Tag: MSI

  • 25 Marzo 1978

    Viene ritrovato il Comunicato n°2 sul Sequestro Moro

    Era stato annunciato con una serie di telefonate alla “Gazzetta del Popolo” e all’ANSA di Torino, al “Messaggero” e a “Radio Onda Rossa” di Roma, al “Giornale Nuovo” di Milano e al “Secolo XIX” di Genova.

    Rispetto al comunicato n°1 viene utilizzata una carta diversa ed è battuto a “passo 10” invece che a “passo 12”.

    Testo completo del Comunicato n°2 sul Sequestro Moro
    1. IL PROCESSO AD ALDO MORO
      Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione. Vogliamo mettere in evidenza il ruolo che nello SIM vanno ad assumere i partiti costituzionali. A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo. Si è passati cioè dallo Stato come espressione dei partiti, ai partiti come puri strumenti dello Stato. Ad essi viene affidato il ruolo di attivizzare i loro apparati per le luride manifestazioni di sostegno alle manovre controrivoluzionarie, contrabbandandole come manifestazioni “popolari”; più in particolare al partito di Berlinguer e ai sindacati collaborazionisti spetta il compito (al quale sembra siano ormai completamente votati) di funzionare da apparato poliziesco anti-operaio, da delatori, da spie del regime.
      La cattura di Aldo Moro, al quale tutto lo schieramento borghese riconosce il maggior merito del raggiungimento di questo obiettivo, non ha fatto altro che mettere in macroscopica evidenza questa realtà.
      Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone). Ma nello SIM il Capo dello Stato (ed il suo apparato di uomini e strutture) dovrà essere il vero gestore degli organi chiave e delle funzioni che gli competono.
      Chi meglio di Aldo Moro potrebbe rappresentare come capo dello SIM gli interessi della borghesia imperialista? Chi meglio di lui potrebbe realizzare le modifiche istituzionali necessarie alla completa ristrutturazione dello SIM? La sua carriera però non comincia oggi: la sua presenza, a volte palese a volte strisciante, negli organi di direzione del regime è di lunga data. Vediamone le tappe principali, perché di questo dovrà rendere conto al Tribunale del Popolo.
      1955 – Moro è ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni.
      1957 – Moro è ministro della Pubblica Istruzione nel governo Zoli, retto dal Movimento Sociale Italiano.
      1959-60 – Viene eletto segretario della DC. Sono gli anni del governo Tambroni, dello scontro frontale sferrato dalla borghesia contro il Movimento Operaio. La ferma resistenza operaia viene affrontata con la più dura repressione armata: nel luglio ’60 si conteranno i proletari morti, massacrati dalla polizia di Scelba.
      1963 – In quest’anno parte la strategia americana di recupero della frangia di “sinistra” della borghesia italiana con l’inglobamento del PSI nel governo, nel tentativo di spaccare il Movimento Operaio. E’ la «svolta» del centro-sinistra e Moro se ne assumerà la gestione per tutti gli anni successivi come Presidente del Consiglio.
      1964 – E’ Presidente del Consiglio. Emergono le manovre del SIFAR, di De Lorenzo e di Segni, che a conti fatti risulterà un’abile macchinazione ricattatoria perfettamente funzionale alla politica del suo governo. Quando la sporca trama verrà completamente allo scoperto, come un vero “padrino” che si rispetti, Moro affosserà il tutto e ricompenserà con una valanga di “omissis” i suoi autori.
      1965-68 – È ininterrottamente Presidente del Consiglio.
      1968-72 – In tutto questo periodo è ministro degli Esteri. La pillola del centrosinistra perde sempre più la sua efficacia narcotizzante e riprende l’offensiva del Movimento Operaio con un crescendo straordinario. La risposta dell’ Imperialismo è stata quella che va sotto il nome di “strategia della tensione”.
      1973-74 – È sempre ministro degli Esteri.
      1974-78 – Assume di nuovo la Presidenza del Consiglio e nel ’76 diventa Presidente della DC. È in questi anni che la borghesia imperialista supera le sue maggiori contraddizioni e procede speditamente alla realizzazione del suo progetto. È in questi anni che Moro diventa l’uomo di punta della borghesia, quale più alto fautore di tutta la ristrutturazione dello SIM. Su tutto questo ed altro ancora, è in corso l’interrogatorio ad Aldo Moro.
