Tag: giulio andreotti

  • 31 Gennaio 1979

    Si dimette il governo Andreotti.

    La fine del governo sancisce la fine della politica di solidarietà nazionale, ossia il compromesso storico.

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  • 30 Agosto 1978

    Giulio Andreotti conferisce poteri speciali anti-terrorismo al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

    Il 30 Agosto, con un apposito decreto-legge, Andreotti conferisce poteri speciali antiterrorismo al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: il decreto governativo stabilisce che, a partire dal successivo 10 settembre, il generale dovrà attuare «forme organiche di coordinamento e di cooperazione tra le forze di polizia e gli agenti dei servizi informativi», e che di tali specialissimi compiti operativi riferirà «direttamente al ministro dell’Interno».

    In pratica, il generale Dalla Chiesa diventa un supervisore dei servizi segreti in funzione antiterrorismo, svincolato dal collegamento con la magistratura.

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  • 5 Maggio 1978

    Viene ritrovato il Comunicato n°9 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.

    Testo integrale del Comunicato n°9 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro

    “ALLE ORGANIZZAZIONI COMUNISTE COMBATTENTI, AL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO, A TUTTI I PROLETARI.

    Compagni, la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è arrivata alla sua conclusione.
    Dopo l’interrogatorio ed il Processo Popolare al quale è stato sottoposto, il Presidente della Democrazia Cristiana è stato condannato a morte. A quanti tra i suoi compari della DC, del governo e dei complici che lo sostengono, chiedevano il rilascio, abbiamo fornito una possibilità, l’unica praticabile, ma nello stesso tempo concreta e reale: per la libertà di Aldo Moro, uno dei massimi responsabili di questi trent’anni di lurido regime democristiano la libertà per tredici Combattenti Comunisti imprigionati nei lager dello Stato imperialista. LA LIBERTÀ QUINDI IN CAMBIO DELLA LIBERTÀ. In questi 51 giorni la risposta della DC, del suo governo e dei complici che lo sostengono, è arrivata con tutta chiarezza, e più che con le parole e con le dichiarazioni ufficiali, l’hanno data con i fatti, con la violenza controrivoluzionaria che la cricca al servizio dell’imperialismo ha scagliato contro il movimento proletario.
    La risposta della DC, del suo governo e dei complici che lo sostengono, sta nei rastrellamenti operati nei quartieri proletari ricalcando senza troppa fantasia lo stile delle non ancora dimenticate SS naziste nelle leggi speciali che rendono istituzionale e “legale” la tortura e gli assassinii dei sicari del regime negli arresti di centinaia di militanti comunisti (con la lurida collaborazione dei berlingueriani) con i quali si vorrebbe annientare la resistenza proletaria.
    Lo Stato delle multinazionali ha rivelato il suo vero volto, senza la maschera grottesca della democrazia formale, è quello della controrivoluzione imperialista armata, del terrorismo dei mercenari in divisa, del genocidio politico delle forze comuniste.
    Ma tutto questo non ci inganna. La ferocia, la violenza sanguinaria che il regime scaglia contro il proletariato e le sue avanguardie, sono soltanto le convulsioni di una belva ferita a morte e quello che sembra la sua forza dimostra invece la sua sostanziale debolezza. In questi 51 giorni la DC e il suo governo non sono riusciti a mascherare, neppure con tutto l’armamentario della contro-guerriglia psicologica, quello che la cattura, il processo e la condanna del Presidente della DC Aldo Moro, è stato nella realtà: una vittoria del Movimento Rivoluzionario, ed una cocente sconfitta delle forze imperialiste.
    Ma abbiamo detto che questa è stata solo una battaglia, una fra le tante che il Movimento Proletario di Resistenza Offensivo sta combattendo in tutto il paese, una fra le centinaia di azioni di combattimento che le avanguardie comuniste stanno conducendo contro i centri e gli uomini della controrivoluzione imperialista, imprimendo allo sviluppo della Guerra di Classe per il Comunismo un formidabile impulso. Nessun battaglione di “teste di cuoio”, nessun super-specialista tedesco, inglese o americano, nessuna spia o delatore dell’apparato di Lama e Berlinguer, sono riusciti minimamente ad arrestare la crescente offensiva delle forze Comuniste Combattenti. A questa realtà la maggiore sconfitta delle forze imperialiste. Estendere l’attività di combattimento, concentrare l’attacco armato contro i centri vitali dello Stato imperialista, organizzare nel proletariato il Partito Comunista Combattente è la strada giusta per preparare la vittoria finale del proletariato, per annientare definitivamente il mostro imperialista e costruire una società comunista. Questo oggi bisogna fare per inceppare e vanificare i piani delle multinazionali imperialiste, questo bisogna fare per non permettere la sconfitta del Movimento Proletario e per fermare gli assassini capeggiati da Andreotti.
    Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC, del governo e dei complici che lo sostengono e la loro dichiarata indisponibilità ad essere in questa vicenda qualche cosa di diverso da quello che fino ad ora hanno dimostrato di essere: degli ottusi, feroci assassini al servizio della borghesia imperialista.
    Dobbiamo soltanto aggiungere una risposta alla “apparente” disponibilità del PSI. Va detto chiaro che il gran parlare del suo segretario Craxi è solo apparenza perché non affronta il problema reale: lo scambio dei prigionieri. I suoi fumosi riferimenti alle carceri speciali, alle condizioni disumane dei prigionieri politici sequestrati nei campi di concentramento, denunciano ciò che prima ha sempre spudoratamente negato; e cioè che questi infami luoghi di annientamento esistono, e che sono stati istituiti anche con il contributo e la collaborazione del suo partito. Anzi i “miglioramenti” che il segretario del PSI come un illusionista cerca di far intravvedere, provengono dal cappello di quel manipolo di squallidi “esperti” che ha riunito intorno a sé, e che sono (e la cosa se per i proletari detenuti non fosse tragica sarebbe a dir poco ridicola) gli stessi che i carceri speciali li hanno pensati, progettati e realizzati. Combattere per la distruzione delle carceri e per la liberazione dei prigionieri comunisti, è la nostra parola d’ordine e ci affianchiamo alla lotta che i compagni e il proletariato detenuto sta conducendo all’interno dei lager dove sono sequestrati e lo faremo non solo idealmente ma con tutta la nostra volontà militante e la nostra capacità combattente. Le cosiddette “proposte umanitarie” di Craxi; qualunque esse siano, dal momento che escludono la liberazione dei tredici compagni sequestrati, si qualificano come manovre per gettare fumo negli occhi, e che rientrano nei giochi di potere, negli interessi di partito od elettorali che non ci riguardano. L’unica cosa chiara e che sullo scambio dei prigionieri la posizione del PSI è la stessa, di ottuso rifiuto, della DC e del suo governo, e questo ci basta.
    A parole non abbiamo più niente da dire alla DC, al suo governo e ai complici che lo sostengono. L’unico linguaggio che i servi dell’imperialismo hanno dimostrato di saper intendere è quello delle armi, ed è con questo che il proletariato sta imparando a parlare. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato.

    PORTARE L’ATTACCO ALLO STATO IMPERIALISTA DELLE MULTINAZIONALI!
    ATTACCARE LIQUIDARE DISPERDERE LA DC ASSE PORTANTE DELLA CONTRORIVOLUZIONE IMPERIALISTA !
    RIUNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE!

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    “P.S. – Le risultanze dell’interrogatorio ad Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, ed un bilancio complessivo politico-militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. attraverso gli strumenti di propaganda clandestini”.

    Proprio nel momento in cui il braccio di ferro Br-Sta-to sembra volgere a favore dei brigatisti – i quali non solo tengono sequestrato Moro da 50 giorni, ma sono riusciti a incrinare il fronte della fermezza e l’unità della DC – arriva il colpo di scena finale.

    Il 5 maggio le Br diffondono il comunicato n. 9, l’ultimo: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato»; in chiusura, il comunicato precisa: «Le risultanze dell’interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, e un bilancio complessivo politico-militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. [Organizzazioni comuniste combattenti, ndr] attraverso gli strumenti di propaganda clandestini».

    L’apparente incongruenza del comunicato n. 9 è rivelatoria: la trattativa con la DC era solo strumentale, l’ostaggio viene assassinato, e la pubblicazione di quanto Moro ha rivelato durante gli interrogatori – fatti gravi e anche gravissimi – è rimandata a un generico futuro e a vaghi «strumenti di propaganda clandestini».

    Testo integrale della lettera di Aldo Moro a Eleonora Moro

    “Tutto sia calmo. Le sole reazioni polemiche contro la D.C. Luca no al funerale.

    Mia dolcissima Noretta,
    dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso.
    È poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto.
    Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare.
    E questo è tutto per il passato. Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca), Anna, Mario, il piccolo non nato, Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto.

    Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta.

    Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.

    Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l’ordine
    di esecuzione.

    Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue.

    Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio
    di amore a tutti.

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  • 28 Aprile 1978

    Aldo Moro scrive una lunga lettera indirizzata al Partito della Democrazia Cristiana.
    Vengono recapitate numerose lettere: a Tullio Ancora, a Giulio Andreotti, a Bettino Craxi, a Renato Dell’Andro, ad Amintore Fanfani, a Pietro Ingrao, a Giovanni Leone, a Riccardo Misasi, a Erminio Pennacchini e a Flaminio Piccoli.

    Testo completo della lettera di Aldo Moro alla Democrazia Cristiana

    “Dopo la mia lettera comparsa in risposta ad alcune ambigue, disorganiche, ma sostanzialmente negative
    posizioni della D.C. sul mio caso, non è accaduto niente. Non che non ci fosse materia da discutere. Ce
    n’era tanta. Mancava invece al Partito, al suo segretario, ai suoi esponenti il coraggio civile di aprire un
    dibattito sul tema proposto che è quello della salvezza della mia vita e delle condizioni per conseguirla
    in un quadro equilibrato. È vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d’animo lieto. Ma non ho
    subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita
    calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti
    neppure si risponde. E se io faccio l’onesta domanda che si riunisca la direzione o altro organo
    costituzionale del partito, perché sono in gioco la vita di un uomo e la sorte della sua famiglia, si
    continua invece in degradanti conciliaboli, che significano paura del dibattito, paura della verità, paura
    di firmare col proprio nome una condanna a morte.
    E devo dire che mi ha profondamente rattristato (non avrei creduto possibile) il fatto che alcuni amici
    da Mons. Zama, all’avv. Veronese, a G.B. Scaglia ed altri, senza né conoscere, né immaginare la mia
    sofferenza, non disgiunta da lucidità e libertà di spirito, abbiano dubitato dell’autenticità di quello che
    andavo sostenendo, come se io scrivessi su dettatura delle Brigate Rosse.
    Perché questo avallo alla pretesa mia non autenticità? Ma tra le Brigate Rosse e me non c’è la minima
    comunanza di vedute.
    E non fa certo identità di vedute la circostanza che io abbia sostenuto sin dall’inizio (e, come ho
    dimostrato, molti anni fa) che ritenevo accettabile, come avviene in guerra, uno scambio di prigionieri
    politici. E tanto più quando, non scambiando, taluno resta in grave sofferenza, ma vivo, l’altro viene
    ucciso. In concreto lo scambio giova (ed è un punto che umilmente mi permetto sottoporre al S.
    Padre) non solo a chi è dall’altra parte, ma anche a chi rischia l’uccisione, alla parte non combattente, in
    sostanza all’uomo comune come me.
    Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, a
    compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui. Su questa
    posizione, che condanna a morte tutti i prigionieri delle Brigate Rosse (ed è prevedibile ce ne siano) è
    arroccato il Governo, è arroccata caparbiamente la D.C., sono arroccati in generale i partiti con qualche
    riserva del Partito Socialista, riserva che è augurabile sia chiarita d’urgenza e positivamente, dato che
    non c’è tempo da perdere. In una situazione di questo genere, i socialisti potrebbero avere una funzione
    decisiva. Ma quando? Guai, Caro Craxi, se una tua iniziativa fallisse.
    Vorrei ora tornare un momento indietro con questo ragionamento che fila come filavano i miei
    ragionamenti di un tempo.
    Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della D.C. che in moltissimi casi scambi sono stati fatti
    in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere
    che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di
    casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di
    arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il
    grado d’immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. La
    necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale (in cambio c’era l’esilio) era stata
    riconosciuta. Ci sono testimonianze
    ineccepibili, che permetterebbero di dire una parola chiarificatrice. E sia ben chiaro che, provvedendo
    in tal modo, come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo ai paesi amici
    interessati, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti . Tutte queste
    cose dove e da chi sono state dette in seno alla D.C.? E’ nella D.C. dove non si affrontano con coraggio
    i problemi. E, nel caso che mi riguarda, è la mia condanna a morte, sostanzialmente avvallata dalla D.C.,
    la quale arroccata sui suoi discutibili principi, nulla fa per evitare che un uomo, chiunque egli sia, ma poi
    un suo esponente di prestigio, un militante fedele, sia condotto a morte. Un uomo che aveva chiuso la
    sua carriera con la sincera rinuncia a presiedere il governo, ed è stato letteralmente strappato da
    Zaccagnini (e dai suoi amici tanto abilmente calcolatori) dal suo posto di pura riflessione e di studio, per
    assumere l’equivoca veste di Presidente del Partito, per il quale non esisteva un adeguato ufficio nel
    contesto di Piazza del Gesù. Sono più volte che chiedo a Zaccagnini di collocarsi lui idealmente al
    posto ch’egli mi ha obbligato ad occupare. Ma egli si limita a dare assicurazioni al Presidente del
    Consiglio che tutto sarà fatto come egli desidera.
    E che dire dell’On. Piccoli, il quale ha dichiarato, secondo quanto leggo da qualche parte, che se io mi
    trovassi al suo posto (per così dire libero, comodo, a Piazza ad esempio, del Gesù), direi le cose che egli
    dice e non quelle che dico stando qui.
    Se la situazione non fosse (e mi limito nel dire) così difficile, così drammatica quale essa è, vorrei ben
    vedere che cosa direbbe al mio posto l’On. Piccoli. Per parte sua ho detto e documentato che le cose
    che dico oggi le ho dette in passato in condizioni del tutto oggettive. E’ possibile che non vi sia una
    riunione statutaria e formale, quale che ne sia l’esito? Possibile che non vi siano dei coraggiosi che la
    chiedono, come io la chiedo con piena lucidità di mente? Centinaia di parlamentari volevano votare
    contro il Governo. Ed ora nessuno si pone un problema di coscienza? E ciò con la comoda scusa che
    io sono un prigioniero. Si deprecano i lager, ma come si tratta, civilmente, un prigioniero, che ha solo
    un vincolo esterno, ma l’intelletto lucido? Chiedo a Craxi, se questo è giusto. Chiedo al mio partito, ai
    tanti fedelissimi delle ore liete, se questo è ammissibile. Se altre riunioni formali non le si vuol fare,
    ebbene io ho il potere di convocare per data conveniente e urgente il Consiglio Nazionale avendo per
    oggetto il tema circa i modi per rimuovere gli impedimenti del suo Presidente. Così stabilendo, delego a
    presiederlo l’On. Riccardo Misasi.
    E’ noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro
    la morte. In tanti anni e in tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato. E, pur con le
    mie tante colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni. Muoio, se così
    deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia
    esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera di
    amore di mia moglie, dei miei figli, dell’amatissimo nipotino, dell’altro che non vedrò. La pietà di chi mi
    recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del
    ritorno della D.C. a se stessa e la sua assunzione di responsabilità. Ma questo bagno di sangue non
    andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti, né per la D.C., né per il paese. Ciascuno porterà la sua
    responsabilità.
    Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno
    amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la
    volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l’adempimento di un presunto dovere. Le
    cose saranno chiare, saranno chiare presto.

