Tag: Silvano Girotto

La storia di questo uomo dalle tante vite è tutta qui, nei suoi numerosi nomi, nelle sue innumerevoli attività, nelle sue avventure, in quelle vere e in quelle “costruite”. Si chiama Silvano Girotto. Al giornalista Maurizio Chierici che lo incontra a La Paz, in Bolivia, racconta: «Sono nato a Caselle, in una palazzina vicino all’aeroporto: 3 Aprile 1939. Mio padre era maresciallo dei carabinieri. Mia madre discende da una vecchia famiglia di immigrati in Germania. Il nonno morì in miniera, nella Rhur. Allora la mia famiglia (quattro sorelle) tornò in Italia. Ad Asiago l’incontro con mio padre, matrimonio con sette figli: cinque maschi, due femmine. Io sono l’unico, per fortuna, ad aver seguito una strada così strana. Due fratelli sono industriali, fabbricano gru. Uno è ingegnere aeronautico. Laura, la sorella giovane, è entrata in convento nell’Ottobre 1963. Si è fatta suora. Il fratello piccolo studia sociologia».

La “strada strana” è stata lunga e cosparsa di contraddizioni, di ripensamenti, di buone idee gettate alle ortiche e di altre balorde seguite con cocciuta volontà. È studente; ladro; rapinatore; detenuto; legionario in Algeria; disertore; fellagha; ancora detenuto; frate francescano; predicatore scomodo sulle rive del lago d’Orta; missionario in America Latina; guerrigliero contro l’imperialismo, assicura; agente provocatore; informatore, scrittore; un’autobiografia per le stampe e numerosi rapporti per i carabinieri del nucleo speciale di polizia giudiziaria di Torino, sono le sue opere più apprezzate.

«Sono sempre stato da una parte sola», e intende: «Dalla parte giusta». Pochi gli crederanno. Non ha mai svolto un lavoro serio. Prima di andarsene in Bolivia era frate. Laggiù, assicura, rischia la vita per la libertà di quella che dice di considerare «la mia gente». In un furioso corpo a corpo sulla collina Laikakota, a La Paz, ricorda di essersi coperto di gloria. La cattura di un compagno in una casa che Girotto aveva lasciato da pochi minuti, resterà un dubbio troppo grande. Poi il passaggio in Cile, ancora nella resistenza, racconta. Una ferita, il ritorno in Italia, non più prete, ma con una compagna che avrà poco tempo dopo un figlio, a Genova. Infine la lotta alle bierre perché «convinto che avrebbero finito per portare, con la loro azione, a risultati estremamente opposti a quelli perseguiti».

Riposto il saio, dopo il «processo dei cento giorni» scompare, ma lui asserisce di non aver mai lasciato Torino dove lavora come elettricista in un grande albergo. Nel 1999, quando, su richiesta del magistrato spagnolo Baltasar Garzon, in Inghilterra fermano il generale Augusto Pinochet, lui si presenta alla procura di Torino con un esposto: pure l’Italia deve esigere l’estradizione del dittatore cileno.

  • 18 Febbraio 1975

    Renato Curcio viene fatto evadere dal carcere di Casale Monferrato.

    Nel pomeriggio un commando di cinque brigatisti, armati di mitra e guidati da Mara Cagol, fa irruzione e libera Curcio con estrema facilità, senza dover sparare una sola pallottola. Alla preparazione del piano ha partecipato il brigatista-informatore “Rocco” (Francesco Marra), e del commando che libera Curcio fa parte anche Moretti.

    La giornata nel carcere di Casale scorre tranquilla fino a pochi minuti dopo le 16, quando due auto, una Fiat 124 gialla e una 128 blu, arrivano nei pressi del carcere. Scendono un uomo e una donna dai capelli biondi che suona al portone del penitenziario. Una guardia apre lo spioncino, la ragazza sorride.
    «Devo consegnare un pacco a un detenuto» dice.
    È giorno di visite e tutto sembra normale, la guardia richiude lo spioncino e apre il portone, ma non fa in tempo ad allungare le mani per prendere il pacco che la canna di un mitra gli si pianta contro il petto:
    «Non ti muovere o sparo».
    Alle spalle della ragazza spuntano alcune persone vestite con le tute blu da operai, che si precipitano all’interno del carcere e tagliano i fili del telefono. Sempre sotto la minaccia del mitra, la donna costringe l’agente che le aveva aperto a chiamare il maresciallo che comanda le guardie. Il maresciallo sopraggiunge dall’interno del carcere, mentre al piano superiore Curcio vede arrivare di corsa un detenuto che lancia l’allarme:
    «Giù nella rotonda ci sono degli uomini armati».
    La sua cella è ancora aperta perché la conta non è terminata, e il capo brigatista capisce che l’ora tanto attesa è arrivata. Davanti alle guardie impietrite e impreparate comincia a correre lungo il corridoio e giù per le scale, finché si trova davanti a un cancello chiuso.

