Tag: Francesco Cossiga

Nato a Sassari nel 1928, iscrittosi alla DC nel 1945, eletto deputato nel 1956, Francesco Cossiga entra nel giro dei servizi segreti nel 1962, in concomitanza con l’elezione al Quirinale del leader DC sassarese Antonio Segni.

Appena eletto, il presidente Segni affida al suo giovane pupillo il compito riservato di tenere i rapporti con il Sifar e con il generale Giovanni De Lorenzo. Quello stesso De Lorenzo che, a capo del Sifar, aveva concordato con l’addetto militare dell’ambasciata americana, colonnello Vernon Walters, un piano d’azione finalizzato a ostacolare la politica di “apertura ai socialisti” sostenuta all’interno della DC dal segretario di partito Aldo Moro.

  • 7 Maggio 1980

    A Milano le Brigate Rosse gambizzano il giornalista Guido Passalacqua.

    In un articolo pubblicato il precedente 16 aprile, Passalacqua aveva scritto:

    «Moretti ha contatti con altre persone sconosciute agli altri membri della direzione strategica… L’accenno dei rapporti di Moretti con altri più su, farebbe supporre che le linee strategiche fossero elaborate altrove e che il vero legame tra le Br-ombra e le Br che agiscono “sul territorio” sia il s0olito ing. Borghi, cioè Mario Moretti».

    Pochi giorni dopo, mentre alla Camera si discute per la fiducia al II governo Cossiga, il segretario del Psi Craxi dichiara: «Resta aperta la questione della ricerca del “livello superiore” delle Br, quello che gli esperti che ne hanno avvertito l’esistenza chiamano in gergo “il grande vecchio”»; il segretario socialista allude poi al suo vecchio amico Corrado Simioni, ma senza nominarlo: «Però, dico, ci sarà pure chi ha continuato nella clandestinità. Magari sarà oggi a Parigi a lavorare per il partito armato».

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  • 4 Ottobre 1978

    Il generale Dalla Chiesa si incontra con il giornalista Mino Pecorelli.

    Tre giorni dopo il blitz milanese in via Monte Nevoso – il generale Dalla Chiesa si incontra col giornalista Mino Pecorelli, direttore-fondatore del periodico “Op”.

    Iscritto alla P2 e da anni in stretti rapporti con settori dei servizi segreti, Pecorelli è una spina nel fianco del potere politico romano, specialmente di quello andreottiano: attraverso “Op” pubblica dossier riservati e notizie scabrose, anticipando scandali e rivelando manovre e intrighi di potere.

    Dopo l’incontro del 4 ottobre con Dalla Chiesa, Pecorelli comincia a pubblicare una serie di articoli pesantemente allusivi sul delitto Moro, insinuando il vero: cioè che le carte di Moro trovate nel covo Br di via Monte Nevoso siano state “manipolate” e “censurate” dai carabinieri in quanto contenenti “segreti di Stato”, come in effetti è avvenuto. Il direttore di “Op” si sofferma più volte anche sulle Br e sul loro imprendibile capo:

    «L’obiettivo primario [del sequestro Moro] è senz’altro quello di allontanare il Partito comunista dall’area di potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del Paese. È un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un Paese industriale… È Yalta che ha deciso via Mario Fani»

    «Le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione della rotta dell’astronave Italia».

    «Ma torneremo a parlare… Perché Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato e forse la mattina che il presidente è stato ucciso, [Cossiga] era insieme a altri notabili DC a piazza del Gesù in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo fare anche noi un po’ di fantapolitica. Le trattative con le BR ci sarebbero state. Come per i feddayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i “carabinieri” (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perché si voleva comunque l’anticomunista Moro morto, e le BR avrebbero ucciso il presidente della Democrazia cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama “DC” e il macellaio Maurizio».

    «E a proposito di via Gradoli, è stato ammesso ufficialmente che, alla segnalazione, la polizia si precipitò a Gradoli e non a via Gradoli a Roma. Basta questo per mettere sotto processo gli inetti a  quali era stata affidata la vita di un uomo? E che dire della conoscenza, prima di marzo, della tipografia di via Pio Foà dove manovrava, con macchine offset, inchiostro e carta, il signor Mario Moretti, alias ing. Borghi di via Gradoli, nonché il correttore delle lettere di Aldo Moro scritte nel carcere del popolo!… Del caso Moro si sa ben poco; si pensa e si intuisce che gli elementi più attivi e più pericolosi della organizzazione eversiva ancora latitanti, abbiano potuto prendere parte all’operazione di via Fani e alle fasi successive a cominciare da Mario Moretti, forse Prospero Gallinari e gli altri. Ma niente di più. Da allora è stata ridimensionata l’attività di un’organizzazione che in caso contrario avrebbe forse dilagato con chissà quali conseguenze. Tutte le operazioni portate a termine, prima e dopo l’incarico al gen. Dalla Chiesa, hanno consentito di controllare e limitare l’attività; ma il colpo al cuore dell’organizzazione ancora non c’è stato»

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  • 10 Maggio 1978

    10 Maggio 1978

    Vengono celebrati i funerali di Aldo Moro.
    Francesco Cossiga rassegna le dimissioni da Ministro dell’Interno.

    Il corpo di Aldo Moro viene sepolto con una cerimonia strettamente privata nel cimitero di Torrita Tiberina.

    L’operato delle forze di polizia dipendenti dal Viminale e dai servizi segreti (affidati da Cossiga e Andreotti ad affiliati alla loggia massonica segreta P2) è stato caratterizzato da una lunga sequela di errori e conniventi inerzie, tali non solo da rendere dubbia l’effettiva volontà dello Stato di salvare la vita dell’onorevole Moro arrestando i sequestratori, ma perfino da indurre a sospettare complicità e convergenze di intenti con i terroristi.

    Scrive Cossiga nella sua lettera di dimissioni, indirizzata al Presidente del Consiglio Andreotti:

    «Ritengo mio dovere rassegnare le dimissioni da Ministro dell’Interno intendendo con questo atto assumere la piena responsabilità politica del dicastero cui sono preposto, delle forze di polizia che per subordinazione gerarchica o funzionale hanno operato alle mie dipendenze e dei servizi di informazione e di sicurezza da me impiegati; del loro impegno intelligente, generoso, incondizionato, leale e valoroso, sento di dover rendere ferma e convinta testimonianza e ritengo che su tale impegno il Paese può fare pieno affidamento».

    Ricoprirà il ruolo di Ministro dell’Interno ad Interim, fino al 13 Giugno 1978, il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

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  • 20 Aprile 1978

    Viene ritrovato il Comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.

    Il comunicato viene ritrovato poco dopo le 12 grazie ad una telefonata a “Il Messaggero”, e viene ritrovato dietro la sede del giornale, in Via dei Maroniti; allegata anche una Polaroid con in mano una copia de “La Repubblica” del 19 Aprile, prova del fatto che il politico sia ancora in vita.

    Il comunicato viene poi diffuso anche a Milano, Genova e Torino.

    Nello stesso giorno Moro scrive ancora a Zaccagnini, rimproverandolo per la sua linea intransigente nei confronti dei propri rapitori.

    Testo completo del Comunicato n°7 delle BR sul Sequestro Moro

    “È passato più di un mese dalla cattura di Aldo Moro, un mese nel quale Aldo Moro è stato processato così come è sotto processo tutta la DC e i suoi complici; Aldo Moro è stato condannato così come è stata condannata la classe politica che ha governato per trent’anni il nostro Paese, con le infamie, con il servilismo alle centrali imperialiste, con la ferocia anti-proletaria. La condanna di Aldo Moro verrà eseguita così come il Movimento Rivoluzionario s’incaricherà di eseguire quella storica e definitiva contro questo immondo partito e la borghesia che rappresenta.

    Detto questo occorre fare chiarezza su alcuni punti.