    Aldo Moro

    Testo completo della lettera di Aldo Moro a Tullio Ancora

    “Caro Tullio,
    un caro ricordo ed un caloroso abbraccio. Senza perdersi in tante cose importanti, ma ovvie,
    concentrati in questo. Ricevo come premio dai comunisti dopo la lunga marcia la condanna a morte.
    Non commento. Quel che dico, e che tu dovresti sviluppare di urgenza e con il garbo che non ti manca,
    è che si può ancora capire (ma male) un atteggiamento duro del PCI, ma non si capirebbe certo che
    esso fosse legato al quadro politico generale la cui definizione è stata così faticosamente raggiunta e che
    ora dovrebbe essere ridisegnato. Dicano, se credono, che la loro è una posizione dura e intransigente e
    poi la lascino lì come termine di riferimento.
    E’ tutto, ma è da fare e persuadere presto.
    Affettuosamente

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro a Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio dei Ministri

    “Caro Presidente,
    so bene che ormai il problema, nelle sue massime componenti, è nelle tue mani e tu ne porti altissima
    responsabilità. Non sto a descriverti la mia condizione e le mie prospettive. Posso solo dirti la mia
    certezza che questa nuova fase politica, se comincia con un bagno di sangue e specie in contraddizione
    con un chiaro orientamento umanitario dei socialisti, non è apportatrice di bene né per il Paese né per il
    Governo. La lacerazione ne resterà insanabile. Nessuna unità nella sequela delle azioni e reazioni sarà
    più ricomponibile. Con ciò vorrei invitarti a realizzare quel che si ha da fare nel poco tempo disponibile.
    Contare su un logoramento psicologico, perché son certo che tu, nella tua intelligenza, lo escludi,
    sarebbe un drammatico errore.
    Quando ho concorso alla tua designazione e l’ho tenuta malgrado alcune opposizioni, speravo di darti
    un aiuto sostanzioso, onesto e sincero. Quel che posso fare, nelle presenti circostanze, è di
    beneaugurare al tuo sforzo e seguirlo con simpatia sulla base di una decisione che esprima il tuo spirito
    umanitario, il tuo animo fraterno, il tuo rispetto per la mia disgraziata famiglia.
    Quanto ai timori di crisi, a parte la significativa posizione socialista cui non manca di guardare la D.C., è
    difficile pensare che il PCI voglia disperdere quello che ha raccolto con tante forzature.
    Che Iddio ti illumini e ti benedica e ti faccia tramite dell’unica cosa che conti per me, non la carriera
    cioè, ma la famiglia.

    Grazie e cordialmente tuo
    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro a Bettino Craxi, Segretario del Partito Socialista Italiano

    “Caro Craxi,
    poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del
    tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua
    importante iniziativa. E’ da mettere in chiaro che non si tratta di inviti rivolti agli altri a compiere atti di
    umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata
    trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si
    abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa
    potrebbe renderla vana ed allora io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile
    sull’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire. Ti
    sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede.
    Credi, non c’è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti
    trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quello che conta non è spiegare, ma, se si può fare qualcosa, di
    farlo.

    Grazie infinite ed affettuosi saluti
    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Renato Dell’Andro

    Carissimo Renato
    in questo momento così difficile, pur immaginando che tu abbia fatto tutto quello che la coscienza e
    l’affetto ti suggerivano, desidero aggiungere delle brevi considerazioni. Ne ho fatto cenno a Piccoli e a
    Pennacchini ed ora lo rifaccio a te, che immagino con gli amici direttamente e discretamente presenti
    nei dibattiti che si susseguono.
    La prima riguarda quella che può sembrare una stranezza e non è e cioè lo scambio dei prigionieri
    politici. Invece essa è avvenuta ripetutamente all’estero, ma anche in Italia. Tu forse già conosci
    direttamente le vicende dei palestinesi all’epoca più oscura della guerra. Lo scopo di stornare grave
    danno minacciato alle persone, ove essa fosse perdurata. Nello spirito si fece ricorso allo stato di
    necessità. Il caso è analogo al nostro, anche se la minaccia, in quel caso, pur serissima, era meno
    definita. Non si può parlare di novità né di anomalia. La situazione era quella che è oggi e conviene
    saperlo per non stupirsi.
    Io non penso che si debba fare, per ora, una dichiarazione ufficiale, ma solo parlarne di qua e di là,
    intensamente però. Ho scritto a Piccoli e a Pennacchini che è buon testimone. A parte tutte le
    invenzioni che voi saprete fare, è utile mostrare una riserva che conduca, in caso di esito negativo, al
    coagularsi di voti contrari come furono minacciati da De Carolis e altri, Andreotti che (con il PCI)
    guida la linea dura, deve sapere che corre gravi rischi. Valorizzare poi l’umanitarismo socialista, più
    congeniale alla D.C. e che ha sempre goduto, e specie in questa legislatura, maggiori simpatie.
    Forza, Renato, crea, fai, impegnati con la consueta accortezza. Te ne sarò tanto grato.
    Ti abbraccio.

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Prof. Amintore Fanfani, Presidente del Senato della Repubblica

    “Onorevole Presidente del Senato,
    in questo momento estremamente difficile, ritengo mio diritto e dovere, come membro del Parlamento
    italiano, di rivolgermi a Lei che ne è, insieme con il Presidente della Camera, il supremo custode. Lo
    faccio nello spirito di tanti anni di colleganza parlamentare, per scongiurarla di adoperarsi, nei modi più
    opportuni, affinché sia avviata, con le adeguate garanzie, un’equa trattativa umanitaria, che consenta di
    procedere ad uno scambio di prigionieri politici ed a me di tornare in seno alla famiglia che ha grave ed
    urgente bisogno di me. Lo spirito umanitario che anima il Parlamento ebbe già a manifestarsi in sede di
    Costituente, alla quale anche in questo campo ebbi a dare il mio contributo, e si è fatto visibile con
    l’abolizione della pena di morte ed in molteplici leggi ed iniziative. D’altra parte non sfuggono alle
    Assemblee né i problemi di sicurezza, che però possono essere adeguatamente risolti, né la complessità
    del problema politico per il quale non sarebbero sufficienti scelte semplici e riduttive.
    Al di là di questa problematica io affido a Lei, signor Presidente, con fiducia ed affetto la mia persona,
    nella speranza che tanti anni di stima, amicizia e collaborazione mi valgano un aiuto decisivo, che
    ricostituisca il Plenum del Parlamento e che mi dia l’unica gioia che cerco, il ricongiungimento con la
    mia amata famiglia.
    Con i più sinceri e vivi ringraziamenti, voglia gradire i miei più deferenti saluti.

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Pietro Ingrao, Presidente della Camera dei Deputati

    “Onorevole Presidente della Camera,
    in questo momento estremamente difficile, ritengo mio diritto e dovere, come membro del Parlamento
    italiano, di rivolgermi a Lei che ne è, insieme con il Presidente del Senato, il supremo custode. Lo faccio
    nello spirito di tanti anni di colleganza parlamentare, per scongiurarla di adoperarsi, nei modi più
    opportuni, affinché sia avviata con le adeguate garanzie, un’equa trattativa umanitaria, che consenta di
    procedere ad uno scambio di prigionieri politici ed a me di tornare in seno alla famiglia che ha grave ed
    urgente bisogno di me. Lo spirito umanitario che anima il Parlamento ebbe già a manifestarsi in sede di
    Costituente, alla quale anche in questo campo ebbi a dare il mio contributo, e si è fatto visibile con
    l’abolizione della pena di morte ed in molteplici leggi ed iniziative. D’altra parte non sfuggono alle
    Assemblee né i problemi di sicurezza, che possono però essere adeguatamente risolti, né la complessità
    del problema politico per il quale non sarebbero sufficienti scelte semplici e riduttive.
    Al di là di questa problematica io affido a Lei, Signor Presidente, con fiducia ed affetto la mia persona,
    nella speranza che tanti anni di stima, amicizia e collaborazione mi valgano un aiuto decisivo che
    ricostituisca il Plenum del Parlamento e che mi dia l’unica gioia che cerco, il ricongiungimento con la
    mia amata famiglia. Con i più sinceri e vivi ringraziamenti, voglia gradire i miei più deferenti saluti.

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Giovanni Leone, Presidente della Repubblica Italiana

    “Alla Stampa, da parte di Aldo Moro, con preghiera di cortese urgente trasmissione al suo illustre Destinatario. Molti ringraziamenti

    All’On. Prof. Giovanni Leone
    Presidente della Repubblica Italiana

    Faccio vivo appello, con profonda deferenza, al tuo alto senso di umanità e di giustizia, affinché, d’accordo con il Governo, voglia rendere possibile una equa e umanitaria trattativa per scambio di prigionieri politici, la quale mi consenta di essere restituito alla famiglia, che ha grave e urgente bisogno di me. Le tante forme di solidarietà sperimentate, t’indirizzino per la strada giusta.
    Ti ringrazio profondamente e ti saluto con viva cordialità

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Riccardo Misasi

    “Carissimo Riccardo,
    un grande abbraccio e due parole per dirti che mi attendo, con l’eloquenza ed il vigore che ti sono propri, una tua efficace battaglia a difesa della vita, a difesa dei diritti umani, contro una gretta ragion di Stato. Tu sai che gli argomenti del rigore, in certe situazioni politiche, non servono a nulla. Si tratta di ben altro che dovremmo sforzarci di capire. Se prendi di petto i legalisti, vincerai ancora una volta. Non illudetevi di invocazioni umanitarie. Vorrei poi dirti che, se dovesse passarsi, come ci si augura, ad una fase ulteriore, la tua autorità ed esperienza di Presidente della Commissione Giustizia, dovrebbero essere, oltre che per le cose in generale che interessano, preziose per alcuni temi specifici che tu certo intuisci.
    Grazie e tanti affettuosi saluti.

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Erminio Pennacchini

    “Carissimo Pennacchini,
    ho avuto sempre grande stima di te, per tutto, ma soprattutto per la cristallina onestà. È quindi naturale che in un momento drammatico mi rivolga a te per un aiuto prezioso che consiste semplicemente nel dire la verità. Dirla, per ora, ben chiara agli amici parlamentari ed a qualche portavoce qualificato dell’opinione pubblica. Si vedrà poi se ufficializzarla.
    Si tratta della nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare. L’analogia, anzi l’eguaglianza con il mio doloroso caso, sono evidenti. Semmai in quelle circostanze la minaccia alla vita dei terzi estranei era meno evidente, meno avanzata. Ma il fatto c’era e ad esso si è provveduto secondo le norme dello Stato di necessità, gestite con somma delicatezza. Di fronte alla situazione di oggi non si può dire perciò che essa sia del tutto nuova. Ha precedenti numerosi in Italia e fuori d’Italia ed ha, del resto, evidenti ragioni che sono insite nell’ordinamento giuridico e nella coscienza sociale del Paese. Del resto è chiaro che ai prigionieri politici dell’altra parte viene assegnato un soggiorno obbligato in Stato Terzo.
    Ecco, la tua obiettiva ed informata testimonianza, data ampiamente e con la massima urgenza, dovrebbe togliere alla soluzione prospettata quel certo carattere di anomalia che taluno tende ad attribuire ad essa. E’ un intermezzo di guerra o guerriglia che sia, da valutare nel suo significato. Lascio alla tua prudenza di stabilire quali altri protagonisti evocare. Vorrei che comunque Giovannoni fosse su piazza. Ma importante è che tu sia lì, non a fare circolo, ma a parlare serenamente secondo verità. Tra l’altro ricordi quando l’allarme ci giunse in Belgio? Grazie per quanto dirai e farai secondo verità. La famiglia ed io, in tanta parte, dipendiamo da te, dalla tua onestà e pacatezza.
    Affettuosamente

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Flaminio Piccoli

    “Caro Piccoli,
    non ti dico tutte le cose che vorrei per brevità e per l’intenso dialogo tra noi che dura da anni. Ho fiducia nella tua saggezza e nel tuo realismo, unica antitesi ad un predominio oggi, se non bilanciato, pericoloso. So che non ti farai complice di un’operazione che, oltretutto, distruggerebbe la D.C. Non mi dilungo, perché so che tu capisci queste cose. Aggiungo qualche osservazione per il dibattito interno che spero abbia giuste proporzioni e sia da te responsabilmente guidato. La prima osservazione da fare è che si tratta di una cosa che si ripete come si ripetono nella vita gli stati di necessità. Se n’è parlato meno di ora, ma abbastanza, perché si sappia come sono andate le cose. E tu, che sai tutto, ne sei certo informato.
    Ma, per tua tranquillità e per diffondere in giro tranquillità, senza fare ora almeno dichiarazioni ufficiali, puoi chiamarti subito Pennacchini che sa tutto (nei dettagli più di me) ed è persona delicata e precisa. Poi c’è Miceli e, se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo venire) il Col. Giovannoni, che Cossiga stima. Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente.
    Uguale il vantaggio dei liberati, ovviamente trasferiti in Paesi Terzi. Ma su tutto questo fenomeno politico vorrei intrattenermi con te, che sei l’unico cui si possa parlare a dovuto livello. Che Iddio lo renda possibile.
    Naturalmente comprendo tutte le difficoltà. Ma qui occorrono non sotterfugi, ma atti di coraggio. Dopo un po’ l’opinione pubblica capisce, pur che sia guidata. In realtà qui l’ostacolo è l’intransigenza del partito comunista che sembra una garanzia.
    Credo sarebbe prudente guardare più a fondo le cose, tenuto conto del più duttile atteggiamento socialista cui fino a due mesi fa andavano le nostre simpatie. Forse i comunisti vogliono restare soli a difendere l’autorità dello Stato o vogliono di più. Ma la D.C. non ci può stare. Perché nel nostro impasto (chiamalo come vuoi) c’è una irriducibile umanità e pietà: una scelta a favore della durezza comunista contro l’umanitarismo socialista sarebbe contro natura. Importante è convincere Andreotti che non sta seguendo la strada vincente. E’ probabile che si costituisca un blocco di oppositori intransigenti. Conviene trattare.
    Grazie e affettuosamente

    Aldo Moro”

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    Testi

  • 24 Aprile 1978

    Viene trovato verso mezzogiorno il Comunicato n°8 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.
    Vengono emessi i mandati di cattura dalla Procura di Roma per la strage di Via Fani. Manca il nome di Mario Moretti.