      Esso verte: a chiarire le politiche imperialiste e anti-proletarie di cui la DC è portatrice; a individuare con precisione le strutture internazionali e le filiazioni nazionali della controrivoluzione imperialista; a svelare il personale politico-economico-militare sulle cui gambe cammina il progetto delle multinazionali; ad accertare le dirette responsabilità di Aldo Moro per le quali, con i criteri della GIUSTIZIA PROLETARIA, verrà giudicato.
    2. IL TERRORISMO IMPERIALISTA E L’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO
      A livello militare è la NATO che pilota e dirige i progetti continentali di controrivoluzione armata nei vari SIM europei. I nove paesi della CEE hanno create L’ ORGANlZZAZIONE COMUNE DI POLIZIA che è una vera e propria centrale internazionale del terrore.
      Sono i paesi più forti della catena e che hanno già collaudato le tecniche più avanzate della controrivoluzione ad assumersi il compito di trainare, istruire, dirigere le appendici militari nei paesi più deboli che non hanno ancora raggiunto i loro livelli di macabra efficienza. Si spiega così l’invasione inglese e tedesca dei super-specialisti del SAS (Special Air Service), delle BKA (Bunderskriminalamt) e dei servizi segreti israeliani. Gli specialisti americani invece non hanno avuto bisogno di scomodarsi, sono installati in pianta stabile in Italia dal 1945. ECCOLA QUI L’INTERNAZIONALE DEL TERRORISMO. Eccoli qui i boia imperialisti massacratori dei militanti dell’IRA, della RAF, del popolo Palestinese, dei guerriglieri comunisti dell’America Latina che sono corsi a dirigere i loro degni compari comandati da Cossiga. È una ulteriore dimostrazione della completa subordinazione dello SIM-Italia alle centrali imperialiste, ma è anche una visione chiara di come per le forze rivoluzionarie sia improrogabile far fronte alla necessità di calibrare la propria strategia in un’ottica europea, che tenga conto cioè che il mostro imperialista va combattuto nella sua dimensione continentale. Per questo riteniamo che una pratica effettiva dell’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO debba cominciare oggi anche stabilendo tra le Organizzazioni Comuniste Combattenti che il proletariato europeo ha espresso un rapporto di profondo confronto politico, di fattiva solidarietà, e di concreta collaborazione.
      Certo, faremo ogni sforzo, opereremo con ogni mezzo perché si raggiunga fra le forze che in Europa combattono per il comunismo la più vasta integrazione politica possibile. Non dubitino gli strateghi della controrivoluzione e i loro ottusi servitorelli revisionisti vecchi e nuovi, che contro l’ internazionale del terrore imperialista sapremo costruire l’unità strategica delle forze comuniste.
      Ciò detto va fatta una chiarificazione. Sin dalla sua nascita la nostra Organizzazione ha fatto proprio il principio maoista “contare sulle proprie forze e lottare con tenacia”. Applicare questo principio, nonostante le enormi diflicoltà, è stato per la nostra Organizzazione piu che una scelta giusta una scelta naturaIe; il proletariato italiano possiede in sé un immenso potenziale di intelligenza rivoluzionaria, un patrimonio infinito di conoscenze tecniche e di capacità materiali che con il proprio lavoro ha saputo collettivamente accumulare una volontà e una disponibilità alla lotta che decenni di battaglie per la propria liberazioni ha forgiato e reso indistruttibile. Su questo poggia tutta la costruzione della nostra Organizzazione, la crescita della sua forza ha le solide fondamenta del proletariato italiano, si avvale dell’inestimabile contributo che i suoi figli migliori e le sue avanguardie danno alla costruzione del PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE. Mentre riaffermiamo con forza le nostre posizioni sull’Internazionalismo Proletario, diciamo che la nostra Organizzazione ha imparato a combattere, ha saputo costruire ed organizzare autonomamente i livelli politico-militari adeguati ai compiti che la guerra di classe impone. Organizzare la lotta armata per il Comunismo costruire il Partito Comunista Combattente, prepararsi anche militarmente ad essere dei soldati della rivoluzione è la strada che abbiamo scelto, ed è questo che ha reso possibile alla nostra Organizzazione di condurre nella più completa autonomia la battaglia per la cattura ed il processo ad Aldo Moro.
      Intensificare con l’attacco armato il processo al regime, disarticolare i centri della controrivoluzione imperialista.
      Costruire l’ unità del movimento rivoluzionario nel Partito Combattente.
      Onore ai compagni Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime.