    1. In questo mese abbiamo avuto modo di vedere una volta di più la DC e il suo vero volto. È quello cinico e orrendo dell’ottusa violenza controrivoluzionaria. Ma abbiamo visto anche fino a che punto arriva la sua viltà. Ancora una volta la DC, come ha fatto per trent’anni, ha cercato di scaricare le proprie responsabilità, di confondere con l’aiuto dei suoi complici la realtà di uno Stato Imperialista che si appresta ad annientare il movimento rivoluzionario, che si appresta al genocidio politico e fisico delle avanguardie comuniste. In Italia, come d’altronde nel resto dell’Europa “democratica” esistono dei condannati a morte: sono i militanti combattenti comunisti. Le leggi speciali, i tribunali speciali, i campi di concentramento sono la mostruosa macchina che dovrebbe stritolare nei suoi meccanismi chi combatte per il comunismo. Gli specialisti della tortura, dell’annientamento politico, psicologico e fisico, ci hanno spiegato sulle pagine dei giornali nei minimi dettagli (l’hanno detto, mentendo con la consueta spudoratezza, a proposito del “trattamento” subito da Aldo Moro, che invece è stato trattato scrupolosamente come un prigioniero politico e con i diritti che tale qualifica gli conferisce; niente di più ma anche niente di meno), quali effetti devastanti e inumani producano lo snaturare l’identità politica dell’individuo, l’isolamento prolungato, le raffinate ed incruente sevizie psicologiche, i sadici pestaggi ai quali sono sottoposti i prigionieri comunisti. E dovrebbe esserlo per secoli, tanti quanti ne distribuiscono con abbondanza i tribunali speciali. E quando questo non basta c’è sempre un medico compiacente, un sadico carceriere che si possono incaricare di saldare la partita.
      Questo è il genocidio politico che da tempo e per i prossimi anni la DC e i suoi complici si apprestano a perpetrare. Noi sapremo lottare e combattere perché tutto ciò finisca, e non rivolgiamo nessun appello che non sia quello del Movimento Rivoluzionario di combattere per la distruzione di questo Stato, per la distruzione dei campi di concentramento, per la libertà di tutti i comunisti imprigionati.
      L’appello “umanitario” lo lancia invece la DC. E qui siamo nella più grottesca spudoratezza. A quale “umanità” si possono mai appellare i vari Andreotti, Fanfani, Leone, Cossiga, Piccoli, Rumor e compari?
      Ma ora è arrivato il tempo in cui la DC non può più scaricare le proprie responsabilità politiche, può scegliersi i complici che vuole, ma sotto processo prima di tutto c’è questo immondo partito, questa lurida organizzazione del potere dello Stato. Per quanto riguarda Aldo Moro ripetiamo – la DC può far finta di non capire ma non riuscirà a cambiare le cose – che è un prigioniero politico condannato a morte perché responsabile in massimo grado di trent’anni di potere democristiano di gestione dello Stato e di tutto quello che ha significato per i proletari. Il problema al quale la DC deve rispondere è politico e non di umanità; umanità che non possiede e che non può costituire la facciata dietro la quale nascondersi, e che, reclamata dai suoi boss, suona come un insulto.
      Nei campi di concentramento dello Stato imperialista ci sono centinaia di prigionieri comunisti, condannati alla “morte lenta” di secoli di prigionia. Noi lottiamo per la la libertà del proletariato, e parte essenziale del nostro programma politico è la libertà per tutti i prigionieri comunisti.
      Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione della LIBERAZIONE DI PRIGIONIERI COMUNISTI.
      La DC dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili.
      La DC e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo a partire dalle ore 15 del 20 aprile; trascorso questo tempo ed in caso di un ennesima viltà della DC noi risponderemo solo al proletariato ed al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell’esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del Popolo.
    2. Il comunicato falso del 18 aprile. È incominciata con questa lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica, la preparazione del “grande spettacolo” che il regime si appresta a dare, per stravolgere le coscienze, mistificare i fatti, organizzare intorno a sé il consenso. I mass-media possono certo sbandierare, ne hanno i mezzi, ciò che in realtà non esiste; possono cioè montare a loro piacimento un sostegno ed una solidarietà alla DC, che nella coscienza popolare invece è solo avversione, ripugnanza per un partito putrido ed uno Stato che il proletario ha conosciuto in questi trent’anni e nei confronti dei quali, nonostante la mastodontica propaganda del regime, ha già emesso un verdetto che non è possibile modificare.
      C’è un altro aspetto di questa macabra messa in scena che tutti si guardano bene dal mettere in luce, ed è il calcolo politico e l’interesse personale dei vari boss DC. Come sempre è accaduto per la DC, i giochi di potere sono un elemento ineliminabile della sua corruzione, del suo modo di gestire lo Stato. Sono un elemento secondario ma molto concreto, e ci illuminano ancora di più di quale “umanità” è pervasa la cosca democristiana. Aldo Moro che rinchiuso nel carcere del popolo ormai ne è fuori, ce li indica senza reticenze, e nel caso che lo riguarda vede come in particolare il suo compare Andreotti cercherà con ogni mezzo di trasformarlo in un “buon affare” (così lo definisce Moro), come ha sempre fatto in tutta la sua carriera e che ha avuto il suo massimo fulgore con le trame iniziate con la strage di piazza Fontana, con l’uso oculato e molto personale dei servizi segreti che vi erano implicati. Andreotti ha già le mani abbondantemente sporche di sangue, e non ci sono dubbi che la sceneggiata recitata dai vari burattini di Stato ha la sua sapiente regia.
      La statura morale dei democristiani è nota a tutti, rilevarla può solo renderceli più odiosi, e rafforzare il proposito dei rivoluzionari di distruggere il loro putrido potere. Di tutto dovranno rendere conto e mentre denunciamo, come falso e provocatorio il comunicato del 18 aprile attribuito alla nostra Organizzazione, ne indichiamo gli autori: Andreotti e i suoi complici.

    LIBERTÀ PER TUTTI I COMUNISTI IMPRIGIONATI!

    CREARE ORGANIZZARE OVUNQUE IL POTERE PROLETARIO ARMATO!

    RIUNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE!

    20/4/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    Lettera di Aldo Moro a Benigno Zaccagnini

    “Caro Zaccagnini,

    mi rivolgo a te ed intendo con ciò rivolgermi nel modo più formale e, in certo modo, solenne all’intera Democrazia Cristiana, alla quale mi permetto di indirizzarmi ancora nella mia qualità di Presidente del Partito. È un’ora drammatica. Vi sono certamente problemi per il Paese che io non voglio disconoscere, ma che possono trovare una soluzione equilibrata anche in termini di sicurezza, rispettando però quella ispirazione umanitaria, cristiana e democratica, alla quale si sono dimostrati sensibili Stati civilissimi in circostanze analoghe, di fronte al problema della salvaguardia della vita umana innocente. Ed infatti, di fronte a quelli del Paese, ci sono i problemi che riguardano la mia persona e la mia famiglia.

    Di questi problemi, terribili ed angosciosi, non credo vi possiate liberare, con il cinismo che avete manifestato sinora nel corso di questi quaranta giorni di mie terribili sofferenze. Con profonda amarezza e stupore ho visto in pochi minuti, senza nessuna seria valutazione umana e politica, assumere un atteggiamento di rigida chiusura. L’ho visto assumere dai dirigenti, senza che risulti dove e come un tema tremendo come questo sia stato discusso. Voci di dissenso, inevitabili in un partito democratico come il nostro, non sono artificiosamente emerse. La mia stessa disgraziata famiglia è stata, in certo modo, soffocata, senza che potesse disperatamente gridare il suo dolore e il suo bisogno di me. Possibile che siate tutti d’accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese? Altro che soluzione dei problemi. Se questo crimine fosse perpetrato, si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti. Si aprirebbe una spaccatura con le forze umanitarie che ancora esistono in questo Paese. Si aprirebbe, insanabile, malgrado le prime apparenze, una frattura nel partito che non potreste dominare. Penso ai tanti e tanti democristiani che si sono abituati per anni ad identificare il partito con la mia persona. Penso ai miei amici della base e dei gruppi parlamentari. Penso anche ai moltissimi amici personali ai quali non potreste far accettare questa tragedia. Possibile che tutti questi rinuncino in quest’ora drammatica a far sentire la loro voce, a contare nel partito come in altre circostanze di minore rilievo? Io lo dico chiaro: per parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno. Attendo tutto il partito ad una prova di profonda serietà e umanità e con esso forze di libertà e di spirito umanitario che emergono con facilità e concordia di ogni dibattito parlamentare su temi di questo genere. Non voglio indicare nessuno in particolare, ma rivolgermi a tutti. Ma è soprattutto alla Dc che si rivolge il Paese per la sua responsabilità, per il modo come ha sempre saputo contemperare sempre sapientemente ragioni di Stato e ragioni umane e morali. Se fallisse ora, sarebbe per la prima volta. Essa sarebbe travolta dal vortice e sarebbe la sua fine. Che non avvenga, ve ne scongiuro, il fatto terribile di una decisione di morte presa su direttiva di qualche dirigente ossessionato da problemi di sicurezza, come se non vi fosse l’esilio a soddisfarli, senza che ciascuno abbia valutato tutto fino in fondo, abbia interrogato veramente e fatto veramente parlare la sua coscienza. Qualsiasi apertura, qualsiasi posizione problematica, qualsiasi segno di consapevolezza immediata della grandezza del problema, con le ore che corrono veloci, sarebbero estremamente importanti. Dite subito che non accettate di dare una risposta immediata e semplice, una risposta di morte. Dissipate subito l’impressione di un partito unito per una decisione di morte. Ricordate, e lo ricordino tutte le forze politiche, che la Costituzione Repubblicana, come primo segno di novità, ha cancellato la pena di morte. Così, cari amici, si verrebbe a reintrodurre, non facendo nulla per impedirla, facendo con la propria inerzia, insensibilità e rispetto cieco della ragion di Stato che essa sia di nuovo, di fatto, nel nostro ordinamento. Ecco nell’Italia democratica del 1978, nell’Italia del Beccaria, come nei secoli passati, io sono condannato a morte. Che la condanna sia eseguita, dipende da voi. A voi chiedo almeno che la grazia mi sia concessa; mi sia concessa almeno, come tu Zaccagnini sai, per essenziali ragioni di essere curata, assistita, guidata che ha la mia famiglia. La mia angoscia in questo momento sarebbe di lasciarla sola – e non può essere sola – per la incapacità del mio partito ad assumere le sue responsabilità, a fare un atto di coraggio e responsabilità insieme. Mi rivolgo individualmente a ciascuno degli amici che sono al vertice del partito e con i quali si è lavorato insieme per anni nell’interesse della Dc. Pensa ai sessanta giorni cruciali di crisi, vissuti insieme con Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari sotto la tua guida e con il continuo consiglio di Andreotti. Dio sa come mi sono dato da fare, per venirne fuori bene. Non ho pensato no, come del resto mai ho fatto, né alla mia sicurezza né al mio riposo. Il Governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene tributata per questa come per tante altre imprese. In allontanamento dai familiari senza addio, la fine solitaria, senza la consolazione di una carezza, del prigioniero politico condannato a morte. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante della storia d’Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese.