    Testo completo del Comunicato n°8 delle BR del Sequestro Moro

    La risposta della Democrazia Cristiana

    Alle nostre richieste del comunicato n. 7 la DC ha risposto con un comunicato di due frasi. Di questo comunicato si può dire tutto tranne che è “chiaro” e “definitivo”. Nella prima frase la DC afferma la sua “indefettibile fedeltà allo Stato, alle sue istituzioni, alle sue leggi”. Che di questo Stato della borghesia imperialista la DC è il pilastro fondamentale non è una novità; le leggi dello Stato imperialista la DC non solo le rispetta ma, scegliendosi di volta in volta i complici, le leggi le fa, le impone, e le applica sulla pelle del proletariato. Basta ricordare l’ultimo pacchetto di leggi speciali varate con un decreto del governo Andreotti con cui si sancisce il diritto delle varie polizie del regime di perquisire, arrestare, torturare, chiunque e dovunque, senza alcun limite alla propria ferocia. Per fare queste leggi la DC e il suo Governo hanno impiegato poco più di un quarto d’ora e i loro complici le hanno felicemente approvate. Quindi, la prima frase del comunicato della DC non dice con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta dello scambio di prigionieri politici. Da parte nostra riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: diano la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” dei campi di concentramento.
    Nessun equivoco è più possibile, ed ogni tentativo della DC e del suo Governo di eludere il problema con ambigui comunicati e sporche e dilatorie manovre, sarà interpretato come il segno della loro viltà e della loro scelta (questa volta chiara e definitiva) di non voler dare alla questione dei prigionieri politici l’unica soluzione possibile.
    Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà.

    Innanzi tutto nelle carceri, nei lager di regime sono rinchiusi a centinaia dei proletari comunisti l’avanguardia del movimento proletario che lotta e combatte per una società comunista. Tra questi ci sono dei condannati alla “morte lenta”: sono quei compagni che nel seno della lotta proletaria hanno imbracciato il fucile, hanno scelto di porsi alla testa del movimento rivoluzionario e di costruire l’organizzazione strategica per la vittoria della rivoluzione comunista e l’instaurazione del potere proletario.
    Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di TUTTI i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: SANTE NOTARNICOLA, MARIO ROSSI, GIUSEPPE BATTAGLIA, AUGUSTO VIEL, DOMENICO DELLI VENERI, PASQUALE ABATANGELO, GIORGIO PANIZZARI, MAURIZIO FERRARI, ALBERTO FRANCESCHINI, RENATO CURCIO, ROBERTO OGNIBENE, PAOLA BESUSCHIO e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportate in battaglia, CRISTOFORO PIANCONE.

    Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Mario Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti.
    A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite e solo una risposta immediata e positiva della DC e del suo Governo data senza equivoci, e concretamente attuata potrà consentire ii rilascio di Aldo Moro.
    SE COSI NON SARÀ, TRARREMMO IMMEDIATAMENTE LE DEBITE CONSEGUENZE ED ESEGUIREMO LA SENTENZA A CUI ALDO MORO È STATO CONDANNATO.

    La DC e il suo Governo nel tentativo di scaricare le proprie responsabilità incaricano (ma anche in questo caso non vogliono essere chiari) la Caritas Internationalis a prendere “contatti”.
    Noi allo stato attuale delle cose non abbiamo bisogno di alcun “mediatore”, di nessun intermediario. Se la DC e il suo governo designano la Caritas Internationalis come loro rappresentante e la autorizzano a trattare la questione dei prigionieri politici, lo facciano esplicitamente e pubblicamente.
    Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”.

    Gli appelli umanitari

    Alcune personalità del mondo borghese e alcune autorità religiose, ci hanno inviato con molto clamore appelli cosiddetti umanitari per il rilascio di Aldo Moro. Ne prendiamo atto ma non possiamo fare a meno di nutrire qualche sospetto; che cioè dietro il presunto spirito umanitario ci sia invece un concreto sostegno politico e propagandistico alla Democrazia Cristiana, e sia in realtà un “far quadrato” intorno alla cosca democristiana come sta avvenendo per tutte le componenti Nazionali ed Internazionali della borghesia imperialista e delle sue organizzazioni, da quelle americane e quelle europee.
    Ora queste insigni personalità hanno tredici nomi di altrettanti uomini condannati a morte, e per la liberazione dei quali hanno la possibilità di appellarsi alla DC e al suo governo in nome della stessa “umanità”, “dignità cristiana” o altri “supremi ideali” ai quali dicono di riferirsi, dimostrando così la loro proclamata imparzialità ed estraneità ad ogni calcolo politico.
    Sta ad essi ora dimostrare che il loro appello si pone veramente al di sopra delle parti e non è invece una turpe e subdola mistificazione, e che i nostri sospetti nei loro confronti sono soltanto dei pregiudizi.

    LIBERTA PER TUTTI I COMUNISTI IMPRIGIONATI!
    CREARE, ORGANIZZARE OVUNQUE IL POTERE PROLETARIO ARMATO!
    RIUNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE!

    Per il comunismo
    Brigate rosse

    I contenuti sono di nuovo contraddittori e stupefacenti. Infatti le BR ignorano il loro stesso ultimatum, rilevano che la DC non ha detto «con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta del lo scambio di prigionieri politici», e scrivono:

    «Riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico, e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: dia la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” nei campi di concentramento [le carceri speciali, ndr]… Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà… Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di tutti i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportare in battaglia, Cristoforo Piancone. Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti. A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite, e solo una risposta immediata e positiva della De e del suo Governo, data senza equivoci, e concretamente attuata, potrà consentire il rilascio di Aldo Moro. E se così non sarà, trarremo immediatamente le debite conseguenze e eseguiremo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato».

    Al comunicato n. 8 (nel quale è inclusa l’enigmatica frase: «Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”»), i brigatisti allegano una ultimativa lettera di Moro indirizzata al segretario democristiano Zaccagnini («Per una evidente incompatibilità», scrive il prigioniero, «chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito»), La richiesta di scarcerazione dei 13 detenuti “comunisti” (molti dei quali condannati con sentenza definitiva per gravi reati di sangue) è chiaramente pretestuosa e improponibile: l’accettazione, totale o parziale, costituirebbe un vero e proprio suicidio dello Stato di diritto. Infatti lo stesso Psi, motore politico della linea contraria alla fermezza, è costretto a definire la richiesta dei terroristi «inaccettabile».

    Lettera di Aldo Moro a Benigno Zaccagnini del 24 Aprile 1978

    «Caro Zaccagnini,

    ancora una volta, come qualche giorno fa, m’indirizzo a te con animo profondamente commosso per la crescente drammaticità della situazione. Siamo quasi all’ora zero: mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell’eccidio. Naturalmente mi rivolgo a te, ma intendo parlare individualmente a tutti i componenti della Direzione (più o meno allargata) cui spettano costituzionalmente le decisioni, e che decisioni!, del partito. Intendo rivolgermi ancora alla immensa folla dei militanti che per anni ed anni mi hanno ascoltato, mi hanno capito, mi hanno considerato l’accorto divinatore dell funzione avvenire della Democrazia Cristiana. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con la folla dei militanti. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con gli amici della Direzione del Partito o dei Gruppi parlamentari. Anche negli ultimi difficili mesi quante volte abbiamo parlato pacatamente tra noi, tra tutti noi, chiamandoci per nome, tutti investiti di una stessa indeclinabile responsabilità. Ora di questa vicenda, la più grande e più gravida di conseguenze che abbia investito da anni la Dc, non sappiamo nulla o quasi. Non conosciamo la posizione del Segretario né del Presidente del Consiglio; vaghe indiscrezioni dell’On. Bodrato con accenti di generico carattere umanitario. Nessuna notizia sul contenuto; sulle intelligenti sottigliezze di Granelli, sulle robuste argomentazioni di Misasi (quanto contavo su di esse), sulla precisa sintesi politica dei Presidenti dei Gruppi e specie dell’On. Piccoli. Mi sono detto: la situazione non è matura e ci converrà aspettare. È prudenza tradizionale della Dc. Ed ho atteso fiducioso come sempre, immaginando quello che Gui, Misasi, Granelli, Gava, Gonella (l’umanista dell’Osservatore) ed altri avrebbero detto nella vera riunione, dopo questa prima interlocutoria. Vorrei rilevare incidentalmente che la competenza è certo del Governo, ma che esso ha il suo fondamento insostituibile nella Dc che dà e ritira la fiducia, come in circostanze così drammatiche sarebbe giustificato. È dunque alla Dc che bisogna guardare. Ed invece, dicevo, niente. Sedute notturne, angosce, insofferenze, richiami alle ragioni del Partito e dello Stato. Viene una proposta unitaria nobilissima, ma che elude purtroppo il problema politico reale.

    Invece dev’essere chiaro che politicamente il tema non è quello della pietà umana, pur così suggestiva, ma dello scambio di alcuni prigionieri di guerra (guerra o guerriglia come si vuole), come si pratica là dove si fa la guerra, come si pratica in paesi altamente civili (quasi la universalità), dove si scambia non solo per obiettive ragioni umanitarie, ma per la salvezza della vita umana innocente. Perché in Italia un altro codice? Per la forza comunista entrata in campo e che dovrà fare i conti con tutti questi problemi anche in confronto della più umana posizione socialista?

    Vorrei ora fermarmi un momento sulla comparazione dei beni di cui si tratta: uno recuperabile, sia pure a caro prezzo, la libertà; l’altro, in nessun modo recuperabile, la vita. Con quale senso di giustizia, con quale pauroso arretramento sulla stessa legge del taglione, lo Stato con la sua inerzia, con il suo cinismo, con la sua mancanza di senso storico consente che per una libertà che s’intenda negare si accetti e si dia come scontata la più grave ed irreparabile pena di morte? Questo è un punto essenziale che avevo immaginato Misasi sviluppasse con la sua intelligenza ed eloquenza. In questo modo si reintroduce la pena di morte che un Paese civile come il nostro ha escluso sin dal Beccaria ed espunto nel dopoguerra dal codice come primo segno di autentica democratizzazione. Con la sua inerzia, con il suo tener dietro, in nome della ragion di Stato, l’organizzazione statale condanna a morte e senza troppo pensarci su; perché c’è uno stato di detenzione preminente da difendere. È una cosa enorme. Ci vuole un atto di coraggio senza condizionamenti di alcuno. Zaccagnini, sei eletto dal Congresso. Nessuno ti può sindacare. La tua parola è decisiva. Non essere incerto, pencolante, acquiescente. Sii coraggioso e puro come nella tua giovinezza.

    E poi, detto questo, io ripeto che non accetto l’iniqua ed ingrata sentenza della Dc. Ripeto: non assolverò e non giustificherò nessuno. Nessuna ragione politica e morale mi potranno spingere a farlo. Con il mio è il grido della mia famiglia ferita a morte, che spero possa dire autonomamente la sua parola. Non creda la Dc di avere chiuso con il suo problema, liquidando Moro.

    Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi.

    Per questa ragione, per una evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore.

    Cordiali Saluti
    Aldo Moro

    P.S. Diffido a non prendere decisioni fuori degli organi competenti di partito.»

    Il capo delle BR, intanto, continua a essere un terrorista straordinariamente fortunato. Se ne ha una riprova alla fine di Aprile, quando la Procura della Repubblica di Roma spicca mandato di cattura a carico di 9 brigatisti: due, Corrado Alunni e Prospero Gallinari, accusati della strage di via Fani e del sequestro Moro; gli altri sette – Adriana Faranda, Patrizio Peci, Enrico Bianco, Franco Pinna, Oriana Marchionni, Susanna Ronconi, Valerio Morucci – di costituzione di banda armata; manca solo il nome del capo delle BR, del regista della strage di via Fani, del domìnus del sequestro Moro.

    «Il nome di Mario Moretti non c’era, il nome del capo brigatista non compariva tra i catturandi per l’eccidio di via Fani, e neppure per la costituzione della banda armata “Brigate rosse”. Dopo essere sfuggito all’arresto per ben tre volte, Moretti risultava assurdamente escluso dai mandati di cattura emessi dall’autorità giudiziaria romana il 24 aprile 1978 – era l’ennesima, incredibile “coincidenza”».

    Dunque, benché a carico di Moretti già ci siano ben tre mandati di cattura emessi dalla Procura di Milano, benché sia notoriamente latitante dal 1972, benché la sua foto sia stata inclusa tra quelle diffuse dal Viminale il 16 marzo, benché sia ben noto al Sismi e all’Ucigos come «elemento pericolosissimo, uno dei maggiori esponenti della organizzazione terroristica», nei mandati di cattura emessi dalla Procura romana a fine aprile – cioè in pieno sequestro Moro – il nome di Moretti non c’è.

    Una omissione così assurda da legittimare qualunque tipo di sospetto.

    Biglietto a Eleonora Moro

    «Carissima Noretta,

    come ultimo tentativo fai una protesta e una preghiera con tutto il fiato che hai in gola, senza sentire i consigli di prudenza di chicchessia e dello stesso Guerzoni.

