Tag: Piero Bertolazzi

Chiamato anche “Il Nero”, famiglia di Casalpusterlengo. Il padre lavorava all’ENI l’”aristocrazia operaia”. A quindici anni vuole smettere di studiare e va a lavorare per un anno e mezzo in fabbrica, da dove scappa comunque a gambe levate. Non ha mai avuto una visione mitica né della fabbrica né della figura dell’operaio.

Si diploma poi da geometra con i corsi serali, quando è già a Milano. Si iscrive anche all’Università a Milano, a Filosofia, ma non frequenta mai.

Viene scarcerato nel 1989, dopo 15 anni di carcere senza nemmeno un giorno fuori.

  • 28 Aprile 1977

    A Torino le Brigate Rosse uccidono Fulvio Croce, presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati.

    Le BR tornano a uccidere: la vittima è un avvocato. Un avvocato particolare: si chiama Fulvio Croce e ha cominciato a morire quasi un anno prima, quando il 17 Maggio 1976 era iniziato a Torino il processo contro la «banda armata denominata Brigate Rosse».

    Tra gli imputati, alcuni nomi eccellenti dell’organizzazione, quali Pietro Bassi, Pietro Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Valerio De Ponti, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Tonino Paroli.

    Il rifiuto dei brigatisti imputati di accettare la difesa d’ufficio minacciando vendette aveva fatto rinviare il processo al 3 maggio 1977.

    Pochi giorni prima di quella data quindi, le BR colpiscono il presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino. Croce ha settantasei anni e vive sulle colline torinesi. Il suo ruolo gli impone di risolvere la più grossa grana che gli sia capitata in cinquant’anni di professione: quella di nominare i difensori d’ufficio per i cinquanta brigatisti (di cui una trentina in carcere e una ventina a piede libero) nel “processone” contro le BR. I militanti della stella a cinque punte l’hanno detto chiaramente: nessuno assuma la nostra difesa, pena la morte, perché la rivoluzione non si processa. «Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati», aveva detto in aula Maurizio Ferrari, «ci professiamo combattenti, e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo, viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Considereremo gli avvocati che accetteranno il mandato d’ufficio collaborazionisti e complici del tribunale di regime. Essi si assumeranno tutte le responsabilità che ciò comporta di fronte al movimento rivoluzionario».

    Nessun difensore quindi. Né di fiducia né d’ufficio. E senza difensori, niente processo. Chiaro. Inoltre, non si trovano giudici popolari. Chi riceve la comunicazione del Tribunale risponde con un certificato medico.

    Nel suo studio in via Perrone, Fulvio Croce deve risolvere la grana degli avvocati: i dieci difensori d’ufficio che ha nominato hanno rifiutato in massa. Così manda nuove nomine e al primo posto della nuova lista scrive il suo nome.

    Il 28 aprile, Croce esce con la sua FIAT 125 dalla sua abitazione in via Val Pattonera, raggiunge via Perrone, parcheggia come sempre dentro il cortile del palazzo, scende dall’auto e viene raggiunto dalle sue segretarie Gabriella e Tiziana, arrivate anch’esse in quel momento. Insieme si avviano verso le scale, quando dal cortile giungono tre persone: una si ferma sul portone d’ingresso, le altre due avanzano verso Croce. «Avvocato!». Il tempo di girarsi, e l’avvocato Croce riceve due pallottole. Gabriella si volta, sta per ridiscendere gli scalini che intanto ha salito: «Ferma o sparo», le intima una donna che le punta una pistola. Intanto Croce viene raggiunto da altri tre proiettili: alla fine se ne conteranno due alla testa e tre al torace. È tutto finito: le segretarie possono raggiungere il corpo dell’avvocato mentre il commando si dilegua.

    «Qui Brigate Rosse, siamo stati noi a sopprimere il servo del potere capitalista Fulvio Croce, segue comunicato».

    La telefonata arriva a «La Stampa» e all’ANSA, il processo alle BR salta e viene rinviato a data da destinarsi. I brigatisti in carcere firmano un documento che porta i nomi di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Tonino Paroli, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli:

    Il primo degli avvocati di regime che si era assunto questo compito infame, Fulvio Croce, è stato giustiziato. Ribadiamo ancora una volta che chiunque accetta coscientemente il ruolo di agente attivo della controrivoluzione imperialista deve essere anche disposto ad assumersi sin da ora le sue responsabilità.

    Fanno parte del commando che uccide l’avvocato Croce Angela Vai, Rocco Micaletto, Lorenzo Betassa e Raffaele Fiore.

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    Il cortile dell’agguato in Via Perrone
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    Testi

  • 17 Maggio 1976

    Comincia a Torino il processo alla “banda armata denominata Brigate Rosse”.

    Il processo avviene in un clima socio-politico di estrema tensione, per i fatti che vanno dal febbraio 1973 (sequestro Labate) alla fine del 1975 (compreso il sequestro Sossi).

    Dei 46 imputati, 12 detenuti presenti in aula appartengono al nucleo originario delle BR: Pietro Bassi, Piero Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Umberto Farioli, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Arialdo Lintrami, Piero Morlacchi, Roberto Ognibene, Tonino Parali, Giorgio Semeria; in più, c’è il morettiano ex Superclan Prospero Gallinari.

    La lista dei capi di imputazione è copiosa, fra le accuse rapina, sequestro di persona, furto, lesioni gravissime, cospirazione politica mediante associazione, sostituzione di persona, associazione sovversiva costituita in banda armata.

    I brigatisti colgono l’occasione per trasformare l’aula in una specie di campo di battaglia, per gestire il dibattimento e condurre un «processo di guerriglia». Contestano clamorosamente i propri difensori.