    25/3/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente

    Web

    Testi

  • 17 Giugno 1974

    17 Giugno 1974

    A Padova un commando brigatista irrompe nella sede provinciale del MSI e uccide le persone che ci sono all’interno.
    Giovanna Legoratto e Antonio Savino vengono nuovamente arrestati.

    La mattina di lunedì 17 giugno 1974 un duplice delitto fa perdere alle BR l’immagine incruenta trasformandole in una banda omicidiaria.

    A Padova un commando brigatista irrompe nella sede provinciale del Movimento sociale, in via Zabarella, e uccide le due persone che vi sono all’interno.

    È un attentato sanguinario che somiglia a un’efferata esecuzione: le due vittime – il trentenne Graziano Giralucci, e il sessantenne ex appuntato dei carabinieri Giuseppe Mazzola – sono state ammanettate, e secondo le autopsie fatte sdraiare per terra e freddate con un colpo di pistola alla nuca.

    L’eco dei due colpi viene udito alle 10:10 da Luigia Zambianchi, assistente sanitaria dell’ambulatorio Enpas, al piano di sotto. Corre a dare l’allarme e sparano alla porta del gabinetto dentistico del dottor De Martini. Un suo paziente, missino, sale al piano di sopra e rinviene i cadaveri.

    Si scatena una ridda di ipotesi su piste nere e regolamenti di conti tra fascisti, fino a che le BR non diffondono un comunicato in cui si assumono la responsabilità di un duplice omicidio comunque non voluto e addebitando l’accaduto alla reazione inconsulta dei due missini. Nell’azione, Martino Serafini era il “palo”, Giorgio Semeria guidava l’auto, Susanna Ronconi attendeva sulle scale con una borsa per prelevare i documenti dalla sede missina, mentre Roberto Ognibene e Fabrizio Pelli erano i due brigatisti entrati negli uffici e, dei due, solo il Pelli avrebbe sparato a fronte di un tentativo di reazione di Mazzola e Giralucci. Per quanto funestata da “un incidente sul lavoro”, l’azione di Padova non modifica certamente la linea strategica né l’impostazione tattica delle BR. Essa infatti va ricollegata, per gli obbiettivi che si poneva, alle altre incursioni incruente compiute contro il cri e il Centro Sturzo a fini “di inchiesta”.

    Un’anonima telefonata al Corriere della Sera di Milano avverte che in una cabina di Piazzale Lavater, fra le pagine dell’elenco telefonico, c’è un messaggio delle Brigate Rosse. Una seconda copia del volantino i brigatisti la lasciano a Ponte di Brenta, a pochi chilometri da Padova.

    In serata le BR diffondono un comunicato di imbarazzata rivendicazione, giustificando il duplice delitto con una presunta reazione delle vittime.

    Leggi il testo integrale del Comunicato

    «Un nucleo armato delle Brigate rosse ha occupato la sede provinciale del MSI a Padova, in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati. Il MSI di Padova è la fucina da cui escono e sono usciti gruppi e persone protagonisti del terrorismo antiproletario di questi ultimi anni.

    [I fascisti padovani] hanno diretto le trame nere dalla strage di piazza Fontana in poi. Il loro più recente delitto è la strage di Brescia. Questa strage è stata voluta dalla Democrazia cristiana e da Taviani per tentare di ricomporre le laceranti contraddizioni aperte al suo interno dalla secca sconfitta del referendum e dal “caso” Sossi: più in generale, per rilanciare, anche attraverso le “leggi speciali” sull’ordine pubblico, il progetto neogollista.

    Gli 8 compagni trucidati a Brescia non possono essere cancellati con un colpo di spugna dalla coscienza del proletariato. Essi segnano una tappa decisiva della guerra di classe, sia perché per la prima volta il potere democristiano attraverso i sicari fascisti scatena il suo terrorismo bestiale direttamente contro la classe operaia e le sue organizzazioni; sia perché le forze rivoluzionarie sono da Brescia in poi legittimate a rispondere alla barbarie fascista con la giustizia armata del proletariato».