    Attraverso le sbarre vede sua moglie Mara camuffata con una parrucca bionda e i compagni travestiti da operai. Uno si avvicina e gli passa una pistola. Mara, col mitra spianato, ordina a una delle guardie di aprire il cancello, l’uomo ci mette un po’ a individuare la chiave giusta e quando la trova fa fatica a infilarla nella toppa. Alla fine ci riesce, le sbarre si aprono e Curcio si precipita fuori.

    Prima di andarsene i brigatisti chiudono il maresciallo e le altre guardie nell’ufficio matricola. Un detenuto comune che stava pulendo il corridoio chiede di poter uscire anche lui, ma gli uomini del commando gli intimano di non muoversi. Il pacco portato da Mara rimane sul pavimento della rotonda. Più tardi arriveranno gli artificieri nel timore che contenga una bomba, ma quando l’apriranno scopriranno che ci sono solo cartacce.

    Sul piazzale del carcere Curcio trova tre macchine e altri compagni ad attenderlo. Sale a bordo della prima, che parte a razzo seguita dalle altre due. Il capo delle Brigate rosse, prigioniero da cinque mesi, è stato liberato con un’azione durata meno di cinque minuti che non ha richiesto un solo sparo.

    Tonino Loris Paroli, nome di battaglia “Pippo” è a bordo di una delle auto usate nella fuga, poi abbandonate. Quando vede il suo amico Renato al cambio macchina organizzato al di là del passaggio a livello, tensione e paura finalmente si sciolgono. Ma non c’è nemmeno il tempo per un abbraccio, bisogna correre per allontanarsi il più possibile.

    Giungono alla cascina Spiotta che ormai si sta facendo buio. A Curcio vengono tinti i capelli, poi il viaggio ricomincia alla volta della Liguria, fino a una casa sul mare ad Alassio, dove Renato si ricongiunge a Mara. «Allora, finalmente, potei dare libero sfogo alla mia gioia, e anche alla commozione», racconterà.

    Al di là dell’aspetto romantico di una moglie che guida l’assalto a un carcere per liberare il marito, l’evasione di Curcio è un successo delle Br che riempie di entusiasmo e soddisfazione anche un militante posato e razionale come Pippo, che festeggia a modo suo: in silenzio, riflettendo su un’azione andata a buon fine e su come si può continuare la lotta armata contro lo Stato borghese, anche dopo il «tradimento» di Frate Mitra, la scoperta di alcune «basi» e gli arresti di diversi compagni, proseguiti fino alla vigilia della liberazione di Renato.