    In un documento redatto durante la notte sostengono:

    Se difensori devono esservi, questi servono a voi, egregie «eccellenze»! Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai vostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso che fossero nominati d’ufficio a rifiutare ogni collaborazione col potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello stato!

    È una mossa a sorpresa alla quale segue il rifiuto dei difensori designati dalla corte. In un silenzio assoluto, con voce ferma, Paolo Maurizio Ferrari, legge il lungo documento:

    La nostra decisione di presentarci in aula non modifica le valutazioni che già in altre sedi abbiamo espresso rispetto al ruolo e alla funzione della legalità borghese, ma tende al contrario a denunciare l’uso politico che la borghesia, nelle sue diverse componenti (dai reazionari ai democratici ai revisionisti), intende farne in questa particolare congiuntura politica.

    Il processo, aggiunge il brigatista,

    tende a colpire una tendenza storica, un programma strategico: la lotta armata per il comunismo! Ma volendo essere il processo alla rivoluzione proletaria, esso sancisce per ciò stesso la sua impossibilità. S’illude infatti questa corte di poter esorcizzare la lotta armata per il comunismo con il terrore delle condanne, perché è nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle galere, ovunque vi sia un proletario, che essa vive e si sviluppa. Cero la rivoluzione comunista passa anche dai vostri tribunali, ma non in veste di imputata: Sossi, Di Gennaro, Margariti, Paolino Dell’Anno hanno tracciato la strada e per tutti quelli della loro risma è solo questione di tempo!

    Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermato questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo: gli «imputati» non hanno niente da cui difendersi, mentre, al contrario, gli «accusatori» hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano.

    La dichiarazione pone tuttavia in evidenza lo stato di isolamento politico in cui le bierre sembrano trovarsi. È il «compromesso storico», l’idea di una collaborazione fra comunisti e cattolici, che viene posta sotto accusa:

    Gli agenti riformisti operano per modificare la struttura della coscienza di classe del proletariato. La manipolazione consiste nel dirottare il potenziale di violenza accumulato in ogni proletario verso falsi obiettivi non pericolosi per la sopravvivenza del sistema.

    Ancora:

    Il «compromesso storico», al di là delle sue velleità e dei fronzoli ideologici di cui si ammanta, non può che rappresentare una soluzione tutta interna alla controrivoluzione imperialista. Nel migliore dei casi sarà un proiettile di gomma nel fucile degli sbirri.

    Inutili, anzi dannose, quindi, le elezioni politiche:

    Mai come in questo momento diventa chiaro che partecipare alla farsa elettorale significa eleggere i propri carnefici! Mai come in questo momento diventa chiaro che l’interesse proletario è quello di acutizzare la guerra civile in atto e trasformarla in lotta armata per il comunismo!

    Indispensabile, dunque

    portare l’attacco al cuore dello stato; costruire l’unità del movimento rivoluzionario nel partito combattente! Se lo stato è lo strumento della controrivoluzione, compito delle forze rivoluzionarie è disarticolarlo nei suoi centri vitali, portando l’attacco a tutte le sue articolazioni a partire dai suoi apparati direttamente coercitivi.

    Il dibattimento, conclude la lunga dichiarazione, dovrà diventare

    una occasione di confronto politico militare e di unità nella prospettiva del partito combattente per tutte le organizzazioni comuniste.

    Il processo è rinviato. Nodo centrale e complesso è la difesa d’ufficio, che lo stato al tempo stesso offre e impone all’imputato: i brigatisti la rifiutano, non vogliono mediatori, spiegano, fra sé e la corte. È finito il tempo dei «processi di connivenza», sostengono. Gli avvocati di fiducia hanno anticipato che non sosterranno difese d’ufficio e le bierre nel «Diario al processo» commentano:

    Accogliendo l’invito a rifiutare la difesa anche d’ufficio gli avvocati si allontanano non solo dal processo ma chiudono un’epoca: quella dei processi politici. Da questo momento in avanti questo processo assume i connotati di un’azione di guerriglia (Processo di guerriglia!)

    Con lo smantellamento del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, e dopo gli arresti di Curcio e Semeria, lo Stato sembra pago, e l’azione anti-BR delle forze dell’ordine sta segnando il passo.

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  • 25 Luglio 1975

    Bruno Caccia deposita la requisitoria per le attività delle Brigate Rosse.

    Bruno Caccia è il rappresentante della pubblica accusa.

    Nelle 332 pagine illustra le richieste di rinvio a giudizio per 32 imputati: Curcio, Franceschini, Ferrari, Buonavita, Bassi, Bertolazzi, Gallinari, Lazagna, Levati, Carnelutti, Micaletto, Galeotto, Leonetti, Sabatino, Muraca, Raffaele, Savino, Legoratto, Zaini, Carletti, Bolazzi, Peusch, Borgna, Caldi, Costa, Sartoretti, Rabozzi, De Ponti, Ognibene, Lintrani, Paroli, Morlacchi.

    Insieme alle certezze, il pubblico ministero esprime numerosi dubbi, considera la situazione «non matura» per altre 28 persone e, per costoro, richiede supplementi d’istruttoria. Gli interrogativi riguardano il gruppo del collettivo politico «La comune» di Lodi, tornato in evidenza, sottolineano glil inquirenti, con l’arresto di Maraschi, il gruppo redazionale di «Controinformazione»; stralciate anche le posizioni degli avvocati Di Giovanni e Stasi.

    «Dichiara non doversi procedere nei confronti di Cagol Margherita in Curcio perché i reati a lei ascritti sono estinti per la morte dell’imputata».

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  • 15 Ottobre 1974

    I carabinieri irrompono nel covo brigatista di Robbiano di Mediglia (MI) e arrestano Pietro Bassi e Piero Bertolazzi. (altro…)

  • 21 Maggio 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°7 sul Sequestro Sossi.