    Pensateci bene, cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopodomani.

    Pensaci soprattutto tu, Zaccagnini, massimo responsabile. Ricorda in questo momento – dev’essere un motivo pungente di riflessione per te – la tua straordinaria insistenza e quella degli amici che avevi a tal fine incaricato la tua insistenza per avermi Presidente del Consiglio Nazionale, per avermi partecipe e corresponsabile nella fase nuova che si apriva e che si profilava difficilissima. Ricordi la mia fortissima resistenza soprattutto per le ragioni di famiglia a tutti note. Poi mi piegai, come sempre, alla volontà del Partito. Ed eccomi qui, sul punto di morire, per averti detto di sì ed aver detto di sì alla Dc. Tu hai dunque una responsabilità personalissima. Il tuo sì o il tuo no sono decisivi. Ma sai pure che, se mi togli alla famiglia, l’hai voluto due volte. Questo peso non te lo scrollerai di dosso più.

    Che Dio ti illumini, caro Zaccagnini, ed illumini gli amici ai quali rivolgo un disperato messaggio. Non pensare ai pochi casi nei quali si è andati avanti diritti, ma ai molti risolti secondo le regole dell’umanità e perciò, pur nelle difficoltà della situazione, in modo costruttivo. Se la pietà prevale, il Paese non è finito.

    Grazie e cordialmente
    tuo Aldo Moro”

    Lettera di Aldo Moro a S.S. Papa Paolo VI

    Alla stampa da parte di Aldo Moro, con preghiera di cortese urgente trasmissione all’augusto Destinatario e molte grazie

    A S.S. Paolo VI
    Città del Vaticano

    In quest’ora tanto difficile mi permetto di rivolgermi con vivo rispetto e profonda speranza alla Santità Vostra, affinché con altissima autorità morale e cristiano spirito umanitario voglia intercedere presso le competenti autorità governative italiane per un’equa soluzione del problema dello scambio dei prigionieri politici e la mia restituzione alla mia famiglia, per le cui necessità assai gravi sono indispensabili la mia presenza ed assistenza. Solo la Santità Vostra può porre di fronte alle esigenze dello Stato, comprensibili nel loro ordine le ragioni morali e il diritto alla vita.

    Con profonda gratitudine, speranza e devoto ossequio

    dev.mo
    Aldo Moro”

    Lettera di Aldo Moro a Eleonora Moro

    Carissima e amata,

    siamo al momento decisivo estremamente rischioso. Vi sono vicino e vi amo con tutto il cuore. Baci a tutti a Luca in particolare. Ora occorre trasmettere di urgenza queste lettere, determinanti, per cui devi convocare le squadre di Giovanni e Agnese o altri che creda idonei, al più presto. Tutto urge, urge. Due sono le più importanti: lettera mia al Papa. Non so se già hai predisposto qualcosa. Occorre inviare mani sicure e rapide es: Poletti, Pignedoli, se c’è Pompei (improbabile è a Parigi), Bottai, che dovresti fare venire a casa, senza mai nulla dire al telefono. Infine, ma potrebbe essere la soluzione più facile, chiamare Antonello Mennini, Vice Parroco di S. Lucia che puoi fare venire a casa. Infine vedi tu. Presto e bene per quel poco che può valere. Lettera a Zaccagnini. È la più importante. Occorre arrivi integra. Vedi di mandarla per il migliore tramite a lui e avverti i giornalisti circostanti che la rendano pubblica. Mi raccomando.

    Ti abbraccio tanto con tutti.

    Il testo del comunicato è contraddittorio e venato di doppiezza. Le Br definiscono il falso comunicato «lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica», «macabra messa in scena», una provocazione di «Andreotti e dei suoi complici»; accusano la De di essere «un partito putrido», corrotto e pervaso di «putrido potere», un «immondo partito, lurida organizzazione del potere dello Stato [dedita] al genocidio politico e fisico delle avanguardie comuniste [mediante] le leggi speciali, i tribunali speciali, i campi di concentramento»; e come logica conseguenza, confermano che «la condanna di Aldo Moro verrà eseguita».

    Ma subito dopo avere chiuso la porta, con uno scarto improvviso la riaprono scrivendo: «Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti. La De dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili. La De e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo, a partire dalle ore 15 del 20 aprile; trascorso questo tempo e in caso di un’ennesima viltà della DC, noi risponderemo solo al proletariato e al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell’esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del Popolo».

    L’improvvisa proposta di trattativa comprensiva di ultimatum tradisce la doppiezza della “operazione Moro”, e conferma perché il presidente della De non sia stato ucciso in via Fani insieme alla scorta. L’obiettivo tattico del sequestro Moro è certo l’eliminazione fisica dell’architetto dell’intesa governativa DC-PCI; ma l’obiettivo strategico – non meno importante – è quello di avvelenare la “solidarietà nazionale”, di logorarla e di frantumarla (l’uccisione di Moro in via Fani avrebbe potuto sortire l’effetto opposto, quello di “cementarla”, almeno per un certo periodo).

    E il vero comunicato Br n. 7 è appunto l’affondo strategico: infatti, subito dopo l’ultimatum brigatista, il Psi craxiano si pronuncia apertamente contro la linea della fermezza e si muove alacremente per la trattativa con le Br. Arrivato al 35° giorno, scandito dalle disperate lettere di Moro e dalla totale mancanza di qualunque risultato investigativo, il drammatico sequestro sta effettivamente logorando l’intesa fra i partiti della “solidarietà nazionale”; il comunicato Br n. 7 con l’ultimatum la incrina, e gli sviluppi successivi ne provocheranno l’irreversibile rottura. Il cardine dell’operazione continua a essere Mario Moretti, con tutti gli altri brigatisti – uno sparuto gruppo di modesti esecutori intossicati di fanatismo – a fare da inconsapevoli comparse.

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    20 Aprile 1978
    La polaroid di Moro con in mano “La Repubblica” del 19 Aprile 1978 allegata al Comunicato n°7
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  • 18 Aprile 1978

    Viene scoperto il covo di Via Gradoli a Roma.
    Viene ritrovato il Comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro. Solo successivamente sarà dichiarato falso.

    A far scoprire il covo di Via Gradoli è una copiosa perdita di acqua; l’inquilina del piano sotto all’interno 11, l’appartamento in cui abitavano Barbara Balzerani e Mario Moretti, chiama i vigili del fuoco, che sfondano la porta e trovano del tutto casualmente il covo brigatista. Barbara Balzerani lo scopre dal telegiornale mentre è con Adriana Faranda nell’Ufficio, in Via Chiabrera.

    Mario Moretti e Barbara Balzerani erano usciti insieme dall’appartamento-covo di via Gradoli 96 alle ore 7.30. L’inquilina che abita l’appartamento sottostante, Nunzia Damiano, viene svegliata da frettolosi passi nell’appartamento soprastante, e poco dopo, verso le ore 8.15, vede che sul soffitto si sta allargando una macchia di infiltrazione d’acqua. Allertato l’amministratore dello stabile, Domenico Catracchia, questi fa accorrere l’idraulico Jean Tschofen, il quale chiama i pompieri.

    La perdita d’acqua è provocata dalla doccia a telefono lasciata aperta e appoggiata con un manico di scopa alla parete piastrellata della vasca da bagno.

    All’interno dell’appartamento c’erano armi (un mitra, un fucile e un paio di bombe a mano), l’intero archivio del “Fronte Logistico” e gli oggetti personali. Forse di nessuna importanza, ma le lenti a contatto ritrovate nell’appartamento porteranno all’identificazione di Barbara Balzerani, nome di battaglia “Sara”

    «Siamo entrati nell’appartamento n° 11», testimonierà il maresciallo dei pompieri Giuseppe Leonardi, «per mezzo di una scala a ganci applicata alla ringhiera del balcone sottostante, cioè il n° 7. Abbiamo trovato il rubinetto della doccia aperto a getto forte. Esso era appoggiato a una scopa che si trovava all’interno della vasca. Il getto dell’acqua era diretto verso la parete sulla vasca. La scopa si trovava nella posizione in cui è rappresentata nella fotografia [orizzontale sui bordi della vasca, ndr]. Il getto d’acqua era diretto verso le mattonelle sul bordo della vasca da bagno, mattonelle che si trovano in corrispondenza del cordone della doccia… In quel punto, tra le mattonelle e il bordo della vasca, si notava una piccola fessura, nella quale con ogni probabilità l’acqua penetrava».

    Ma nell’appartamento i vigili del fuoco non possono non vedere che c’è sparpagliato dappertutto materiale delle BR.