    Il comunicato brigatista, dunque, tenta non solo di giustificare il duplice delitto adducendo una “violenta reazione” delle due vittime, ma anche di motivare politicamente l’irruzione nella sede padovana del MSI come risposta militante alla strage di Brescia e alle “trame nere” del neofascismo.

    A queste due motivazioni si atterrà Curcio, quando anni dopo parlerà del duplice delitto di via Zabarella:

    «Non furono morti programmate: giunsero improvvise, inattese, imbarazzanti. Come cinicamente è stato detto, si è trattato di un “incidente sul lavoro”… L’incursione nella sede padovana del MSI per cercare qualche documento collegato alla strage di Brescia fu l’iniziativa autonoma di un gruppo di compagni veneti… Il clima di quei giorni può fornire una certa spiegazione dell’episodio pur senza giustificarlo: i morti e i feriti della strage di piazza della Loggia, aggiungendosi a quelli di tutte le altre stragi precedenti, avevano suscitato una grande commozione e indignazione; immaginare una perquisizione in una sede missina, anche se non rientrava nei progetti delle BR, era in sintonia con le forti tensioni presenti in ampi settori del movimento.

    Comunque, si è trattato di un’azione organizzata malamente e sfortunata. Durante la perquisizione ci fu uno scontro imprevisto con i missini, e uno dei nostri compagni, per evitare che gli altri venissero sopraffatti e catturati, sparò e uccise.

    Che fare? Dire o non dire che eravamo stati noi? Ne discussi con Margherita, Moretti, Franceschini e altri. Il clima in giro era bollente: una certa fetta del movimento applaudiva all’azione sostenendo che i fascisti colpevoli della strage andavano ammazzati… Mi preoccupai moltissimo. C’era il rischio di stravolgere l’immagine delle BR, pazientemente costruita per quattro anni, riducendola a quella di un gruppo di scalmanati che dava ordine di andare ad ammazzare la gente nelle sedi missine.

    Non nascondo che la tentazione di non rivendicare l’azione c’è stata… I morti di via Zabarella li considerai subito un disastro politico, un errore molto grave».

    In realtà il doppio delitto di Padova, più che collegato alla strage di Brescia, è probabilmente conseguenza dello scontro che all’interno delle BR contrappone i “politici” (capeggiati da Curcio e Franceschini) ai “militaristi” (guidati da Moretti).

    Vittoriosi i primi con la conclusione incruenta del sequestro Sossi, i secondi hanno inteso pareggiare il conto con la sanguinaria impresa di via Zabarella.

    Molti anni dopo, Moretti sosterrà – mentendo – che l’azione di Padova era stata autorizzata dal vertice dell’organizzazione:

    «I compagni del Veneto ci dissero che volevano perquisire con le armi la sede del Msi di Padova, demmo l’assenso… L’azione andò male. Nell’entrare, un compagno rimase isolato, venne assalito dai due missini presenti e sopraffatto. Quando sopraggiunse il secondo compagno, inesperto e agitato, sparò e li uccise entrambi».

    Tesi smentita non solo dai rilievi medico-legali circa la dinamica del delitto, ma anche da Franceschini

    «Né io né Curcio sapevamo che erano state le BR a compiere quell’azione, infatti passarono parecchie ore prima del nostro comunicato. Se fosse stata un’azione preparata e condivisa, il volantino di rivendicazione sarebbe stato lasciato sul posto o comunque diffuso immediatamente».

    Anche la brigatista Susanna Ronconi confermerà che quella di Padova «non fu un’azione decisa dalle BR».

    Le due persone uccise nella sede del MSI di Padova erano collaboratori dello spione Tom Ponzi, impegnato in uno scontro interno al servizio segreto di cui faceva parte, e in una faida all’interno del MSI – infatti i giornali l’indomani ipotizzano che il doppio delitto possa essere un regolamento di conti tra neofascisti. Secondo altre voci, il vero bersaglio dell’attentato era l’ex appuntato dei carabinieri Mazzola, il quale, alle prese con un’inchiesta all’interno della federazione missina di Padova, aveva scoperto alcuni infiltrati che sarebbero stati «collegati alle Brigate rosse».

    Fatto sta che il duplice delitto di Padova vanifica il successo propagandistico ottenuto dalle BR meno di un mese prima con l’incruento sequestro Sossi, e preannuncia la mutazione sanguinaria dell’organizzazione teorizzata da Moretti.