    Allo scopo di vanificare le difficoltà frapposte dal governo per la concessione del passaporto, viene fissato come luogo di asilo per i detenuti liberati l’ambasciata cubana presso la Santa Sede.

    Insieme al comunicato viene consegnato un messaggio autografo in cui Sossi assicura di stare bene mettendo così fine a certe voci circa il suo stato di salute:

    “Avuta notizia dell’avvenuta concessione della libertà provvisoria agli imputati del gruppo 22 Ottobre ed avuta notizia della condizione consistente nella garanzia della mia incolumità attuale, confermo di essere in buona salute.”

    Mario Sossi

    Ma il procuratore generale Coco rifiuta di dare esecuzione alla sentenza della Corte di assise d’appello («Prima venga restituito Sossi vivo, poi attueremo l’ordinanza di libertà provvisoria degli otto detenuti»), e Cuba non è disponibile ad accogliere nella propria ambasciata in Vaticano i detenuti scarcerati. La situazione è di fatto paralizzata.

    Ricorderà Franceschini:

    «Ci riuniamo io, Curcio e Moretti, per decidere cosa fare. La situazione è complicata dal fatto che sulla villetta dove teniamo Sossi ogni tanto passa a volo radente un elicottero; poi in quel posto isolato di campagna, sempre deserto, da qualche giorno si vedono spesso degli strani ciclisti, oppure ci arrivano delle coppiette… Ho l’impressione che ci abbiano scoperti, e che ci stiano tenendo d’occhio. Se è così, è probabile che stiano preparando un blitz, e in quel caso ci ammazzeranno tutti – compreso Sossi – come è successo nel carcere di Alessandria.

    Io voglio liberare il prigioniero, perché comunque, politicamente, abbiamo già vinto su tutta la linea; oltretutto, Sossi è così incazzato che diventerà una mina vagante per lo Stato… Invece Moretti vuole che ammazziamo l’ostaggio, subito. Non capisco perché, mi sembra un’assurdità, ma lui insiste, non sente ragioni, così ci scontriamo con durezza. Curcio fa da mediatore, e propone di consultare i responsabili delle varie brigate per conoscere il loro parere.

    Torno alla villetta, e senza perdere un minuto, insieme a Mara e Bertolazzi che la pensano come me, prepariamo il rilascio di Sossi. Lui ci chiede di “truccarlo” perché nessuno lo riconosca, di dargli un documento falso, e di rilasciarlo lontano da Genova: ha il terrore di finire in mano alla polizia o ai carabinieri e di fare una brutta fine… Così lo “trucchiamo”, gli diamo documenti falsi, lo portiamo in macchina a Milano; là gli diamo un biglietto del treno per Genova, una copia del comunicato numero 8, e lo liberiamo. È il 23 maggio»

    Testo integrale del Comunicato n°7 sul Sequestro Sossi

    Comunicato n°7

    Ci vengono chieste garanzie sulla incolumità e sulla liberazione del prigioniero MARIO SOSSI. Rispondiamo che la sua incolumità e la sua liberazione sono garantite innanzitutto dall’esecuzione dell’ordinanza di libertà provvisoria, nonché dal fatto che gli 8 compagni del 22 Ottobre trovino asilo nell’ambasciata cubana presso lo stato della città del Vaticano. Questo affinché sia garantita la loro incolumità, data la posizione assunta dal governo italiano. Riconfermiamo che nelle 24 ore successive alla liberazione dei compagni secondo le modalità indicate, il prigioniero Mario Sossi verrà senz’altro posto in libertà. Questa è la nostra parola.

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  • 23 Aprile 1974

    Viene diffuso dalle Brigate Rosse il Comunicato n°2 del sequestro Sossi.

    Al comunicato sono allegate una foto e uno scritto autografo con il quale Sossi chiede alla procura genovese di liberare i detenuti appartenenti alla XXII Ottobre.

    L’opportunità di divulgare lo scritto del prigioniero ha provocato un duro scontro al vertice delle BR tra Moretti e Franceschini, che quest’ultimo racconterà così:

    «Prima del sequestro avevamo discusso, con i compagni delle “forze regolari”, un programma di massima che prevedeva la richiesta di scambio tra Sossi e i compagni della XXII Ottobre [detenuti, ndr], e la eliminazione fisica del prigioniero se l’obiettivo non fosse stato raggiunto.

    Il presupposto di questa nostra linea era la certezza che uno come Sossi, che avevamo visto spietato nelle sue vesti di pubblico ministero, non avrebbe mai collaborato.

    Quando Sossi chiese di scrivere quel messaggio capii invece che non era un duro e che il sequestro stava prendendo una strada diversa da quella che avevamo previsto. Mara [Cagol, ndr], il Nero [Piero Bertolazzi, ndr] e io decidemmo di accogliere la sua richiesta, di fargli scrivere il biglietto. Ma prima di recapitarlo, ritenemmo giusto discuterne almeno con Renato [Curcio, ndr] e Mario [Moretti, ndr], perché decidere di consegnare quel messaggio significava mutare radicalmente la gestione dell’azione.

    Toccò a Mara andare alla cascina Spiotta, una nostra base, dove era stato stabilito che Mario e Renato sarebbero restati durante tutta la durata del sequestro, perché potessero essere facilmente rintracciati in caso ci fossero stati problemi urgenti da discutere.

    Mara partì la mattina, in macchina, con il bigliettino scritto da Sossi, e tornò nel pomeriggio: Mario e Renato erano contrari alla consegna del messaggio, perché sarebbe stato, da parte nostra, un segnale di debolezza, come se si volesse chiedere una tregua. Eppoi, ci mandarono a dire da Mara, c’era un piano discusso e deciso precedentemente da tutta l’organizzazione che non poteva essere cambiato.