    Dal brogliaccio della Sala operativa della Questura del 18 aprile 1978 (firmato dal commissario di Ps Antonio Esposito, affiliato alla P2) risulta che i vigili del fuoco chiedono l’intervento della polizia in via Gradoli 96 alle ore 10.08. Sul posto viene inviata la volante 5, poi le volanti Beta 3 e 4; vengono allertati l’Ufficio di gabinetto del questore, la Digos, la Squadra mobile, la Criminalpol, il commissariato Flaminio nuovo, la polizia scientifica, un artificiere dell’esercito, i carabinieri, e infine il magistrato Luciano Infelisi. Le volanti accorrono in via Gradoli 96 a sirene spiegate, e quando il funzionario della Digos arriva sul posto, davanti alla palazzina c’è già raccolta una piccola folla di curiosi nonché diversi giornalisti (subito informati, non si sa da chi, della “scoperta” del covo). In pratica, tutto avviene con modalità esattamente contrarie a quelle – ovvie – impiegate dai carabinieri del disciolto Nucleo speciale del generale Dalla Chiesa, per esempio quando avevano scoperto la base Br di Robbiano di Mediglia: con la massima discrezione, avevano atteso l’arrivo dei brigatisti, e li avevano arrestati uno dopo l’altro. In questo caso, invece, la notizia è stata diffusa in tempo reale, e gli stessi inquilini del covo di via Gradoli – cioè i brigatisti Moretti e Balzerani – possono seguire lo svolgersi dei fatti attraverso la Rai-Tv. L’infiltrazione d’acqua è una deliberata manovra finalizzata alla “scoperta” della base Br, preservando però la libertà del capo brigatista che la abita insieme alla partner. Infatti, appena entrati nell’appartamento-covo i vigili del fuoco si sono trovati davanti uno scenario inequivocabile: bombe a mano sparse sul pavimento «tra i piedi del letto e la porta del bagno» con il rischio di inciamparvi; un cassetto, platealmente abbandonato sul letto, contenente «una pistola mitragliatrice, un fucile da caccia e relative munizioni»; abiti tolti dall’armadio e sparpagliati sul pavimento, comprese alcune «divise della Ps e dell’Alitalia» (cioè le divise utilizzate dai terroristi-killer nell’agguato di via Fani); una radio ricetrasmittente in bella evidenza; e sparsi un po’ dappertutto volantini ciclostilati con i comunicati e l’emblema delle Br, e molti documenti falsi (passaporti, carte d’identità, patenti, libretti di circolazione, assicurazioni per le auto, tessere ferroviarie).

    La polizia, chiamata dai vigili del fuoco, entra nell’appartamento-covo alle 10.30. Gli artificieri neutralizzano il materiale esplosivo; la polizia scientifica effettua i rilievi tecnici; le armi e le munizioni vengono portate nei laboratori della polizia scientifica. Tutto il restante materiale presente nel covo viene sequestrato, chiuso in alcuni contenitori e trasportato in Questura per essere inventariato e esaminato. Alle ore 17 le operazioni si concludono, e l’appartamento-covo viene sigillato e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria. Nel verbale del materiale trovato nel covo – compilato in Questura fra il 19 e il 28 aprile – vengono elencati ben 1.115 reperti, comprese le
    targhe delle auto utilizzate dal commando terrorista in via Fani.

    Il comunicato viene annunciato tramite una telefonata al giornale “Il Messaggero” intorno alle 9:30 della mattina del 18 Aprile. Nella telefonata si parla di due messaggi, ma la busta arancione trovata in Piazza Belli a Roma ne contiene uno solo.

    Piazza Belli, tra l’altro, è il luogo dove quasi un anno prima moriva Giorgiana Masi.

    Il messaggio annuncia l’avvenuta esecuzione di Moro e il luogo dove trovare il corpo: il Lago della Duchessa, a 1800 metri d’altitudine in località Cartore (provincia di Rieti).

    La relazione degli esperti garantisce l’autenticità del comunicato, nonostante vi siano numerose differenze:

    • È molto breve;
    • È scritto con uno stile satirico;
    • Contiene diversi errori di ortografia;
    • Non ci sono gli slogan conclusivi;
    • Il foglio è più corto rispetto agli altri
    • Invece del numero “1” viene usata la lettera “l” minuscola;
    • L’intestazione “Brigate Rosse” è scritta a mano
    Comunicato n°7 (falso) delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro

    Il processo ad Aldo Moro

    “Oggi 18 aprile 1978, si conclude il periodo “dittatoriale” della DC che per ben trent’anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro, mediante “suicidio”. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio.
    È soltanto l’inizio di una lunga serie di “suicidi”: il “suicidio” non deve essere soltanto una “prerogativa” del gruppo Baader Meinhof.
    Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime.
    P.S. – Rammentiamo ai vari Sossi, Barbaro, Corsi, ecc. che sono sempre sottoposti a libertà “vigilata”.

    18/4/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    Tra i brigatisti questo falso comunicato fa pensare ad un’azione dei servizi segreti: un’azione che servirebbe a capire la reazione dell’opinione pubblica ad una eventuale morte di Aldo Moro. I brigatisti capiscono che almeno una parte del governo della DC aveva già mollato Moro.

    Nel 1984 si scoprirà che il falso autore del comunicato era stato Alberto Chichiarelli, un falsario di quadri ucciso il 28 Settembre di quell’anno (1984).

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  • 6 Aprile 1978

    Gli inquirenti effettuano una perlustrazione senza esito nel comune di Gradoli (VT)
    Viene inviata una lettera a Eleonora Moro

    Si verrà a sapere che l’operazione era stata suggerita da una segnalazione di Romano Prodi, che avrebbe riferito le indicazioni emerse il 2 Aprile durante una seduta spiritica in una casa di campagna.

    Lettera di Aldo Moro a Eleonora Moro

    urge

    Mia carissima Noretta,

    questi fogli che ti accludo sono tutti, a loro modo, importanti e li dovrai leggere perciò con la dovuta attenzione. Ma è questo quello più urgente ed importante, perché riguarda la mia condizione che va facendosi sempre più precaria e difficile per l’irrigidimento totale delle forze politiche ad un qualche inizio di discorso su scambi di prigionieri politici, tra i quali sono anch’io. Non so se tu hai visto bene i miei due messaggi (altrimenti li puoi chiedere subito a Guerzoni). È da quelli che bisogna partire, per mettere in moto un movimento umanitario, oggi nelle Camere assolutamente assente malgrado le loro tradizioni. Solo Saragat ed un po’ i socialisti hanno avuto qualche debole cenno a motivi umanitari. Degli altri nessuno ed in ispecie la DC cui avevo scritto nella persona di Zaccagnini e di altri esponenti, ricordando tra l’altro a Zaccagnini che egli mi volle (per i suoi comodi) a questo odiato incarico, sottraendomi alle cure del piccolo che presentivo di non dover abbandonare. Son giunto a dirgli che egli moralmente avrebbe dovuto essere al mio posto. La risposta è stata il nulla. Ora si tratta di vedere che cosa ancora con la tua energia, in pubblico ed in privato, puoi fare, perché se questo blocco non comincia a sgretolarsi un poco, ne va della mia vita. E cioè di voi tutti, carissimi, e dell’amato piccolo. Sarebbe per me una tragedia morire, abbandonandolo.

    Si può fare qualche cosa presso: Partiti (specie DC, la più debole e cattiva), i movimenti femminili e giovanili, i movimenti culturali e religiosi. Bisogna vedere varie persone; specie Leone, Zaccagnini, Galloni, Piccoli, Bartolomei, Fanfani, Andreotti (vorrà poco impegnarsi) e Cossiga. Si può dire ad Ancora di lavorare con Berlinguer: i comunisti sono stati durissimi, essendo essi in ballo la prima volta come partito di governo. Il Vaticano va ancora sollecitato anche per le diverse correnti interne, si deve chiedere che insista sul Governo italiano. Tempi di Pio XII che contendeva ai tedeschi il giovane Prof. Vassalli, condannato a morte. Si dovrà ritentare. E poi vedi tu nelle direzioni possibili con il meglio di te. È un estremo tentativo. Tieni presente che nella maggior parte degli Stati, quando vi sono ostaggi, si cede alla necessità e si adottano criteri umanitari. Questi prigionieri scambiati vanno all’estero e quindi si realizza una certa distensione. Che giova tenerli qui se non per un’astratta ragione di giustizia, con seguiti penosi per tutti e senza che la sicurezza dello Stato sia migliorata?

    Ma vedi tu e puoi coinvolgermi rapidamente. La mia pena è Luca. Lo amo e lo temo senza di me. Sarà il dolore più grande. Forse non si deve essere, neppur poco, felici. Ti abbraccio forte.

    Aldo

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    Testi

  • 8 Aprile 1978

    Aldo Moro scrive alla moglie, Eleonora Moro.

    Lettera a Eleonora Moro, recapitata l’8 Aprile

    segreto
    qualche concetto più toccante della lettera potresti dare in dichiarazioni RAI e TV (Guerzoni)

    Mia carissima Noretta,

    anche se il contenuto della tua lettera al Giorno non recasse motivi di speranza (né io pensavo che li avrebbe recati), essa mi ha fatto un bene immenso, dandomi conferma nel mio dolore di un amore che resta fermo in tutti voi e mi accompagna e mi accompagnerà per il mio Calvario. A tutti dunque il mio ringraziamento più vivo, il bacio più sentito, l’amore più grande.

