Si dimette il governo Andreotti.
La fine del governo sancisce la fine della politica di solidarietà nazionale, ossia il compromesso storico.
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La fine del governo sancisce la fine della politica di solidarietà nazionale, ossia il compromesso storico.
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Il 30 Agosto, con un apposito decreto-legge, Andreotti conferisce poteri speciali antiterrorismo al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: il decreto governativo stabilisce che, a partire dal successivo 10 settembre, il generale dovrà attuare «forme organiche di coordinamento e di cooperazione tra le forze di polizia e gli agenti dei servizi informativi», e che di tali specialissimi compiti operativi riferirà «direttamente al ministro dell’Interno».
In pratica, il generale Dalla Chiesa diventa un supervisore dei servizi segreti in funzione antiterrorismo, svincolato dal collegamento con la magistratura.
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Proprio nel momento in cui il braccio di ferro Br-Sta-to sembra volgere a favore dei brigatisti – i quali non solo tengono sequestrato Moro da 50 giorni, ma sono riusciti a incrinare il fronte della fermezza e l’unità della DC – arriva il colpo di scena finale.
Il 5 maggio le Br diffondono il comunicato n. 9, l’ultimo: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato»; in chiusura, il comunicato precisa: «Le risultanze dell’interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, e un bilancio complessivo politico-militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. [Organizzazioni comuniste combattenti, ndr] attraverso gli strumenti di propaganda clandestini».
L’apparente incongruenza del comunicato n. 9 è rivelatoria: la trattativa con la DC era solo strumentale, l’ostaggio viene assassinato, e la pubblicazione di quanto Moro ha rivelato durante gli interrogatori – fatti gravi e anche gravissimi – è rimandata a un generico futuro e a vaghi «strumenti di propaganda clandestini».
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I contenuti sono di nuovo contraddittori e stupefacenti. Infatti le BR ignorano il loro stesso ultimatum, rilevano che la DC non ha detto «con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta del lo scambio di prigionieri politici», e scrivono:
«Riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico, e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: dia la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” nei campi di concentramento [le carceri speciali, ndr]… Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà… Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di tutti i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportare in battaglia, Cristoforo Piancone. Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti. A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite, e solo una risposta immediata e positiva della De e del suo Governo, data senza equivoci, e concretamente attuata, potrà consentire il rilascio di Aldo Moro. E se così non sarà, trarremo immediatamente le debite conseguenze e eseguiremo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato».
Al comunicato n. 8 (nel quale è inclusa l’enigmatica frase: «Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”»), i brigatisti allegano una ultimativa lettera di Moro indirizzata al segretario democristiano Zaccagnini («Per una evidente incompatibilità», scrive il prigioniero, «chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito»), La richiesta di scarcerazione dei 13 detenuti “comunisti” (molti dei quali condannati con sentenza definitiva per gravi reati di sangue) è chiaramente pretestuosa e improponibile: l’accettazione, totale o parziale, costituirebbe un vero e proprio suicidio dello Stato di diritto. Infatti lo stesso Psi, motore politico della linea contraria alla fermezza, è costretto a definire la richiesta dei terroristi «inaccettabile».
Il capo delle BR, intanto, continua a essere un terrorista straordinariamente fortunato. Se ne ha una riprova alla fine di Aprile, quando la Procura della Repubblica di Roma spicca mandato di cattura a carico di 9 brigatisti: due, Corrado Alunni e Prospero Gallinari, accusati della strage di via Fani e del sequestro Moro; gli altri sette – Adriana Faranda, Patrizio Peci, Enrico Bianco, Franco Pinna, Oriana Marchionni, Susanna Ronconi, Valerio Morucci – di costituzione di banda armata; manca solo il nome del capo delle BR, del regista della strage di via Fani, del domìnus del sequestro Moro.
«Il nome di Mario Moretti non c’era, il nome del capo brigatista non compariva tra i catturandi per l’eccidio di via Fani, e neppure per la costituzione della banda armata “Brigate rosse”. Dopo essere sfuggito all’arresto per ben tre volte, Moretti risultava assurdamente escluso dai mandati di cattura emessi dall’autorità giudiziaria romana il 24 aprile 1978 – era l’ennesima, incredibile “coincidenza”».
Dunque, benché a carico di Moretti già ci siano ben tre mandati di cattura emessi dalla Procura di Milano, benché sia notoriamente latitante dal 1972, benché la sua foto sia stata inclusa tra quelle diffuse dal Viminale il 16 marzo, benché sia ben noto al Sismi e all’Ucigos come «elemento pericolosissimo, uno dei maggiori esponenti della organizzazione terroristica», nei mandati di cattura emessi dalla Procura romana a fine aprile – cioè in pieno sequestro Moro – il nome di Moretti non c’è.