    Articolo da ‘La Stampa’ del 19 Febbraio 1975

    Il capo presunto delle «Brigate rosse», Renato Curcio, è fuggito questo pomeriggio dal carcere di Casale Monferrato dove era detenuto da circa tre mesi. Un «nucleo armato delle Brigate rosse» ha dato l’assalto al vecchio stabile di via Leardi, angolo viale Piave: lo componevano tre uomini e una donna, forse la moglie di Curcio, Margherita Cagol. Mitra spianato, i brigatisti sono penetrati nell’interno, il «capo» era in un corridoio, come in attesa. «Renato, vieni qua», ha detto la giovane; «Eccomi», ha risposto Curcio. Poi se ne sono andati. L’azione è stata rapida, efficace, studiata in ogni dettaglio. Per oltre due anni Renato Curcio era stato l’inafferrabile guerrigliero braccato in tutta Italia. Protagonista, secondo gli inquirenti, delle azioni più clamorose dell’organizzazione clandestina. Sulle sue spalle erano via via caduti ordini e mandati di cattura per rapine in provincia di Reggio Emilia, poi per i sequestri Amerio e Sossi. Le lontane origini politiche di Curcio sono «nere», ma da anni in lui si era registrato un cambiamento radicale che, secondo i brigatisti, è schietto. Curcio aveva scelto la clandestinità dopo il fastoso matrimonio in una abbazia in provincia di Trento, ultima concessione all’«educazione borghese». Durante la lunga detenzione di Mario Sossi, i carabinieri raccolsero la sfida alle istituzioni lanciata dalle «Brigate rosse»: «Colpire il cuore dello Stato». Attorno ai brigatisti cominciò ad essere tessuta una fitta tela di ragno, per la prima volta un «agente provocatore», fra’ Silvano Girotto, ex guerrigliero in America Latina, si inserì nel gruppo. Ebbe tre contatti con Curcio che definì il «grassottello» e al termine dell’ultimo incontro, la mattina di domenica 8 settembre, nella tela del ragno finirono il capo presunto delle «Brigate» con il suo compagno e braccio destro, Alberto Franceschini. Le «Br» reagirono all’arresto con uno stizzoso comunicato nel quale denunciavano l’azione di Silvano Girotto: «I compagni Renato Curcio e Alberto Franceschini sono caduti nelle mani del Sid», dissero nel loro volantino. Per Franceschini venne scelto il carcere di Cuneo, dal quale sembra abbia tentato di fuggire circa due mesi orsono. Curcio finì a Novara, dove fu sottoposto ai primi interrogatori dal giudice istruttore Giancarlo Caselli che conduce l’inchiesta sulle imprese dei brigatisti, dal sequestro Labate in poi. «Non rispondo alle vostre domande; non riconosco la vostra autorità. Mi considero un prigioniero politico », ha ribattuto Curcio alle domande del magistrato. Poi il trasferimento al carcere di via Leardi, a Casale, sembra per ragioni di sicurezza. L’«Antiterrorismo», sembra, ha avvertito, giorni orsono, la magistratura di un piano in atto per far fuggire dal carcere Curcio e Paolo Maurizio Ferrari, detenuto a Genova. La magistratura aveva ordinato per Curcio sorveglianza a vista. La piccola prigione, comunque, sembrava offrire maggiori garanzie di sicurezza che non il moderno carcere di Novara: non ci sono mai molti detenuti, non è considerato difficile tenerli d’occhio anche se si tratta di un «carcere aperto», cioè i reclusi hanno la possibilità di muoversi all’interno in assoluta libertà. Oggi nello stabilimento c’erano 45 detenuti e prestavano servizio 17 delle 19 guardie di custodia. Ore 16,13: due auto, una «124» giallina e un’altra blu, forse una «128» o una vettura straniera, si fermano nei pressi del carcere. Scendono una donna sui trent’anni, carina, bionda, volto affilato, statura media, e un uomo, volto anonimo, baffi folti. La giovane suona. La feritoia viene aperta e al piantone, Pompeo Carelli, mostra un fagotto. È giorno di visita, tutto sembra normale. «Devo consegnare questo pacco ad un detenuto. Mi apra». Sorride, è tranquilla. La guardia chiude lo spioncino, apre il portone. Però nel momento in cui la feritoia viene sbarrata, la donna estrae da sotto il cappotto un mitra dal calcio mozzo. La guardia si trova la canna dell’arma puntata allo stomaco: «Stai buono o sei un uomo morto». Nello stesso istante alle sue spalle arrivano tre uomini. Due indossano tute blu e portano una scala «all’italiana» di alluminio. Montano i due elementi della scala, poi li appoggiano al muro di cinta, all’interno a sinistra del portone; salgono, e ad un’altezza di circa tre metri tranciano i fili del telefono. Intanto la giovane e il compagno costringono l’agente a chiamare il maresciallo Barbato, che si trova oltre il secondo cancello, proprio nel cuore del carcere. Si muovono nervosamente, ma appaiono decisi, attenti. Al sottufficiale intimano di aprire e per persuaderlo battono la canna del mitra contro la schiena dell’ostaggio. Aperta la strada, si trovano direttamente nel corridoio lungo il quale si affacciano alcune celle del pianterreno. «Non muovetevi o facciamo una strage», minacciano facendo mettere faccia al muro il piantone, il maresciallo, gli appuntati Baricelli e Rossi. «Dov’è Renato?» grida la donna. Le risponde Curcio, tranquillo. Un ultimo dialogo: «Sei il dottore?» chiedono i brigatisti rivolti al maresciallo. «No, sono il comandante». «Bene, state buoni e non muovetevi». Se ne vanno, il pacco rimane nel carcere, si attende l’artificiere per aprirlo, e si scoprirà che conteneva della cartaccia. Scatta l’allarme. Ricerche tempestive e inutili. Posti di blocco vengono istituiti, una cintura di uomini armati è stesa intorno alla città. Una 124 rubata ad Alessandria viene trovata, poco dopo, alla periferia, in Via Buozzi. Potrebbe essere una delle auto usate dal nucleo armato. Al carcere accorrono il questore di Alessandria, dottor De Stasio, il comandante del gruppo carabinieri, colonnello Musti, il capo del nucleo antiterrorismo per il Piemonte, dottor Criscuolo, il capitano Seno del nucleo speciale dei carabinieri. Il telefono squilla alle 16:50 nella stanza numero 11, al quarto piano dell’ufficio istruzione di Torino. Al dott. Caselli un ufficiale dei carabinieri del nucleo speciale comunica: «È fuggito Curcio, c’è stato un assalto al carcere di Casale Monferrato». Il magistrato accoglie con calma la notizia. Dice soltanto: «Abbiamo lavorato tanto, dovremo ricominciare».