    Divenni furente, mi sembrava assurdo che i compagni non capissero quel lo che stava avvenendo, che Sossi, contro ogni nostra previsione, cominciava a collaborare. Continuare come se nulla fosse era veramente stupido.

    Così decisi di andare io a parlare con Mario e Renato, suscitando le reazioni di Mara e del Nero. L’una mi disse che non mi fidavo di lei, come non fosse stata in grado di esporre correttamente il nostro punto di vista. L’altro temette che muovendomi io, ricercato, l’intera operazione avrebbe corso seri rischi: se mi avessero preso sarebbe saltato tutto.

    Ma avevo deciso, presi l’auto e andai alla cascina. Mario e Renato sono sorpresi della mia visita serale e la mia faccia fa chiaramente intendere che non è certo di cortesia. Entro subito in argomento dicendo che non sono assolutamente d’accordo con loro: il messaggio di Sossi deve essere spedito. Spiego che secondo me è importante cominciare a stabilire un eventuale “canale” con la controparte per la futura trattativa. E poi, anche da un punto di vista formale, non siamo noi a chiedere la sospensione delle indagini, ma Sossi; non siamo noi a chiedere una tregua, ma lui stesso. Mario mi risponde che è solo un sofisma nel quale non sarebbe caduto nessuno: è chiaro, sostiene, che se noi facciamo avere il messaggio siamo d’accordo con Sossi e siamo anche noi, quindi, a chiedere di interrompere le ricerche, a voler “trattare”. “Quel messaggio”, conclude, “non si deve recapitare”. Renato tenta una mediazione impossibile tra me e Mario mentre andiamo avanti a discutere per un bel po’ senza arrivare a una posizione comune. Insisto: il messaggio deve essere recapitato al più presto, perché ne parlino i giornali dell’indomani. Discutere non serve più, siamo arenati su sponde diverse.

    “A questo punto”, dico, “decideremo io, Mara e il Nero quello che bisogna fare”. Il prigioniero lo abbiamo noi, e solo noi, grazie alla rigida compartimentazione tra nuclei d’azione che inaugurammo con Sossi, sappiamo dov’è.

    Quindi, di fatto, siamo noi a comandare. Da questo momento, dico, non riconosciamo il potere decisionale di nessun altro, ci assumiamo noi tutte le responsabilità di quello che stiamo facendo e alla fine dell’azione spiegheremo ai compagni dell’organizzazione ogni nostra decisione.

    Mario e Renato non reagirono, non potevano opporsi alla mia presa di posizione e sapevano che sarei andato fino in fondo. Me ne tornai alla prigione, e da quella sera dirigemmo l’operazione in tre: Mara, il Nero e io»

    Insieme al ciclostilato vengono lasciati una foto di Sossi prigioniero e un suo scritto autografo:

    Messaggio. At sostituto procuratore della Repubblica di turno a Genova. Pregoti, in assoluta autonomia, ordinare immediata sospensione ricerche inutili et dannose stop. Mario Sossi. Ai miei familiari: Mamma, curati e stai serena, saluta Sergio e tutti… Grazia, curati e fai studiare le bimbe. Stai serena. Non hai ragioni per preoccuparti. Informa, ringraziandoli, Sterle e Sacchetti che non mi necessita un difensore. Baci Mario.

    La moglie di Sossi vorrebbe sospendere immediatamente le ricerche come richiesto dal marito, ma la polizia non ci sta.

    A sorpresa il sostituto procuratore di turno, Luigi Francesco Meloni, precisa che «l’azione della polizia giudiziaria, oltre ad accertare il reato, deve impedire che esso venga portato ad ulteriori conseguenze, e cioè nel caso di sequestro di persona deve tendere alla salvezza della vittima. Posso dire che la condotta delle forze di polizia si conformerà a tale regola. Non dimentichiamo che è in gioco la vita di un uomo e, se me lo permettete, di un amico, alla cui incolumità dovranno tendere in primo luogo tutti i nostri sforzi».

    Il procuratore capo, Grisolia, a quel punto blocca le indagini. Sospese da questo momento, spiega, «per favorire la liberazione del collega Sossi in conformità della sua richiesta. Le ragioni, in parte, sono state esposte dal collega Meloni. Ciò non esclude, e in proposito mi riferisco a quanto detto dal questore, che verranno mantenute delle cautele di pubblica sicurezza, nell’interesse dei cittadini, e per evitare che possa essere frustrata la promessa liberazione in cambio di un rallentamento delle operazioni di ricerca condotte dalla polizia».

    È il primo successo tattico conquistato dalla Brigate Rosse con questo sequestro. Non sarà l’ultimo.

    Comunicato n°2 del Sequestro Sossi

    “In seguito agli innumerevoli falsi che i giornali del mattino e del pomeriggio hanno raccattato senza scrupolo, non certo con l’intento di fornire ai loro lettori un’informazione corretta e completa, facciamo presente che solo i comunicati battuti con la macchina che ha firmato il primo sono autentici. Non si tratta di un gioco e le false informazioni possono soltanto aggravare la posizione del prigioniero.

    [ndr] Allegati al comunicato ci sono una fotografia ed un messaggio autografo di Sossi in cui si chiede la sospensione delle ricerche “inutili e dannose.”

    Ai miei familiari – mamma curati e stai serena saluta Sergio e tutti – Grazia curati e fai studiare le bimbe – stai serena, non hai ragione per preoccuparti, avrai ancora mie notizie… Mario.

    AT Sostituto Procuratore della Repubblica di turno – Genova – Pregoti in assoluta autonomia ordinare immediata sospensione ricerche inutili et dannose – stop Mario Sossi.