    Ti abbraccio forte forte

    Aldo

    Lettera di Aldo Moro alla famiglia (recapitata tra il 24 e il 25 Aprile)

    «A tutti i miei carissimi ed a Noretta, amata sposa e madre. Mi piacerebbe avere un cenno, anche minimo di risposta, per tranquillizzarmi sulla salute di tutti.

    Aldo»

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  • 20 Aprile 1978

    Viene ritrovato il Comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.

    Il comunicato viene ritrovato poco dopo le 12 grazie ad una telefonata a “Il Messaggero”, e viene ritrovato dietro la sede del giornale, in Via dei Maroniti; allegata anche una Polaroid con in mano una copia de “La Repubblica” del 19 Aprile, prova del fatto che il politico sia ancora in vita.

    Il comunicato viene poi diffuso anche a Milano, Genova e Torino.

    Nello stesso giorno Moro scrive ancora a Zaccagnini, rimproverandolo per la sua linea intransigente nei confronti dei propri rapitori.

    Testo completo del Comunicato n°7 delle BR sul Sequestro Moro

    “È passato più di un mese dalla cattura di Aldo Moro, un mese nel quale Aldo Moro è stato processato così come è sotto processo tutta la DC e i suoi complici; Aldo Moro è stato condannato così come è stata condannata la classe politica che ha governato per trent’anni il nostro Paese, con le infamie, con il servilismo alle centrali imperialiste, con la ferocia anti-proletaria. La condanna di Aldo Moro verrà eseguita così come il Movimento Rivoluzionario s’incaricherà di eseguire quella storica e definitiva contro questo immondo partito e la borghesia che rappresenta.

    Detto questo occorre fare chiarezza su alcuni punti.

    1. In questo mese abbiamo avuto modo di vedere una volta di più la DC e il suo vero volto. È quello cinico e orrendo dell’ottusa violenza controrivoluzionaria. Ma abbiamo visto anche fino a che punto arriva la sua viltà. Ancora una volta la DC, come ha fatto per trent’anni, ha cercato di scaricare le proprie responsabilità, di confondere con l’aiuto dei suoi complici la realtà di uno Stato Imperialista che si appresta ad annientare il movimento rivoluzionario, che si appresta al genocidio politico e fisico delle avanguardie comuniste. In Italia, come d’altronde nel resto dell’Europa “democratica” esistono dei condannati a morte: sono i militanti combattenti comunisti. Le leggi speciali, i tribunali speciali, i campi di concentramento sono la mostruosa macchina che dovrebbe stritolare nei suoi meccanismi chi combatte per il comunismo. Gli specialisti della tortura, dell’annientamento politico, psicologico e fisico, ci hanno spiegato sulle pagine dei giornali nei minimi dettagli (l’hanno detto, mentendo con la consueta spudoratezza, a proposito del “trattamento” subito da Aldo Moro, che invece è stato trattato scrupolosamente come un prigioniero politico e con i diritti che tale qualifica gli conferisce; niente di più ma anche niente di meno), quali effetti devastanti e inumani producano lo snaturare l’identità politica dell’individuo, l’isolamento prolungato, le raffinate ed incruente sevizie psicologiche, i sadici pestaggi ai quali sono sottoposti i prigionieri comunisti. E dovrebbe esserlo per secoli, tanti quanti ne distribuiscono con abbondanza i tribunali speciali. E quando questo non basta c’è sempre un medico compiacente, un sadico carceriere che si possono incaricare di saldare la partita.
      Questo è il genocidio politico che da tempo e per i prossimi anni la DC e i suoi complici si apprestano a perpetrare. Noi sapremo lottare e combattere perché tutto ciò finisca, e non rivolgiamo nessun appello che non sia quello del Movimento Rivoluzionario di combattere per la distruzione di questo Stato, per la distruzione dei campi di concentramento, per la libertà di tutti i comunisti imprigionati.
      L’appello “umanitario” lo lancia invece la DC. E qui siamo nella più grottesca spudoratezza. A quale “umanità” si possono mai appellare i vari Andreotti, Fanfani, Leone, Cossiga, Piccoli, Rumor e compari?
      Ma ora è arrivato il tempo in cui la DC non può più scaricare le proprie responsabilità politiche, può scegliersi i complici che vuole, ma sotto processo prima di tutto c’è questo immondo partito, questa lurida organizzazione del potere dello Stato. Per quanto riguarda Aldo Moro ripetiamo – la DC può far finta di non capire ma non riuscirà a cambiare le cose – che è un prigioniero politico condannato a morte perché responsabile in massimo grado di trent’anni di potere democristiano di gestione dello Stato e di tutto quello che ha significato per i proletari. Il problema al quale la DC deve rispondere è politico e non di umanità; umanità che non possiede e che non può costituire la facciata dietro la quale nascondersi, e che, reclamata dai suoi boss, suona come un insulto.
      Nei campi di concentramento dello Stato imperialista ci sono centinaia di prigionieri comunisti, condannati alla “morte lenta” di secoli di prigionia. Noi lottiamo per la la libertà del proletariato, e parte essenziale del nostro programma politico è la libertà per tutti i prigionieri comunisti.
      Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione della LIBERAZIONE DI PRIGIONIERI COMUNISTI.
      La DC dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili.
      La DC e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo a partire dalle ore 15 del 20 aprile; trascorso questo tempo ed in caso di un ennesima viltà della DC noi risponderemo solo al proletariato ed al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell’esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del Popolo.
    2. Il comunicato falso del 18 aprile. È incominciata con questa lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica, la preparazione del “grande spettacolo” che il regime si appresta a dare, per stravolgere le coscienze, mistificare i fatti, organizzare intorno a sé il consenso. I mass-media possono certo sbandierare, ne hanno i mezzi, ciò che in realtà non esiste; possono cioè montare a loro piacimento un sostegno ed una solidarietà alla DC, che nella coscienza popolare invece è solo avversione, ripugnanza per un partito putrido ed uno Stato che il proletario ha conosciuto in questi trent’anni e nei confronti dei quali, nonostante la mastodontica propaganda del regime, ha già emesso un verdetto che non è possibile modificare.
      C’è un altro aspetto di questa macabra messa in scena che tutti si guardano bene dal mettere in luce, ed è il calcolo politico e l’interesse personale dei vari boss DC. Come sempre è accaduto per la DC, i giochi di potere sono un elemento ineliminabile della sua corruzione, del suo modo di gestire lo Stato. Sono un elemento secondario ma molto concreto, e ci illuminano ancora di più di quale “umanità” è pervasa la cosca democristiana. Aldo Moro che rinchiuso nel carcere del popolo ormai ne è fuori, ce li indica senza reticenze, e nel caso che lo riguarda vede come in particolare il suo compare Andreotti cercherà con ogni mezzo di trasformarlo in un “buon affare” (così lo definisce Moro), come ha sempre fatto in tutta la sua carriera e che ha avuto il suo massimo fulgore con le trame iniziate con la strage di piazza Fontana, con l’uso oculato e molto personale dei servizi segreti che vi erano implicati. Andreotti ha già le mani abbondantemente sporche di sangue, e non ci sono dubbi che la sceneggiata recitata dai vari burattini di Stato ha la sua sapiente regia.
      La statura morale dei democristiani è nota a tutti, rilevarla può solo renderceli più odiosi, e rafforzare il proposito dei rivoluzionari di distruggere il loro putrido potere. Di tutto dovranno rendere conto e mentre denunciamo, come falso e provocatorio il comunicato del 18 aprile attribuito alla nostra Organizzazione, ne indichiamo gli autori: Andreotti e i suoi complici.

    LIBERTÀ PER TUTTI I COMUNISTI IMPRIGIONATI!

    CREARE ORGANIZZARE OVUNQUE IL POTERE PROLETARIO ARMATO!

    RIUNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE!

    20/4/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    Lettera di Aldo Moro a Benigno Zaccagnini

    “Caro Zaccagnini,

    mi rivolgo a te ed intendo con ciò rivolgermi nel modo più formale e, in certo modo, solenne all’intera Democrazia Cristiana, alla quale mi permetto di indirizzarmi ancora nella mia qualità di Presidente del Partito. È un’ora drammatica. Vi sono certamente problemi per il Paese che io non voglio disconoscere, ma che possono trovare una soluzione equilibrata anche in termini di sicurezza, rispettando però quella ispirazione umanitaria, cristiana e democratica, alla quale si sono dimostrati sensibili Stati civilissimi in circostanze analoghe, di fronte al problema della salvaguardia della vita umana innocente. Ed infatti, di fronte a quelli del Paese, ci sono i problemi che riguardano la mia persona e la mia famiglia.

    Di questi problemi, terribili ed angosciosi, non credo vi possiate liberare, con il cinismo che avete manifestato sinora nel corso di questi quaranta giorni di mie terribili sofferenze. Con profonda amarezza e stupore ho visto in pochi minuti, senza nessuna seria valutazione umana e politica, assumere un atteggiamento di rigida chiusura. L’ho visto assumere dai dirigenti, senza che risulti dove e come un tema tremendo come questo sia stato discusso. Voci di dissenso, inevitabili in un partito democratico come il nostro, non sono artificiosamente emerse. La mia stessa disgraziata famiglia è stata, in certo modo, soffocata, senza che potesse disperatamente gridare il suo dolore e il suo bisogno di me. Possibile che siate tutti d’accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese? Altro che soluzione dei problemi. Se questo crimine fosse perpetrato, si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti. Si aprirebbe una spaccatura con le forze umanitarie che ancora esistono in questo Paese. Si aprirebbe, insanabile, malgrado le prime apparenze, una frattura nel partito che non potreste dominare. Penso ai tanti e tanti democristiani che si sono abituati per anni ad identificare il partito con la mia persona. Penso ai miei amici della base e dei gruppi parlamentari. Penso anche ai moltissimi amici personali ai quali non potreste far accettare questa tragedia. Possibile che tutti questi rinuncino in quest’ora drammatica a far sentire la loro voce, a contare nel partito come in altre circostanze di minore rilievo? Io lo dico chiaro: per parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno. Attendo tutto il partito ad una prova di profonda serietà e umanità e con esso forze di libertà e di spirito umanitario che emergono con facilità e concordia di ogni dibattito parlamentare su temi di questo genere. Non voglio indicare nessuno in particolare, ma rivolgermi a tutti. Ma è soprattutto alla Dc che si rivolge il Paese per la sua responsabilità, per il modo come ha sempre saputo contemperare sempre sapientemente ragioni di Stato e ragioni umane e morali. Se fallisse ora, sarebbe per la prima volta. Essa sarebbe travolta dal vortice e sarebbe la sua fine. Che non avvenga, ve ne scongiuro, il fatto terribile di una decisione di morte presa su direttiva di qualche dirigente ossessionato da problemi di sicurezza, come se non vi fosse l’esilio a soddisfarli, senza che ciascuno abbia valutato tutto fino in fondo, abbia interrogato veramente e fatto veramente parlare la sua coscienza. Qualsiasi apertura, qualsiasi posizione problematica, qualsiasi segno di consapevolezza immediata della grandezza del problema, con le ore che corrono veloci, sarebbero estremamente importanti. Dite subito che non accettate di dare una risposta immediata e semplice, una risposta di morte. Dissipate subito l’impressione di un partito unito per una decisione di morte. Ricordate, e lo ricordino tutte le forze politiche, che la Costituzione Repubblicana, come primo segno di novità, ha cancellato la pena di morte. Così, cari amici, si verrebbe a reintrodurre, non facendo nulla per impedirla, facendo con la propria inerzia, insensibilità e rispetto cieco della ragion di Stato che essa sia di nuovo, di fatto, nel nostro ordinamento. Ecco nell’Italia democratica del 1978, nell’Italia del Beccaria, come nei secoli passati, io sono condannato a morte. Che la condanna sia eseguita, dipende da voi. A voi chiedo almeno che la grazia mi sia concessa; mi sia concessa almeno, come tu Zaccagnini sai, per essenziali ragioni di essere curata, assistita, guidata che ha la mia famiglia. La mia angoscia in questo momento sarebbe di lasciarla sola – e non può essere sola – per la incapacità del mio partito ad assumere le sue responsabilità, a fare un atto di coraggio e responsabilità insieme. Mi rivolgo individualmente a ciascuno degli amici che sono al vertice del partito e con i quali si è lavorato insieme per anni nell’interesse della Dc. Pensa ai sessanta giorni cruciali di crisi, vissuti insieme con Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari sotto la tua guida e con il continuo consiglio di Andreotti. Dio sa come mi sono dato da fare, per venirne fuori bene. Non ho pensato no, come del resto mai ho fatto, né alla mia sicurezza né al mio riposo. Il Governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene tributata per questa come per tante altre imprese. In allontanamento dai familiari senza addio, la fine solitaria, senza la consolazione di una carezza, del prigioniero politico condannato a morte. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante della storia d’Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese.

    Pensateci bene, cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopodomani.

    Pensaci soprattutto tu, Zaccagnini, massimo responsabile. Ricorda in questo momento – dev’essere un motivo pungente di riflessione per te – la tua straordinaria insistenza e quella degli amici che avevi a tal fine incaricato la tua insistenza per avermi Presidente del Consiglio Nazionale, per avermi partecipe e corresponsabile nella fase nuova che si apriva e che si profilava difficilissima. Ricordi la mia fortissima resistenza soprattutto per le ragioni di famiglia a tutti note. Poi mi piegai, come sempre, alla volontà del Partito. Ed eccomi qui, sul punto di morire, per averti detto di sì ed aver detto di sì alla Dc. Tu hai dunque una responsabilità personalissima. Il tuo sì o il tuo no sono decisivi. Ma sai pure che, se mi togli alla famiglia, l’hai voluto due volte. Questo peso non te lo scrollerai di dosso più.

    Che Dio ti illumini, caro Zaccagnini, ed illumini gli amici ai quali rivolgo un disperato messaggio. Non pensare ai pochi casi nei quali si è andati avanti diritti, ma ai molti risolti secondo le regole dell’umanità e perciò, pur nelle difficoltà della situazione, in modo costruttivo. Se la pietà prevale, il Paese non è finito.