    Lo stesso giorno, Giovanna Legoratto e Antonio Savino, già arrestati nel Dicembre 1973 vengono arrestati per «partecipazione a banda armata». Allo scadere della carcerazione preventiva torneranno in libertà: il giudice ha imposto obblighi di soggiorno a Borgomanero, ma poche settimane dopo Antonio Savino scompare dandosi alla clandestinità. La latitanza finirà il 10 Novembre 1976 quando, a Pavia, gli uomini dell’ufficio politico lo sorprenderanno in un appartamento di galleria Manzoni.

    Evaderà poi il 3 Giugno 1977 dal carcere di Forlì.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 10 Dicembre 1973

    Le Brigate Rosse sequestrano Ettore Amerio, direttore del personale FIAT gruppo auto.

    Anche a causa della grande austerità causata dall’embargo petrolifero del conflitto arabo-israeliano la FIAT licenzia 250 operai.

    Le Brigate Rosse rispondono sequestrando il cavalier Ettore Amerio, capo del personale della FIAT. Al sequestro partecipano Renato Curcio, Alberto Franceschini e Paolo Maurizio Ferrari.

    Alle 7:30 un commando brigatista travestito con tute della SIP (la ex Telecom) scende da un furgoncino e lo preleva dall’autorimessa dove sostava la sua auto e lo porta in una “prigione del popolo”.

    La scelta non è casuale, il suo nome viene fatto da Bruno Labate durante il sequestro.

    Ettore Amerio ha 58 anni, è sposato con Anna Zacchiero e ha due figli. Abita in un appartamento di Corso Tassoni 57, una casa dignitosa ma senza lusso. In passato ha avuto un infarto e soffre ancora di tachicardia.

    Quest’ultimo fatto verrà pero criticato aspramente da Lotta Continua nell’editoriale del giorno successivo al sequestro:

    Difficile trovare, fra gli operai, commenti pietistici nei confronti del rapito, del quale già le note di agenzia si preoccupano di informare che è malato di cuore. Si scopre che sono tutti malati di cuore questi funzionari del capitale: eppure adottano tranquilli, senza infarti e senza lacrime i licenziamenti di rappresaglia, i trasferimenti punitivi, le minacce di lasciare senza lavoro decine di migliaia di operai. Amerio tra gli operai è notissimo per la spregiudicatezza con cui tratta quest’armamentario. Ora è toccato a lui, e non c’è nessuno che ci pianga sopra, se non i suoi colleghi di sfruttamento.

    Viene processato il giorno stesso, mentre in una cabina telefonica viene fatto rinvenire il volantino della rivendicazione.

    Volantino della rivendicazione di Ettore Amerio

    “Lunedì 10 Dicembre alle 7:30 del mattino un nucleo armato delle Brigate Rosse ha prelevato nei pressi della sua abitazione il cavalier Ettore Amerio, capo del personale, gruppo automobili, della FIAT. Egli attualmente è detenuto in un carcere del popolo. Qualunque indagine poliziesca può mettere a repentaglio la sua incolumità. Il periodo di detenzione di questo artefice del terrorismo antioperaio dipende da tre fattori:

    1. Il proseguimento delle manovre antioperaie (cassa integrazione, ecc.) di strumentalizzazione della “crisi” creata e gonfiata ad arte dalla FIAT in combutta con le forze più reazionarie del Paese. Crisi che va nel senso di un mutamento reazionario dell’intero quadro politico.
    2. L’andamento degli interrogatori attraverso i quali intendiamo mettere in chiaro: la politica fascista seguita dalla FIAT nella sua offensiva postcontrattuale contro le avanguardie autonome, l’organizzazione operaia dentro la fabbrica e le forme di lotta; la questione dei licenziamenti usati terroristicamente per piegare la resistenza operaia alle incessanti manovre di intensificazione del lavoro. Dovrà spiegarci, il cavalier Amerio, la qualità e la quantità di questo attacco che solo negli ultimi mesi ha voluto dire l’espulsione dalla fabbrica di oltre 250 avanguardie; l’organizzazione dello spionaggio FIAT più attivo che mai, come dimostrano le motivazioni di alcuni recenti licenziamenti, dopo l’affossamento delle indagini iniziate dal pretore Guariniello; la pratica di assunzioni controllate dai fascisti attraverso la CISNAL e il MSI, visto che proprio il segretario di quello pseudosindacato fascista (da noi arrestato e interrogato nel Febbraio scorso) lo ha chiamato in causa attribuendogli pesanti responsabilità.
    3. La correttezza e la completezza dell’informazione che verrà data in questa azione in particolare e della nostra organizzazione in generale dai giornali di Agnelli.