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  • 18 Aprile 1974

    Sequestro di Mario Sossi (Operazione Girasole)

    Lo stesso giorno dell’insediamento di Agnelli alla presidenza di Confindustria e dell’anniversario della sconfitta del PCI alle elezioni del 1948, le BR sequestrano Mario Sossi.

    Mario Sossi è un magistrato molto mal visto dall’ambiente dell’estrema sinistra: non uno di primo piano, ma che è spesso stato celebrato dai media per la sua crociata contro l’estrema sinistra.

    Fascista (organizzazione FUAN, eletto anche nel parlamento dell’Università di Genova) e poi iscritto all’UMI, la più a destra delle associazioni dei magistrati.

    Sopranominato “Dottor Manette”, fa arrestare Lazagna (ex partigiano) e fa pervenire avvisi di procedimento a Dario Fo e Franca Rame per la loro attività di assistenza ai carcerati; aveva ordinato la cattura di Vittorio Togliatti, nipote del defunto segretario del PCI e dell’ex moglie, Marisa Calimodio, e dell’architetto Aristo Ciruzzi.
    Inoltre imbastisce il processo contro la 22 Ottobre, chiedendo quattro ergastoli e molti secoli di galera, responsabile del sequestro del giovane Sergio Gadolla e della rapina all’Istituto Case Popolari nel corso della quale viene ucciso il fattorino Alessandro Floris.

    A Genova spesso si possono trovare sui muri scritte come “SOSSI FASCISTA SEI IL PRIMO DELLA LISTA”,“SOSSI SEI NERO TI ASPETTA IL CIMITERO”, “SOSSI BOIA”. Durante il processo d’Appello alla 22 Ottobre era stato affisso per tutta Genova, e anche nei pressi della sua abitazione, un manifesto di AO-LC-manifesto che così ammoniva: “SONO I SOSSI, GLI SPAGNUOLO, I CALAMARI CHE DEVONO RISPONDERE OGGI DELLE LORO PERSECUZIONI ANTIPROLETARIE, DELLE LORO MACCHINAZIONI REAZIONARIE”.

    Nonostante sia mal visto da tutta la sinistra, le reazioni al sequestro sono tutte di condanna, dal PCI a Lotta Continua passando per Il Manifesto. Per «Lotta Continua», «questa azione ha uno squisito sapore di provocazione»; mentre Berlinguer afferma che «il Paese si interroga preoccupato e indignato» e Umberto Terracini è sicuro della matrice fascista dell’azione. Dal più alto scranno istituzionale, il presidente Leone esprime sdegno, manifestando solidarietà alla magistratura colpita in uno dei suoi uomini, mentre il radicale Pannella paventa ripercussioni negative per il prossimo referendum sul divorzio, temendo una deriva conservatrice dell’elettorato. Ma ancora una volta è «il Manifesto» a esprimere il giudizio più duro, parlando apertamente di provocatori fascisti: gli stessi della strage di Stato che ora sfruttano la tensione del referendum.

    La sera del 18 aprile, verso le ore 20, il giudice Sossi viene aggredito mentre sta rientrando a casa, trascinato in un furgone e chiuso in un sacco.

    I brigatisti che afferrano materialmente il magistrato sono due: Alfredo Bonavita e “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra, aiutati da Maurizio Ferrari a caricare l’ostaggio sul furgone. Ce ne sono anche altri (almeno sei in tutto): uno si preoccupa di tenere lontano due passanti, Renato Fabianelli, marito della portinaia della casa dove abita il magistrato, e Rosa Schiaffino.

    A Sossi viene strappata la valigetta che contiene i documenti e le fotocopie degli atti dei processi che sta seguendo.

    Dopo un viaggio in auto che Mario Sossi non riesce a riconoscere perché probabilmente drogato, quando viene slegato e gli viene tolta la benda si trova nella prigione del popolo: una camera più o meno quadrata di circa 2,5 m di lato. Le pareti, forse di polistirolo, rendono l’ambiente perfettamente insonorizzato. Su un lato si apre una porta piccola e bassa: dall’interno si scorgono le tracce di quattro serrature. Non ci sono finestre, solo un foro nel soffitto con una piccola grata e un aeratore che, di tanto in tanto, cambia l’aria. Il pavimento è coperto da una stuoia marrone. La luce proviene da una fioca lampada rossa. Attaccato alla parete un vessillo di stoffa rossa con una stella gialla dalle punte irregolari e, accanto, alcune scritte; in particolare Mario Sossi rimarrà colpito da una: «Portare l’attacco al cuore dello stato». L’arredamento è un tavolinetto a mensola, un seggiolino pieghevole tipo spiaggia e una branda.

    Il sequestrato viene poi affidato al trio Franceschini-Cagol-Bertolazzi, che lo trasporta in una villetta (comprata da Franceschini mesi prima) alla periferia di Tortona, all’interno della quale è celata la cosiddetta “prigione del popolo”
    (una piccola cella insonorizzata con wc chimico, branda e aeratore per il ricambio dell’aria).

    I responsabili tecnico-militari dell’operazione sono Alberto Franceschini e Mara Cagol, ma in totale partecipano circa 18 brigatisti.

    Mario Moretti, per ragioni di sicurezza, è l’unico che non prende direttamente parte alla rischiosa operazione. Altre fonti invece dicono che è Moretti e non Bertolazzi a tenere in ostaggio Sossi a Tortona. Giovanni Bianconi sostiene che lui a turno con i compagni s’infila il cappuccio e si presenta al giudice per portargli da mangiare, condurre gli interrogatori, scrivere le lettere da recapitare all’esterno.