    La clamorosa evasione del capo delle BR scatena una tempesta politica. Le polemiche, roventi, investono il governo Moro, il Viminale, il ministero della Giustizia, la magistratura di Torino, la Questura di Alessandria.

    Il procuratore generale di Torino Carlo Reviglio della Veneria ammette che la Procura aveva ricevuto segnalazioni sulla possibile evasione di Curcio, ma afferma che erano «generiche», e precisa: «D’altra parte è la prima volta che viene fatta un’azione del genere, dall’esterno».

    Il giornalista Giorgio Bocca non crede a quella che definisce «favola delle Brigate rosse», e scrive:

    «La storia vera di queste BR non la sapremo mai, come tante altre storie di questa nostra mediocre stagione politica; non sapremo in che parte fanno da loro e in che parte vengono strumentalizzate, quanti vi sono entrati e vi rimangono in buona fede, e quanti vi sono stati infiltrati o corrotti… Questa storia è penosa al punto da dimostrare il falso, il marcio che ci sta dietro: perché nessun militante di sinistra si comporterebbe, per libera scelta, in modo da rovesciare tanto ridicolo sulla sinistra».

    L’evasione di Curcio è una nuova conferma che gli apparati dello Stato, pur disponendo di infiltrati e informatori all’interno delle BR, non hanno l’univoca volontà di combattere l’eversione terroristica: c’è chi opera per tenere viva l’insidia brigatista, e c’è chi è attivo per spingere le BR verso il militarismo sanguinario. Infatti, benché abbia riacquistato la libertà, Curcio è il latitante più ricercato d’Italia, e in quanto tale è un leader precario e dimezzato; degli altri due “politici” del vertice brigatista, Alberto Franceschini è in carcere, mentre la latitante Mara Cagol ha le settimane contate.

    Quanto a Moretti, è impegnato a Genova nell’organizzare la colonna genovese delle BR che presto insanguinerà il capoluogo ligure.

    Testo integrale del comunicato delle BR sulla liberazione di Renato Curcio

    “Il 18 Febbraio un nucleo armato delle BR ha assaltato e occupato il carcere di Casale Monferrato liberando il compagno Renato Curcio. Questa operazione si inquadra nella guerra di resistenza al fascio di forze della controrivoluzione che oggi nel nostro paese sta attuando un vero e proprio “golpe bianco” seguendo le istruzioni dei superpadroni imperialisti Ford e Kissinger. Queste forze usando il paravento dell’antifascismo democratico tentano di far credere che il grosso pericolo al quale si va incontro sia la ricaduta nel fascismo tradizionale. Per questa via esse ricattano le sinistre mentre attuano il vero fascismo imperialista. Siamo giunti cioè al punto in cui la drammatica crisi di egemonia della borghesia sul proletariato sfocia nell’uso terroristico dell’intero apparato di coercizione dello stato.

    La campagna costruita ad arte e scatenata negli ultimi mesi in principal modo dalla DC sull’ordine pubblico lo dimostra. Le caratteristiche fondamentali di questo attacco controrivoluzionario sono due:

    1. la volontà di ridurre ad una funzione neocorporativa il movimento sindacale e la sinistra;
    2. la pratica di annientamento per via militare di ogni focolaio di resistenza.

    La crisi di regime non evolve dunque verso la catastrofica dissoluzione delle istituzioni,ma al contrario gli elementi di dissoluzione sono gli anticorpi di una ristrutturazione efficentistica e militare dell’intero apparato statale. Il terreno di resistenza alla controrivoluzione si pone così come terreno principale per lo sviluppo della lotta operaia.

    Il movimento operaio ha infatti di fronte a sé il problema di trasformare l’egemonia politica che già oggi esercita in tutti i campi,in un’effettiva pratica di potere e cioè deve porre all’ordine del giorno la necessità della rottura storica con la DC e della sconfitta della strategia del compromesso storico. Deve porre un primo piano la questione del potere,della dittatura del proletariato.

    Compito dell’avanguardia rivoluzionaria oggi e quello di combattere a partire dalle fabbriche,il golpismo bianco in tutte le sue manifestazioni,battere nello stesso tempo la repressione armata dello stato e il neocorporativismo dell’accordo sindacale.