    Compagni, quando la “paura” si afferma tra le larghe masse il padrone ha già vinto metà della guerra. Questa è la posta in palio nel gioco della “crisi economica” a cui stiamo assistendo. Ma tutti sappiamo che in crisi non è tanto l’economia dei padroni, ma il loro potere, la loro capacità di sfruttamento, di dominio e di oppressione che è stata definitivamente scossa dalle lotte operaie di questi ultimi anni.

    In questa situazione non siamo noi che dobbiamo avere paura, come non l’abbiamo avuta alla fine di Marzo quando abbiamo issato, contro padroni e riformisti, la bandiera rossa sulle più grandi fabbriche di Torino.

    In questa situazione dobbiamo accettare la guerra… Perché non combattere quando è possibile vincere?

    Quello che noi pensiamo è che da questa “crisi” non se ne esce con un “compromesso”. Al contrario siamo convinti che è necessario proseguire sulla strada maestra tracciata dalle lotte operaie degli ultimi 5 anni e cioè:

    • Non concedere tregue che consentano alla borghesia di riorganizzarsi.
    • Operare nel senso di approfondire la crisi di regime. Trasformare questa crisi in primi momenti di potere proletario armato, di lotta armata per il comunismo. Compromesso storico o potere proletario armato: questa è la scelta che i compagni devono oggi fare, perché le vie di mezzo sono state bruciate.

    Una divisione si impone in seno al movimento operaio, ma è da questa divisione che nasce l’unità del fronte rivoluzionario che noi ricerchiamo.

    Questa scelta, del resto, ci si presenta ogni giorno in fabbrica e fuori, posti come siamo di fronte all’aperta aggressione del padrone, del governo e dello Stato, e al deterioramento dei nostri tradizionali strumenti di organizzazione e di lotta.

    Battere l’attendismo!

    Dire no! al compromesso col fascismo FIAT! Accettare la guerra!

    Queste tre cose sono oggi necessarie per andare avanti nella costruzione del potere proletario.

    Creare costruire, organizzare il potere proletario armato! Nessun compromesso col fascismo FIAT!

    I licenziamenti non resteranno impuniti! Lotta armata per il comunismo!

    Torino 10 Dicembre 1973
    BRIGATE ROSSE

    La polizia cerca ovunque a Torino. Il capo della Criminalpol Montesano perquisisce personalmente la residenza in campagna della Famiglia Feltrinelli, mentre al governo, su indicazione di Fanfani, viene proposto un disegno di legge che autorizza la polizia durante i sequestri all’utilizzo delle armi e si consente alla polizia di interrogare prima del magistrato.

    Mentre la caccia ai brigatisti prosegue frenetica, due auto vengono parcheggiate di fronte alla sede della Sit-Siemens, in Piazza Zavattari, a Milano, e alla Breda Siderurgica, in Via Santo Uguzzone, a Sesto San Giovanni. Sul tetto hanno altoparlanti e, a intervalli regolari, vengono diffusi il testo del primo «bollettino» emesso dall’organizzazione clandestina per il sequestro di Amerio, e un avvertimento: «Ai passanti. Non toccare questa macchina. È carica di esplosivo e può dilaniarvi. Sono le Brigate Rosse a lanciare questo avvertimento. Abbiamo sequestrato il cavalier Amerio della FIAT per dare una lezione ai fascisti». È compito degli artificieri aprire le portiere: nelle auto non c’è esplosivo, ma solo sue registratori che ripetono i messaggi.

    Le BR fanno trovare in modo beffardo il comunicato n°2 nella stessa cabina di Piazza Statuto a Torino, esattamente dove era stato lasciato il primo.

    Comunicato n°2 sul sequestro di Ettore Amerio

    «I licenziamenti non resteranno impuniti!»

    Sequestro Amerio, comunicato numero 2

    I licenziamenti non resteranno impuniti!