Una omissione così assurda da legittimare qualunque tipo di sospetto.
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Il comunicato viene ritrovato poco dopo le 12 grazie ad una telefonata a “Il Messaggero”, e viene ritrovato dietro la sede del giornale, in Via dei Maroniti; allegata anche una Polaroid con in mano una copia de “La Repubblica” del 19 Aprile, prova del fatto che il politico sia ancora in vita.
Il comunicato viene poi diffuso anche a Milano, Genova e Torino.
Nello stesso giorno Moro scrive ancora a Zaccagnini, rimproverandolo per la sua linea intransigente nei confronti dei propri rapitori.
Il testo del comunicato è contraddittorio e venato di doppiezza. Le Br definiscono il falso comunicato «lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica», «macabra messa in scena», una provocazione di «Andreotti e dei suoi complici»; accusano la De di essere «un partito putrido», corrotto e pervaso di «putrido potere», un «immondo partito, lurida organizzazione del potere dello Stato [dedita] al genocidio politico e fisico delle avanguardie comuniste [mediante] le leggi speciali, i tribunali speciali, i campi di concentramento»; e come logica conseguenza, confermano che «la condanna di Aldo Moro verrà eseguita».
Ma subito dopo avere chiuso la porta, con uno scarto improvviso la riaprono scrivendo: «Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti. La De dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili. La De e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo, a partire dalle ore 15 del 20 aprile; trascorso questo tempo e in caso di un’ennesima viltà della DC, noi risponderemo solo al proletariato e al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell’esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del Popolo».
L’improvvisa proposta di trattativa comprensiva di ultimatum tradisce la doppiezza della “operazione Moro”, e conferma perché il presidente della De non sia stato ucciso in via Fani insieme alla scorta. L’obiettivo tattico del sequestro Moro è certo l’eliminazione fisica dell’architetto dell’intesa governativa DC-PCI; ma l’obiettivo strategico – non meno importante – è quello di avvelenare la “solidarietà nazionale”, di logorarla e di frantumarla (l’uccisione di Moro in via Fani avrebbe potuto sortire l’effetto opposto, quello di “cementarla”, almeno per un certo periodo).
E il vero comunicato Br n. 7 è appunto l’affondo strategico: infatti, subito dopo l’ultimatum brigatista, il Psi craxiano si pronuncia apertamente contro la linea della fermezza e si muove alacremente per la trattativa con le Br. Arrivato al 35° giorno, scandito dalle disperate lettere di Moro e dalla totale mancanza di qualunque risultato investigativo, il drammatico sequestro sta effettivamente logorando l’intesa fra i partiti della “solidarietà nazionale”; il comunicato Br n. 7 con l’ultimatum la incrina, e gli sviluppi successivi ne provocheranno l’irreversibile rottura. Il cardine dell’operazione continua a essere Mario Moretti, con tutti gli altri brigatisti – uno sparuto gruppo di modesti esecutori intossicati di fanatismo – a fare da inconsapevoli comparse.
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Si verrà a sapere che l’operazione era stata suggerita da una segnalazione di Romano Prodi, che avrebbe riferito le indicazioni emerse il 2 Aprile durante una seduta spiritica in una casa di campagna.
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Era stato annunciato con una serie di telefonate alla “Gazzetta del Popolo” e all’ANSA di Torino, al “Messaggero” e a “Radio Onda Rossa” di Roma, al “Giornale Nuovo” di Milano e al “Secolo XIX” di Genova.
Rispetto al comunicato n°1 viene utilizzata una carta diversa ed è battuto a “passo 10” invece che a “passo 12”.
In Via Mario Fani, a Roma, alcuni militanti delle brigate rosse attaccano il convoglio che sta scortando Aldo Moro per sequestrarlo. È stato il primo atto del rapimento dell’esponente della Democrazia Cristiana, che si concluderà 55 giorni dopo con l’omicidio di Moro e il ritrovamento del suo cadavere in una Renault 4 rossa parcheggiata in Via Caetani.
Mario Fani, “educatore 1845-1869” è stato il fondatore dell’Azione Cattolica Italiana verso la metà dell’Ottocento.
L’operazione viene chiamata in codice “Fritz” all’interno delle Brigate Rosse.
Aldo Moro si stava recando alla Camera dei deputati per il dibattito e il voto di fiducia per il quarto governo di Giulio Andreotti; per la prima volta dal 1947 anche il PCI avrebbe concorso alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo.