    Ma dopo quindici giorni trascorsi nel chiuso di quelle quattro mura è colto da una crisi di claustrofobia: – Se non esco da qui almeno per qualche ora va a finire che mi ammazzo. Alberto e Mara si guardano in faccia: la richiesta va contro ogni regola di comportamento brigatista e può rivelarsi pericolosa, ma non ci sono molte alternative. E così, senza che nessun altro dell’organizzazione lo sappia, il terzo carceriere del giudice Sossi per un giorno torna a essere un normale padre di famiglia che va a trovare la moglie e il figlio prima di rituffarsi nella clandestinità e nella «prigione del popolo».

    A conoscere l’ubicazione della “prigione del popolo” sono solo Franceschini, la Cagol e Piero Bertolazzi (o Mario Moretti, secondo Giovanni Bianconi).

    Per cercare il magistrato viene imbastita un’enorme operazione di polizia: seimila agenti setacciano la città, mentre la magistratura (procuratore capo Grisiola) sospende tutte le istruttorie e indagini in corso.

    L’ANSA emette numerose note. La prima alle 21:48.

    Il sostituto procuratore della Repubblica, Mario Sossi, pubblico ministero al processo contro i membri del gruppo XXII Ottobre, è stato rapito questa sera in strada da un commando di cinque o sei giovani che con la minaccia delle pistole l’hanno costretto a salire su un furgone grigio.

    La seconda nota esce nove minuti dopo, alle 21:57.

    Il rapimento è avvenuto alle 20:50 davanti all’abitazione del magistrato, in Via Forte dei Giuliani, 2, nella zona di Albaro. Mario Sossi negli anni dal 1966 al 1968 aveva lungamente indagato sulle attività delle così dette “Brigate Rosse”. È ritenuto un magistrato tradizionalista.

    E, alle 22:59:

    In seguito al rapimento del magistrato, dal Ministero dell’Interno è stato inviato a Genova l’ispettore generale della Criminalpol, dott. Vincenzo Li Donni ed è stato disposto l’afflusso nella città ligure di contingenti di rinforzo della polizia stradale e dei carabinieri per collaborare nelle ricerche.

    A Roma, la situazione è giudicata subito molto grave. Le telescriventi rilanciano la notizia che «il ministro dell’Interno, on. Taviani, ha disposto che il capo della polizia, dott. Efisio Zana Loy, raggiunga immediatamente Genova. Il capo della polizia è partito immediatamente e sarà a Genova nella prima mattinata».

    Quella sera stessa intanto, alcuni brigatisti quasi finiscono nelle mani dei carabinieri. Ecco come il pubblico ministero Caccia ricostruisce l’episodio:

    Il 18 Aprile, alle 22:30, una Fiat 128 bianca, guidata da una donna, si fermò ad un posto di blocco di carabinieri, a Ottone, in provincia di Piacenza; durante il controllo sopraggiunse un’Autobianchi A 112, color crema, tetto nero, targata Milano, con due uomini a bordo, che forzò il posto di blocco. I carabinieri, a causa del forzamento del blocco non fecero alcun controllo alla 128 e non ne registrarono la targa; l’auto A 112, per quanto subito segnalata al comando di tenenza di Bobbio, non fu più rintracciata

    La macchina, si scoprirà più tardi, era stata rubata a Lodi il 27 Settembre 1973 a Massimo Allegri, fratello di una presunta brigatista rossa.

    Ci si attende la liberazione di Sossi per questa mossa della magistratura, ma un comunicato dei GAP in cui si auspica la linea dura fa salire nuovamente la tensione.

    Il 26 Aprile 1974 un comunicato delle BR afferma che Sossi sta parlando, soprattutto sul processo alla 22 Ottobre.

    Il 28 Aprile 1974 riprendono le indagini della magistratura, ma in mancanza di indizi sembra che si proceda a caso.

    Nonostante la polizia blocchi le conferenze stampa e l’afflusso di notizie ai media, tutti i quotidiani continuano a parlare del sequestro, tanto da far conquistare a Mario Sossi la prima posizione (che manterrà per oltre un mese) della speciale classifica di Panorama “VIP PARADE – Termometro della Popolarità”, compilata sul numero di citazioni sui principali quotidiani italiani.
    Sossi in un mese ne raccoglierà 2137, surclassando Eddy Merckx (509) e Kissinger (505).
    Al quarto posto Francesco Coco con 486.

    Alberto Franceschini sul sequestro Sossi

    “Avevamo cominciato a preparare il rapimento del sostituto procuratore della Repubblica di Genova Mario Sossi un anno prima, nella primavera del 1973, quando i compagni di Torino avevano appena sequestrato Bruno Labate e stavano progettando l’azione Amerio. Milano era la città dove eravamo nati e sarebbe bastato uno di noi a tenere le fila dell’organizzazione, della colonna. Restò Mario. Io mi trasferii a Genova e nel “lavoro” mi aiutarono via via altri compagni: Mara, Renato, Fabrizio, Maurizio, Roberto, Alfredo, il Nero.”

    Mario Moretti sul sequestro Sossi

    “È la prima grande azione armata contro lo Stato e ha un grandissimo effetto. È uno scontro reale, vissuto, visibile, piccolo ma emblematico, con lo Stato vero, con la magistratura, con la polizia, con i carabinieri. Affascina molti, ha un’eco straordinaria nella stampa. È con Sossi che conquistiamo il terreno dei media.”

    Renato Curcio sul sequestro Sossi

    “Il magistrato genovese era una buona incarnazione della giustizia asservita al potere politico democristiano e il suo sequestro ci sembrò la mossa giusta per alzare il tiro senza affrontare rischi eccessivi. Poi avevamo un obiettivo interno: quello di creare un nostro fronte di intervento anche a Genova, conquistandoci sul posto una certa area di consensi.”

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  • 18 Dicembre 1973

    Il dirigente della FIAT Amerio viene liberato dalle BR, dopo essere stato rapito 8 giorni prima.