    Dei tre fattori da cui dipende la detenzione del direttore del personale auto della FIAT Ettore Amerio due sono, per ora, disattesi.

    E cioè:

    • la FIAT continua a far pesare la minaccia della cassa integrazione nella conduzione della trattativa;
    • i giornali di Agnelli (ma anche quelli dei suoi soci) coi loro servizi sull’”incerto colore politico” della nostra organizzazione rendono un pessimo servizio ad uno tra i più fedeli servi del loro padrone.

    Per parte sua, invece, il detenuto Amerio sta “collaborando” in modo soddisfacente.

    Riconfermiamo inoltre che l’insensato comportamento di polizia mette in pericolo l’ostaggio.

    Compagni, gli interrogatori a cui abbiamo sinora sottoposto il capo del personale Amerio:

    1. Hanno confermato l’esistenza, ancora oggi, di una centrale di spionaggio FIAT che fa capo direttamente a Cuttica, quello che rappresenta Agnelli al tavolo delle trattative, in attesa di essere messo da parte perché alla FIAT non piacerebbe avere nei prossimi mesi un capo del personale rinviato a giudizio quale corresponsabile di corruzione di funzionari dello Stato e organizzatore di un mini sifar ad uso privato dei fratelli Agnelli!
      Questa centrale è direttamente manovrata dal cavalier Negri, responsabile in quanto capo dell’ufficio centrale assunzione dei famigerati “servizi generali”;
    2. Hanno confermato il carattere punitivo e persecutorio degli oltre 250 licenziamenti per “troppa mutua” o per “insubordinazione”, che hanno colpito le avanguardie politiche e di lotta dopo il contratto nazionale;
    3. Hanno confermato la pratica sistematica e organizzata dagli accertamenti sul colore politico di chi fa domanda di assunzione, pratica che ora, con maggior prudenza, i “servizi generali” FIAT hanno affidato ad una agenzia privata di investigazioni, l’agenzia Manzini;
    4. Hanno confermato le assunzioni selezionate di fascisti, che come già ci aveva detto Labate, segretario di uno pseudosindacato fascista, da noi interrogato, punito e rapato, avvengono con molta facilità – dato che a capo dell’ufficio centrale assunzioni di palazzo Marconi c’è un boia fascista quale è il cavalier Negri (alla FIAT dagli anni Trenta e che da allora indossa la camicia nera), servo fedele in egual misura di Agnelli e di Abelli.

    Gli interrogatori inoltre hanno confermato altri importanti fatti che renderemo noti e documenteremo quanto prima. Queste, come capirete compagni, sono questioni che possono essere affrontate e risolte solo con uno scontro di potere, uno scontro che è di conseguenza politico e armato. Noi non pensiamo di risolverlo “in proprio”, con una nostra piccola guerra privata. Al contrario la nostra azione è fortemente unitaria con tutte le componenti del movimento operaio che operano nel senso della costruzione delle fabbriche e nei quartieri di un reale potere operaio e popolare armato.

    BRIGATE ROSSE

    Amerio verrà poi rilasciato 8 giorni dopo, il 18 Dicembre 1973.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente

    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
  • Giovanni Bianconi, Mi dichiaro prigioniero politico. Storie delle Brigate Rosse.
  • 26 Novembre 1972

    A Torino vengono distrutte o danneggiate nove auto dei sindacalisti della CISNAL. (altro…)

  • 31 Maggio 1972

    Strage di Peteano.

    (altro…)

  • 13 Marzo 1972

    A Cesano Boscone (MI) le BR sequestrano Bartolomeo Di Mino, esponente del MSI, e mandano poi la fotografia al “Corriere della Sera”. (altro…)

  • 27 Febbraio 1972

    Aldo Maina viene aggredito dalle Brigate Rosse nella sua villa di Poirino. (altro…)

  • 20 Gennaio 1972

    Rimangono distrutte in roghi la 500 di Ignazio La Russa e la Fiat 1300 di Attilio Carelli. (altro…)

  • 15 Luglio 1971

    L’automobile di Raffaele Artoni dell’MSI viene distrutta a Milano dalle Brigate Rosse. (altro…)

  • 29 Gennaio 1967

    Gli studenti della Facoltà di Sociologia di Trento e alcuni missini si scontrano nei pressi del Cinema Italia, dove si sta celebrando il ventennale dell’MSI. (altro…)