    Grazie e cordialmente
    tuo Aldo Moro”

    Lettera di Aldo Moro a S.S. Papa Paolo VI

    Alla stampa da parte di Aldo Moro, con preghiera di cortese urgente trasmissione all’augusto Destinatario e molte grazie

    A S.S. Paolo VI
    Città del Vaticano

    In quest’ora tanto difficile mi permetto di rivolgermi con vivo rispetto e profonda speranza alla Santità Vostra, affinché con altissima autorità morale e cristiano spirito umanitario voglia intercedere presso le competenti autorità governative italiane per un’equa soluzione del problema dello scambio dei prigionieri politici e la mia restituzione alla mia famiglia, per le cui necessità assai gravi sono indispensabili la mia presenza ed assistenza. Solo la Santità Vostra può porre di fronte alle esigenze dello Stato, comprensibili nel loro ordine le ragioni morali e il diritto alla vita.

    Con profonda gratitudine, speranza e devoto ossequio

    dev.mo
    Aldo Moro”

    Lettera di Aldo Moro a Eleonora Moro

    Carissima e amata,

    siamo al momento decisivo estremamente rischioso. Vi sono vicino e vi amo con tutto il cuore. Baci a tutti a Luca in particolare. Ora occorre trasmettere di urgenza queste lettere, determinanti, per cui devi convocare le squadre di Giovanni e Agnese o altri che creda idonei, al più presto. Tutto urge, urge. Due sono le più importanti: lettera mia al Papa. Non so se già hai predisposto qualcosa. Occorre inviare mani sicure e rapide es: Poletti, Pignedoli, se c’è Pompei (improbabile è a Parigi), Bottai, che dovresti fare venire a casa, senza mai nulla dire al telefono. Infine, ma potrebbe essere la soluzione più facile, chiamare Antonello Mennini, Vice Parroco di S. Lucia che puoi fare venire a casa. Infine vedi tu. Presto e bene per quel poco che può valere. Lettera a Zaccagnini. È la più importante. Occorre arrivi integra. Vedi di mandarla per il migliore tramite a lui e avverti i giornalisti circostanti che la rendano pubblica. Mi raccomando.

    Ti abbraccio tanto con tutti.

    Il testo del comunicato è contraddittorio e venato di doppiezza. Le Br definiscono il falso comunicato «lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica», «macabra messa in scena», una provocazione di «Andreotti e dei suoi complici»; accusano la De di essere «un partito putrido», corrotto e pervaso di «putrido potere», un «immondo partito, lurida organizzazione del potere dello Stato [dedita] al genocidio politico e fisico delle avanguardie comuniste [mediante] le leggi speciali, i tribunali speciali, i campi di concentramento»; e come logica conseguenza, confermano che «la condanna di Aldo Moro verrà eseguita».

    Ma subito dopo avere chiuso la porta, con uno scarto improvviso la riaprono scrivendo: «Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti. La De dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili. La De e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo, a partire dalle ore 15 del 20 aprile; trascorso questo tempo e in caso di un’ennesima viltà della DC, noi risponderemo solo al proletariato e al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell’esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del Popolo».

    L’improvvisa proposta di trattativa comprensiva di ultimatum tradisce la doppiezza della “operazione Moro”, e conferma perché il presidente della De non sia stato ucciso in via Fani insieme alla scorta. L’obiettivo tattico del sequestro Moro è certo l’eliminazione fisica dell’architetto dell’intesa governativa DC-PCI; ma l’obiettivo strategico – non meno importante – è quello di avvelenare la “solidarietà nazionale”, di logorarla e di frantumarla (l’uccisione di Moro in via Fani avrebbe potuto sortire l’effetto opposto, quello di “cementarla”, almeno per un certo periodo).

    E il vero comunicato Br n. 7 è appunto l’affondo strategico: infatti, subito dopo l’ultimatum brigatista, il Psi craxiano si pronuncia apertamente contro la linea della fermezza e si muove alacremente per la trattativa con le Br. Arrivato al 35° giorno, scandito dalle disperate lettere di Moro e dalla totale mancanza di qualunque risultato investigativo, il drammatico sequestro sta effettivamente logorando l’intesa fra i partiti della “solidarietà nazionale”; il comunicato Br n. 7 con l’ultimatum la incrina, e gli sviluppi successivi ne provocheranno l’irreversibile rottura. Il cardine dell’operazione continua a essere Mario Moretti, con tutti gli altri brigatisti – uno sparuto gruppo di modesti esecutori intossicati di fanatismo – a fare da inconsapevoli comparse.

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    20 Aprile 1978
    La polaroid di Moro con in mano “La Repubblica” del 19 Aprile 1978 allegata al Comunicato n°7
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  • 18 Aprile 1978

    Viene scoperto il covo di Via Gradoli a Roma.
    Viene ritrovato il Comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro. Solo successivamente sarà dichiarato falso.

    A far scoprire il covo di Via Gradoli è una copiosa perdita di acqua; l’inquilina del piano sotto all’interno 11, l’appartamento in cui abitavano Barbara Balzerani e Mario Moretti, chiama i vigili del fuoco, che sfondano la porta e trovano del tutto casualmente il covo brigatista. Barbara Balzerani lo scopre dal telegiornale mentre è con Adriana Faranda nell’Ufficio, in Via Chiabrera.

    Mario Moretti e Barbara Balzerani erano usciti insieme dall’appartamento-covo di via Gradoli 96 alle ore 7.30. L’inquilina che abita l’appartamento sottostante, Nunzia Damiano, viene svegliata da frettolosi passi nell’appartamento soprastante, e poco dopo, verso le ore 8.15, vede che sul soffitto si sta allargando una macchia di infiltrazione d’acqua. Allertato l’amministratore dello stabile, Domenico Catracchia, questi fa accorrere l’idraulico Jean Tschofen, il quale chiama i pompieri.

    La perdita d’acqua è provocata dalla doccia a telefono lasciata aperta e appoggiata con un manico di scopa alla parete piastrellata della vasca da bagno.

    All’interno dell’appartamento c’erano armi (un mitra, un fucile e un paio di bombe a mano), l’intero archivio del “Fronte Logistico” e gli oggetti personali. Forse di nessuna importanza, ma le lenti a contatto ritrovate nell’appartamento porteranno all’identificazione di Barbara Balzerani, nome di battaglia “Sara”

    «Siamo entrati nell’appartamento n° 11», testimonierà il maresciallo dei pompieri Giuseppe Leonardi, «per mezzo di una scala a ganci applicata alla ringhiera del balcone sottostante, cioè il n° 7. Abbiamo trovato il rubinetto della doccia aperto a getto forte. Esso era appoggiato a una scopa che si trovava all’interno della vasca. Il getto dell’acqua era diretto verso la parete sulla vasca. La scopa si trovava nella posizione in cui è rappresentata nella fotografia [orizzontale sui bordi della vasca, ndr]. Il getto d’acqua era diretto verso le mattonelle sul bordo della vasca da bagno, mattonelle che si trovano in corrispondenza del cordone della doccia… In quel punto, tra le mattonelle e il bordo della vasca, si notava una piccola fessura, nella quale con ogni probabilità l’acqua penetrava».

    Ma nell’appartamento i vigili del fuoco non possono non vedere che c’è sparpagliato dappertutto materiale delle BR.

    Dal brogliaccio della Sala operativa della Questura del 18 aprile 1978 (firmato dal commissario di Ps Antonio Esposito, affiliato alla P2) risulta che i vigili del fuoco chiedono l’intervento della polizia in via Gradoli 96 alle ore 10.08. Sul posto viene inviata la volante 5, poi le volanti Beta 3 e 4; vengono allertati l’Ufficio di gabinetto del questore, la Digos, la Squadra mobile, la Criminalpol, il commissariato Flaminio nuovo, la polizia scientifica, un artificiere dell’esercito, i carabinieri, e infine il magistrato Luciano Infelisi. Le volanti accorrono in via Gradoli 96 a sirene spiegate, e quando il funzionario della Digos arriva sul posto, davanti alla palazzina c’è già raccolta una piccola folla di curiosi nonché diversi giornalisti (subito informati, non si sa da chi, della “scoperta” del covo). In pratica, tutto avviene con modalità esattamente contrarie a quelle – ovvie – impiegate dai carabinieri del disciolto Nucleo speciale del generale Dalla Chiesa, per esempio quando avevano scoperto la base Br di Robbiano di Mediglia: con la massima discrezione, avevano atteso l’arrivo dei brigatisti, e li avevano arrestati uno dopo l’altro. In questo caso, invece, la notizia è stata diffusa in tempo reale, e gli stessi inquilini del covo di via Gradoli – cioè i brigatisti Moretti e Balzerani – possono seguire lo svolgersi dei fatti attraverso la Rai-Tv. L’infiltrazione d’acqua è una deliberata manovra finalizzata alla “scoperta” della base Br, preservando però la libertà del capo brigatista che la abita insieme alla partner. Infatti, appena entrati nell’appartamento-covo i vigili del fuoco si sono trovati davanti uno scenario inequivocabile: bombe a mano sparse sul pavimento «tra i piedi del letto e la porta del bagno» con il rischio di inciamparvi; un cassetto, platealmente abbandonato sul letto, contenente «una pistola mitragliatrice, un fucile da caccia e relative munizioni»; abiti tolti dall’armadio e sparpagliati sul pavimento, comprese alcune «divise della Ps e dell’Alitalia» (cioè le divise utilizzate dai terroristi-killer nell’agguato di via Fani); una radio ricetrasmittente in bella evidenza; e sparsi un po’ dappertutto volantini ciclostilati con i comunicati e l’emblema delle Br, e molti documenti falsi (passaporti, carte d’identità, patenti, libretti di circolazione, assicurazioni per le auto, tessere ferroviarie).

    La polizia, chiamata dai vigili del fuoco, entra nell’appartamento-covo alle 10.30. Gli artificieri neutralizzano il materiale esplosivo; la polizia scientifica effettua i rilievi tecnici; le armi e le munizioni vengono portate nei laboratori della polizia scientifica. Tutto il restante materiale presente nel covo viene sequestrato, chiuso in alcuni contenitori e trasportato in Questura per essere inventariato e esaminato. Alle ore 17 le operazioni si concludono, e l’appartamento-covo viene sigillato e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria. Nel verbale del materiale trovato nel covo – compilato in Questura fra il 19 e il 28 aprile – vengono elencati ben 1.115 reperti, comprese le
    targhe delle auto utilizzate dal commando terrorista in via Fani.

    Il comunicato viene annunciato tramite una telefonata al giornale “Il Messaggero” intorno alle 9:30 della mattina del 18 Aprile. Nella telefonata si parla di due messaggi, ma la busta arancione trovata in Piazza Belli a Roma ne contiene uno solo.

    Piazza Belli, tra l’altro, è il luogo dove quasi un anno prima moriva Giorgiana Masi.

    Il messaggio annuncia l’avvenuta esecuzione di Moro e il luogo dove trovare il corpo: il Lago della Duchessa, a 1800 metri d’altitudine in località Cartore (provincia di Rieti).

    La relazione degli esperti garantisce l’autenticità del comunicato, nonostante vi siano numerose differenze:

    • È molto breve;
    • È scritto con uno stile satirico;
    • Contiene diversi errori di ortografia;
    • Non ci sono gli slogan conclusivi;
    • Il foglio è più corto rispetto agli altri
    • Invece del numero “1” viene usata la lettera “l” minuscola;
    • L’intestazione “Brigate Rosse” è scritta a mano
    Comunicato n°7 (falso) delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro

    Il processo ad Aldo Moro

    “Oggi 18 aprile 1978, si conclude il periodo “dittatoriale” della DC che per ben trent’anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro, mediante “suicidio”. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio.
    È soltanto l’inizio di una lunga serie di “suicidi”: il “suicidio” non deve essere soltanto una “prerogativa” del gruppo Baader Meinhof.
    Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime.
    P.S. – Rammentiamo ai vari Sossi, Barbaro, Corsi, ecc. che sono sempre sottoposti a libertà “vigilata”.

    18/4/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    Tra i brigatisti questo falso comunicato fa pensare ad un’azione dei servizi segreti: un’azione che servirebbe a capire la reazione dell’opinione pubblica ad una eventuale morte di Aldo Moro. I brigatisti capiscono che almeno una parte del governo della DC aveva già mollato Moro.

    Nel 1984 si scoprirà che il falso autore del comunicato era stato Alberto Chichiarelli, un falsario di quadri ucciso il 28 Settembre di quell’anno (1984).

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  • 6 Aprile 1978

    Gli inquirenti effettuano una perlustrazione senza esito nel comune di Gradoli (VT)
    Viene inviata una lettera a Eleonora Moro

    Si verrà a sapere che l’operazione era stata suggerita da una segnalazione di Romano Prodi, che avrebbe riferito le indicazioni emerse il 2 Aprile durante una seduta spiritica in una casa di campagna.

    Lettera di Aldo Moro a Eleonora Moro

    urge

    Mia carissima Noretta,

    questi fogli che ti accludo sono tutti, a loro modo, importanti e li dovrai leggere perciò con la dovuta attenzione. Ma è questo quello più urgente ed importante, perché riguarda la mia condizione che va facendosi sempre più precaria e difficile per l’irrigidimento totale delle forze politiche ad un qualche inizio di discorso su scambi di prigionieri politici, tra i quali sono anch’io. Non so se tu hai visto bene i miei due messaggi (altrimenti li puoi chiedere subito a Guerzoni). È da quelli che bisogna partire, per mettere in moto un movimento umanitario, oggi nelle Camere assolutamente assente malgrado le loro tradizioni. Solo Saragat ed un po’ i socialisti hanno avuto qualche debole cenno a motivi umanitari. Degli altri nessuno ed in ispecie la DC cui avevo scritto nella persona di Zaccagnini e di altri esponenti, ricordando tra l’altro a Zaccagnini che egli mi volle (per i suoi comodi) a questo odiato incarico, sottraendomi alle cure del piccolo che presentivo di non dover abbandonare. Son giunto a dirgli che egli moralmente avrebbe dovuto essere al mio posto. La risposta è stata il nulla. Ora si tratta di vedere che cosa ancora con la tua energia, in pubblico ed in privato, puoi fare, perché se questo blocco non comincia a sgretolarsi un poco, ne va della mia vita. E cioè di voi tutti, carissimi, e dell’amato piccolo. Sarebbe per me una tragedia morire, abbandonandolo.