    La liberazione dei detenuti politici fa parte di questo programma. Liberiamo e organizziamo tutte le forze rivoluzionarie per la resistenza al golpe bianco.

    Lotta armata per il comunismo
    Brigate Rosse

  • 15 Ottobre 1974

    I carabinieri irrompono nel covo brigatista di Robbiano di Mediglia (MI) e arrestano Pietro Bassi e Piero Bertolazzi. (altro…)

  • 17 Settembre 1974

    Le Brigate Rosse smascherano con un comunicato l’infiltrato Silvano “Frate Mitra” Girotti.

    Con un comunicato scritto da Mara Cagol e diffuso a Milano, le BR smascherano Silvano Girotto come responsabile dell’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini:

    «Domenica 8 settembre i compagni Renato Curcio e Alberto Franceschini sono caduti nelle mani del Sid… La loro cattura non è avvenuta, nel modo più assoluto, in seguito alla delazione o defezione di membri della nostra organizzazione, tanto meno per opera di infiltrati.

    Essa non è da attribuire alle tanto sbandierate virtù investigative dei poliziotti torinesi, [ma] è avvenuta in seguito a una imboscata tesagli attraverso Silvano Girotto, più noto come “padre Leone”, il quale, sfruttando la fama di rivoluzionario costruita ad arte in America latina, presta l’infame opera di provocazione al soldo dei servizi antiguerriglia dell’imperialismo».

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  • 8 Settembre 1974

    8 Settembre 1974

    Renato Curcio e Alberto Franceschini vengono arrestati a Pinerolo.

    I carabinieri hanno deciso la cattura di Curcio, tentano soltanto di non scoprire il confidente.

    Curcio è puntuale. «Vieni con noi». L’ex-frate risponde che anche lui è in macchina e che deve lasciarla a Torino. «Seguici, lascia l’auto a Torino, dove vuoi, e poi vieni con noi». Appena il brigatista si allontana, per radio Girotto dà il via all’operazione. Il frate si ferma ancora per chiedere quale sia la macchina da seguire. Curcio non è più solo, al fianco ha un giovane, media statura, magro, con gli occhiali, silenzioso: Alberto Franceschini. «Non venirci dietro, ci vediamo a Torino tra un’ora,» ordina Curcio. Si dividono. Girotto continua a trasmettere, imbocca un senso vietato, un vigile lo ferma e lo multa. La 128 blu con i guerriglieri si allontana in direzione di Torino, ma alle porte dell’abitato un passaggio a livello li costringe a fermarsi. Un momento dopo sopraggiungono due macchine. Le portiere si spalancano e uomini armati di mitra e pistole balzano a terra. Curcio, al volante, rimane impassibile, il suo compagno reagisce, cerca di scappare a piedi verso i campi, ma sei mani lo immobilizzano. Inutilmente si divincola, grida, rivolto agli stupiti passanti: «Aiutatemi, è un’aggressione fascista».

    La versione dei fatti che racconterà Moretti è la seguente:

    «Terminiamo [la riunione di Parma] nel tardo pomeriggio [di sabato 7 settembre]. Io me ne vado per primo, tornando a Milano. Curcio mi dice che resterà a dormire a Parma per andare a Pinerolo la mattina dopo a incontrare Girotto.

    Franceschini ripartirà per Roma la sera stessa. Arrivo a Milano e trovo ad aspettarmi Attilio Casaletti, Nanni, che mi fa: guarda, attraverso un giro un po’ lungo è arrivata la notizia che un compagno di Torino ha ricevuto una telefonata anonima in cui si avverte che domenica Curcio verrà arrestato a Pinerolo. Cristo santo, io so che è vero, domani Curcio va a Pinerolo. Ma perché dovrebbe essere arrestato? Che è successo?…

    Risalgo in macchina e con Nanni mi precipito a Parma dove Curcio, tre ore prima, mi aveva detto che sarebbe rimasto la notte. Arriviamo un po’ dopo le dieci, non ho le chiavi, non è una base della colonna di Milano, suono il campanello, non funziona. Dobbiamo avvertirlo assolutamente, cerchiamo di farci sentire, ma la casa non ha finestre sul davanti e non possiamo metterci a urlare in piena notte davanti a una base. Nessuno ci sente. Ma non può sfuggirci, dovrà uscire molto presto per andare a Pinerolo, ci mettiamo in macchina davanti al portone e aspettiamo. Dopo qualche tempo ci viene in mente che, se nessuno risponde, è forse perché Curcio ha cambiato idea e se ne è andato a Torino, nella base dove sta con Margherita. Io quella base non saprei trovarla neanche se mi ci portassero davanti, c’ero stato una volta sola per una riunione d’emergenza, ed è abitudine di clandestini non memorizzare quel che può nuocere alla compartimentazione: la sola cosa che non potrai mai dire è quella che non sai…