    Mi dispiace, mia carissima, di essermi trovato a darti questa aggiunta di impegno e sofferenza. Ma vedo che anche tu, benché sfiduciata, non mi avresti perdonato di non averti chiesto una cosa che è forse un inutile atto d’amore, ma è un atto d’amore.

    Ed ora, pure in questi limiti, dovrei darti qualche indicazione per quanto riguarda il tuo tenero compito. È bene avere l’assistenza discreta di Rana e Guerzoni. Mi pare che siano rimasti taciti i gruppi parlamentari, ed in essi i migliori amici, forse intimiditi dal timore di rompere un fronte di austerità e di rigore. Ed invece bisogna avere il coraggio di rompere questa umanità fittizia, come tante volte è accaduto. Quello che è stupefacente è che in pochi minuti il Governo abbia creduto di valutare il significato e le implicazioni di un fatto di tanto rilievo ed abbia elaborato in gran fretta e con superficialità una linea dura che non ha più scalfito. Si trattava in fondo di uno scambio di prigionieri come si pratica in tutte le guerre (e questa in fondo lo è) con la esclusione dei prigionieri liberati dal territorio nazionale. Applicare le norme di diritto comune non ha senso. E poi questo rigore proprio in un paese scombinato come l’Italia. La faccia è salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto e soprattutto i democristiani. Ora mi pare che manchi specie la voce dei miei amici. Converrebbe chiamare Cervone, Rosati, Dell’Andro, e gli altri che Rana conosce ed incitarli ad una dissociazione, ad una rottura dell’unità. È l’unica cosa che i nostri capi temono. Del resto non si curano di niente. La dissociazione dovrebbe essere pacata e ferma insieme. Essi non si rendono conto quanti guai verranno dopo e che questo è il meglio, il minor male almeno.

    Tutto questo andrebbe fatto presto, perché i tempi stringono. Degli incontri che riuscirai ad avere, se riuscirai, sarà bene dare notizia con qualche dichiarazione. Occorre del pubblico oltre che del privato. S questo fatti guidare da Guerzoni.

    Nel risvolto del «Giorno» ho visto con dolore ripreso dal solito Ziziola un riferimento dell’Osservatore Romano (Levi). In sostanza: no al ricatto. Con ciò la S. Sede, espressa da questo Sig. Levi, e modificando precedenti posizioni, smentisce tutta la sua tradizione umanitaria e condanna oggi me, domani donne e bambini a cadere vittime per non consentire il ricatto. È una cosa terribile, indegna della S. Sede. L’espulsione dallo Stato è praticata in tanti casi, anche nell’Unione Sovietica, e non si vede perché qui dovrebbe essere sostituita dalle stragi di Stato. Non so se Poletti può rettificare questa enormità in contraddizione con altri modi di comportarsi della S. Sede. Con questa tesi si avalla il peggior rigore comunista ed a servizio dell’unicità del comunismo. È incredibile a quale punto sia giunta la confusione delle lingue. Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio di prigionieri. Son convinto che sarebbe stata la scelta più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro. Ma non è di questo che voglio parlare; ma di voi che amo ed amerò sempre, della gratitudine che vi debbo, della gioia indicibile che mi avete dato nella vita, del piccolo che amavo guardare e cercherò di guardare fino all’ultimo. Avessi almeno le vostre mani, le vostre foto, i vostri baci. I democratici cristiani (e Levi dell’Osservatore) mi tolgono anche questo. Che male può venire da tutto questo male? Ti abbraccio, ti stringo, carissima Noretta e tu fai lo stesso con tutti con il medesimo animo. Davvero Anna si è fatta vedere? Che Iddio la benedica. Vi abbraccio

    Aldo

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    Testi

  • 4 Aprile 1978

    Viene fatto ritrovare il Comunicato n°4 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.

    Il comunicato viene trovato dopo una telefonata a “La Repubblica”.

    Allegata al comunicato c’è una lettera di Aldo Moro per Benigno Zaccagnini, allora segretario della DC. Vi si legge, tra le altre cose, la frase:

    Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io.

    Testo completo del Comunicato n°4 delle BR sul Sequestro Moro

    Il processo a Moro

    “Moro afferma nelle sue lettere che si trova in una situazione “eccezionale” privo della “consolazione” dei suoi compari, e perfettamente consapevole di cosa lo aspetti. In questo una volta tanto siamo d’accordo con lui. Che uno dei più alti dirigenti della DC si trovi sottoposto ad un processo popolare, che debba rispondere ad un Tribunale del Popolo di trent’anni di regime democristiano, che il giudizio popolare nella sua prevedibile durezza avrà certamente il suo corso, è una situazione che fino ad ora è stata “eccezionale”. Ma le cose stanno cambiando. L’attacco sferrato negli ultimi tempi dal Movimento Proletario, la Resistenza Offensiva contro le articolazioni del potere democristiano, contro le strutture e gli uomini della controrivoluzione imperialista, stanno modificando radicalmente questa situazione. Si sta attuando in tutto il paese, con l’iniziativa delle avanguardie combattenti, il PROCESSO AL REGIME che pone sotto accusa i servi degli interessi delle Multinazionali, che smaschera i loro piani anti-proletari, che è rivolto a distruggere la macchina dell’oppressione imperialista, lo Stato Imperialista delle Multinazionali. Il processo al quale è sottoposto Moro è un momento di tutto questo. Deve essere chiaro quindi che il Tribunale del Popolo non avrà né dubbi né incertezze, quanto meno secondi o “segreti” fini ma saprà giudicare Moro per quanto lui e la DC hanno fatto e stanno facendo contro il movimento proletario.
    La manovra messa in atto dalla stampa di regime, attribuendo alla nostra Organizzazione quanto Moro ha scritto di suo pugno nella lettera a Cossiga, è stata subdola quanto maldestra. Lo scritto rivela invece, con una chiarezza che sembra non gradita alla cosca democristiana, il suo punto di vista e non il nostro. Egli si rivolge agli altri democristiani (nella seconda lettera che ha chiesto di scrivere a Zaccagnini e che noi recapitiamo e rendiamo pubblica, li chiama tutti per nome), li invita ad assumersi le loro responsabilità presenti e passate (le responsabilità che essi dovranno assumersi di fronte al Movimento Rivoluzionario, e che nel corso dell’interrogatorio il prigioniero sta chiarendo, sono ben altre da quelle accennate da Moro nella sua lettera), li invita a considerare la sua posizione di prigioniero politico in relazione a quella dei combattenti comunisti prigionieri nelle carceri di regime. Questa è la sua posizione che, se non manca di realismo politico nel vedere le contraddizioni di classe oggi in Italia, e’ utile chiarire che non e’ la nostra.
    Abbiamo più volte affermato che uno dei punti fondamentali del programma della nostra Organizzazione è la liberazione di tutti i prigionieri comunisti e la distruzione dei campi di concentramento e dei lager di regime. Che su questa linea di combattimento il movimento rivoluzionano abbia già saputo misurarsi vittoriosamente e’ dimostrato dalla riconquistata libertà dei compagni sequestrati nei carceri di Casale, Treviso, Forlì, Pozzuoli, Lecce ecc. Certo perseguiremo ogni strada che porti alla liberazione dei comunisti tenuti in ostaggio dallo Stato Imperialista, ma denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro ciò che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti. Per quel che ci riguarda il processo ad Aldo Moro andrà regolarmente avanti, e non saranno le mistificazioni degli specialisti della contro-guerriglia-psicologica che potranno modificare il giudizio che verrà emesso.
    Compagni, il proletariato metropolitano non ha alternative. Per uscire dalla crisi deve porsi a risolvere la questione centrale del potere. USCIRE DALLA CRISI VUOL DIRE COMUNISMO! Vuol dire: ricomposizione del lavoro manuale ed intellettuale organizzazione della produzione in funzione dei bisogni del popolo del “valore d’ uso” e non più del “valore di scambio” vale a dire dei profitti di un pugno di capitalisti e di multinazionali.
    Tutto questo oggi è storicamente possibile. Necessario e possibile!
    È possibile utilizzare l’enorme sviluppo raggiunto dalle forze produttive per liberare finalmente l’uomo dallo sfruttamento bestiale, dal lavoro salariato, dalla miseria, dalla degradazione sociale in cui lo inchioda l’imperialismo. È possibile stravolgere la crisi imperialista in rottura rivoluzionaria e questa ultima in punto di partenza di una società che costruisce ed è costruita da UOMINI SOCIALI mettendo al SUO centro l’espansione e la soddisfazione crescente dei molteplici bisogni di ciascuno e di tutti.
    L’Imperialismo delle Multinazionali è l’Imperialismo che sta percorrendo fino in fondo, ormai senza illusioni, la fase storica del suo declino, della sua putrefazione. Non ha più nulla da proporre, da offrire, neppure in termini di ideologia. La mobilitazione reazionaria delle masse in difesa di se stesso,che sta alla base della sua affannosa ricerca di consenso, non può appoggiarsi in questa fase su alcuna base economica. La controrivoluzione preventiva come soluzione per ristabilire “la governabilità delle democrazie occidentali” si smaschera ora come fine a sè. LA FORZA È LA SUA UNICA RAGIONE!
    La congiuntura attuale è caratterizzata dal passaggio dalla fase della “pace armata” a quella della “guerra”. Questo passaggio viene manifestandosi come un processo estremamente contraddittorio che contemporaneamente si identifica con la ristrutturazione dello Stato in Stato Imperialista delle Multinazionali.
    Si tratta quindi di una congiuntura estremamente importante la cui durata e specificità dipendono dal rapporto che si stabilisce tra rivoluzione e controrivoluzione: non è comunque un processo pacifico. ma, nel suo divenire, assume progressivamente la forma della GUERRA.
    Per trasformare il processo di guerra civile strisciante, ancora disperso e disorganizzato, in una offensiva generale, diretta da un disegno unitario è necessario sviluppare e unificare il MOVIMENTO Dl RESISTENZA PROLETARIO OFFENSIVO costruendo il PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE.
    Movimento e Partito non vanno però confusi. Tra essi opera una relazione dialettica, ma non un rapporto di identità. Ciò vuol dire che è dalla classe che provengono le spinte, gli impulsi, le indicazioni, gli stimoli, i bisogni che l’avanguardia comunista deve raccogliere, centralizzare, sintetizzare, rendere TEORIA e ORGANIZZAZIONE STABILE e infine, riportare nella classe sotto forma di linea strategica di combattimento, programma, strutture di massa del potere proletario.
    Agire da Partito vuol dire collocare la propria iniziativa politico-militare all’interno e al punto più alto dell’offensiva proletaria, cioè sulla contraddizione principale e sul suo aspetto dominante in ciascuna congiuntura, ed essere così, di fatto, il punto di unificazione del MRPO, la sua prospettiva di potere.
    Agire da Partito vuol dire anche dare all’iniziativa armata un duplice carattere: essa deve essere rivolta a disarticolare e a rendere disfunzionale la macchina dello Stato, e nello stesso tempo deve anche proiettarsi nel movimento di massa, essere di indicazione politico-militare per orientare, mobilitare, dirigere ed organizzare il MRPO verso la GUERRA CIVILE ANTIMPERIALISTA.
    Questo ruolo di disarticolazione, di propaganda e di organizzazione, va svolto a tutti i livelli dell’oppressione statale capitalista e a tutti i livelli della composizione di classe. Non esistono quindi livelli di scontro “più alti” o “più bassi”. Esistono invece, livelli di scontro che incidono ed intaccano il progetto imperialista, ed organizzano strategicamente il proletariato oppure no.
    Organizzare il potere proletario oggi, significa individuare le linee strategiche su cui fare marciare lo scontro rivoluzionario, ed articolare ovunque a partire da questa, l’attacco armato contro i centri fondamentali politici, economici, militari dello Stato Imperialista.
    Organizzare il potere proletario oggi significa organizzare strategicamente la nuova situazione. Non bisogna spaventarsi di fronte alla ferocia del nemico e sopravvalutarne la forza e l’efficacia dei suoi strumenti di annientamento. SI PUÒ E SI DEVE VIVERE CLANDESTINAMENTE IN MEZZO AL POPOLO, perché questa è la condizione di esistenza e di sviluppo della guerra di classe rivoluzionaria nello Stato Imperialista. In questo senso parliamo di “contenuto strategico della clandestinità”, di “strumento indispensabile della lotta rivoluzionaria in questa fase” e nello stesso tempo mettiamo in guardia contro ogni altra interpretazione “difensiva” o “mitica” che sia.
    Nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle carceri e ovunque si manifesti la oppressione imperialista, ORGANIZZARE IL POTERE PROLETARIO significa: portare l’attacco alle determinazioni specifiche dello Stato Imperialista e nel contempo costruire la unità del proletariato metropolitano nel MRPO e l’unità dei comunisti nel PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE. PORTARE L’ATTACCO ALLO STATO IMPERIALISTA DELLE MULTINAZIONALI.
    ESTENDERE E INTENSIFICARE L’INIZIATIVA ARMATA CONTRO I CENTRI E GLI UOMINI DELLA CONTRORIVOLUZIONE IMPERIALISTA.
    UNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE.