    Alle 5:55 di mattina, mentre Amerio dorme profondamente sulla branda da carcerato nella prigione del popolo, viene scosso a una spalla: «Sveglia. Si vesta, presto». Obbedisce, si infila giacca e pantaloni, poi guarda incerto le pantofole che i rapitori gli hanno dato. «Tienile pure». Poco dopo lo bendano e gli fanno mettere un paio di occhiali da sole. «Non si preoccupi: è finita. Fra poco sarà libero». Lo guidano, a piedi, per alcuni metri. Poi un viaggio in auto di 30-40 minuti, con molte curve che gli fanno pensare a giri viziosi. Indicare anche solo con grande approssimazione dove si trovi il «carcere del popolo» ad Amerio sarà impossibile.

    Alle 6:10 la macchina si arresta, i brigatisti fanno scendere Amerio  e lo accompagnano fino ad una panchina.
    «Stia qui. Aspetti qualche minuto e poi torni a casa. È libero».

    Pochi momenti di attesa, poi il dirigente FIAT si toglie la benda e si guarda attorno. È in Piazza Zara, di fronte, sull’altra riva del Po, c’è l’ospedale maggiore delle Molinette, poco oltre un parcheggio di Taxi.

    Alle 6:30 il taxi si ferma sotto casa di Amerio. La corsa costa mille lire, Amerio ne dà diecimila all’autista e non aspetta il resto. Suona al campanello, gli risponde la moglie.

    Amerio è libero.

    Dichiarerà alla stampa:

    “Mi sento bene, benissimo […] Sono stati gentili […] mi hanno fornito pantofole di stoffa […] mi hanno anche dato un paio di mutande lunghe di lana […] fin dal primo giorno i rapitori mi hanno detto quando sarei stato liberato […]. Questa esperienza mi aiuterà a meditare e a lavorare per un futuro migliore.

     

    Alle 11:00 il questore Massagrande tiene una conferenza stampa:

    Dal momento del rilascio del cavalier Amerio sono scattati tutti i dispositivi predisposti in questi giorni. Dalle prime ore di stamani cerchiamo di raccogliere il frutto del lavoro fatto i giorni scorsi. Quelli che erano sospetti, indagini, identificazioni, cerchiamo ora di renderli concreti per inviare così un rapporto alla magistratura che, comunque, di ora in ora è tenuta al corrente della situazione.

    Nonostante queste premesse, alle 12:45 squilla il telefono dell’ANSA. Una giovane voce, in falsetto, con leggero accento piemontese dice:

    Nella cabina di Corso Vinzaglio angolo Corso Vittorio ci sono dei volantini.

    Considerato che la polizia ha deciso di non perdere d’occhio la cabina telefonica di Piazza Statuto, i brigatisti hanno deciso di cambiare e hanno infilato il comunicato in una cabina a 200 metri dalla questura.

    Comunicato ‘Non siamo noi che dobbiamo avere paura!’

    «Non siamo noi che dobbiamo avere paura!»

    Sequestro Amerio, comunicato rilasciato in occasione della liberazione del dirigente FIAT

    Oggi, Martedì 18 Dicembre, nelle prime ore del mattino è stato rimesso in libertà il capo del personale FIAT auto Ettore Amerio.

    Negli otto giorni di detenzione egli è stato sottoposto a precisi interrogatori sulle questioni dello spionaggio FIAT, dei licenziamenti, del controllo delle assunzioni, delle assunzioni selezionate di fascisti e più in generale sull’organizzazione e la storia della controrivoluzione all’interno della FIAT.

    Egli ha “collaborato” in modo soddisfacente.

    Durante la sua detenzione la FIAT ha ritirato ogni minaccia di messa in cassa integrazione.

    Negli stessi otto giorni:

    • Le forze di polizia, nonostante le false dichiarazioni e il terrorismo usato contro militanti di sinistra e in particolare contro alcune avanguardie operaie, sono state seccamente sconfitte;
    • I giornali di Agnelli non sono riusciti a nascondere la qualità politica della nostra azione e contemporaneamente hanno messo sotto gli occhi di tutti le loro disinvolte manipolazioni, le loro “audaci” interpretazioni, riconfermando un’antica convinzione proletaria: la «Stampa» È BUGIARDA;
    • I giornali riformisti sono andati oltre la manipolazione. Essi hanno inventato di sana pianta storie infami, storie che – sia chiaro –  mai uscirebbero dalla testa di un comunista, soprattutto perché discreditano più il movimento operaio che la nostra organizzazione.

    Gli uni e gli altri hanno operato una significativa “censura” sui problemi di fondo che abbiamo agitato: il FASCISMO FIAT e la QUESTIONE DEI LICENZIAMENTI. Sono questi i primi frutti del compromesso storico?

    Compagni, otto giorni fa imprigionando Amerio sottolineavamo una cosa soprattutto: NON SIAMO NOI CHE DOBBIAMO AVERE PAURA. Al contrario dobbiamo armarci e accettare la guerra perché vincere è possibile.

    Oggi rilasciandolo vogliamo cancellare un’illusione: che portando all’estremo una battaglia si possa vincere una guerra. Non siamo che all’inizio.

    Siamo nella fase di apertura di una profonda crisi di regime, che soprattutto è crisi politica dello Stato e che tira verso una “rottura istituzionale”, verso un mutamento in senso reazionario dell’intero quadro politico.