    Rimaniamo a Parma fino all’alba e quando siamo certi che Curcio lì non c’è andiamo sulla strada per Pinerolo, separandoci sui due percorsi che portano a quella cittadina, e ci mettiamo sul bordo della strada sperando che Curcio ci noti mentre passa. Non è un granché, è quasi impossibile che funzioni, ma non possiamo fare altro».

    Curcio dirà:

    «Negli anni successivi ho condotto una serie di indagini per capire la meccanica della vicenda, e mi sono convinto che Moretti non è responsabile di colpe più gravi di quelle da addebitare a una certa sbadataggine e smemoratezza… Il messaggio [la “soffiata”, ndr] arriva a Moretti tra giovedì e venerdì. Ma lui non ritiene di agire subito perché sa che io e Franceschini stiamo lavorando [in una base] di Parma e che da quel posto non mi sarei mosso fino a sabato notte o domenica mattina.

    Pensa dunque di avvertirmi nella giornata di sabato… Tenta di farlo ma non ci riesce. Arriva a Parma sabato pomeriggio, quando noi eravamo già partiti. Infatti io, che dovevo essere a Pinerolo domenica mattina, non avevo voglia di fare tutta una tirata in macchina e avevo preferito tornarmene a Torino nel pomeriggio di sabato. Da lì sarebbe stato più agevole raggiungere il luogo dell’appuntamento la mattina seguente. E avevo chiesto a Franceschini di accompagnarmi».

    A commento della vicenda, Franceschini scriverà:

    «Non capii il comportamento di Mario [Moretti], sapevo che, al di là della sicurezza che palesava, era capace di perdersi in un bicchier d’acqua. Ma quella volta aveva fatto esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto. Invece che girare avanti e indietro per mezza Italia, come aveva raccontato, avrebbe potuto, semplicemente, attenderci sulla strada che portava al luogo dell’appuntamento (conosceva il percorso che avremmo seguito e anche la macchina che avremmo usato) per avvisarci del pericolo che stavamo per correre. Mario lo incontrai sette anni dopo… nel carcere di Cuneo, e gli chiesi subito conto di quell’8 settembre 1974: “Perché non ci avvisasti che stavano per arrestarci?”.

    Lui mi guardò stupito, come se non si aspettasse quella domanda: “Ma come vuoi che faccia a ricordarmi di cosa successe sette anni fa? Tu ti ricordi tutto perché quel giorno ti beccarono”. Avrei voluto picchiarlo».

    In sede di Commissione parlamentare stragi, molti anni dopo, sia il presidente Giovanni Pellegrino, sia Silvano Girotto, esprimeranno incredulità nel constatare la scarsa fantasia del capo brigatista che gestirà il sequestro di Moro.

    Sarebbe bastata una telefonata anonima per dire che alla stazione di Pinerolo c’era una bomba, oppure bastava incendiare un cassonetto di spazzatura nella piazza, e la zona si sarebbe riempita di forze dell’ordine: Curcio, abituato a stare all’erta, avrebbe facilmente schivato la trappola.

    Ma chi aveva fatto la telefonata a casa Levati per avvertire le BR che a Pinerolo c’era la trappola?

    «Non lo so», dirà Moretti, «è l’unico mistero di tutta la storia delle BR che né io né altri ci sappiamo spiegare».

    In realtà di “misteri” la vicenda di Pinerolo ne assomma vari altri. E il solo fatto certo è che l’Arma dei carabinieri eviterà di fare un’inchiesta per scoprire chi avrebbe voluto impedire l’arresto di Curcio. Informato da Levati della telefonata, Girotto ne parla col capitano dei carabinieri Gustavo Pignero, il quale si dice stupito in quanto i carabinieri che hanno proceduto all’arresto di Curcio e Franceschini sono stati informati dell’obiettivo della operazione solo poche ore prima: secondo Girotto, «lo sapevano lui, il generale Dalla Chiesa e qualcuno al ministero dell’interno», e il capitano «disse che poi avrebbe verificato, ma con mio stupore, nell’incontro seguente con il capitano, quando ripresi l’argomento (perché mi aspettavo che fosse diventato un argomento di primo piano, da chiarire), gli chiesi se stavano indagando per quella fuga di notizie, perché era una cosa grave. Ricordo che ho ricevuto una risposta vaga, ha lasciato cadere il discorso, non ha voluto approfondire l’argomento, mi ha detto che stavano vedendo».