    Si può fare qualche cosa presso: Partiti (specie DC, la più debole e cattiva), i movimenti femminili e giovanili, i movimenti culturali e religiosi. Bisogna vedere varie persone; specie Leone, Zaccagnini, Galloni, Piccoli, Bartolomei, Fanfani, Andreotti (vorrà poco impegnarsi) e Cossiga. Si può dire ad Ancora di lavorare con Berlinguer: i comunisti sono stati durissimi, essendo essi in ballo la prima volta come partito di governo. Il Vaticano va ancora sollecitato anche per le diverse correnti interne, si deve chiedere che insista sul Governo italiano. Tempi di Pio XII che contendeva ai tedeschi il giovane Prof. Vassalli, condannato a morte. Si dovrà ritentare. E poi vedi tu nelle direzioni possibili con il meglio di te. È un estremo tentativo. Tieni presente che nella maggior parte degli Stati, quando vi sono ostaggi, si cede alla necessità e si adottano criteri umanitari. Questi prigionieri scambiati vanno all’estero e quindi si realizza una certa distensione. Che giova tenerli qui se non per un’astratta ragione di giustizia, con seguiti penosi per tutti e senza che la sicurezza dello Stato sia migliorata?

    Ma vedi tu e puoi coinvolgermi rapidamente. La mia pena è Luca. Lo amo e lo temo senza di me. Sarà il dolore più grande. Forse non si deve essere, neppur poco, felici. Ti abbraccio forte.

    Aldo

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    Testi

  • 25 Marzo 1978

    Viene ritrovato il Comunicato n°2 sul Sequestro Moro

    Era stato annunciato con una serie di telefonate alla “Gazzetta del Popolo” e all’ANSA di Torino, al “Messaggero” e a “Radio Onda Rossa” di Roma, al “Giornale Nuovo” di Milano e al “Secolo XIX” di Genova.

    Rispetto al comunicato n°1 viene utilizzata una carta diversa ed è battuto a “passo 10” invece che a “passo 12”.

    Testo completo del Comunicato n°2 sul Sequestro Moro
    1. IL PROCESSO AD ALDO MORO
      Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione. Vogliamo mettere in evidenza il ruolo che nello SIM vanno ad assumere i partiti costituzionali. A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo. Si è passati cioè dallo Stato come espressione dei partiti, ai partiti come puri strumenti dello Stato. Ad essi viene affidato il ruolo di attivizzare i loro apparati per le luride manifestazioni di sostegno alle manovre controrivoluzionarie, contrabbandandole come manifestazioni “popolari”; più in particolare al partito di Berlinguer e ai sindacati collaborazionisti spetta il compito (al quale sembra siano ormai completamente votati) di funzionare da apparato poliziesco anti-operaio, da delatori, da spie del regime.
      La cattura di Aldo Moro, al quale tutto lo schieramento borghese riconosce il maggior merito del raggiungimento di questo obiettivo, non ha fatto altro che mettere in macroscopica evidenza questa realtà.
      Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone). Ma nello SIM il Capo dello Stato (ed il suo apparato di uomini e strutture) dovrà essere il vero gestore degli organi chiave e delle funzioni che gli competono.
      Chi meglio di Aldo Moro potrebbe rappresentare come capo dello SIM gli interessi della borghesia imperialista? Chi meglio di lui potrebbe realizzare le modifiche istituzionali necessarie alla completa ristrutturazione dello SIM? La sua carriera però non comincia oggi: la sua presenza, a volte palese a volte strisciante, negli organi di direzione del regime è di lunga data. Vediamone le tappe principali, perché di questo dovrà rendere conto al Tribunale del Popolo.
      1955 – Moro è ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni.
      1957 – Moro è ministro della Pubblica Istruzione nel governo Zoli, retto dal Movimento Sociale Italiano.
      1959-60 – Viene eletto segretario della DC. Sono gli anni del governo Tambroni, dello scontro frontale sferrato dalla borghesia contro il Movimento Operaio. La ferma resistenza operaia viene affrontata con la più dura repressione armata: nel luglio ’60 si conteranno i proletari morti, massacrati dalla polizia di Scelba.
      1963 – In quest’anno parte la strategia americana di recupero della frangia di “sinistra” della borghesia italiana con l’inglobamento del PSI nel governo, nel tentativo di spaccare il Movimento Operaio. E’ la «svolta» del centro-sinistra e Moro se ne assumerà la gestione per tutti gli anni successivi come Presidente del Consiglio.
      1964 – E’ Presidente del Consiglio. Emergono le manovre del SIFAR, di De Lorenzo e di Segni, che a conti fatti risulterà un’abile macchinazione ricattatoria perfettamente funzionale alla politica del suo governo. Quando la sporca trama verrà completamente allo scoperto, come un vero “padrino” che si rispetti, Moro affosserà il tutto e ricompenserà con una valanga di “omissis” i suoi autori.
      1965-68 – È ininterrottamente Presidente del Consiglio.
      1968-72 – In tutto questo periodo è ministro degli Esteri. La pillola del centrosinistra perde sempre più la sua efficacia narcotizzante e riprende l’offensiva del Movimento Operaio con un crescendo straordinario. La risposta dell’ Imperialismo è stata quella che va sotto il nome di “strategia della tensione”.
      1973-74 – È sempre ministro degli Esteri.
      1974-78 – Assume di nuovo la Presidenza del Consiglio e nel ’76 diventa Presidente della DC. È in questi anni che la borghesia imperialista supera le sue maggiori contraddizioni e procede speditamente alla realizzazione del suo progetto. È in questi anni che Moro diventa l’uomo di punta della borghesia, quale più alto fautore di tutta la ristrutturazione dello SIM. Su tutto questo ed altro ancora, è in corso l’interrogatorio ad Aldo Moro.
      Esso verte: a chiarire le politiche imperialiste e anti-proletarie di cui la DC è portatrice; a individuare con precisione le strutture internazionali e le filiazioni nazionali della controrivoluzione imperialista; a svelare il personale politico-economico-militare sulle cui gambe cammina il progetto delle multinazionali; ad accertare le dirette responsabilità di Aldo Moro per le quali, con i criteri della GIUSTIZIA PROLETARIA, verrà giudicato.
    2. IL TERRORISMO IMPERIALISTA E L’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO
      A livello militare è la NATO che pilota e dirige i progetti continentali di controrivoluzione armata nei vari SIM europei. I nove paesi della CEE hanno create L’ ORGANlZZAZIONE COMUNE DI POLIZIA che è una vera e propria centrale internazionale del terrore.
      Sono i paesi più forti della catena e che hanno già collaudato le tecniche più avanzate della controrivoluzione ad assumersi il compito di trainare, istruire, dirigere le appendici militari nei paesi più deboli che non hanno ancora raggiunto i loro livelli di macabra efficienza. Si spiega così l’invasione inglese e tedesca dei super-specialisti del SAS (Special Air Service), delle BKA (Bunderskriminalamt) e dei servizi segreti israeliani. Gli specialisti americani invece non hanno avuto bisogno di scomodarsi, sono installati in pianta stabile in Italia dal 1945. ECCOLA QUI L’INTERNAZIONALE DEL TERRORISMO. Eccoli qui i boia imperialisti massacratori dei militanti dell’IRA, della RAF, del popolo Palestinese, dei guerriglieri comunisti dell’America Latina che sono corsi a dirigere i loro degni compari comandati da Cossiga. È una ulteriore dimostrazione della completa subordinazione dello SIM-Italia alle centrali imperialiste, ma è anche una visione chiara di come per le forze rivoluzionarie sia improrogabile far fronte alla necessità di calibrare la propria strategia in un’ottica europea, che tenga conto cioè che il mostro imperialista va combattuto nella sua dimensione continentale. Per questo riteniamo che una pratica effettiva dell’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO debba cominciare oggi anche stabilendo tra le Organizzazioni Comuniste Combattenti che il proletariato europeo ha espresso un rapporto di profondo confronto politico, di fattiva solidarietà, e di concreta collaborazione.
      Certo, faremo ogni sforzo, opereremo con ogni mezzo perché si raggiunga fra le forze che in Europa combattono per il comunismo la più vasta integrazione politica possibile. Non dubitino gli strateghi della controrivoluzione e i loro ottusi servitorelli revisionisti vecchi e nuovi, che contro l’ internazionale del terrore imperialista sapremo costruire l’unità strategica delle forze comuniste.
      Ciò detto va fatta una chiarificazione. Sin dalla sua nascita la nostra Organizzazione ha fatto proprio il principio maoista “contare sulle proprie forze e lottare con tenacia”. Applicare questo principio, nonostante le enormi diflicoltà, è stato per la nostra Organizzazione piu che una scelta giusta una scelta naturaIe; il proletariato italiano possiede in sé un immenso potenziale di intelligenza rivoluzionaria, un patrimonio infinito di conoscenze tecniche e di capacità materiali che con il proprio lavoro ha saputo collettivamente accumulare una volontà e una disponibilità alla lotta che decenni di battaglie per la propria liberazioni ha forgiato e reso indistruttibile. Su questo poggia tutta la costruzione della nostra Organizzazione, la crescita della sua forza ha le solide fondamenta del proletariato italiano, si avvale dell’inestimabile contributo che i suoi figli migliori e le sue avanguardie danno alla costruzione del PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE. Mentre riaffermiamo con forza le nostre posizioni sull’Internazionalismo Proletario, diciamo che la nostra Organizzazione ha imparato a combattere, ha saputo costruire ed organizzare autonomamente i livelli politico-militari adeguati ai compiti che la guerra di classe impone. Organizzare la lotta armata per il Comunismo costruire il Partito Comunista Combattente, prepararsi anche militarmente ad essere dei soldati della rivoluzione è la strada che abbiamo scelto, ed è questo che ha reso possibile alla nostra Organizzazione di condurre nella più completa autonomia la battaglia per la cattura ed il processo ad Aldo Moro.
      Intensificare con l’attacco armato il processo al regime, disarticolare i centri della controrivoluzione imperialista.
      Costruire l’ unità del movimento rivoluzionario nel Partito Combattente.
      Onore ai compagni Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime.

    25/3/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

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    Web

    Testi

  • 16 Marzo 1978

    Agguato di Via Fani.
    Antelope Kobbler.
    Il questore di Roma Domenico Migliorini viene rimosso dall’incarico.

    In Via Mario Fani, a Roma, alcuni militanti delle brigate rosse attaccano il convoglio che sta scortando Aldo Moro per sequestrarlo. È stato il primo atto del rapimento dell’esponente della Democrazia Cristiana, che si concluderà 55 giorni dopo con l’omicidio di Moro e il ritrovamento del suo cadavere in una Renault 4 rossa parcheggiata in Via Caetani.

    Mario Fani, “educatore 1845-1869” è stato il fondatore dell’Azione Cattolica Italiana verso la metà dell’Ottocento.

    L’operazione viene chiamata in codice “Fritz” all’interno delle Brigate Rosse.

    Aldo Moro si stava recando alla Camera dei deputati per il dibattito e il voto di fiducia per il quarto governo di Giulio Andreotti; per la prima volta dal 1947 anche il PCI avrebbe concorso alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo.

    Aldo Moro, in quel momento presidente della democrazia cristiana, era il principale artefice di questa manovra politica insieme a Enrico Berlinguer, segretario del PCI.

    Il dibattito, nato con l’ultimo discorso pubblico di Aldo Moro il 23 Febbraio 1978, non era ancora concluso, perché erano sorti numerosi problemi legati ai ministri che Andreotti aveva proposto al Quirinale l’11 Marzo 1978, di cui i comunisti non erano soddisfatti.

    Cronologia

    Ore 0:00 – 9:30

    Ore ?:??

    Raffele Fiore e Bruno Seghetti, durante la notte, squarciano le gomme del furgone Ford Transit del Fioraio Antonio Spiriticchio in Via Brunetti 42: il furgone era sempre parcheggiato per lavoro all’incrocio di Via Fani, avrebbe potuto intralciare l’azione e correre il rischio di essere coinvolto nel conflitto a fuoco.

    ore 8:45

    Gli uomini della scorta di Aldo Moro sono in attesa sotto casa in Via del Forte Trionfale 79 per accompagnarlo in Parlamento.

    I brigatisti arrivano in Via Fani in piccoli gruppi:

    • Valerio Morucci (Matteo)
      Mitra FNAB 43 – Pistola Browning HP
      Fiat 127, abbandonata poi nei pressi del mercato Trionfale. Poi Autobianchi A112 fino a Via Stresa.
    • Franco Bonisoli (Luigi)
      Mitra FNAB 43 – Pistola Beretta M51
      Fiat 127, abbandonata poi nei pressi del mercato Trionfale. Poi Autobianchi A112 fino a Via Stresa.
    • Prospero Gallinari (Giuseppe)
      Mitra TZ45 – Pistola Smith&Wesson 39
    • Raffaele Fiore (Marcello)
      Mitragliatrice Beretta M12 – Pistola Browning HP

    I quattro, vestiti da aviatori Alitalia (con completo di berretto), si nascondono dietro le siepi del bar Olivetti, siepi composte da pitosforo ed edera, chiuso per lavori e con le saracinesche abbassate, e si dividono in due coppie fingendo di parlare.

    • Mario Moretti (Maurizio)
      Mitra Beretta MAB 38 – Pistola Browning HP
      Fiat 128 con targa diplomatica, ferma sulla destra di via Fani subito dopo via Sangemini, pronto a muovere verso l’incrocio di via Stresa.
    • Alessio Casimirri (Camillo)
      Fucile M1 calibro 30
      Fiat 128 Bianca, in attesa sullo stesso lato di Via Fani, poco più avanti di Moretti
    • Alvaro Lojacono (Otello)
      Fucile M1 calibro 30
      Fiat 128 Bianca, in attesa sullo stesso lato di Via Fani, poco più avanti di Moretti
    • Barbara Balzerani (Sara)
      Mitraglietta Vz 61 Skorpion
      Fiat 128 Blu, dall’altra parte dell’incrocio di Via Stresa, rivolta con il muso verso l’arrivo del convoglio.
    • Bruno Seghetti (Claudio)
      Fiat 132 Blu, ferma contromano sul lato sinistro della strada, avrebbe dovuto fare retromarcia per caricare Moro.
    • Una A112, ferma senza occupanti sul lato destro di Via Stresa, a venti metri dall’incrocio.

    ore 8:55

    Aldo Moro scende di casa e viene accompagnato dal maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi (suo fedele collaboratore da molti anni) all’auto di rappresentanza, una Fiat L130 targata ROMA LL59812, dove si siede sui sedili posteriori. A guidare l’auto è il carabiniere Domenico Ricci (42 anni) con accanto il maresciallo Leonardi (52 anni), responsabile della sicurezza.
    Sull’auto della scorta, un’Alfetta targata Roma S93393 ci sono la guardia di P.S. Giulio Rivera (24 anni) e il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi (30 anni) e la guardia di P.S. Raffaele Iozzino, 25 anni.

    ore 8:57

    Il convoglio, composto dall’auto del presidente e quella della scorta, si muove a velocità sostenuta in direzione di via della Camilluccia, mentre Aldo Moro consulta i giornali del mattino. È prevista una sosta (abituale) nella Chiesa di Santa Chiara.