    Nostro compito in questa crisi, compagni, è quello di costruire nelle grandi fabbriche e nei rioni popolari i primi centri del POTERE OPERAIO PROLETARIO ARMATO! CREARE COSTRUIRE ORGANIZZARE IL POTERE PROLETARIO ARMATO! NESSUN COMPROMESSO COL FASCISMO FIAT! I LICENZIAMENTI NON RESTERANNO IMPUNITI! LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO

    18 Dicembre 1973
    BRIGATE ROSSE

    Per la prima volta i comunicati sono scritti con una macchina IBM e il ciclostile, con ogni probabilità, è un Gestetner.

    Il sottosegretario agli Interni Pucci commenta così il sequestro:

    “L’episodio rappresenta una manifestazione dello espandersi di un certo tipo di criminalità, che impone la mobilitazione di tutte le energie dello Stato”

    E coglie l’occasione per tracciare un bilancio dell’azione preventiva della polizia del 1972:

    • 1.200.000 persone identificate
    • 4252 arresti
    • 11.575 denunce a piede libero

    E aggiunge che si può fare di più e meglio.

    I giornali scrivono che per gli inquirenti il “carcere del popolo” dove Amerio è stato tenuto prigioniero otto giorni sarebbe nascosto in collina, e che come autori del sequestro si sospettano i brigatisti Curcio, Franceschini, Cagol, Bonavita, Ferrari, Bertolazzi, Bassi.

    Nessun giornale fa il nome di Mario Moretti.

    Nel 1975 gli inquirenti sospetteranno che a far parte del gruppo erano:

    • Alfredo Buonavita
    • Renato Curcio
    • Margherita Cagol
    • Paolo Maurizio Ferrari
    • Alberto Franceschini
    • Pietro Bertolazzi
    • Pietro Bassi

    Ad interrogare il “testimone” pare essere stato proprio Renato Curcio.

    Renato Curcio commenta il sequestro Amerio

    “Scegliemmo il cavalier Ettore Amerio perché, come capo del personale della FIAT Auto e vecchio dirigente presente in fabbrica fin dai tempi di Valletta, rappresentava un simbolo del padrone, ed era al corrente di tutti i segreti del reclutamento di quel serbatoio di spioni e di provocatori che avevamo eletto nostri avversari diretti […]. Il sequestro fu preparato da me, con Margherita [Cagol, n.d.a.], Ferrari e Bonavita, ma vennero ad aiutarci anche dei compagni della colonna milanese. Prendemmo Amerio la mattina, sotto casa sua, in pieno centro di Torino. Il solito “ci segua”, “salga su quella macchina”, poi i batuffoli di ovatta sugli occhi e tutto come da copione, senza problemi.
    Lo portammo in un appartamento dove avevamo preparato una piccola stanza insonorizzata. Non gli venne fatta nessuna violenza, anzi, poiché faceva freddo gli comprammo degli abiti adatti. Con un cappuccio in testa, fui io a interrogare il sequestrato. In realtà si trattò di lunghe chiacchierate. Gli chiedevo di raccontarmi la strategia aziendale, la tecnica dei controlli, i criteri di selezione nelle assunzioni. Lui cominciò a discutere anche di politica. «Ma come», esclamava sinceramente sbalordito, «la FIAT sta cercando di aprire delle fabbriche in URSS, lì le cose per noi vanno benissimo, non c’è mai uno sciopero, gli operai lavorano senza protestare. E voi mi dite che volete la rivoluzione per creare una società sul tipo di quella sovietica!». In certi momenti mi sembrava più perplesso e stupito che non amareggiato per la sua sorte. Io gli spiegavo che noi volevamo un sistema sociale capace di far vivere i principi ideali del comunismo e non una società sul modello Sovietico. Ma in fondo il povero cavalier Amerio non aveva tutti i torti quando mi ripeteva: «Proprio non vi capisco». […] La sua liberazione era prevista. All’epoca l’eliminazione di un sequestrato non ci passava per la testa. Non ponemmo nessuna esplicita condizione al suo rilascio perché non volevamo esporci a un braccio di ferro che avrebbe potuto risultare perdente”

    Moretti sul sequestro di Amerio

    “È ancora un conflitto in fabbrica, non è ancora quel che chiameremo l’attacco al cuore dello Stato, ma è una enorme insubordinazione. Gli operai non ci sono abituati, e tantomeno i sindacati e i partiti. La conseguenza è che la pressione poliziesca si fa molto meno approssimativa. Ma anche una risposta entusiasmante dalla base operaia, ci cercano, affluiscono. Ma sarebbe sbagliato dilatare l’organizzazione clandestina. A Milano quell’anno avevamo cercato di promuovere forme di organizzazione non clandestine, i NORA, Nuclei operai di resistenza armata. Se ne sono formati molti nelle fabbriche, ma anche nei quartieri e in zone come il Lodigiano, da sempre attive nella militanza antifascista. Ma non funzionerà, i NORA avranno vita effimera […] presso i compagni: o se ne andarono o diventarono militanti delle BR.”

    Franceschini sul sequestro Amerio

    “Fu portato nel solito furgone e chiuso nella prigione che era stata preparata. Sarebbe stato il nostro primo sequestro “lungo” e avevamo scelto con cura dove custodire il prigioniero. A Milano, quando volevamo rapire De Carolis, stavamo preparando la prigione, poi scoperta, nella cantina di un negozio. Per Amerio stemmo attenti a non ripeterci. Utilizzammo un magazzino diviso in due con un muro: davanti scatoloni e materiali vari, proprio come fosse un deposito, dietro, impossibile da scorgersi, il locale rivestito di polistirolo e catrame dove avremmo rinchiuso il dirigente FIAT. Fu una buona precauzione perché polizia e carabinieri setacciarono tutti i negozi sospetti della città: saremmo stati senz’altro scoperti. L’azione fu realizzata senza intralci.”

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  • 20 Maggio 1972 (?)

    Mario Moretti ritrova molti brigatisti, dopo il blitz di Via Boiardo. (altro…)