    Franceschini si dirà convinto, «pur senza averne elementi di prova», che la “soffiata” arrivasse dal Mossad: «Solo gli israeliani [erano] in ottimi rapporti con carabinieri e servizi segreti e, come avevano dimostrato offrendoci armi, per nulla ostili all’attività delle BR».

    Secondo il magistrato Luigi Moschella, «c’era qualcuno in ambiente qualificato [il Viminale, ndr] che aveva interesse a che le scorrerie delle BR continuassero e che cercò quindi di evitare l’arresto di Curcio… Possiam credere che le BR avessero un informatore all’Ufficio affari riservati»

    Fatto sta che a Pinerolo la mattina di domenica 8 settembre Curcio e Franceschini si incontrano con “Frate mitra”. Girotto (che è in contatto-radio con i carabinieri) dice ai due capi brigatisti di essere arrivato anche lui in macchina, e di doverla però riportare subito a Torino perché se l’è fatta prestare; così concordano di vedersi un’ora dopo in città, e si separano – è l’espediente deciso dai carabinieri per procedere all’arresto di Curcio senza “bruciare” l’informatore.

    I due capi delle Br vengono arrestati pochi minuti dopo, mentre con la loro auto sono fermi a un passaggio a livello chiuso.

    Sempre allo scopo di non “bruciare” l’infiltrato Girotto, i carabinieri del Nucleo speciale del generale Dalla Chiesa inviano alla magistratura torinese un primo rapporto sull’operazione, attribuendone l’origine al fatto che un brigadiere «in servizio nell’abitato di Pinerolo, si accorgeva della presenza di un individuo che… presentava forte somiglianza con [il brigatista ricercato] Franceschini».

    A tutta prima Girotto è ancora “coperto”, tanto è vero che, dopo l’arresto di Curcio e Franceschini, si incontra un’altra volta con Enrico Levati. Ma è solo questione di giorni.

    Resterà senza risposta un altro interrogativo cruciale: perché i carabinieri di Dalla Chiesa hanno di fatto concluso l’infiltrazione di Girotto nelle Br l’8 settembre, dopo soli tre incontri? Se fosse proseguita, l’operazione avrebbe potuto essere molto più efficace, sarebbe penetrata in profondità e avrebbe permesso ai carabinieri di scoprire di più e meglio l’articolazione delle BR e l’identità di molti altri brigatisti.

    Non verrà mai accertato se si sia trattato di “un errore” di Dalla Chiesa, o se invece il generale abbia dovuto eseguire ordini superiori: del comandante della divisione Pastrengo generale Giovanbattista Palumbo, o del comandante generale dell’Arma Enrico Mino (entrambi risulteranno poi affiliati alla Loggia massonica segreta P2).

    Un’altra ipotesi è che lo scopo del blitz non fosse solo l’arresto dei due capi brigatisti, ma anche la necessità di recuperare le carte dei Crd di Sogno che Curcio e Franceschini, prima di partire per Pinerolo, avevano riposto nel portabagagli della loro automobile.

    Racconterà Curcio:

    «Avevamo compiuto un’incursione negli uffici milanesi di Edgardo Sogno impadronendoci di centinaia di lettere e elenchi di nomi di politici, diplomatici, militari, magistrati, ufficiali di polizia e dei carabinieri: insomma tutta la rete delle adesioni al cosiddetto “golpe bianco” preparato dall’ex partigiano liberale con l’appoggio degli americani. Giudicavamo quel materiale esplosivo e lo volevamo raccogliere in un documento da rendere pubblico.

    Purtroppo avevamo tutto il malloppo con noi al momento dell’arresto e così anche quella documentazione preziosa finì in mano ai carabinieri. Qualche anno dopo, al processo di Torino, chiesi al presidente Barbaro di rendere noto il contenuto del fascicolo che [era stato trovato] nella mia macchina quando mi arrestarono, e lui rispose imbarazzato: “Non si trova più… Qualcuno deve averlo trafugato dagli archivi giudiziari”. E la cosa finì lì. Sarebbe stato interessante invece sapere qualcosa di più su quella sparizione»

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  • 6 Settembre 1974

    Una telefonata anonima a Enrico Levati invita Renato Curcio a non incontrare l’8 Settembre Frate Mitra.

    Il pomeriggio di venerdì 6 settembre nell’abitazione di Enrico Levati arriva una telefonata anonima: «Dica a Curcio di non andare domenica a Pinerolo, perché sarà arrestato, c’è una trappola».