Aldo Moro, in quel momento presidente della democrazia cristiana, era il principale artefice di questa manovra politica insieme a Enrico Berlinguer, segretario del PCI.
Il dibattito, nato con l’ultimo discorso pubblico di Aldo Moro il 23 Febbraio 1978, non era ancora concluso, perché erano sorti numerosi problemi legati ai ministri che Andreotti aveva proposto al Quirinale l’11 Marzo 1978, di cui i comunisti non erano soddisfatti.
Nella popolazione le drammatiche notizie di via Fani provocarono in grande maggioranza paura e dolore: l’inquietudine e lo sgomento furono i sentimenti prevalenti, si assistette a un significativo riavvicinamento popolare alle istituzioni democratiche e predominarono fenomeni di ripulsa e totale rifiuto della violenza e della brutalità dimostrata dai terroristi.
Nella base comunista e operaia tuttavia non mancarono minoranze che manifestarono sentimenti di soddisfazione per l’attacco brigatista alla Democrazia Cristiana, mentre nel Movimento di estrema sinistra l’azione di via Fani fece grande impressione e favorì un notevole reclutamento di nuovi militanti decisi a passare alla lotta armata. Nell’ambiente studentesco ci furono anche reazioni di esultanza.
Nel complesso comunque la dirigenza del PCI seppe controllare la sua base popolare, impose la sua scelta della fermezza democratica e della piena collaborazione con la DC e seppe divenire «una delle dighe più efficaci contro il terrorismo».
Tra il pomeriggio del 16 marzo e il mattino del 17 marzo, agenti di polizia si presentano e sottopongono a perquisizioni le abitazioni ufficiali di Adriana Faranda e Valerio Morucci senza trovare traccia dei due, che sono effettivamente tra i principali responsabili del sequestro.
Oltre agli attacchi politici subiti da Aldo Moro per l’apertura al PCI, il 16 Marzo 1978 La Repubblica pubblica un articolo dal titolo: “Antelope Kobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro“, nonostante la Corte Costituzionale aveva archiviato la sua posizione il 3 Marzo 1978. Numerosi giornali riporteranno la stessa notizia.
In quel periodo si stava indagando sul cosiddetto scandalo Lockheed (scoppiato nel 1976), che riguardava numerosi casi di corruzione da parte dell’azienda statunitense Lockheed avvenuti in quegli anni con i governi di Paesi Bassi, Germania Ovest, Giappone e Italia.
La notizia fabbricata secondo cui Antelope Cobbler fosse Aldo Moro proviene dal taccuino dell’assistente del Dipartimento di Stato Statunitense Loewenstein, dipendente di Henry Kissinger.
Gli elementi risultanti circa una pretesa identificazione dell’on. Aldo Moro con l’Antelope Cobbler non venivano ritenuti attendibili, sicché la stessa Corte il 3 marzo 1978 disponeva con ordinanza di non compiere al riguardo nuovi atti istruttori né di trasmettere gli atti ad altra autorità.
(Fase Istruttoria – Corte costituzionale, 3 marzo 1978)
Né verrà mai accertato per quale ragione in prossimità di via Fani, al momento della strage, si aggirasse un ufficiale del Sismi, il colonnello Camillo Guglielmi.
Nel frattempo il questore di Roma, Domenico Migliorini, viene rimosso dall’incarico dal Ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Qualcuno sostiene che si sia dimesso, ma tant’è.
Domenico Migliorini è un questore esperto, che conosce Roma come le sue tasche, era stato per vent’anni capo della Mobile. Risolse numerosi casi, diviene Vicequestore a Trapani e Questore a Caltanissetta battendosi contro la mafia. Fu assegnato a Nuoro per combattere il banditismo. A Palermo arresta il boss Luciano Liggio e nella città propone anche il sequestro dei beni ai mafiosi.
Viene richiamato a Roma durante gli Anni di Piombo, isolato, senza apparente appoggio politico.
Dopo l’assassinio di Giorgiana Masi viene preso di mira. In piazza il 12 Maggio 1977 ci sono diversi agenti (o almeno così pare) di polizia in abiti borghesi, con le pistole in pugno che sparano ad altezza uomo. È probabilmente uno di loro a uccidere Giorgiana Masi.
Il questore Migliorini è accusato di saperlo, ma di non aver avvisato Cossiga. Sembra invece appurato che il questore non lo sapesse davvero, e che probabilmente quegli uomini non erano né poliziotti, né carabinieri. Più probabilmente erano agenti dell’organizzazione Stay Behind Gladio, di cui Cossiga era invece al corrente.
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