    4/4/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    Lettera a Eleonora Moro, recapitata tra il 30 Marzo e il 4 Aprile

    Carissima Noretta,

    se gli uomini saranno ancora una volta buoni con me, dovrebbero pervenirti questo saluto caro e le connesse indicazioni, le quali sono date per la mia relativa tranquillità.

    Una risposta, se possibile, coprirebbe meglio l’inevitabile solitudine (almeno due righe di messaggio per giornale). Ma se questo non è possibile, io mi consolo immaginando, ricordando, ripercorrendo gl’itinerari, che ora si scoprono splendidi, della nostra vita, spesso tanto difficile, di ogni giorno. Vi abbraccio tutti e vi benedico. E pure voi fatelo per me, senza però turbarvi. La giovinezza ha il dono della fermezza e di un po’ di alternativa. Io poso gli occhi dove tu sai e vorrei che non dovesse mai finire. Naturalmente nulla alla stampa o a chiunque di quel che scrivo. Un grande abbraccio per tutti.

    Aldo

    Nella lettera a Zaccagnini Moro contesta la linea della fermezza, e invoca una qualche trattativa per «la liberazione di prigionieri di ambo le parti». Il comunicato dei brigatisti è contraddittorio: prima prende le distanze dalla richiesta di Moro alla DC («Questa è la sua posizione… è utile chiarire che non è la nostra»), poi però aggiunge che «uno dei punti fondamentali del programma della nostra organizzazione è la liberazione di tutti i prigionieri comunisti… tenuti in ostaggio dallo stato imperialista». Il resto del comunicato BR n. 4 non è privo di singolari precisazioni: dal concetto «il Tribunale del Popolo non avrà né dubbi né incertezze, quanto meno secondi o “segreti” fini, ma saprà giudicare Moro per quanto lui e la DC hanno fatto e stanno facendo contro il movimento proletario», alla sibillina frase «denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro ciò che invece tenta di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti».

    Di questa lettera esiste anche un’altra versione, mai recapitata, che fu rinvenuta nel covo di via Montenevoso nel 1990. Il testo di questa versione (in minuta) differisce da quello recapitato solo in alcuni passaggi che verranno modificati e resi più sfumati, meno duri.

    Lettera a Benigno Zaccagnini

    Caro Zaccagnini,

    scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga, ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della DC alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la DC, la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell’immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m’ero tanto adoperato a costruire.

    È peraltro doveroso che, nel delineare la disgraziata situazione, io ricordi la mia estrema, reiterata e motivata riluttanza ad assumere la carica di Presidente che tu mi offrivi e che ora mi strappa alla famiglia, mentre essa ha il più grande bisogno di me. Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io. Ed infine è doveroso aggiungere, in questo momento supremo, che se la scorta non fosse stata, per ragioni amministrative, del tutto al di sotto delle esigenze della situazione, io forse non sarei qui.

    Questo è tutto il passato. Il presente è che io sono sottoposto ad un difficile processo politico del quale sono prevedibili sviluppi e conseguenze. Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute, pone in una situazione insostenibile. Il tempo corre veloce e non ce n’è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi.

    Si discute qui, non in astratto diritto (benché vi siano le norme sullo stato di necessità), ma sul piano dell’opportunità umana e politica, se non sia possibile dare con realismo alla mia questione l’unica soluzione positiva possibile, prospettando la liberazione di prigionieri di ambo le parti, attenuando la tensione del contesto proprio di un fenomeno politico. Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la DC che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l’avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco.

    Tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidità e senza avere subito alcuna coercizione della persona; tanta lucidità almeno, quanta può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetti. Ed in verità mi sento anche un po’ abbandonato da voi.

    De resto queste idee già espressi a Taviani per il caso Sossi ed a Gui a proposito di una contestata legge contro i rapimenti. Fatto il mio dovere d’informare e richiamare, mi raccolgo con Iddio, i miei cari e me stesso. Se non avessi una famiglia così bisognosa di me, sarebbe un po’ diverso. Ma così ci vuole davvero coraggio per pagare per tutta la DC avendo dato sempre con generosità. Che Iddio vi illumini e lo faccia presto, com’è necessario.

    Affettuosi saluti

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    4 Aprile 1978
    La lettera di Aldo Moro a Zaccagnini e il Comunicato n°4 delle Brigate Rosse
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  • 29 Marzo 1978

    Viene ritrovato il Comunicato n°3 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.

    Il comunicato viene fatto trovare grazie a telefonate contemporanee a Roma, Genova, Torino e Milano.

    Allegata al comunicato ci sono tre lettere di Aldo Moro.