    Dei confusi e ambigui avvenimenti successivi, la sola cosa certa è che la “soffiata” viene riferita a Moretti, ma Curcio ne rimane all’oscuro.

    Dai primi di settembre Curcio e Franceschini sono chiusi in una base di Parma, impegnati in un lavoro importante: esaminare il ricco materiale documentale sottratto dall’archivio della sede milanese dei CRD il 2 maggio, per ricavarne un opuscolo che denunci il progetto autoritario neogollista di Edgardo Sogno.

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  • 31 Agosto 1974

    Renato Curcio e Mario Moretti incontrano Silvano Girotto, detto “Frate Mitra”. (altro…)

  • 28 Luglio 1974

    Renato Curcio e Attilio Casaletti incontrano Silvano Girotto (“Frate Mitra”) a Pinerolo. (altro…)

  • 9 Luglio 1974

    Silvano Girotto si incontra a Pavia con Enrico Levati e Giambattista Lazagna.

    Girotto arriva alla stazione di Pavia con otto minuti di ritardo. Secondo il suo racconto il giovane alto, capelli lunghi e bruni, baffi, gli dice: «Così tu saresti quello che su “Candido” dicono che è il mio capo?». «E quale gregario sei, tu?» ribatte pronto “Fratello Sinone”.

    Il colloquio si svolgerà in un appartamento usato da Levati negli anni dell’università. Vi prenderà parte Giambattista Lazagna, anch’egli interessato alle esperienze sud-americane dell’interlocutore.

    Spiega Levati:

    «Per l’incontro avevo adottato le regole di clandestinità sia perché lo aveva chiesto Girotto, sia perché farmi trovare con lui, dopo che gli articoli di “Candido” lo indicavano come capo delle BR sarebbe stato pericoloso. A me interessava l’esperienza cilena del Girotto, come a Lazagna. Ma io e Lazagna glielo abbiamo detto che noi non avevamo nulla a che fare con le BR».

    Alle nove arriva Lazagna. L’avvocato regala all’amico e a Girotto una copia del suo libro Carcere, repressione e lotta di classe, ancora fresco di stampa. Ha poi inizio un lungo colloquio del quale non esiste un resoconto esatto, perché in quell’occasione, spiega l’ex-frate, «per ragioni di prudenza non avevo con me il registratore». Il Cile, la Bolivia e naturalmente, le brigate sono i temi della conversazione. È soprattutto l’agente provocatore a tenere su il tono della serata: parla molto, con disinvoltura, gli altri di tanto in tanto interloquiscono.

    Girotto:

    «Dissi che volevo aderire alle Brigate Rosse ma non come pedina cieca, non come uomo mitra. Per non rischiare che non vi fossero ulteriori contatti con esponenti delle BR tendevo ad assumere un atteggiamento vicino alla linea che Lazagna e Levati sembravano rappresentare».

    Aggiunge, con modestia:

    «Lazagna osservò che ero un grosso personaggio, che pertanto non potevo far parte della semplice base ma dovevo anzi essere subito ammesso nel centro. Finalmente disse a Levati che andava bene: “Mettilo in contatto”. Lazagna sembrava un esaminatore, un uomo in autorità, un filtro qualificato, con l’incarico di dare al Levati il nulla osta per procedere. Ritenni ciò anche in base alle mie esperienze sudamericane».

    Piuttosto deluso, invece, si dichiara Lazagna. Quando se ne va, confida a Levati:

    «Mi pare uno spaccone, un personaggio da fiera».

    Spiegherà poi:

    «Quello di Pavia è stato un incontro occasionale. Ero carico di interessi verso tutti coloro che potessero informarmi sulla situazione sudamericana. Su Girotto c’erano elementi vaghi su giornali di destra e, un mese prima, a Bergamo, mi avevano fatto leggere un volantino del Fronte della gioventù su cui erano stampati un elenco dei brigatisti rossi: come capi eravamo indicati io e lui».

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  • 1 Luglio 1974

    Silvano Girotto si incontra con Alberto Caldi per fissare il primo incontro con le Brigate Rosse.

    L’incontro avviene sull’autostrada Torino-Milano presso il casello di Greggio. L’avvocato Alberto Caldi gli consegna una busta chiusa: dentro, un foglio anonimo, scritto a stampatello, con le modalità per il contatto:

    «Martedì 9 Luglio, stazione di Pavia, ci sarà uno con la valigia rossa in mano».

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  • 14 Maggio 1974

    Mario Sossi manda un messaggio al Presidente Leone (altro…)