    Ore 9:00

    Rita Algranati (Marzia), una giovane brigatista appostata all’inizio di via Fani, vede arrivare il convoglio delle auto dell’onorevole Moro e con un mazzo di fiori in mano segnala l’arrivo a Mario Moretti: subito dopo abbandona il luogo dell’azione su un ciclomotore.
    Moretti parte a sua volta e si inserisce proprio davanti al convoglio del presidente, rallentando l’andatura senza farsi superare. Sorpassa una Fiat 500 (a sua volta superata dal convoglio) e si ferma leggermente di traverso allo stop su Via Stresa, cercando di occupare la maggior parte della carreggiata.

    ore 9:02

    I quattro brigatisti travestiti da avieri escono da dietro la siepe del Bar Olivetti, estraggono i mitra dalle borse di cuoio (anch’esse con il logo Alitalia), si portano al centro della carreggiata e aprono il fuoco. Morucci e Fiore verso la Fiat 130 del presidente, Gallinari e Bonisoli verso l’Alfetta.
    Valerio Morucci spara attraverso il parabrezza con l’FNAB-43 e colpisce ripetutamente il maresciallo Leonardi, ma Raffaele Fiore (che aveva il compito di uccidere l’autista della Fiat 130, appuntato Ricci) dopo pochi colpi inceppa il suo mitra M12; sostituisce il caricatore ma non riesce più a sparare.
    Contemporaneamente anche gli altri due brigatisti, Gallinari, armato di un mitra TZ45, e Bonisoli, con un altro FNAB-43, si avvicinano all’Alfetta: aprono il fuoco subito contro la scorta.
    Alle spalle delle due auto dell’onorevole Moro si sono intanto portati Casimirri e Lojacono che bloccano il traffico lungo via Fani con la loro Fiat 128 bianca e provvedono a intimidire con le armi le poche persone presenti sul luogo e il figlio del giornalaio dell’edicola posta lungo via Fani.
    Nel frattempo anche Barbara Balzerani si è portata all’incrocio di via Stresa e con la mitraglietta Skorpion controlla e blocca il flusso delle auto da quella direzione mentre alle sue spalle infuria il conflitto a fuoco.
    Anche i due brigatisti impegnati contro l’Alfetta hanno problemi con le loro armi: Gallinari riesce a sparare per alcuni secondi prima che anche il suo mitra si inceppi, e continua a sparare con la sua pistola Smith&Wesson M39, mentre Bonisoli spara circa un caricatore contro gli agenti dell’Alfetta.

    L’appuntato Ricci cerca di sfuggire alla trappola, mentre Fiore cerca di risolvere i problemi del suo M12, facendo manovra svariate volte: ma essendo bloccato dall’Alfetta e dalla Fiat 128 di Moretti non trova una via d’uscita. Moretti, sulla Fiat 128, si limita a tirare il freno a mano e a calcare il freno pedale per mantenere il blocco. Il tentativo di svicolarsi dalla trappola viene ostacolato ancghe dalla casuale presenza di una Mini Minor parcheggiata sul bordo della strada.
    Valerio Morucci risolve i problemi con il suo mitra e torna verso la Fiat 130 per uccidere l’appuntato Ricci.
    Nel frattempo l’agente Iozzino, sul sedile posteriore destro dell’Alfetta, il meno esposto al fuoco dei brigatisti, scenda dall’auto e risponde al fuoco con la sua Beretta 92, ma viene ucciso da Gallinari e Bonisoli (probabilmente dalla Beretta 51 di quest’ultimo, che aveva sostituito il mitragliatore scarico).

    Raffaele Fiore apre subito la portiera posteriore sinistra della Fiat 130 ed estrae l’onorevole Moro dall’auto, lasciando l’impronta della mano sulla portiera. Moro è illeso e non oppone alcuna resistenza a Fiore che, aiutato da Moretti (scedso dalla 128) lo trascina fino alla Fiat 132 Blu guidata da Bruno Seghetti, che nel frattempo si era portato in in retromarcia da Via Stresa a Via Fani.
    Fanno sdraiare Moro sui sedili posteriori, coperto da una coperta; Fiore sale anche lui sui sedili posteriori, Moretti sul sedile del passeggero. L’auto parte subito lungo Via Stresa in direzione di Via Trionfale.
    Segue la Fiat 128 Bianca di Casimirri e Lojacono, su cui era salito anche Gallinari.
    Morucci prende due delle cinque borse di Moro e sale sulla Fiat 128 Blu ferma nella parte bassi di Via Fani, dove erano già in attesa Barbara Balzerani (sui sedili posteriori) e Franco Bonisoli (al posto del passeggero) e segue le altre due auto.

    In Via Fani rimangono le due auto del convoglio di scorta a Moro e i cadaveri degli agenti di scorta (resta in vita solo il Brigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi, che è comunque gravemente ferito), ma anche una Fiat 128 familiare con targa del corpo diplomatico CD 19707, abbandonata dai terroristi.

    ore 9:03

    Il 113 riceve una telefonata anonima riguardo alla sparatoria di Via Fani, e manda quindi la pattuglia del Commissariato di Monte Mario, in sosta in Via Bitossi.

    ore 9:05 (Sergio Flamigni, membro della Commissione parlamentare di inchiesta, ritiene errato questa orario e la sposterebbe in avanti di qualche minuto)

    Arriva la prima comunicazione degli agenti della pattuglia alla Centrale. Provvedono ad allontanare la folla che si era radunata, ispezionano le auto con i colleghi morenti e raccolgono le prime testimonianze.

    Inviare subito le autoambulanze, sono della scorta di Moro e hanno sequestrato l’onorevole

    Gli agenti riferiscono che i terroristi si sarebbero allontanati su una Fiat 128 bianca con targa Roma M53995 e diramano l’informazione secondo cui gli attentatori sarebbero stati in 4 e avrebbero indossato divise da poliziotti o da marinai.

    ore 9:10

    Arrivano anche le volanti Beta 4, Zara, V12 e SM91 grazie ad una seconda telefonata anonima, vengono informate la Questura, la Criminalpol, la Squadra mobile, la DIGOS e il Commissariato di Monte Mario.
    Viene comunicato alle volanti di cercare, oltre alla Fiat 128 bianca, anche una Fiat 132 blu targata Roma P79560 e una moto Honda scura.

    ore 9:15

    La Questura comunica la notizia dell’agguato di via Fani alla centrale operativa della Legione dei carabinieri di Roma.
    Alla stessa ora la centrale operativa registra anche la comunicazione telefonica di Pino Rauti che, abitando in via Fani, aveva modo di osservare da una finestra alcune fasi dell’agguato e comunica subito di aver sentito raffiche di mitra, di aver visto due uomini vestiti da ufficiali dell’aeronautica e di averli osservati allontanarsi una Fiat 132 blu.

    ore 9:20

    Viene informato della situazione il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga dal Capo della Polizia Giuseppe Parlato, Giulio Andreotti lo viene a sapere qualche minuto prima. Con il passare dei minuti un numero sempre più elevato di funzionari e dirigenti raggiunge via Fani:

    • Generale Pietro Corsini, comandante generale dei carabinieri;
    • Giovanni De Matteo, procuratore capo;
    • Fernando Masone, capo della squadra mobile;
    • Colonnello Enrico Coppola, capo della Legione dei Carabinieri di Roma;
    • Generale Giuseppe Siracusano;
    • Generale Mario De Sena;
    • Domenico Spinella, capo della DIGOS
    • De Francesco, questore;
    • Luciano Infelisi, procuratore

    In Via Fani arriva anche Eleonora Chiavarelli, moglie di Aldo Moro, che viene informata mentre sta tenendo una lezione di catechismo nella Chiesa di San Francesco. Il questore De Francesco cerca di tranquillizzarla affermando che dalla metodica dell’agguato si può ragionevolmente essere sicuri che l’onorevole sia ancora vivo. La moglie di Aldo Moro comincia a manifestare i primi dubbi sulla vicenda.

    Ore 9:23

    Viene individuata la Fiat 132 targata Roma P79560 dalla polizia, abbandonata dai brigatisti in via Licinio Calvo

    Ore 9:24

    Viene attivato il primo posto di blocco dalla polizia nei pressi dello svincolo del Grande Raccordo Anulare di via Tiburtina, in un punto molto lontano dalla effettiva direzione seguita dai terroristi per la fuga.

    ore 9:25

    Un’edizione straordinaria del giornale radio del GR2 fa raggiungere alla notizia il panorama nazionale.

    Drammatica notizia che ha dell’incredibile e che, anche se non ha trovato finora una conferma ufficiale, purtroppo sembra vera: il presidente della Democrazia cristiana, on. Aldo Moro, è stato rapito poco fa a Roma da un commando di terroristi. L’inaudito, ripetiamo, incredibile episodio è avvenuto davanti all’abitazione del parlamentare nella zona della Camilluccia.

    Vengono approntati posti di blocco in zona via Trionfale-Pineta Sacchetti.

    ore 9:31

    Anche il GR1 dà la notizia in edizione straordinaria:

    Il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro è stato rapito a Roma, stamane, all’uscita della sua abitazione. Gli uomini della scorta colpiti e uccisi, non si sa ancora se tutti, dal fuoco del commando

    La versione di Sergio Flamigni sulla fuga dei brigatisti

    Misteri e bugie accompagnano la fuga dei terroristi da via Fani. E confermato da più testimoni che le tre auto dei fuggiaschi con l’ostaggio percorrono via Stresa, piazza Monte Gaudio, via Trionfale, largo Cervinia, via Belli, fino a
    via Casale De Bustis, strada chiusa da una catena: i terroristi si fermano, tranciano la catenella e proseguono, dileguandosi oltre un dosso in direzione di via Massimi; dopodiché non ci sono più testimoni.

    Il brigatista dissociato Morucci, anni dopo, si impegnerà a confezionare una improbabile versione dei fatti, poi via via adattata alle varie risultanze giudiziarie, che verrà assunta come verità ufficiale avallata da Moretti e dalla magistratura. Racconterà: «All’altezza dell’incrocio tra via Massimi e via Bitossi sono sceso dal 128 blu, alla cui guida si è posto [Bonisoli], e mi sono avviato con le borse prese sull’auto di Moro verso un autofurgone grigio chiaro parcheggiato nella stessa via Bitossi, poco prima dell’angolo con via Bernardini. Nel frattempo le tre macchine (132, 128 bianca e 128 blu) hanno proseguito per via Serranti». A quel punto – sempre stando al racconto di Morucci – mentre due auto utilizzate per il primo tragitto della fuga (la 128 bianca e la 128 blu) sarebbero state condotte in via Licinio Calvo e là abbandonate, Morucci avrebbe preso l’autofurgone (lasciato incustodito) contenente una cassa di legno, e si sarebbe diretto in piazza Madonna del Cenacolo dove ci sarebbero stati in attesa Moretti, Fiore e Seghetti: i primi due a bordo della 132 con l’ostaggio, mentre Seghetti (che in via Massimi ha lasciato a Moretti la guida della 132) sarebbe salito a bordo di una Dyane parcheggiata in quella via. E all’arrivo di Morucci con l’autofurgone in piazza Madonna del Cenacolo, Moro sarebbe stato trasbordato dalla 132 all’autofurgone e chiuso nella cassa di legno.

    La ricostruzione di Morucci è menzognera. Infatti non è verosimile che le Br abbiano lasciato incustodito un veicolo così importante. come l’autofurgone, cruciale per la riuscita dell’intera operazione. Inoltre, è inverosimile che i brigatisti abbiano parcheggiato e cambiato auto in una zona come via Massimi-via Bitossi, molto frequentata dalla Polizia ‘. Così come è del tutto inverosimile che il trasbordo dell’ostaggio sia avvenuto in piazza Madonna del Cenacolo, una piazza sulla quale si affacciano molti palazzi, dove ci sono vari locali pubblici (tra cui un bar), e dove scorre un traffico intenso: dunque, un luogo nel quale il rischio di essere notati è altissimo, rispetto alle numerose zone assai meno esposte presenti lungo il tragitto percorso dai terroristi.

    Infatti la testimone Elsa Maria Stocco ha visto alla guida dell’autofurgone un’altra «persona di aspetto giovane». La Stocco abita in via Bitossi 26, nel palazzo accanto a quello dove c’è l’abitazione del giudice Walter Celentano, solitamente piantonata da un’autopattuglia; mentre rientrava a casa, verso le 9.20, la Stocco ha visto arrivare da via Massimi, a forte velocità, un’auto di grossa cilindrata che si è fermata proprio davanti alla sua abitazione: ne è sceso un uomo in divisa da pilota civile, senza berretto, con un impermeabile blu e in mano una valigetta 24 ore, il quale si è avvicinato al furgone, ha aperto lo sportello e ha buttato dentro la valigetta; quindi il falso aviere è ritornato all’auto, ne ha prelevato «un borsone scuro» e ha buttato anche quello dentro il furgone; dopodiché le due autovetture si sono allontanate in direzione di via Bernardini. Contrariamente alla versione di Morucci (secondo la quale il furgone sarebbe stato incustodito), la Stocco afferma che alla guida del furgone c’era una persona. Chi fosse quel brigatista, e a chi appartenesse quell’autofurgone, non verrà mai accertato, anche perché il mezzo non verrà mai ritrovato. Inoltre la Stocco ha visto arrivare l’uomo in divisa da aviere non a piedi, ma a bordo di una macchina di
    grossa cilindrata («di tipo ministeriale»), e quelle trasbordate sull’autofurgone non erano le due borse diplomatiche sottratte dall’auto di Moro.