    Testo completo del Comunicato n°3 delle BR sul Sequestro Moro

    “L’interrogatorio, sui contenuti del quale abbiamo già detto, prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando; delineano con chiarezza i contorni e il corpo del “nuovo” regime che, nella ristrutturazione dello Stato Imperialista delle Multinazionali si sta instaurando nel nostro paese e che ha come perno la Democrazia Cristiana. Proprio sul ruolo che le centrali imperialiste hanno assegnato alla DC, sulle strutture e gli uomini che gestiscono il progetto controrivoluzionario sulla loro interdipendenza e subordinazione agli organismi imperialisti internazionali, sui finanziamenti occulti. sui piani economici-politici-militari da attuare in Italia il prigioniero Aldo Moro ha cominciato a fornire le sue “illuminanti” risposte.
    Le informazioni che abbiamo così modo di recepire, una volta verificate verranno rese note al movimento rivoluzionario che saprà farne buon uso nel prosieguo del processo al regime che con l’iniziativa delle forze combattenti si e’ aperto in tutto il paese. Perché proprio di questo si tratta. La cattura e il processo ad Aldo Moro non è che un momento, importante e chiarificatore, della Guerra di Classe Rivoluzionaria che le forze comuniste armate hanno assunto come linea per la costruzione di una società comunista, e che indica come obbiettivo primario l’attacco allo stato imperialista e la liquidazione dell’immondo e corrotto regime democristiano.
    Aldo Moro, che oggi deve rispondere davanti ad un Tribunale del Popolo, è perfettamente consapevole di essere il più alto gerarca di questo regime, di essere il responsabile al più alto livello delle politiche anti-proletarie che l’egemonia imperialista ha imposto nel nostro paese, della repressione delle forze produttive, delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori, dell’emarginazione e miseria di intere fasce di proletariato, della disoccupazione, della controrivoluzione armata scatenata dalla DC; e sa che su tutto questo il proletariato non ha dubbi, che si e’ chiarito le idee guardando lui e il suo partito nei trent’anni in cui è al potere, e che il tribunale del Popolo saprà tenerlo in debito conto.
    Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correita’”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga. Gli è stato concesso, ma siccome niente deve essere nascosto al popolo ed è questo il nostro costume la rendiamo pubblica.
    Compagni, in questa fase storica, a questo punto della crisi la pratica della violenza rivoluzionaria è l’unica politica che abbia la possibilità reale di affrontare e risolvere la contraddizione antagonistica che oppone proletariato metropolitano e borghesia imperialista. In questa fase la lotta di classe assume per iniziativa delle Avanguardie rivoluzionarie la forma della Guerra. Proprio questo impedisce al nemico di “normalizzare la situazione” e cioè di riportare una vittoria tattica sul movimento di lotta degli ultimi dieci anni, e sui bisogni, le aspettative, le speranze che essa ha generato. Certo siamo noi a volere la guerra! Siamo anche consapevoli del fatto che la pratica della violenza rivoluzionaria spinge il nemico ad affrontarla, lo costringe a muoversi, a vivere sul terreno della guerra anzi ci proponiamo di fare emergere, di stanare la controrivoluzione imperialista dalle pieghe della società “democratica” dove in tempi migliori se ne stava comodamente nascosta. Ma detto questo, è necessario fare chiarezza su un punto: non siamo noi a “creare” la controrivoluzione. Essa è la forma stessa che assume l’imperialismo nel suo divenire: non è un “aspetto ma la sostanza”, l’imperialismo è controrivoluzione. Fare emergere attraverso la pratica della Guerriglia questa fondamentale verità è il presupposto necessario della guerra di classe nelle metropoli.
    In questi ultimi anni abbiamo visto snodarsi i piani della controrivoluzione; abbiamo visto le maggiori città italiane poste in stato d’assedio, lo scatenarsi dei “corpi speciali” e degli apparati militari del regime contro il proletariato e la sua avanguardia; abbiamo visto le leggi speciali, i Tribunali Speciali, i campi di concentramento abbiamo visto l’attacco feroce alla classe operaia e alle sue condizioni di vita, l’opera di sabotaggio e repressione delle lotte dei berlingueriani e l’infame compito che si sono assunti per la delazione, lo spionaggio, la schedatura poliziesca nelle fabbriche. Ma abbiamo visto anche dispiegarsi il Movimento di Resistenza Proletario Offensivo (MRPO). L’iniziativa proletaria non si è fermata, anzi si è estesa ed ha assunto i contenuti e le forme della Guerra di Classe Rivoluzionaria. L’interesse del proletariato, l’antagonismo degli sfruttati verso il loro oppressore, i bisogni e la volontà di lottare per il Comunismo, vivono oggi nella capacità dimostrata del MRPO di sferrare l’attacco armato contro il nemico imperialista. Questo bisogna fare oggi. Estendere l’iniziativa armata contro centri economici-politici-militari della controrivoluzione, concentrare l’attacco sulle strutture e gli uomini che ne sono i fondamentali portatori, disarticolare a tutti i livelli i piani delle multinazionali imperialiste.
    È fondamentale pure realizzare quei salti politici e organizzativi che la guerra di classe impone, costruire la direzione del MRPO, assumersi la responsabilità di guidarlo, costruire in sostanza il Partito Comunista Combattente. Solo così è possibile avviarsi verso la vittoria strategica del proletariato. La violenza e il terrorismo dello Stato Imperialista delle Multinazionali che si abbattono quotidianamente sul proletariato dimostrano che la belva imperialista possiede sì artigli d’acciaio, ma dicono anche che è possibile colpirla a morte, che è possibile annientarla strategicamente. Come pure non incantano nessuno gli isterismi piagnucolosi di chi, intrappolato nella visione legalistica e piccolo borghese della lotta di classe, si è già arreso ed ha accettato la sconfitta finendo inesorabilmente ad essere grottesco reggi-coda di ogni manovra reazionaria. Il MRPO è ben altra cosa e il dispiegarsi della guerra di classe Rivoluzionaria lo sta dimostrando. Portare l’attacco allo Stato Imperialista delle Multinazionali. Estendere e intensificare l’iniziativa armata contro i centri e gli uomini della controrivoluzione imperialista. Unificare il Movimento Rivoluzionario costruendo il Partito Comunista Combattente.

    29/3/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    Lettera di Aldo Moro a Nicola Rana

    Carissimo Rana,
    Le rivolgo il più affettuoso pensiero e La ringrazio tanto per quel che ha fatto e fa a sostegno della mia famiglia e mio. Ed ecco che ancora ho bisogno di Lei in un un momento cruciale. Le accludo una lettera da far pervenire a mia moglie ed ai miei, dei quali non so nulla.

    E poi ancora una lettera sul caso politico da portare nelle proprie mani del Ministro Cossiga e con la comprensibile immediatezza. La mia idea e speranza è che questo filo, che cerco di allacciare, resti segreto il più a lungo possibile, fuori di pericolose polemiche. Ciò vuol dire che la risposta, o una prima risposta, quando verrà, non dovrebbe passare per i giornali, ma per una lettera o comunicazione a Lei pervenuta da Ministro.

    Si concorderà poi come inoltrarla.

    Presupposto di tutto è che non vi sia sorveglianza alcuna presso la Sua portineria già dalla prima volta. Il Ministro, verbalmente, dovrebbe impegnarsi a bloccare ogni sorveglianza nel corso dell’operazione. È chiaro che un incidente farebbe crollare tutto con danno incalcolabile.

    Grazie tante e i più affettuosi saluti.

    Suo Aldo Moro

    Lettera di Aldo Moro a Eleonora Moro

    Pasqua 1978

    Mia Carissima Noretta,

    desidero farti giungere nel giorno di Pasqua, a te ad a tutti, gli auguri più fervidi ed affettuosi con tanta tenerezza per la famiglia e il piccolo in particolare. Ricordami ad Anna che avrei dovuto vedere oggi. Prego Agnese di farti compagnia la notte. Io discretamente, bene alimentato ed assistito con premura.

    Vi benedico, invio tante cose care a tutti e un forte abbraccio.

    Aldo

    Lettera di Aldo Moro a Francesco Cossiga

    Caro Francesco,

    mentre t’indirizzo un caro saluto, sono indotto dalle difficili circostanze a svolgere dinanzi a te, avendo presenti le tue responsabilità (che io ovviamente rispetto) alcune lucide e realistiche considerazioni. Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti. Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione – mi è stato detto con tutta chiarezza – che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della DC, ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità (processo contenuto in termini politici, ma che diventa sempre più stringente). In tali circostanze ti scrivo in modo molto riservato, perché tu e gli amici con alla testa il Presidente del Consiglio (informato ovviamente il Presidente della Repubblica) possiate riflettere opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori. Pensare dunque sino in fondo, prima che si crei una situazione emotiva e irrazionale. Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della DC nel suo insieme nella gestione della sua linea politica. In verità siamo noi tutti del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere.

    Nelle circostanze sopra descritte entra in gioco, al di là di ogni considerazione umanitaria che pure non si può ignorare, la ragione di Stato. Soprattutto questa ragione di Stato nel mio caso significa riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni.

    Inoltre la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato. Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurli a salvarli, è inammissibile. Tutti gli altri stati del mondo si sono regolati in modo positivo, salvo Israele e la Germania, ma non per il caso Lorenz. E non si dica che lo Stato perde la faccia, perché non ha saputo o potuto impedire il rapimento di un’alta personalità che significa qualcosa nella vita dello Stato. Ritornando un momento indietro sul comportamento degli Stati, ricorderò gli scambi tra Breznev e Pinochet; i molteplici scambi di spie, l’espulsione dei dissidenti dal territorio sovietico.

    Capisco come un fatto di questo genere, quando si delinea, pesi, ma si deve anche guardare lucidamente al peggio che può venire. Queste sono le alterne vicende di una guerriglia, che bisogna valutare con freddezza, bloccando l’emotività e riflettendo su fatti politici.

