano circa 18 brigatisti.

    Mario Moretti, per ragioni di sicurezza, è l’unico che non prende direttamente parte alla rischiosa operazione. Altre fonti invece dicono che è Moretti e non Bertolazzi a tenere in ostaggio Sossi a Tortona. Giovanni Bianconi sostiene che lui a turno con i compagni s’infila il cappuccio e si presenta al giudice per portargli da mangiare, condurre gli interrogatori, scrivere le lettere da recapitare all’esterno.

    Ma dopo quindici giorni trascorsi nel chiuso di quelle quattro mura è colto da una crisi di claustrofobia: – Se non esco da qui almeno per qualche ora va a finire che mi ammazzo. Alberto e Mara si guardano in faccia: la richiesta va contro ogni regola di comportamento brigatista e può rivelarsi pericolosa, ma non ci sono molte alternative. E così, senza che nessun altro dell’organizzazione lo sappia, il terzo carceriere del giudice Sossi per un giorno torna a essere un normale padre di famiglia che va a trovare la moglie e il figlio prima di rituffarsi nella clandestinità e nella «prigione del popolo».

    A conoscere l’ubicazione della “prigione del popolo” sono solo Franceschini, la Cagol e Piero Bertolazzi (o Mario Moretti, secondo Giovanni Bianconi).

    Per cercare il magistrato viene imbastita un’enorme operazione di polizia: seimila agenti setacciano la città, mentre la magistratura (procuratore capo Grisiola) sospende tutte le istruttorie e indagini in corso.

    L’ANSA emette numerose note. La prima alle 21:48.

    Il sostituto procuratore della Repubblica, Mario Sossi, pubblico ministero al processo contro i membri del gruppo XXII Ottobre, è stato rapito questa sera in strada da un commando di cinque o sei giovani che con la minaccia delle pistole l’hanno costretto a salire su un furgone grigio.

    La seconda nota esce nove minuti dopo, alle 21:57.

    Il rapimento è avvenuto alle 20:50 davanti all’abitazione del magistrato, in Via Forte dei Giuliani, 2, nella zona di Albaro. Mario Sossi negli anni dal 1966 al 1968 aveva lungamente indagato sulle attività delle così dette “Brigate Rosse”. È ritenuto un magistrato tradizionalista.

    E, alle 22:59:

    In seguito al rapimento del magistrato, dal Ministero dell’Interno è stato inviato a Genova l’ispettore generale della Criminalpol, dott. Vincenzo Li Donni ed è stato disposto l’afflusso nella città ligure di contingenti di rinforzo della polizia stradale e dei carabinieri per collaborare nelle ricerche.

    A Roma, la situazione è giudicata subito molto grave. Le telescriventi rilanciano la notizia che «il ministro dell’Interno, on. Taviani, ha disposto che il capo della polizia, dott. Efisio Zana Loy, raggiunga immediatamente Genova. Il capo della polizia è partito immediatamente e sarà a Genova nella prima mattinata».

    Quella sera stessa intanto, alcuni brigatisti quasi finiscono nelle mani dei carabinieri. Ecco come il pubblico ministero Caccia ricostruisce l’episodio:

    Il 18 Aprile, alle 22:30, una Fiat 128 bianca, guidata da una donna, si fermò ad un posto di blocco di carabinieri, a Ottone, in provincia di Piacenza; durante il controllo sopraggiunse un’Autobianchi A 112, color crema, tetto nero, targata Milano, con due uomini a bordo, che forzò il posto di blocco. I carabinieri, a causa del forzamento del blocco non fecero alcun controllo alla 128 e non ne registrarono la targa; l’auto A 112, per quanto subito segnalata al comando di tenenza di Bobbio, non fu più rintracciata

    La macchina, si scoprirà più tardi, era stata rubata a Lodi il 27 Settembre 1973 a Massimo Allegri, fratello di una presunta brigatista rossa.

    Ci si attende la liberazione di Sossi per questa mossa della magistratura, ma un comunicato dei GAP in cui si auspica la linea dura fa salire nuovamente la tensione.

    Il 26 Aprile 1974 un comunicato delle BR afferma che Sossi sta parlando, soprattutto sul processo alla 22 Ottobre.

    Il 28 Aprile 1974 riprendono le indagini della magistratura, ma in mancanza di indizi sembra che si proceda a caso.

    Nonostante la polizia blocchi le conferenze stampa e l’afflusso di notizie ai media, tutti i quotidiani continuano a parlare del sequestro, tanto da far conquistare a Mario Sossi la prima posizione (che manterrà per oltre un mese) della speciale classifica di Panorama “VIP PARADE – Termometro della Popolarità”, compilata sul numero di citazioni sui principali quotidiani italiani.
    Sossi in un mese ne raccoglierà 2137, surclassando Eddy Merckx (509) e Kissinger (505).
    Al quarto posto Francesco Coco con 486.

    Alberto Franceschini sul sequestro Sossi

    “Avevamo cominciato a preparare il rapimento del sostituto procuratore della Repubblica di Genova Mario Sossi un anno prima, nella primavera del 1973, quando i compagni di Torino avevano appena sequestrato Bruno Labate e stavano progettando l’azione Amerio. Milano era la città dove eravamo nati e sarebbe bastato uno di noi a tenere le fila dell’organizzazione, della colonna. Restò Mario. Io mi trasferii a Genova e nel “lavoro” mi aiutarono via via altri compagni: Mara, Renato, Fabrizio, Maurizio, Roberto, Alfredo, il Nero.”

    Mario Moretti sul sequestro Sossi

    “È la prima grande azione armata contro lo Stato e ha un grandissimo effetto. È uno scontro reale, vissuto, visibile, piccolo ma emblematico, con lo Stato vero, con la magistratura, con la polizia, con i carabinieri. Affascina molti, ha un’eco straordinaria nella stampa. È con Sossi che conquistiamo il terreno dei media.”

    Renato Curcio sul sequestro Sossi

    “Il magistrato genovese era una buona incarnazione della giustizia asservita al potere politico democristiano e il suo sequestro ci sembrò la mossa giusta per alzare il tiro senza affrontare rischi eccessivi. Poi avevamo un obiettivo interno: quello di creare un nostro fronte di intervento anche a Genova, conquistandoci sul posto una certa area di consensi.”

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