    Ma l’elemento più importante della testimonianza della Stocco è l’orario in cui ha assistito all’improvviso arrivo del finto aviere, al rapido trasferimento di valigetta e borsone dall’automobile all’autofurgone, e alla sollecita partenza dei due automezzi: «Sono certa che i fatti di cui sono stata testimone si sono verificati tra le 9.20 e le 9.25 in quanto pochi minuti dopo io entravo nella mia abitazione e ascoltavo il giornale radio delle ore 9.30, che già dava notizia dell’assassinio della scorta dell’on. Moro». Nello stesso lasso di tempo, la Fiat 132 con a bordo Moro utilizzata per la fuga da via Fani viene trovata parcheggiata in via Licinio Calvo: quindi Moro è stato trasbordato prima dell’arrivo di Valerio Morucci (o di chi per lui) in via Bitossi 25.

    Tutto ciò smentisce la versione della fuga da via Fani raccontata dal brigatista Morucci, smentita da una testimone, è
    smentita anche dalla logica: non si comprende perché, se la destinazione era piazza Madonna del Cenacolo, i terroristi avrebbero dovuto percorrere via Casale De Bustis (fermandosi a tranciare la catenella), invece di percorrere via Durante e via della Balduina. Del resto, è privo di logica un tragitto di fuga passando per via Casale De Bustis, con i fuggiaschi costretti a perdere tempo prezioso per tranciare la catenella stradale, quando la 132 poteva raggiungere più rapidamente piazza Madonna del Cenacolo percorrendo via Durante e via della Balduina, e più rapidamente le macchine di scorta potevano raggiungere via Licinio Calvo, se quelle erano davvero le loro destinazioni subito dopo il rapimento.

    Sull’auto 132 che ha trasportato Moro dopo la strage e pochi minuti dopo abbandonata in via Licinio Calvo, vengono trovate due infiorescenze: una sul blocco interno della chiusura della portiera laterale destra, l’altra nella scanalatura del cofano anteriore. Le infiorescenze si sono impigliate nell’auto dopo via Fani (dove le portiere sono state aperte nel momento in cui è stato caricato Moro e i terroristi sono risaliti per fuggire): quelle infiorescenze si sono impigliate al momento del trasbordo, quando l’ostaggio è stato fatto scendere dall’auto, probabilmente in un campo cespuglioso (come sembra indicare l’infiorescenza rimasta nella scanalatura del cofano) – e in piazza Madonna
    del Cenacolo non c’è nessun cespuglio.

    Non verrà verificato se quel tipo di infiorescenza provenisse da qualche terreno cespuglioso attiguo a via Massimi e immediati dintorni, proprio dove si sono perse le tracce dei terroristi in fuga con l’ostaggio. Via Massimi è una strada non lunga, costeggiata da un lato da eleganti palazzine fra cui alcuni stabili dell’Istituto opere di religione (lo Ior, la banca del Vaticano diretta da monsignor Paul Marcinkus)26, dall’altro lato costeggiata dai vasti giardini della Loyo-la University Chicago Rome Center of Liberal Art, dell’Ordine dei padri trinitari e delle suore domenicane di Villa Rossini, nonché dai terreni dove è in costruzione un grande fabbricato della Tirrena assicurazioni. È evidente che i brigatisti hanno mentito inventando il trasbordo di Moro in piazza Madonna del Cenacolo, probabilmente perché il luogo dove l’operazione è effettivamente avvenuta presuppone complicità imbarazzanti.

    Gli agenti del commissariato di Monte Mario, convinti che i brigatisti in fuga dopo la strage abbiano trovato rifugio in uno stabile di via Massimi, effettuano numerose ispezioni e perquisizioni; ma per l’extraterritorialità, non possono perquisire gli immobili di proprietà dello Ior del Vaticano.

    Ore 9:30 – 12:45

    Ore 9:33

    Entra in funzione un altro posto di blocco sulla Via Cassia.

    Ore 9:34

    Due elicotteri decollano dall’aeroporto di Pratica di Mare per controllare il traffico nella zona adiacente all’agguato.

    Ore 9:45

    Sistematici posti di blocco vengono attivati da polizia e carabinieri sulle strade di accesso alla città, nelle zone Primavalle, Ponte Milvio, Flaminio, Aurelio, Monte Mario e sulle uscite del Grande Raccordo Anulare per le vie Nomentana e Flaminia.

    Sul luogo dell’agguato si verifica una momentanea interruzione delle linee telefoniche nella zona di Via Fani, secondo i tecnici della SIP per il sovraccarico del traffico telefonico.

    Ore 10:00

    La polizia scientifica redige una relazione della scena del crimine con la descrizione della posizione dei cadaveri.
    Sulla Fiat 130 viene rinvenuto un borsello con una pistola all’interno sotto il sedile dove era seduto il Maresciallo Leonardi, insieme ad un’altra pistola carica nello spazio tra i due sedili anteriori.
    Anche sull’Alfetta viene trovata una pistola con il caricatore pieno e il colpo in canna, sempre nello spazio tra i sedili anteriori. Inoltre la radioricetrasmittente è accessa con il ricevitore adagiato sul pianale dell’autoveicolo; tra i piedi dell’agente Rivera viene trovato un piccolo pacchetto contenente una bottiglia piena di caffè. Si cerca di recuperare tutti i bossoli dei proiettili, ma la confusione e la presenza di curiosi non permettono una completa individuazione di ogni elemento di prova; alcuni reperti vengono calpestati o spostati anche a causa della leggera pendenza del piano stradale di via Fani, in discesa su via Stresa. Sul piano stradale vengono repertati un cappello dell’Alitalia, un caricatore per pistola mitragliatrice contenente ventidue cartucce e due borse di cuoio.
    Nella Fiat 130 vengono recuperate due borse di Aldo Moro rimaste sui sedili posteriori e cinque giorni più tardi verrà ritrovata un’altra borsa nel bagagliaio posteriore della stessa auto.

    Ore 10:08

    All’agenzia di Milano dell’ANSA viene comunicato tramite telefonata anonima che le Brigate Rosse hanno «portato l’attacco al cuore dello stato» e che «l’onorevole Moro è solo l’inizio».

    Ore 10:10

    Una telefonata anonima raggiunge il centralino dell’ANSA a Roma, che sostiene che le Brigate Rosse avevano

    Sequestrato il presidente della Democrazia cristiana, Moro, ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga

    Ore 10:13

    All’agenzia di Torino dell’ANSA arriva una telefonata anonima simile alle precedenti.

    Ore 10:16

    L’ANSA, che quella mattina era in sciopero, interrompe l’agitazione sindacale e dirama il comunicato dei Brigatisti.

    Ore 10:20

    A Palazzo Chigi il Presidente del Consiglio Andreotti si riunisce con Berlinguer, Zaccagnini, Bettino Craxi, Pier Luigi Romita, Ugo La Malfa e i rappresentanti sindacali Luciano Lama, Giorgio Benvenuto e Luigi Macario.

    Ore 10:30

    CGIL, CISL e UIL proclamano uno sciopero generale dalle 11:00 a mezzanotte in solidarietà al rapimento di Moro. Grandi manifestazioni hanno luogo a Bologna, Milano, Napoli, Firenze, Perugia e a Roma, dove 200.000 persone si raccolgono a piazza San Giovanni.

    Ore 11:30

    Il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga convoca al Viminale Attilio Ruffini (Ministro della Difesa), Franco Maria Malfatti (Ministro delle Finanze) e Franco Bonificio (Ministro di Grazia e Giustizia) insieme al sottosegretario agli Interni, ai capi dei servizi di sicurezza, e ai capi della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, per organizzare il comitato tecnico-operativo, la struttura preposta al coordinamento delle indagini, delle ricerche dell’ostaggio, oltre a decidere e attuare le misure destinate a controbattere l’offensiva terroristica.

    Ore 11:50

    Vengono comunicate le prime notizie riguardo alla targa «CD 19707» della Fiat 128 dei terroristi. Risultava essere stata assegnata molti anni prima all’ambasciata del Venezuela, che ne aveva denunciato il furto l’11 Aprile 1973, ottenendone una in sostituzione con la stessa numerazione.

    Ore 12:36

    Anche il vicebrigadiere Francesco Zizzi viene dichiarato morto dai sanitari del Policlinico Gemelli; ricoverato in gravi condizioni dopo l’agguato, era morto per collasso cardiocircolatorio da shock emorragico a seguito di triplice ferita da arma da fuoco al torace.

    Ore 12:45 – 23:00

    Ore 12:45

    Dopo un iniziale rinvio, si apre la seduta alla Camera dei Deputati. Pietro Ingrao, presidente della camera, saluta l’assemblea ed esprime

    Lo sdegno per l’attacco infame allo stato democratico

    mentre il presidente del Consiglio Giulio Andreotti esprimerà, dopo aver illustrato sinteticamente il programma del suo governo:

    Volontà […] di rimuovere, nel limite delle umane possibilità, questi centri di distruzione del tessuto civile della nostra nazione

    Giorgio Almirante arriva al punto di richiedere la sostituzione del Ministro Cossiga con un militare, la promulgazione di una legge eccezionale e il ripristino della pena di morte, il Procuratore Capo della Repubblica Giovanni De Matteo propose di dichiarare lo stato di «pericolo pubblico».
    Enrico Berlinguer vede nell’agguato di via Fani «un tentativo estremo di frenare un processo politico positivo».
    Sandro Pertini, dopo aver parlato di «colpo al cuore della classe politica», propose di rinunciare alla discussione generale alla Camera e passare subito al voto di fiducia al nuovo Governo per dare un’immediata dimostrazione di solidarietà democratica.

    Ore 20:35

    Dopo il discorso di Andreotti, interrotto spesso da alcuni deputati del MSI, viene votata la fiducia al nuovo governo: 545 voti favorevoli, 30 contrari e 3 astenuti.

    Ore ??:??

    Il Ministero dell’Interno diffonde i nomi e le foto di diciannove presunti terroristi ricercati, probabilmente coinvolti.

    La lista, che include anche criminali comuni, contiene due persone già detenute, alcuni militanti di altri gruppi eversivi (Antonio Bellavita risiedeva a Parigi da otto anni) e cinque persone che saranno riconosciute responsabili dell’agguato: Mario Moretti, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari e Rocco Micaletto.

    Ore 23:30

    Viene fermato Gianfranco Moreno, dipendente di banca, su disposizione del sostituto procuratore Infelisi. Sarò ben presto dichiarato estraneo ai fatti.

    Nella popolazione le drammatiche notizie di via Fani provocarono in grande maggioranza paura e dolore: l’inquietudine e lo sgomento furono i sentimenti prevalenti, si assistette a un significativo riavvicinamento popolare alle istituzioni democratiche e predominarono fenomeni di ripulsa e totale rifiuto della violenza e della brutalità dimostrata dai terroristi.

    Nella base comunista e operaia tuttavia non mancarono minoranze che manifestarono sentimenti di soddisfazione per l’attacco brigatista alla Democrazia Cristiana, mentre nel Movimento di estrema sinistra l’azione di via Fani fece grande impressione e favorì un notevole reclutamento di nuovi militanti decisi a passare alla lotta armata. Nell’ambiente studentesco ci furono anche reazioni di esultanza.

    Nel complesso comunque la dirigenza del PCI seppe controllare la sua base popolare, impose la sua scelta della fermezza democratica e della piena collaborazione con la DC e seppe divenire «una delle dighe più efficaci contro il terrorismo».

    Tra il pomeriggio del 16 marzo e il mattino del 17 marzo, agenti di polizia si presentano e sottopongono a perquisizioni le abitazioni ufficiali di Adriana Faranda e Valerio Morucci senza trovare traccia dei due, che sono effettivamente tra i principali responsabili del sequestro.

    Oltre agli attacchi politici subiti da Aldo Moro per l’apertura al PCI, il 16 Marzo 1978 La Repubblica pubblica un articolo dal titolo: “Antelope Kobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro“, nonostante la Corte Costituzionale aveva archiviato la sua posizione il 3 Marzo 1978. Numerosi giornali riporteranno la stessa notizia.

    In quel periodo si stava indagando sul cosiddetto scandalo Lockheed (scoppiato nel 1976), che riguardava numerosi casi di corruzione da parte dell’azienda statunitense Lockheed avvenuti in quegli anni con i governi di Paesi Bassi, Germania Ovest, Giappone e Italia.

    La notizia fabbricata secondo cui Antelope Cobbler fosse Aldo Moro proviene dal taccuino dell’assistente del Dipartimento di Stato Statunitense Loewenstein, dipendente di Henry Kissinger.

    Gli elementi risultanti circa una pretesa identificazione dell’on. Aldo Moro con l’Antelope Cobbler non venivano ritenuti attendibili, sicché la stessa Corte il 3 marzo 1978 disponeva con ordinanza di non compiere al riguardo nuovi atti istruttori né di trasmettere gli atti ad altra autorità.

    (Fase Istruttoria – Corte costituzionale, 3 marzo 1978)

    Né verrà mai accertato per quale ragione in prossimità di via Fani, al momento della strage, si aggirasse un ufficiale del Sismi, il colonnello Camillo Guglielmi.

    Nel frattempo il questore di Roma, Domenico Migliorini, viene rimosso dall’incarico dal Ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Qualcuno sostiene che si sia dimesso, ma tant’è.

    Domenico Migliorini è un questore esperto, che conosce Roma come le sue tasche, era stato per vent’anni capo della Mobile. Risolse numerosi casi, diviene Vicequestore a Trapani e Questore a Caltanissetta battendosi contro la mafia. Fu assegnato a Nuoro per combattere il banditismo. A Palermo arresta il boss Luciano Liggio e nella città propone anche il sequestro dei beni ai mafiosi.

    Viene richiamato a Roma durante gli Anni di Piombo, isolato, senza apparente appoggio politico.

    Dopo l’assassinio di Giorgiana Masi viene preso di mira. In piazza il 12 Maggio 1977 ci sono diversi agenti (o almeno così pare) di polizia in abiti borghesi, con le pistole in pugno che sparano ad altezza uomo. È probabilmente uno di loro a uccidere Giorgiana Masi.

    Il questore Migliorini è accusato di saperlo, ma di non aver avvisato Cossiga. Sembra invece appurato che il questore non lo sapesse davvero, e che probabilmente quegli uomini non erano né poliziotti, né carabinieri. Più probabilmente erano agenti dell’organizzazione Stay Behind Gladio, di cui Cossiga era invece al corrente.