    Penso che un preventivo passo della S. Sede (o anche di altri? di chi?) potrebbe essere utile. Converrà che tenga d’intesa con il Presidente del Consiglio riservatissimi contatti con pochi qualificati capi politici, convincendo gli eventuali riluttanti. Un atteggiamento di ostilità sarebbe un’astrattezza e un errore. Che Iddio vi illumini per il meglio, evitando che siate impantanati in un doloroso episodio, da quale potrebbero dipendere molte cose.

    I più affettuosi saluti,

    Aldo Moro

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    Testi

  • 25 Marzo 1978

    Viene ritrovato il Comunicato n°2 sul Sequestro Moro

    Era stato annunciato con una serie di telefonate alla “Gazzetta del Popolo” e all’ANSA di Torino, al “Messaggero” e a “Radio Onda Rossa” di Roma, al “Giornale Nuovo” di Milano e al “Secolo XIX” di Genova.

    Rispetto al comunicato n°1 viene utilizzata una carta diversa ed è battuto a “passo 10” invece che a “passo 12”.

    Testo completo del Comunicato n°2 sul Sequestro Moro
    1. IL PROCESSO AD ALDO MORO
      Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione. Vogliamo mettere in evidenza il ruolo che nello SIM vanno ad assumere i partiti costituzionali. A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo. Si è passati cioè dallo Stato come espressione dei partiti, ai partiti come puri strumenti dello Stato. Ad essi viene affidato il ruolo di attivizzare i loro apparati per le luride manifestazioni di sostegno alle manovre controrivoluzionarie, contrabbandandole come manifestazioni “popolari”; più in particolare al partito di Berlinguer e ai sindacati collaborazionisti spetta il compito (al quale sembra siano ormai completamente votati) di funzionare da apparato poliziesco anti-operaio, da delatori, da spie del regime.
      La cattura di Aldo Moro, al quale tutto lo schieramento borghese riconosce il maggior merito del raggiungimento di questo obiettivo, non ha fatto altro che mettere in macroscopica evidenza questa realtà.
      Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone). Ma nello SIM il Capo dello Stato (ed il suo apparato di uomini e strutture) dovrà essere il vero gestore degli organi chiave e delle funzioni che gli competono.
      Chi meglio di Aldo Moro potrebbe rappresentare come capo dello SIM gli interessi della borghesia imperialista? Chi meglio di lui potrebbe realizzare le modifiche istituzionali necessarie alla completa ristrutturazione dello SIM? La sua carriera però non comincia oggi: la sua presenza, a volte palese a volte strisciante, negli organi di direzione del regime è di lunga data. Vediamone le tappe principali, perché di questo dovrà rendere conto al Tribunale del Popolo.
      1955 – Moro è ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni.
      1957 – Moro è ministro della Pubblica Istruzione nel governo Zoli, retto dal Movimento Sociale Italiano.
      1959-60 – Viene eletto segretario della DC. Sono gli anni del governo Tambroni, dello scontro frontale sferrato dalla borghesia contro il Movimento Operaio. La ferma resistenza operaia viene affrontata con la più dura repressione armata: nel luglio ’60 si conteranno i proletari morti, massacrati dalla polizia di Scelba.
      1963 – In quest’anno parte la strategia americana di recupero della frangia di “sinistra” della borghesia italiana con l’inglobamento del PSI nel governo, nel tentativo di spaccare il Movimento Operaio. E’ la «svolta» del centro-sinistra e Moro se ne assumerà la gestione per tutti gli anni successivi come Presidente del Consiglio.
      1964 – E’ Presidente del Consiglio. Emergono le manovre del SIFAR, di De Lorenzo e di Segni, che a conti fatti risulterà un’abile macchinazione ricattatoria perfettamente funzionale alla politica del suo governo. Quando la sporca trama verrà completamente allo scoperto, come un vero “padrino” che si rispetti, Moro affosserà il tutto e ricompenserà con una valanga di “omissis” i suoi autori.
      1965-68 – È ininterrottamente Presidente del Consiglio.
      1968-72 – In tutto questo periodo è ministro degli Esteri. La pillola del centrosinistra perde sempre più la sua efficacia narcotizzante e riprende l’offensiva del Movimento Operaio con un crescendo straordinario. La risposta dell’ Imperialismo è stata quella che va sotto il nome di “strategia della tensione”.
      1973-74 – È sempre ministro degli Esteri.
      1974-78 – Assume di nuovo la Presidenza del Consiglio e nel ’76 diventa Presidente della DC. È in questi anni che la borghesia imperialista supera le sue maggiori contraddizioni e procede speditamente alla realizzazione del suo progetto. È in questi anni che Moro diventa l’uomo di punta della borghesia, quale più alto fautore di tutta la ristrutturazione dello SIM. Su tutto questo ed altro ancora, è in corso l’interrogatorio ad Aldo Moro.
      Esso verte: a chiarire le politiche imperialiste e anti-proletarie di cui la DC è portatrice; a individuare con precisione le strutture internazionali e le filiazioni nazionali della controrivoluzione imperialista; a svelare il personale politico-economico-militare sulle cui gambe cammina il progetto delle multinazionali; ad accertare le dirette responsabilità di Aldo Moro per le quali, con i criteri della GIUSTIZIA PROLETARIA, verrà giudicato.
    2. IL TERRORISMO IMPERIALISTA E L’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO
      A livello militare è la NATO che pilota e dirige i progetti continentali di controrivoluzione armata nei vari SIM europei. I nove paesi della CEE hanno create L’ ORGANlZZAZIONE COMUNE DI POLIZIA che è una vera e propria centrale internazionale del terrore.
      Sono i paesi più forti della catena e che hanno già collaudato le tecniche più avanzate della controrivoluzione ad assumersi il compito di trainare, istruire, dirigere le appendici militari nei paesi più deboli che non hanno ancora raggiunto i loro livelli di macabra efficienza. Si spiega così l’invasione inglese e tedesca dei super-specialisti del SAS (Special Air Service), delle BKA (Bunderskriminalamt) e dei servizi segreti israeliani. Gli specialisti americani invece non hanno avuto bisogno di scomodarsi, sono installati in pianta stabile in Italia dal 1945. ECCOLA QUI L’INTERNAZIONALE DEL TERRORISMO. Eccoli qui i boia imperialisti massacratori dei militanti dell’IRA, della RAF, del popolo Palestinese, dei guerriglieri comunisti dell’America Latina che sono corsi a dirigere i loro degni compari comandati da Cossiga. È una ulteriore dimostrazione della completa subordinazione dello SIM-Italia alle centrali imperialiste, ma è anche una visione chiara di come per le forze rivoluzionarie sia improrogabile far fronte alla necessità di calibrare la propria strategia in un’ottica europea, che tenga conto cioè che il mostro imperialista va combattuto nella sua dimensione continentale. Per questo riteniamo che una pratica effettiva dell’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO debba cominciare oggi anche stabilendo tra le Organizzazioni Comuniste Combattenti che il proletariato europeo ha espresso un rapporto di profondo confronto politico, di fattiva solidarietà, e di concreta collaborazione.
      Certo, faremo ogni sforzo, opereremo con ogni mezzo perché si raggiunga fra le forze che in Europa combattono per il comunismo la più vasta integrazione politica possibile. Non dubitino gli strateghi della controrivoluzione e i loro ottusi servitorelli revisionisti vecchi e nuovi, che contro l’ internazionale del terrore imperialista sapremo costruire l’unità strategica delle forze comuniste.
      Ciò detto va fatta una chiarificazione. Sin dalla sua nascita la nostra Organizzazione ha fatto proprio il principio maoista “contare sulle proprie forze e lottare con tenacia”. Applicare questo principio, nonostante le enormi diflicoltà, è stato per la nostra Organizzazione piu che una scelta giusta una scelta naturaIe; il proletariato italiano possiede in sé un immenso potenziale di intelligenza rivoluzionaria, un patrimonio infinito di conoscenze tecniche e di capacità materiali che con il proprio lavoro ha saputo collettivamente accumulare una volontà e una disponibilità alla lotta che decenni di battaglie per la propria liberazioni ha forgiato e reso indistruttibile. Su questo poggia tutta la costruzione della nostra Organizzazione, la crescita della sua forza ha le solide fondamenta del proletariato italiano, si avvale dell’inestimabile contributo che i suoi figli migliori e le sue avanguardie danno alla costruzione del PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE. Mentre riaffermiamo con forza le nostre posizioni sull’Internazionalismo Proletario, diciamo che la nostra Organizzazione ha imparato a combattere, ha saputo costruire ed organizzare autonomamente i livelli politico-militari adeguati ai compiti che la guerra di classe impone. Organizzare la lotta armata per il Comunismo costruire il Partito Comunista Combattente, prepararsi anche militarmente ad essere dei soldati della rivoluzione è la strada che abbiamo scelto, ed è questo che ha reso possibile alla nostra Organizzazione di condurre nella più completa autonomia la battaglia per la cattura ed il processo ad Aldo Moro.
      Intensificare con l’attacco armato il processo al regime, disarticolare i centri della controrivoluzione imperialista.
      Costruire l’ unità del movimento rivoluzionario nel Partito Combattente.
      Onore ai compagni Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime.

    25/3/1978

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